I vicini che non vorrei avere

I vicini che non vorrei avere

Raccolgo dal post settimanale di Daniele Lugli lo stimolo a ragionare sui rapporti di prossimità e mi accorgo facilmente che i vicini del tipo “meglio perderli che trovarli” riempiono il mondo. Dispiace anche pensarlo, la fiducia nel genere umano è una bella cosa e non bisognerebbe permettere che vacilli ma qualche volta mi sento accerchiata. Non lo dico soltanto per me, anche per gli altri. Mi sembra che oltretutto i cattivi vicini stiano aumentando.

Se ripenso alla cronaca degli ultimi giorni, il figuro che a Cosenza ha dato un calcio nella pancia a un bambino di tre anni che si era fermato ad accarezzare sua figlia (sua del figuro, evidentemente, non del bambino) è ai primi posti in classifica. In quanto fratello di un pentito fa bene lo Stato a proteggerlo, in quanto delinquente di suo fa bene lo Stato ad arrestarlo. Mi resta il dubbio su come usi le mani, e i piedi, quel signore quando è in famiglia – ma no, forse la forza fisica è riservata ai bambini di tre anni? –, se adoperi talvolta anche la testa e il cuore, cosa gli abbia impedito di restare umano nei non ancora trent’anni da che è al mondo e in quale modo suppone di fare il padre di una creatura, cosa di cui mi sembra piuttosto indegno.

Già qualcuno ha scritto che probabilmente l’uomo è stato spinto da raptus, scappatoia ulteriormente inaccettabile. Conosciamo tutti l’equazione: raptus = nessuna responsabilità dei propri comportamenti, come quando uno ammazza una donna che lo respinge, lo abbandona, lo ha tradito, lasciandosi guidare da un incontenibile turbamento emotivo che tanto nessuno può sindacare. E d’altra parte chi potrebbe opporsi alla sospensione della coscienza, alla resa della volontà?
Intendiamoci, l’incapacità d’intendere e di volere è sempre stata prevista e meno male, ma questo mi sembra un nuovo corso basato proprio sulla tempesta emotiva. Che poi, come la vogliamo misurare, in chili, in litri, in metri? Tocca crederci sulla parola. Peccato che chi può parlare abbia chiare convenienze a deporre in un certo modo e chi potrebbe contraddirlo non ci sia più.

Il sopruso sul più debole e indifeso è uno schema riconoscibile in tanti luoghi e momenti del presente, già io che in questo blog metto al primo posto le donne e i bambini – accantonando momentaneamente una buona fetta dell’umanità che tuttavia merita ogni attenzione – ho davvero l’imbarazzo della scelta di fronte alla violenza e alla sua minimizzazione. È dell’8 settembre il titolo del quotidiano “Il Giornale” che definisce “gigante buono” Massimo Sebastiani, l’uomo accusato per l’uccisione dell’amica Elisa Pomarelli, di 28 anni, forse perché non lo ricambiava. Che poi: non ricambiava che cosa? Il titolo per intero è “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”. Secondo questo teorema, quindi, Elisa Pomarelli non corrispondeva al suo amore – ma quello di lui non lo era. Si potrebbe dire “alla sua ossessione”?

Il punto è pure che, rispetto alla Polonia di qualche decennio fa di cui scriveva il Presidente Emerito, oggi tra i vicini occorre includere potenzialmente tutti. Ci pensano i media, i social, le reti a portarci tutti nel medesimo punto, stretti stretti in un abbraccio fatale dove chiunque può graffiare, strillare, azzannare, importa poco se a ragione o a torto, se fondatamente o basandosi sull’aria. Nostro prossimo possono esserlo tutti, e non per carità cristiana ma per legge del web. Difficile sottrarsi.

Concludo con una nota personale. Due sconosciuti, presumo anche sconosciuti tra di loro, negli stessi giorni mi hanno accusata lui di essere troppo femminista, lei di essere troppo maschilista. Per continuare con la matematica potrei dire che, fossi io un’espressione algebrica, risolverei alla svelta con “più e meno si elidono” e andrei innanzi; essendo invece una persona, e i loro toni totalmente inaccettabili, è molto meno semplice da digerire.

Ci sono per fortuna i buoni vicini, tantissimi, che non risolvono la faccenda ma risollevano il morale. Ma del buon vicinato, lo ha già detto l’Emerito, si parlerà la prossima volta.

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