La nonviolenza ai tempi di Covid-19. Intervista a Daniele Taurino

La nonviolenza ai tempi di Covid-19. Intervista a Daniele Taurino

Ripubblico qui con qualche lieve modifica la mia intervista su Il Quotidiano del Lazio il 3 aprile 2020, raccolta da Giulia Bertotto.

Quando è nato il Movimento Nonviolento e con quale scopo?

Il Movimento Nonviolento è germinato dall’opera intellettuale e pratica di Aldo Capitini, attivo già in opposizione al fascismo. Formalmente Capitini lo volle costituire dopo il successo della prima Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli Perugia-Assisi del 1961 da lui ideata e promossa. Il MN deve poi la sua continuità all’infaticabile lavoro di Pietro Pinna che dalla metà del ’62 raggiunse il filosofo presso il Centro perugino. Oggi, dopo il grande impegno nella lotta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e le campagne per l’obiezione fiscale alle spese militari, l’associazione opera in vari campi, con la fondamentale direttrice dell’opposizione integrale alla guerra: dalle campagne contro il nucleare alla promozione dell’economia nonviolenta, dall’impegno per il disarmo al sostegno al Servizio Civile Universale e ai Corpi civili di pace, dalla lotta al razzismo alla costruzione di pratiche di convivenza civile, dall’approfondimento del metodo nonviolento alla formazione e all’educazione alla pace, coniugando la ricerca e l’approfondimento teorico con l’azione. Il MN è la sezione italiana della War Resisters’ International, l’internazionale dei resistenti alla guerra, con sede a Londra, dell’EBCO-BEOC (Ufficio Europeo dell’Obiezione di Coscienza con sede a Bruxelles) per i quali segue con i suoi delegati anche i lavori dello European Youth Forum. Fa parte della Rete Italiana per il disarmo e della Rete per la Pace per le quali ha funzione di segreteria comune nonché è attiva in altri network come Rete in Difesa Di e la CNESC. La sede nazionale, prima ubicata a Perugia, è stata trasferita nel 1989 a Verona; il carattere fondamentale di “Movimento” è mantenuto grazie ai centri territoriali, strutture informali dislocate sul territorio nazionale finalizzate a diffondere e sviluppare il metodo nonviolento attraverso “il lavoro di gruppo, con persone in più luoghi” secondo il dettame di Capitini.

Quali sono i principi fondamentali del movimento?

Il Movimento Nonviolento è costituito da pacifisti integrali, amici e amiche della nonviolenza, che rifiutano in ogni caso la guerra, la distruzione degli avversari, l’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica. Il MN sostiene il disarmo unilaterale (come primo passo verso quello generale), ed affida la difesa unicamente al metodo nonviolento. Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, al livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il Movimento persegue lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti. Per fare una sintesi quindi i nostri principi fondamentali, contenuti nella nostra carta programmatica, sono: l’opposizione integrale alla guerra; la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione; lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario; la salvaguardia dei valori di cultura e dell’ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un’altra delle forme di violenza dell’essere umano. Tutti principi che sono divenuti ancora più drammaticamente attuali in questi giorni di emergenza sanitaria dovuti alla pandemia Covid-19.

Quindi come spiegheresti brevemente la vostra idea di nonviolenza a chi si avvicina per la prima volta?

Spiegare la nonviolenza è quasi impossibile, bisogna viverla, e credo quindi che in questo caso l’esempio valga almeno quanto le parole. Un punto su cui mi soffermo sempre particolarmente parlando con una persona che si accosta per la prima volta alla nonviolenza è il fatto di smentire la credenza di una nonviolenza di tipo passivo, come strumento dei più deboli. Essa è invece quel meccanismo attivo che trasforma il nostro rifiuto, la nostra indignazione in quel connubio irrinunciabile di teoria e prassi che è la base di persuasione verso sé stessi e gli altri che si può sempre fare qualcosa, che possiamo mettere il peso della nostra coscienza sulla bilancia intimissima della Storia. Insomma, la nonviolenza è attivissima, bisogna sperimentarla con creatività sempre rinnovata.

Una definizione? “La nonviolenza è apertura all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di tutti gli esseri, e per ciò interviene anche nel campo sociale e politico, orientandolo”. Questa definizione di Capitini mi piace molto e la condivido volentieri. La nonviolenza non può non essere all’opposizione della società esistente e in questo senso penso che i giovani possano essere, se ben informati, degli ottimi ricettori.

A chi vi dice che è impossibile o che ciò che fate è rincorrere un’utopia, perché la natura umana ha in sé violenza ed egoismo cosa rispondete?

