In protezione fuori famiglia fino a 18 anni. E dopo?

In protezione fuori famiglia fino a 18 anni. E dopo?

Il lavoro è autonomia, dignità, partecipazione alla vita sociale, possibilità di futuro. Procrastinarne l’inizio è un danno per tutti ma per qualcuno di più.

Farsi coprire le spalle da papà e mamma è svilente, oppure comodissimo per i meno orgogliosi o i bambinoni, ma è pur sempre qualcosa. La frustrazione di restare in famiglia è un solletico al confronto dello smarrimento di chi una famiglia non ce l’ha.

Parliamo di loro, i care leavers, ragazzi e ragazze che raggiungono la maggiore età vivendo in una comunità educativa o in una famiglia affidataria e allo scoccare della mezzanotte devono stare in piedi da soli.

C’è Irene, che ha cambiato famiglie e strutture diverse dai tre anni in su e pensava di essere l’unica con una vita strana, e Ismael arrivato per mare a 17 anni e consapevole di dover lavorare per forza, molto più ora che non può sperare nella protezione umanitaria, se non vuole perdere il diritto di vivere qui. C’è Anna, scappata di casa ragazzina per sottrarsi a un padre abusante, che non ha rinunciato all’università e lavora tutte le sere e nei weekend per pagarsi una stanza in affitto e gli studi, e Danilo, 26 anni, che la sua vita ormai l’ha instradata ma resta in contatto, per dare una mano e essere di esempio ai più giovani.

È una strada irta di ostacoli quella che si prospetta a questi neomaggiorenni, stimati in circa 3.000 ogni anno, costretti a un salto triplo per raggiungere un’autonomia che i coetanei più fortunati acquisiscono serenamente intorni ai trent’anni, avendo nel frattempo sperimentato forse un percorso universitario fuori sede coperto dai genitori, o qualche lavoretto senza uscire di casa per mettersi due soldi da parte e divertirsi un po’, tanto a pagare le bollette ci pensano mamma e papà.

Non voglio farla troppo facile, la crisi economica bussa per tutti. Diciamo che le famiglie possono essere più o meno agiate, mentre per i diciottenni usciti dalla protezione non ci sono sfumature.

Agevolando, l’associazione nazionale nata da giovani con una storia come questa che hanno voluto unirsi per aiutare se stessi e tanti altri, lavora da alcuni anni con grande concretezza e ha creato, tra l’altro, la rete Care leavers network. I progetti sono molteplici e in diversi settori, ci sono gli sportelli informativi e l’housing sociale, le iniziative di sensibilizzazione e quelle di studio e di ricerca. Conoscono l’alto valore della testimonianza, proprio per questo mettono a disposizione la propria storia personale in incontri pubblici o in rete, e non perdono di vista l’importanza di sostenere i percorsi di autonomia.

Una delle più importanti conquiste, per cui ha lottato Agevolando con tanti altri soggetti del terzo settore, è il decreto del 18 maggio 2018 sul Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, che per il triennio 2018-20 ha stanziato 5 milioni di Euro all’anno finalizzati a sostenere, in via sperimentale, coloro che al compimento della maggiore età vivono fuori dalla famiglia di origine, per accompagnarli fino al compimento del ventunesimo anno di età.

Ma non basta l’assistenza, ci vuole il lavoro, il più potente fattore di integrazione, anche per chi viene da altri paesi, antidoto a razzismi e conflitti intergenerazionali. I care leavers hanno incominciato con dolcezza. Si chiama È buono” la catena di gelaterie nelle quali operano ragazzi usciti da percorsi di protezione. Sono presenti, per ora, a Bologna, Genova, Nervi e Verona, e utilizzano prodotti del mercato equo e solidale.

Il progetto cerca di dare risposte lavorative “dentro un contesto relazionale importante e con un criterio di eccellenza esecutiva”, scrive Agevolando, che ha scelto il franchising sociale (il primo esempio in Italia) per un prodotto ad alta redditività, “attraverso fasi che comportano lavori di varia natura, dai più semplici ai più complessi. Questo dà la possibilità di offrire molteplici possibilità ai ragazzi”.

I care leavers hanno molto da dirci e tanta voglia di farlo. In un recente evento a Bologna per la formazione dei giornalisti hanno chiesto agli operatori dell’informazione di correggere i toni e rinunciare al sensazionalismo quando parlano di minorenni fuori famiglia.

Non dite più bambini strappate alle famiglie, figli strappati. Quei figli siamo noi e non ci piace essere raccontati così. Non dite bugie sugli operatori che ci hanno aiutato, a molti di noi la comunità ha salvato la vita”.

Nel giusto riserbo per le ragioni di ciascuna storia, hanno unito le loro voci per restituire il valore degli aiuti che hanno ricevuto e offrire la propria esperienza sia ad altri ragazzi come loro, sia ai politici, agli amministratori, agli operatori sociali, ai decisori.

La rete dei care leavers ha elaborato al riguardo dieci raccomandazioni di cui vorrebbe si tenesse conto. Ne richiamiamo i titoli.

1: Ognuno di noi arriva in comunità con una propria storia di vita che va riconosciuta, e non sottovalutata

2: La differenza sta nella qualità dell’impegno, della passione, dell’ascolto attivo, nel genuino interesse verso di noi

3: Accompagnarci, ma al tempo stesso darci la possibilità di sperimentare… senza sostituirsi alla nostra libertà

4: Chiediamo più attenzione alle esigenze di ciascuno, educatori e ragazzi: non può essere solo il criterio economico a guidare le scelte della comunità

5: Siamo venuti in Italia da minorenni, abbiamo studiato qui, vogliamo che le nostre fatiche e quelle di chi ci ha aiutato vengano riconosciute.

6: Chiediamo di offrirci tutti gli strumenti per gestire bene la nostra vita una volta usciti dalla comunità

7: 18 anni è troppo presto per cavarsela… non lasciateci soli!

8: Chiediamo più ascolto e più attenzione. Visitate spesso le comunità e verificate che i ragazzi stiano bene!

9: Occorre che anche la famiglia di origine sia al corrente del percorso che stanno facendo i propri figli

10: Non siamo figli di nessuno… ma figli della collettività. Raccontate senza giudicare e con sensibilità le nostre storie

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