Prete operaio e altro ancora

Prete operaio e altro ancora

È morto, pochi giorni fa, don Giuseppe Stoppiglia. Aveva 82 anni, ben spesi. Propongo di seguito la seconda parte del discorso ufficiale da me fatto nel marzo 2016, quando gli è stata concessa la cittadinanza onoraria di Comacchio.
Lo avevamo conosciuto la settimana scorsa nei suoi anni di parroco a Comacchio, una figura particolare per la vivacità di pensiero e letture, la pluralità di incontri, la molteplicità di iniziative per essere vicino alla gente e, conseguentemente, le frizioni con la curia. Aveva intanto conosciuto, al seminario di Bologna, Gaetano Farinelli, suo amico e compagno di strada fino alla fine.

La prima parte del discorso è consultabile qui

Gaetano va a lavorare nel 1973, senza chiedere niente a nessuno, come elettricista nei cantieri.
La scelta di Farinelli non sfugge al vescovo che scrive due volte a Stoppiglia, che non risponde. Lo chiama al telefono “Ma non si risponde?”, “Eccellenza, quando sono cose serie le ho sempre risposto”. Il vescovo incomincia a discutere con me al telefono: “Io ho ordinato Gaetano sacerdote non perché vada a lavorare, ma per salvare le anime”. “Ma esistono le anime, Eccellenza?”. “Ho bisogno di parlarti”. Il confronto avviene Gaetano è rimasto a lavorare. Era veramente intelligente e aveva stima di me” (Mosconi naturalmente).
Sapevano Giuseppe e Gaetano l’importanza del lavoro per la dignità delle persone, per costituirle pienamente cittadini. Un papa dal nome che ci è caro lo ricorda ai decisori di politiche economiche che nessuna considerazione ne hanno.
A settembre l’arcivescovo rende pubbliche in una lettera, “Tempo di cedimenti”, riflessioni e amarezza per il clima di rinuncia e di adattamento alle situazioni e alla cultura del tempo, del mondo cattolico e delle diocesi a lui affidate. “I cedimenti in materia di verità, di costume, di giustizia, di morale, di educazione, di fedeltà alla disciplina e al magistero della chiesa non possono
mai né ritenersi né essere costruttivi. La passività stessa in tali materie non è mai costruttiva…” Ed ancora: “…Il rifiuto del magistero ecclesiastico ha accentuato il rifiuto della disciplina ecclesiastica e della legge morale; così la norma del costume è sempre più autonoma, situazionistica, soggettiva e
quindi arbitraria e velleitaria e il malcostume diventa normale e, peggio, dissacratore ed aggressivo…”.

Novità vi sono anche a a Comacchio, il 6 novembre 1973, veniva costituita la “Caritas”. Sul settimanale diocesano si discute di “strutture ed evangelizzazione” con riferimento all’ autorità nella chiesa. Partecipano don Franco Patruno e don Armando Blanzieri.
Cresce a Comacchio, promosso dai sacerdoti della parrocchia del Rosario, il gruppo di cristiani che analizzano i problemi locali, nazionali e mondiali colti in una prospettiva autonoma rispetto alle indicazioni dei vescovi e alla tradizione del mondo cattolico. Iniziative, dibattiti, partecipazione a
momenti di studio, documenti redatti dal gruppo, in parrocchia e poi in altra sede al centro di Comacchio, animano e fanno riflettere particolarmente i giovani sui temi di attualità e sulle ragioni delle ingiustizie.
Noi eravamo 4-5 preti giovani in due parrocchie, ispirati dal Concilio, e mettevamo in moto dei processi di cambiamento: tutti a Comacchio discutevano della predica mia delle 11 o di quella di don Giacomo, un altro prete-operaio.
Il referendum sul divorzio produce scontri. Lettere del parroco del duomo di Comacchio, la risposta del gruppo parrocchiale del Rosario, con il parroco Stoppiglia, fanno cogliere le difficoltà del mondo cattolico tradizionale alle prese non solo con la cultura laica favorevole al divorzio, ma anche con una parte dei credenti, che operano scelte diverse dalle indicazioni dei vescovi.
Durante la Quaresima 1974 il “Centro cattolico di cultura” di Comacchio promuove un seminario di Il cristiano di fronte al mondo che cambia, con Ancarani, Blanzieri, Cenacchi, Marinelli, Mori, Patruno, Samaritani. Sul periodico diocesano articoli e interventi mirano a una ricomposizione del
mondo cattolico e al dialogo tra diverse sensibilità. La frattura non è però componibile. Nel ’74 c’è stata la questione del referendum sul divorzio e ci siamo schierati a favore. Siamo stati contestati.
Le modalità della contestazione sono state ripugnanti e insopportabili. Resiste fino al ’75 e poi “Ho detto al vescovo: “Vado via”. “Finalmente, Giuseppe, mi sollevi, è un continuo lamentarsi di te. Mi dispiace, ma mi sollevi”…L’aveva pensato anche prima con Gaetano. Eravamo nel ’74 e avevamo deciso di lasciare quando Serafina Cernuschi-Salkoff ci ha detto: “La gente vi vuol bene, non potete andare via”. “Noi non vogliamo andar via per motivi sociali ma per motivi di fede, perché altrimenti la chiesa si spacca in due: quella dei preti dei poveri e quella dei preti dei ricchi”…Nel ’75 siamo venuti via e siamo andati a lavorare in fabbrica. Se non ci fosse stato questo clima io forse non sarei andato via così velocemente.

Non c’è stata solo la fabbrica pur così importante nella vita di Giuseppe c’è stato e c’è Macondo, con l’attività di aiuto e di sostegno a progetti di formazione e di educazione rivolti all’infanzia e all’adolescenza, in paesi dell’America latina, Brasile, Argentina, Messico; e dell’Africa, Sierra
Leone, Angola, Togo. Sono la continuazione, l’apertura, l’espansione dell’oratorio di Comacchio.
Ci sono le tante Macondo che ha incontrato e nelle cui pieghe dolorose è entrato, ma aveva imparato a farlo qui a Comacchio. Ci sono i mille incontri dei quali ci parla nei suoi libri e nell’articolo che apre Madrugada, la bella rivista, che col suo nome ci assicura che il sole sorgerà ancora e vincerà le tenebre. Le persone dalle quali e con le quali si è fermato e si ferma come già a
Comacchio, amico delle donne e degli uomini, amico di tutti. Andavo a prendere il giornale e ci mettevo due ore a fare duecento metri.

Ci sono i suoi libri, tutti da leggere: l’ultimo Vedo un ramo di mandorlo, quando è ancora è inverno fiorisce e ci assicura che la primavera ci sarà; prima c’è stato Piantare alberi e costruire altalene, la generosità di piantare alberi di cui altri godrà, ombra e frutti, ma buoni anche per costruirvi altalene
per il gioco dei fanciulli, pegno di liberazione di donne e uomini; ancor prima in Diario di un viandante e Camminando sul confine, percorre instancabile un mondo difficile, stabilendo contatti, camminando su crinali, attraversando e riattraversando confini con passo sicuro: Sono cresciuto in Valsugana: mio padre era un contrabbandiere

 

 

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