La natura umana, espressione del resto ambigua, ha in sé tante cose, anche tra loro apparentemente contraddittorie. Spesso ci concentriamo soltanto sugli aspetti negativi, quasi come una giustificazione al nostro far nulla. Penso che invece la scelta sia in primo luogo individuale: coltivare la nostra empatia, l’amore per il prossimo e tutti i viventi, la capacità di rinuncia ai propri interessi personali per il bene comune etc. Anzi io arrivo a dire che la strada verso la nonviolenza è contro natura: ma non nel senso che mira a spegnere l’aggressività dell’umano, finendo per mutilarlo. In realtà, la nonviolenza si fonda su un giudizio positivo dell’aggressività umana e sulla promozione del conflitto attraverso azioni costruttive che permettono di evitare tutte le contraddizioni della violenza. È quindi contro quella “legge della natura” che abbiamo codificato come “legge del più forte” dove la forza è sinonimo di violenza. Invece ci vuole molta più forza a rinunciare alla violenza (la via più semplice e diretta, ma distruttiva) e mettersi in gioco, anche col proprio corpo, per praticare azioni nonviolente (una via più lunga certo, ma costruttiva). Sul piano collettivo e politico, sintetizzo invece parafrasando Jean-Marie Muller: se confrontiamo gli investimenti che a destra o a sinistra sono stati fatti per la violenza (spese per gli armamenti in primis) con gli investimenti che non sono stati compiuti per la nonviolenza, allora avremo la giusta misura di ciò che può essere fatto, cercando di discernere ciò che è possibile da ciò che non lo è.

Quali sono i progetti che portate avanti?

Già qualcosa ho detto del nostro impegno nelle reti nazionali e internazionali dell’area pacifista, nonviolenta e disarmista. Ogni Centro territoriale ha poi le sue peculiarità: c’è chi lavora di più con la comunità e le scuole, chi si focalizza sull’organizzazione di eventi e sulle campagne in corso. Tra queste vorrei citare almeno la Campagna per la Difesa Civile non armata e Nonviolenta della quale teniamo la segreteria. Alcune nostre sedi (la nazionale a Verona, le locali a Torino, Brescia e Roma) hanno poi delle biblioteche e archivi specializzati aperti al pubblico. C’è poi il nostro impegno storico che prosegue nell’ambito del Servizio Civile Universale, con operatori volontari impiegati in progetti a Verona, Brescia, Livorno e Roma-Fiumicino. L’anno scorso siamo stati anche per la prima volta vincitori di un progetto europeo nell’ambito del programma Europe for Citizens – Remembrance che si intitola Nonviolent European Resistance e coinvolge partner di altri 6 paesi europei. Certo ora l’impossibilità di mobilità transnazionale ci sta rallentando un po’, ma stiamo rimodulando alcune delle attività in remoto. Anche in questo periodo di “quarantena” cerchiamo di continuare il nostro attivismo: per esempio, lo scorso 25 marzo in collaborazione con lo European Network Against Arms Trade abbiamo partecipato alla online action contro la guerra in Yemen, alimentata da bombe made in Europe (e tragicamente anche made in Italy). Poi c’è il grande impegno di informazione legato alla nostra rivista Azione nonviolenta.

Dicci qualcosa in più sulla vostra rivista…

Se mi permetti ti racconto brevemente l’aneddoto della sua nascita, che reputo emblematico. Era il 1963: a margine della “dieci giorni” internazionale sulle tecniche della nonviolenza organizzata da Capitini e tenutasi a Perugia, si riunirono una quindicina di persone, quelle disponibili a parlare specificamente dello sviluppo del Movimento Nonviolento. Piero Pinna avviò la discussione con il monito, che lo caratterizzava, di non voler abbracciare tutto per poi finire a stringere nulla. Accanto alla nascita di gruppi d’azione diretta nonviolenta, Capitini pone l’esigenza di un “centro di lavoro” che possa essere al tempo stesso informativo, teorico e formativo. Così, si decise l’importante passaggio dal foglio ciclostilato di notizie del Movimento che al tempo saltuariamente girava, a una vera e propria rivista a stampa; e Piero riuscì – d’accordo con Capitini – a vincolare l’assunzione di responsabilità d’entrambi con la condizione che si assicurasse seduta stante la copertura finanziaria della rivista per almeno tre numeri. I soldi furono raccolti e dal 10 gennaio 1964 Azione nonviolenta andò in stampa…un’intuizione che dura da più di cinquant’anni. Oggi la rivista è diventata un bimestrale di approfondimento e formazione con numeri monografici che svolgono un’importante funzione culturale e formativa. Il Direttore è Mao Valpiana e io svolgo la funzione di responsabile di Redazione. All’edizione cartacea è stata inoltre affiancata l’edizione on line sul sito che sta sul confronto quotidiano, rilanciando notizie, articoli e comunicati nostri e delle reti dell’area pacifista e nonviolenta.

Quali i filosofi, intellettuali o guide del pensiero che abbracciate?

