Razza padrona

Razza padrona

Per quanto indietro la storia risalga trova una minoranza di uomini – ristretta o ristrettissima – padrona della ricchezza, delle sue fonti, delle vite di tutti gli altri.

Le forme cambiano e può essere diversamente raccontata, ma questa radicale diseguaglianza ne è una costante. Così pure l’atteggiamento nei confronti del resto dell’umanità, verso la quale nessun obbligo o vincolo è avvertito.

Fortebraccio – su un giornale che non c’è più: L’Unità – dedica uno dei suoi corsivi, Buon senso, a questo atteggiamento. È il 1968. Vi sono segni di possibili profondi cambiamenti, che non ci saranno. In Tribuna politica – viene da rimpiangerne la civiltà per le trasmissioni che ne hanno preso il posto – c’è Angelo Costa, presidente della Confindustria. A una domanda su la “contrattazione programmata”, non più che “un riguardoso faremo” proposto dal Governo, Costa appare meravigliato e infastidito. A Fortebraccio ricorda una commedia genovese dove il padrone Costa chiede al dipendente Parodi di guardare che tempo fa. Parodi si sporge dalla finestra e riferisce “Sciu baccan avremo acqua”, “Come avremo? Non siamo mica soci noi due”. Così il presidente Angelo Costa sembra dire “Come faremo? Non siamo mica soci noi”.

I padroni hanno una sola responsabilità – Milton Friedman, Nobel per l’economia rassicura – fare profitti, magari accompagnati da rendite. Da ciò deriverà vantaggio per l’intera società. Il tragico fallimento di un’esperienza, che si è detta addirittura comunista, ribadisce questa convinzione. Né i successi del modello cinese sembrano contrastare una diseguaglianza, di mezzi e potere, in crescita in quella società. Tra chi dubita che Friedman avesse proprio ragione c’è pure Martin Wolf, capo dei commentatori economici del Financial Times. Non basta “impegnarsi in una competizione aperta e libera senza inganni o frodi” se “lobbisti, donatori, finanziatori di ricerche accademiche” creano “le regole del gioco politico”.

Un gioco politico serio è quello “in cui le aziende non sponsorizzano spazzatura scientifica sul clima e l’ambiente, non uccidono centinaia di migliaia di persone incentivando la dipendenza da oppiacei, non fanno lobbying per ottenere regimi fiscali che permettono loro di nascondere i loro profitti nei paradisi fiscali, nel quale il copyright non viene esteso all’infinito, e nel quale non cercano di neutralizzare ogni forma di concorrenza e non si battono contro misure che proteggono i lavoratori dalla precarietà”. Ma un gioco fatto così non piace. Non garantisce gli stessi spropositati guadagni e poteri. Fortebraccio scriveva: “Si è padroni per grazia di Dio, un dio nel quale Costa e i suoi amici credono, anche perché scegliendoli ha mostrato, come dicono loro quando spiegano che non c’è nulla da cambiare, di avere buon senso”.

La grazia di Dio non c’entra nulla, sembra dire papa Francesco quando scrive: “Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del ‘traboccamento’ o del ‘gocciolamento’ — senza nominarla — come unica via per risolvere i problemi sociali…La fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, oltre a riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno”.

In un mio post, Gli epuloni e i lazzari, 5 giugno 2017, mi sono occupato del tema, sul quale da subito il Papa è stato chiarissimo. Ricordo qui solo una sua espressione per me particolarmente efficace. “C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri”. Viene piuttosto da chiedersi perché in tempi di suffragio universale “un pensiero povero e ripetitivo” continui ad avere successo. Vero che non si vedono alternative pronte, ma si vede pure, come nota Wolf, che le pratiche a quel pensiero ispirate “spingono le rendite e i profitti verso l’alto della scala sociale e la disperazione verso il basso”. È che i ricchi, a differenza dei poveri sanno essere uniti nel perseguimento dei loro interessi. “Per vincere devono impegnarsi in battaglie collaterali: guerre culturali, razzismo, misoginia, nativismo, xenofobia e nazionalismo”, annota ancora Wolf. Sono tutti campi nei quali occorre l’impegno di chi opera per il progresso. Questo invero consiste, lo scrive Condorcet, nel ridursi delle differenze tra gli Stati e al loro interno e nell’innalzamento dell’etica personale. Resta un buon programma di lavoro, collettivo e personale.

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