C’è una pervasiva retorica bellicista, oltre che nazionalista, che ha circondato le celebrazioni per il 4 novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, che ricorda la cosiddetta “vittoria”, alla quale sono ancora dedicate tante piazze italiane, nell’”inutile strage” (Benedetto XV) della prima guerra mondiale. Ricordiamola ancora una volta questa “grande guerra”, che fu chiamata così per la potenza distruttiva messa in campo su larga scala da tutti gli eserciti: quei quattro anni di guerra, tra il 1914 e il 1918, provocarono la repentina riconversione delle moderne invenzioni tecniche in strumenti bellici, finalizzati al terrore di massa. Le nuove fabbriche fordiste furono riconvertite al servizio delle armi chimiche, dei carri armati, degli aerei da combattimento, dei sottomarini da guerra, con l’avvio di quel “complesso militare-industriale” il cui sviluppo da allora non si è più arrestato ed oggi prepara la terza guerra mondiale. Insomma, con oltre 60 milioni di combattenti e 16 milioni di morti, di cui 7 milioni di civili, la guerra diventò, per la prima volta, di massa e totale. E aprì le porte a fascismo e nazismo.
Oltre alla Nato, che con il Segretario generale Rutte dice senza giri di parole che “è ora di passare ad una mentalità di guerra”, lo chiede il Parlamento europeo che il 2 aprile del 2025 ha approvato la relazione annuale sulla “politica di sicurezza e di difesa comune”, dove nel capitolo su “Difesa e società” raccomanda ai paesi UE di “mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate”. Anche attraverso la “formazione dei formatori e la cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili”.
Anche a questo scopo, visto il pacifismo diffuso (vedi rapporto Censis), il Ministero dell’istruzione e del merito ha chiesto alle scuole di celebrare solennemente il 4 novembre, con la cerimonia di consegna della bandiera da parte delle Forze Armate ad alcune scuole selezionate, per promuovere “gli stessi valori e i medesimi ideali che caratterizzano l’azione di tutti coloro che, con spirito di dedizione e solidarietà, oggi più che mai operano in situazioni di crisi…”. Contemporaneamente ha annullato l’iniziativa formativa, prevista per lo stesso giorno, rivolta agli insegnanti, a cura del CESTES e dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole sul tema La scuola non si arruola, che aveva oltre mille iscritti, perché “estranea agli ambiti formativi” degli insegnanti.
Un vulnus nel Paese che ha elaborato tanto pensiero pedagogico sulla pace e pratiche educative per la nonviolenza. “La pace è una meta che si può raggiungere attraverso l’accordo e due sono i mezzi che conducono a questa unione:” – scriveva Maria Montessori – “uno è lo sforzo immediato di risolvere senza violenza i conflitti, vale a dire di eludere le guerre; l’altro è lo sforzo prolungato di costruire stabilmente la pace tra gli uomini. Ora, evitare i conflitti armati è compito della politica, costruire la pace è compito dell’educazione”. Oggi, che la politica ha rinunciato al suo compito, nelle scuole italiane promuovere educazione alla pace e formazione alla nonviolenza è già praticare disobbedienza civile e resistenza culturale.
Allora, rispetto al bellicismo dilagante, segnalo come utile mezzo di difesa nonviolenta e strumento di resistenza civile – per studenti, insegnanti, formatori – il numero trimestrale, appena pubblicato, di Azione nonviolenta, la storica rivista fondata da Aldo Capitini con focus sul tema Bocciamo le università e le scuole militarizzate. Non solo per il 4 novembre ma per tutto l’anno scolastico.