Naturalmente i nostri “Maestri” più noti al grande pubblico sono Gandhi e Martin Luther King. A loro sono poi legate figure decisive ma meno conosciute come il leader musulmano Abdul Ghaffar Kha, Bayard Rustin, Coretta King e Richard Gregg. Importanti per lo sviluppo della nonviolenza le figure di Albert Schweitzer, Tolstoj, Thoreau, Ivan Illich, John Lennon. In alcuni ambienti è anche piuttosto nota la figura italiana di Danilo Dolci; anche il pensiero pedagogico di Maria Montessori è, per esempio, legato alla nonviolenza. Ma le tre figure alle quali sia come storia del MN che personale mi sento legato sono quelle già citate di Aldo Capitini e Pietro Pinna, ai quali aggiungo Alexander Langer. Aldo Capitini (1899-1968) fu senz’altro un rivoluzionario perché non accettò la realtà così com’è, con le sue ingiustizie e violenze, proponendo una prospettiva e un metodo per una trasformazione profonda della società nei suoi vari aspetti (morale, pedagogico, politico, religioso etc.). Un’eredità plurale e aperta ancora da scoprire, studiare e praticare insieme: “Sarà pur bene che qualcuno lo faccia: il fuoco viene sempre acceso da un punto”. Alex Langer (1946-1995) fu il più impolitico dei politici, fondatore dei Verdi italiani ed eurodeputato del Gruppo Verde. Alex, che si definiva un “portatore di speranza” fu molte cose: fine intellettuale, traduttore, politico, giornalista, europeista, carismatico leader…e un sincero amico della nonviolenza. Nel suo Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica espone le ragioni per un convinto e convincente no alla violenza: con questo spirito si è proposto facitore di “paci” (al plurale) in Sudtirolo come in Bosnia; e la sua lezione ci arriva oggi quanto mai attuale.  Infine, Pietro Pinna (1927-2016), primo obiettore di coscienza al servizio dell’uccisione militare per motivi etici, che ho avuto l’onore e il privilegio di frequentare nei suoi ultimi anni di vita. Un vero maestro di antiretorica: dalla morte di Capitini, con il quale negli ultimi anni viveva a Perugia, e per almeno vent’anni Piero è stato la pietra angolare e il pungolo italiano per lo sviluppo della nonviolenza organizzata. Dal lavoro per il riconoscimento giuridico per l’obiezione di coscienza alle marce antimilitariste guidate insieme a Marco Pannella, dalla tenuta di Azione nonviolenta e del Movimento Nonviolento (le “amate creature” di cui aveva condiviso la nascita con Aldo) alla campagna per l’obiezione fiscale alle spese militari. Senza contare le marce specifiche Perugia-Assisi da lui coordinate e promosse, l’impegno per il disarmo unilaterale, la capacità di creare collegamenti e tenere la rotta. Ma la sua è anche un’eredità teorica: la priorità del non collaborare al male sul cooperare al bene, la differenza sostanziale tra pacifismo, aviolenza e nonviolenza, la semplicità volontaria etc. Duro come la pietra sui principi della nonviolenza, aperto al compromesso per andare avanti insieme, di un’ironia schietta e sincera, Piero ha saputo anche nella vecchiaia portare la sua aggiunta con preziosi consigli e quegli occhi grandi e penetranti che hanno persuaso nuove generazioni di attivisti, come me.

Cosa ci dice l’emergenza Covid-19 nella prospettiva della nonviolenza?

In questo momento è ancora forte il cordoglio per le perdite, è il momento dell’incoraggiamento e dell’aiuto a chi è più in difficoltà, nel corpo e nello spirito. È il tempo della solidarietà attiva, anche a distanza. Però è chiaro che una pandemia come quella che stiamo vivendo ci dice molto sull’umanità e sulla società. Riflessioni alle quali è illusorio rispondere soltanto con l’attesa del ritorno a un’inesistente normalità. Bisognerà cambiare quasi tutto per una giusta transizione ecologica e nonviolenta delle nostre comunità. Ci sono alcune cose che però come amici e amiche della nonviolenza stiamo già dicendo, perché ci pare importante che non passino inosservate: il rischio del restringimento degli spazi di democrazia, l’errore dell’uso di un linguaggio bellico per descrivere e affrontare l’emergenza sanitaria, l’assurdità del mantenimento della produzione di armamenti mentre tutto il resto del Paese è chiuso. Fucili, pistole, munizioni, carriarmati, elicotteri, blindati, non sono affatto essenziali in questo momento, e certamente non servono a contrastare la diffusione del Covid-19. Ci pare evidente. Se poi si aggiunge che mentre i vari Governi tagliavano la sanità pubblica le spese militari raggiungevano l’astronomica cifra di 25 miliardi di euro l’anno, allora si capisca che non è una questione di lana caprina. Ma un nodo politico da sciogliere e dal quale ripartire.

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