La guerra lampo del Presidente Bush

La guerra lampo del Presidente Bush

Il baffuto e inglese sergente istruttore metteva in guardia le reclute, al tempo della regina Vittoria, sulle insidie dell’astuto afghano. Siamo entrati nel diciottesimo anno di guerra. Doveva essere lampo secondo il presidente Bush.

Gli Stati Uniti – colpiti nel 2001, nelle torri, nell’orgoglio, nella sicurezza – dopo una reazione furiosa protratta nel tempo, sembrano averne abbastanza. Han fatto la guerra ai perfidi talebani – perfidi lo sono veramente, particolarmente nei confronti della donne – e ora ci vogliono far pace. Per confrontarsi con la loro astuzia hanno un inviato speciale, Zalmay Khalilzad, diplomatico americano, ma di origini afghane pashtun, come i talebani. Sta negoziando con loro. Poi lo farà col presidente eletto Ashraf Ghani. Gli afghani tra loro non si parlano. Zalmay è ottimista ma avverte: “Nulla è concluso finché tutto non è concluso”. Anche Jacques Chabannes signore de La Palice diceva così.

Le forze straniere, comprese quelle italiane – ne è previsto il ritiro entro un anno – lascerebbero dunque il paese. La loro presenza è comunque molto ridotta. Il nuovo governo imporrebbe, si dice, una legge islamica più moderata di quella in vigore ai bei tempi del Mullah ‘Omar. A lui non sarebbe più consentito di fare dell’Afghanistan una base operativa per Osāma bin Lāden. È un patto che ha buone possibilità di essere rispettato, considerato che Osāma è morto nel 2011 e, si assicura, pure ‘Omar è morto due anni dopo. Non solo Al-Qaeda ma anche l’Isis sarebbero ritenuti nemici comuni da talebani e jihadisti, con i quali si tratta come componenti importanti del futuro governo. Protagonista delle trattative è il carismatico mullah Abdul Ghani Baradar, a perfetta conoscenza di jihadisti e talebani. Li fondati lui, a suo tempo, con il compianto mullah ‘Omar. Ora vi sono donne anche in parlamento e nelle professioni. Di loro non si parla nelle trattative alle quali non partecipano. Forse oltre a sartoria e Corano le ragazze potranno studiare altro: economia domestica ad esempio, e i burqa potranno mostrare le caviglie.

Insomma la guerra non l’abbiamo vinta. Eppure c’è stato un discreto impegno di uomini e soldi. Consideriamo solo l’aspetto più importante: naturalmente quello economico. La guerra in Afghanistan dal 2001 al 2017 è costata agli Usa e alleati circa 900 miliardi dollari. Se si dovesse tener conto di altri costi, necessariamente connessi alle operazioni militari, l’importo raddoppierebbe. Anche sulla base delle sole spese ufficiali sono quasi 28 mila dollari per ogni cittadino afgano, che in media ha un reddito annuo di 600 dollari. Secondo i calcoli dell’ultimo rapporto Milex la spesa per l’Italia è stata di oltre sette miliardi e mezzo.

Per distruggere si è speso dunque un bel po’, ma per ricostruire? Non poco. Gli USA hanno speso più di 100 miliardi di dollari. È più di quanto, tenuto conto dell’inflazione, abbiano speso per rimettere in piedi 16 paesi europei, dopo la Seconda guerra mondiale, con il piano Marshall. Il paese però non è in piedi. Ha un po’ migliorato il tasso di alfabetismo, resta il peggiore del mondo per mortalità infantile; è terzultimo per aspettativa di vita e poverissimo. Il miglioramento della condizione femminile ristretto alle maggiori aree urbane è, come si è detto, precario. In compenso ha un apparato di polizia e di forze armate imponente e insostenibile. Non è riuscito a contenere l’offensiva talebana, ma da solo costa il doppio delle tasse incassate dallo Stato. Questo il bilancio di una guerra giusta, inevitabile, di civiltà. Contando, naturalmente, che sia finita.

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