Non ci venite

Non ci venite

Un articolo di Stefano Gallo su Il Mulino porta all’attenzione una vicenda a me quasi sconosciuta. Il 6 luglio 1939 la legge 1092,

Provvedimenti contro l’urbanesimo, alza mura, che si vorrebbero invalicabili, attorno alle città. Chi viene da fuori – dalle campagne o da altre città – deve avere un lavoro per essere residente, per il lavoro si passa dall’ufficio di collocamento, per registrarsi all’ufficio occorre essere già residenti. Un’applicazione – non la prima né l’ultima – della legislazione italiana del Comma 22, Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo. È il tentativo di controllare urbanesimo e spostamenti interni, di mantenere nelle campagne anche chi vuole altra sorte, gratificando le donne come massaie rurali. Questo più o meno lo sapevo, è il seguito che non conoscevo o al quale non avevo prestato attenzione.

Naturalmente le disposizioni non hanno alcun effetto concreto nel moderare gli spostamenti, se non quello di renderli più faticosi, costosi, penosi. Imponenti saranno infatti i trasferimenti di popolazione legati anche alla guerra. Nel dopoguerra la complessa situazione del lavoro – non c’è e l’emigrazione all’estero stenta ad avviarsi – e dell’inurbamento – fa seguito anche allo sfollamento nelle campagne per evitare i bombardamenti – induce a mantenere la regolazione fascista. Così trovo Silvano Balboni, socialista e nonviolento assessore comunale, Presidente della Commissione per l’allontanamento dal territorio del Comune di Ferrara di quanti non vi abbiano stabile residenza: profughi, persone senza alloggio o lavoro.

La Costituzione, in vigore dal ’48, all’articolo 16 dispone Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. La legge 1092/1939 però resta: nessuna incidenza sui volumi delle migrazioni interne, ma con tutti gli ostacoli e difficoltà per chi si sposta. Riprende l’emigrazione all’estero: Argentina, Canada e Australia e poi in Europa. Nel ’46 c’è un accordo con il Belgio: fornitura di lavoratori italiani in cambio di carbone. Alla fine del ’55 un accordo con la Germania è basato sul rotationsprinzip, permanenza limitata e sostituzione per non gravare su sanità, pensioni, scuole di quel paese. Il tema, si vede, non è nuovo. La ripresa economica, le attività di ricostruzione inducono spostamenti interni, dalle campagne alla città, dal sud al nord, dalle aree più depresse alle più sviluppate. Le migrazioni interne richiedono sacrifici simili, seppure meno drammatici, di quelli conseguenti all’emigrazione all’estero: spesso lavorare da soli in grandi città, in condizioni abitative difficili per spedire denaro alla famiglia, che si è lasciata al paese in attesa di regolarizzazione e ricongiungimento.

Grazie alla legge del ’39 questi “clandestini interni” non avevano diritto all’assistenza, alla casa, a un lavoro regolare. Nel boom economico centinaia di migliaia di uomini e donne lavoravano al nero nei cantieri o cucivano vestiti in casa. Per potersi regolarizzare, aggirando i vincoli normativi, bisognava avere l’appoggio del datore di lavoro o di una persona influente, oppure la compiacenza di qualche funzionario comunale, scrive Gallo su Il Mulino. Già lo aveva detto con chiarezza il presidente della Repubblica Luigi Einaudi nel 1953: Le leggi limitatrici della mobilità del lavoro crescono nelle popolazioni l’avversione ed il disprezzo verso lo Stato. In un Paese nel quale il rispetto alla legge scritta è debole… è naturale che gli immigrati illegali cerchino di sormontare le difficoltà e di ottenere i permessi di soggiorno e i libretti di lavoro con le raccomandazioni, con le mance, con la corruzione.

Solo il 10 febbraio 1961, al 22° anno dall’adozione, la L. 1092/1939 è finalmente cancellata. La domanda è: quanto dovremo aspettare perché scompaiano sia il D.L. 113/2018 convertito con L. 132/2018, che il D.L. 53/2019, convertito con L.77/2019? Il precedente non induce a bene sperare. I guai che combinano sono immensi, neppure provo a ricordarli. Il circuito vizioso tra possibilità di lavoro e residenza, permesso di soggiorno, continua ad essere la dannazione per cittadini non italiani e per i loro figli. In modo inadeguato e ipocrita si è rimediato in passato con sanatorie e con decreti flussi taroccati. Ora non ci sono più neanche quelli. La normativa vigente ha le sue punte nelle ultime leggi, ma i fondamenti vengono da lontano eccita il sadismo amministrativo e il protagonismo di amministrazioni locali, intente ad alzare mura attorno alle città. L’iscrizione anagrafica negata ne è uno strumento.

C’è da sperare che intanto almeno gli aspetti peggiori di quella normativa – andrebbe azzerata – siano tolti di mezzo. Mi pare che una parola in questa direzione l’abbia spesa la ministra Luciana Lamorgese, riferendosi anche ai rilievi formulati a suo tempo dal Presidente della Repubblica. Spero che si intenda a partire da lì e non solo una modesta, pur necessaria, correzione. Multe sproporzionate e confisca della nave sono state infatti esplicitamente citate dal Presidente. È bello, intanto, vedere una persona civile e competente in un posto di tanta responsabilità, occupato in precedenza da una persona pericolosa e di pubblico scandalo che amava sequestrare persone soccorse in mare e punire i loro soccorritori. Vorremmo da lei anche qualcosa di più.

 

 

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