Non ci sono più i giovani di una volta

Non ci sono più i giovani di una volta

Leggo recentemente: Patente, nozze, figli: i traguardi si spostano sempre più avanti. E uno studio conferma: i diciottenni di oggi sono i quindicenni di ieri. Io sono vecchio, secondo i parametri di un tempo ed attuali.

Forse per questo sono convinto che c’entri, assieme ad altro, la mancanza di lavoro. Un disastro individuale e collettivo. Sei anni fa, su richiesta di amici, ho fatto una piccola riflessione sul tema. Allora si era in piena crisi. Ora mi dicono che è superata. Ripropongo il testo perché mi sembra ancora attuale.

Leggeri e compresenti, così vorrei fossero l’un l’altro giovani e anziani. Spesso si avvertono invece di peso e fanno il possibile per evitare compresenze. I giovani sono viziati, bamboccioni, ultimamente choosy. I vecchi pesano sul welfare, e su tutti quanti, ed esercitano, appena possono, gerontocrazia. Vi sono luoghi e tempi diversi per i giovani e per i vecchi. Così si riduce il danno, il fastidio, il sacrificio, che dovrebbe comunque gravare sui genitori.

C’è un terribile racconto ebraico che devo a Piero Stefani e che ricordo così. Un uccello sulle ali trasporta, in salvo da un incendio, due piccoli che ancora non sanno volare e chiede “Cosa vi insegna questo?”. Uno risponde “Quando sarai vecchio e non potrai volare io farò questo per te”. Il padre lo lascia cadere e morire. L’altro dice “Quando sarò grande farò questo per i miei figli”. Severi maestri questi uccelli ebrei!

Se questo non abbiamo fatto e non vogliamo fare (e neppure toglierci di mezzo come da un ricordo di Diritto romano: Sexagenarios de ponte deicere, gettare i sessantenni dal ponte) la questione di una relazione migliore è ineludibile. Ed è possibile, come la privilegiata esperienza di nonno dimostra.

Che possiamo porci questo problema è già segno di privilegio. Lo annota l’anziano Franco Ferrarotti nel suo libro pur intitolato La strage degli innocenti, sottotitolato Note sul genocidio di una generazione.

La “questione giovanile” è in più modi descritta, come dal demografo Massimo Livi Bacci, in Avanti giovani alla riscossa: “apprendisti” fino a trent’anni; “giovani” industriali a quarant’anni; troppo “giovani” per le élites accademiche, studiosi di cinquant’anni; si chiamano “ragazzo” o “ragazza” persone di età matura. A proposito l’altro giorno, al ricordo della Convenzione per l’infanzia, ho saputo di far parte, ancora per poco, dei giovani anziani. Credo sposteranno la data finale consentendomi di essere giovane-anziano più a lungo. I veri giovani sono pochi: compiono oggi vent’anni in meno di 600.000, erano 900.000 nel 1990, tardano più che in passato – e rispetto ai coetanei europei – le tappe per l’età adulta: studi, lavoro, metter su casa…. Anche per questo il nostro paese appare stanco e senza slancio nel duro scenario globale, e l’aggravarsi della crisi ha accentuato questa condizione strutturalmente presente. Bisogna intervenire sul sistema educativo, sul mercato del lavoro, sulla previdenza e altro ancora…

La mia attenzione andrebbe ai piccolissimi. Lì va portato il massimo della cura e invece facciamo fatica a mantenere il livello di civiltà che avevamo raggiunto. Ma parliamo pure di adolescenti e giovani. Li guarda nel suo Mosaico dei giorni Tonio dell’Olio: Studenti che occupano perché preoccupati del proprio destino, della preparazione, dei tagli, dei sacrifici, della scuola cenerentola, della scuola ramo secco, della vita precaria, delle scuole cadenti. Pre-occupazione come responsabilità. Preoccupazione, occupazione, disoccupazione. Sembra un destino segnato in cui non vanno lasciati soli. Siamo tutti preoccupati.

Gli adulti che perdono il lavoro faticano a ritrovarlo, e i giovani? Va già bene se ne hanno uno a tempo determinato. Uno studio recente su lavoratori tra i 15 e i 30 anni mostra che quel tipo di occupazione rende infelici, specie se maschi e senza assistenza economica dalla famiglia. Le due autrici e l’autore della ricerca, giovani e valenti, concordano con Proust anche se il contratto a tempo indeterminato può essere “noioso” (Monti), e chi lo cerca un po’ “choosy”, (Fornero) la noia è uno dei mali minori che dobbiamo sopportare. Ma chi lo deve dare questo lavoro? La Repubblica, almeno come datore di ultima istanza – suggerisce l’anziano sociologo Luciano Gallino, rispondendo a un solenne impegno giuridico, lo conferma il filosofo del Diritto Luigi Ferrajoli – mio coetaneo e quindi giovane anziano – che suggerisce anche un reddito di base per tutti.

