Maturino

Maturino

Ritrovo la data della morte di Maturino. Pensavo qualche anno fa. Ne sono passati diciassette. É stato il 14 luglio del 2003. Il 14 luglio mi è caro. É festa nazionale francese da 140 anni. A me, non solo a me, ricorda la sola meta desiderabile della rivoluzione: Liberté, Égalité, Fraternité. Ora la ricorderò anche per questo. Se ne è andato a 79 anni Maturino, all’età che ho io ora.

Maturino Coreggioli l’ho conosciuto, padre albergatore all’Ostello di Ferrara, negli anni ’50. L’Ostello era una novità allora. Andavamo a trovarlo Carlo Giovannini, Ranieri Varese e io. Ci incontravamo qualche volta un amico un po’ più grande di noi, studenti liceali: Gaetano Morelli, che girava l’Europa. Si potevano fare incontri interessanti. Una volta ricordo una ragazza di Torino di passaggio. Mi parlò, era la prima volta che ne avevo notizie dirette, di Raniero Panzieri. Non erano ancora usciti i Quaderni Rossi. Ma noi andavamo perché Maturino ci dicesse soprattutto di Silvano Balboni. Tra noi chi ne sapeva di più era Ranieri.

Silvano era morto da pochi anni (1948) ma sembrava già avvolto nella leggenda. Vegetariano rigoroso non prendeva medicine, che gli avrebbero fatto bene, perché contenevano sostanze di origine animale. Forse gli avrebbero salvato addirittura la vita, diceva Maturino. Sulle cause della morte improvvisa ho sentito, allora e poi, differenti versioni. Qualche anno fa suoi parenti mi hanno detto di pensare a una polmonite fulminante presa in una delle sue escursioni ciclistiche. Si è trattato invece di morbillo o scarlattina.

La bicicletta di Silvano c’era ancora nella casa di via Porta Romana e la mamma era ancora viva. Non ho visto né la signora, né la bicicletta. La mamma era di “corporatura forte – diceva Maturino – e tutti andavamo in bicicletta, ma lui di più”. La guerra era cominciata. Quando Maturino operaio alla IMI (Industria Meccanica Italiana) usciva dal lavoro trovava ad aspettarlo Silvano con Claudio Savonuzzi. Anzi Claudio, allora proprio un ragazzo, l’aveva conosciuto per primo. Quando potevano c’era una sosta, via Ragno 14, all’officina di biciclette, Chisal (Chinaglia e Salmi).

Dentro – la porta a vetri con la pietra legata alla corda per rinchiudere – le file di biciclette appese diritte, per la ruota anteriore, ai ganci da macelleria (racconta Savonuzzi in “Una città di pianura”). In fondo il retrobottega”. È qui che si tengono le riunioni con gli operai comunisti. È frequentato anche da Ilio Bosi, il più importante degli esponenti comunisti, nella sua presenza ferrarese tra il ´41 e la primavera del ´43, prima di recarsi a Milano. È un locale semi interrato, detto “la fogna”. Può esserci qualche topo e Silvano ha per loro in tasca bucce di patate. La fame è fame per tutti e i topi non hanno tessera annonaria, spiegava.

Maturino è dunque particolarmente impegnato nella diffusione di materiale antifascista in ambiente operaio e a provocare fermate del lavoro, che sembrino accidentali. Manifestini, giornali clandestini non bastano per Balboni: gli operai debbono leggere libri. Libri presta e dona a Maturino. Gli fa conoscere la più importante dei socialisti, la maestra Alda Costa. E Maturino, oltre ai contatti e all’azione con gli operai, agisce anche nel luogo di residenza. A Malborghetto di Boara costituisce un gruppo di giovani antifascisti, che si procurano armi (moschetti, un mitra, bombe a mano, una mitragliatrice). Diffonde inviti alla renitenza alle chiamate della Repubblica Sociale.

Claudio Savonuzzi è arrestato, con tutti i compagni del gruppo di Bassani, nel maggio del ’43. Silvano Balboni, chiamato alle armi ha disertato, ma torna a Ferrara e Maturino lo vede. Sa del suo impegno. Dopo l’8 settembre Claudio passa le linee e restano contatti solo con Balboni, che pratica una clandestinità rischiosa e avventurosa. Parla di una resistenza diffusa, fatta di sabotaggi e non collaborazione, di nascondersi in luoghi isolati, che lui conosce e può indicare. A dirigere la resistenza non Badoglio, ma Sforza dall’estero. Un po’ come De Gaulle in Francia. Dopo la strage del novembre del ’43 la situazione precipita. Balboni esula in Svizzera. Ne avverte Maturino proprio alla partenza.

Ormai solo Maturino, che è pure malato, si arruola aviere nel Battaglione reclute della Repubblica Sociale, inizio marzo del ’44. Una sua lettera del 17 marzo è fermata come sospetta dalla censura. Un’imprudenza dei compagni di Malborghetto porta alla scoperta delle armi e agli arresti nell’aprile. Il suo avviene nell’ospedale di Firenze dove era ricoverato. Gli interrogatori ai quali è sottoposto a partire dal maggio sono, letteralmente, massacranti. È ricoverato all’ospedale di Ferrara dal quale evaderà nel settembre, grazie a una suora e a Gigi Medini, un medico di straordinario coraggio, antifascista e partigiano, trucidato dai nazisti. Sarà poi impegnato direttamente nella Resistenza.

Dalla Liberazione è nel Partito Socialista con Claudio Savonuzzi. Sarà legatissimo a Balboni, anche lui socialista, rientrato dalla Svizzera nell’agosto. Sarà al suo fianco in ogni azione. Nelle battaglie politiche interne – “Preparati, ti faccio segretario. Al Congresso questo lo cambiamo”, gli dice nel ’48 – e nelle molteplici attività, non sempre facili da seguire. Silvano muore. Ogni volta che lo ricorda gli occhi gli si riempiono di lacrime. L’ho visto più volte negli anni successivi. Gli dico che sto scrivendo un libro su Silvano. Gli anticipo i contenuti. “Non arriverò a leggerlo”, mi dice.

 

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