Rachida, piccoli passi e un groppo di contraddizioni

Rachida, piccoli passi e un groppo di contraddizioni

Donne in cammino a piccoli passi verso la consapevolezza di sé.

La figura bella e determinata di Tullia Carettoni con il suo impegno per i diritti di tutti e per l’emancipazione femminile mi riporta a tante altre che incontro. Donne in cammino a piccoli passi verso la consapevolezza di sé, come questa.

Rachida è una giovane donna dell’Est, sposata e con quattro bambini. Solo gli ultimi tre sono nati nel matrimonio. La prima figlia l’ha avuta nel suo paese da un uomo diverso che, saputo della gravidanza, l’ha fatta scegliere tra vivere da lui, con anche la sua prima moglie e i loro figli, o dimenticarlo. Rachida ha optato per la seconda ipotesi ma si è trovata sola, rifiutata dai familiari concentrati sullo scandalo più che sugli affetti, e costretta a prostituirsi per tirare avanti fino a che non ha conosciuto l’uomo che oggi è suo marito. Solo allora la famiglia d’origine l’ha perdonata. In cerca di lavoro e una vita più agiata il nuovo nucleo si è trasferito in Italia vicino ai fratelli di lei.

Io la incontro perché il marito esagera con l’alcol – da quando ha perso il lavoro succede spesso – e insieme al gomito alza anche le mani. Madre e bambini sono stati messi in protezione in una comunità ma pochi giorni dopo lei è tornata a casa coi figli.

Mio marito non beve più. Per lui quei dieci giorni sono stati come dieci mesi, ha visto che era solo e ha capito. Voglio dargli un’altra possibilità. Con lui mi sento più sicura, non ho più paura, c’è un uomo che mi protegge. Da noi è così, una donna non può stare sola, un uomo protegge la sua donna, non lascia che nessuno la tocchi o le faccia qualcosa di brutto.

È vero che a volte gli uomini bevono e quando hanno bevuto picchiano. Da noi è normale, tanti uomini picchiano, tanti ammazzano le loro donne. Ma io voglio far star bene i miei bambini, io vivo per loro. Qui c’è rispetto per le donne, c’è educazione, invece da noi le donne vengono trattate come cani. Sono arrivata in Italia per un motivo, per fare una vita con i miei bimbi perché da noi non c’è casa, non c’è nulla. Loro sono felici qua e io, quando li vedo così, sono contenta. Cuciniamo insieme, giochiamo. Non si picchiano i bimbi. Nessuno, si picchia. Quando parli l’altra persona ti può capire, ma se picchi non ti capisce nessuno.

Non è semplice per Rachida trovare un equilibrio tra tante dimensioni: il rispetto di sé e la gratitudine per lui cui deve una vita rispettabile e di minore o diversa sopraffazione; il desiderio che i figli crescano insieme al padre e quello di tenerli fuori da una violenza che potrebbe ripetersi; l’auspicio che le proprie figlie studino e siano in grado di farcela con le proprie forze e la convinzione che lei, come donna, non potrebbe vivere senza la protezione di un uomo.

Lavorare, per esempio, è una cosa che non ha mai fatto, e non è una scansafatiche, possiamo immaginarci che con quattro figli si sobbarchi sforzi non indifferenti, solo che proiettarsi all’esterno e riconoscersi per lei è impossibile. Come avvertono i finestrini del treno, “è pericoloso sporgersi”.

Oltretutto è vietato: solo perché ha chiesto aiuto quando il marito picchiava i familiari le hanno tolto la parola, i suoi bimbi non possono più passare il pomeriggio insieme ai cuginetti. Gli zii, cioè i fratelli e le sorelle di Rachida, hanno detto ai loro figli di stare alla larga da lei, di non giocare con i suoi bambini. Potrebbero insegnare ai loro figli a parlare con gli estranei di quello che succede in casa, potrebbero insegnare che si può desiderare una vita diversa da quella che si ha. Una disdetta, davvero.

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