Quando ai giovani è stato proposto un impegno sensato la risposta c’è stata. Il Servizio Civile Volontario contava 46 mila partecipanti nel 2006, precipitati a 27 mila nel 2008 per un brusco taglio ai finanziamenti ridotti a 270 milioni di euro, per passare a 210 milioni nel 2009, ma con 30mila posti. È bastato togliere l’Inps, così i giovani capiscono come è considerato il loro lavoro e la pensione che non li aspetta. Il finanziamento cala a 170 milioni nel 2010, a 130 milioni nel 2011, a 50 nel 2012: meno di un quinto di quello del 2008, ricordato per il severo taglio. Quando una giudice di Milano ha accolto il ricorso di un giovane pakistano contro l’esclusione di giovani non italiani regolarmente soggiornanti la reazione è stata la sospensione del servizio per tutti i 18 mila ammessi. Senza stranieri il servizio riprenderà, pare, e i volontari hanno votato on line, dal 12 al 15 novembre, i loro Delegati Regionali. Quasi, quasi il 7% ha partecipato al voto!

Ben altro si può e deve fare del Servizio civile: nato contro la guerra, a partire dalla richiesta del 1949 dell’obiettore Pietro Pinna, nel solco di Pierre Ceresole, del suo Servizio Civile Internazionale avviato con obiettori alla prima guerra mondiale, nell’impegno europeo per Corpi civili di pace, proposti di Alex Langer, strumento principe di solidarietà attiva, come scritto da Ernesto Rossi in Abolire la miseria.

Il legame tra disoccupazione di massa e l’affermarsi di movimenti violenti di estrema destra forieri di regimi brutali e autoritari non è cessato con la caduta di fascismo e nazismo.

Un nodo civile, sociale e politico riguarda anziani e giovani, ciascuno con le proprie responsabilità. Lo dice la Costituzione:

Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

I bambini e i ragazzi devono studiare, i giovani studiare e lavorare e così gli adulti e così gli anziani secondo possibilità e scelta. E tutti assieme promuovere le condizioni che rendono effettivo il diritto/dovere che fonda gli altri, e senza il cui esercizio non vi sono gli altri. Non c’è dignità sociale ed eguaglianza, né possibilità di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori come promette l’art.3. Non trovano base effettiva i diritti proclamati inviolabili senza che sia possibile assolvere nello studio e nel lavoro i doveri inderogabili dell’art.2. Non c’è più Repubblica, Bene comune, né popolo sovrano se manca il lavoro, diritto/dovere che li fonda, art.1.

Una fulminea storia da calendario di Bertold Brecht: Fu chiesto ad un proletario in tribunale se per il giuramento volesse servirsi della formula ecclesiastica o di quella laica. Quello rispose: Io sono disoccupato. Non fu solo distrazione la sua disse il signor K., con questa risposta egli lasciò intendere di trovarsi in una situazione in cui tali domande, e forse tutta la procedura in quanto tale, non avevano più alcun senso.

La giovane Simone Weil, a 25 anni nel 1934, in Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale scriveva della disperante situazione determinatasi dal momento in cui la società si è chiusa ai giovani. Proprio quella generazione, per la quale l’attesa febbrile dell’avvenire costituisce la vita intera, vegeta in tutto il mondo con la consapevolezza di non avere alcun avvenire, che per essa non c’è alcun posto nel nostro universo. Del resto questo male, al giorno d’oggi, se è più acuto per i giovani, è comune a tutta l’umanità. Viviamo in un’epoca priva di avvenire. L’attesa di ciò che avverrà non è più speranza, ma angoscia.

Credo che questa angoscia l’avvertiamo forte in questa fine d’anno 2012, da Parlamento Europeo e Consiglio proclamato “Anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni”. Forse possiamo farci l’un l’altro più leggeri e compresenti in spazi condivisi, in lavori comuni, nella costruzione anche di un «esercito del lavoro», in luogo del servizio militare, che assicuri, a spese della collettività, i mezzi essenziali di sussistenza a chi ne ha bisogno. Collegato al servizio sanitario e all’istruzione pubblica, su base gratuita ed egualitaria, il sistema dovrebbe sanare la «piaga vergognosa» dell’indigenza, pensava Ernesto Rossi, scrivendone al confino, mentre con Spinelli e Colorni stilava il Manifesto del federalismo europeo.

Scrive Piero Stefani: La sfida della fede non sta tanto nell’avere grandi speranze, quanto nel convivere con le grandi delusioni figlie di quelle speranze: con-vivere e non già sopravvivervi. Credo, fede o non fede, sia una sfida ineludibile per chi, anziano, non voglia essere complice del peggio e magari, come Ernesto Rossi, un utile utopista concreto assieme ai giovani, promessa di liberazione da una realtà inadeguata, per dirla con Capitini.

 

 

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