Rifugiati sì, migranti nì

Rifugiati sì, migranti nì

L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato il Global compact on refugees, un patto globale sui rifugiati non vincolante, per un più valido aiuto a chi ospita la maggior parte dei profughi.

Degli oltre 25 milioni nove su dieci vivono in Paesi chiamati con ottimismo in via di sviluppo. L’Italia ha votato a favore con altri 180 Paesi. Contro Usa e Ungheria.

L’Assemblea ha pure approvato il Global Compact for Migration, il Patto Globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare con 152 voti a favore, 5 contrari e 12 astenuti. I cinque contro sono i soliti Usa e Ungheria – capofila dei diritti disumani ai quali si sono aggiunti Polonia, Repubblica Ceca e Israele. L’Italia è tra gli astenuti.

Una mozione approvata dalla Camera ha chiesto infatti il rinvio della decisione. Anche in questo caso si tratta di un documento non vincolante: 23 obiettivi perseguiti attraverso diverse azioni suggerite. Riafferma, in materia di emigrazione/immigrazione, i principi di una comunità globale, fondata sui diritti fondamentali delle persone. Un po’ troppo per un governo nel quale spesso decide chi vuole strappare all’Ungheria il primato almeno in Europa di cieca crudeltà verso i migranti. Mi piacerebbe, piacerebbe anche ad altri, una diversa aspirazione del mio Paese, coerente con il suo passato e capace di leggere il presente.

In un post precedente, “Rifugiati e migranti in Costituzione” ricordo di aver scritto Avevamo cominciato bene il 24 marzo del 1947 in Assemblea costituente… e di aver proseguito richiamando appena un po’ il dibattito sul tema. Un recente libro, del giovane ricercatore Michele Colucci – “Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri” – ricorda che non passò una proposta di esplicito richiamo alla libertà di circolazione internazionale dei lavoratori. Di uno dei proponenti, Vittorio Foa, ho fatto cenno nel mio post precedente. Il dibattito e il risultato raggiunto in sede costituente avrebbero dovuto essere il punto di partenza per una legislazione lungimirante e non apparire oggi mete irraggiungibili, nella miseria che caratterizza la politica attuale.

Nel dopoguerra i governi italiani cercarono di fare dell’emigrazione una questione europea e in parte vi riuscirono, nei Trattati della Comunità europea del carbone dell’acciaio (1951) e di Roma (1957). Incontrarono allora la resistenza di Paesi europei d’arrivo della nostra, allora abbondante, emigrazione. Ma le nostre proposte finirono con il prevalere, con evidenti vantaggi sociali, economici, giuridici per tutti. Ora l’Italia ha più motivi di allora per assumere questo ruolo. Vi sono questioni alla sua portata e altre che solo una dimensione europea può consentire di vedere e affrontare. Conosce infatti contemporaneamente immigrazione ed emigrazione.

Per quel che riguarda l’immigrazione non c’è alcuna invasione, ma seri problemi sì: cattiva gestione del flusso migratorio impetuoso negli anni passati, un sistema di accoglienza squilibrato tra CAS e SPRAR (addirittura peggiorato dei recenti provvedimenti), un aiuto europeo miope, incapace di ricollocamenti e di un progetto complessivo coinvolgente l’UE e i paesi di provenienza, una popolazione invecchiata, impoverita, spaventata dalla convivenza con stranieri in particolare di “colore”. Per quel che riguarda l’emigrazione, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici) segnala che l’Italia è tornata ai primi posti nel mondo per emigrati, per la precisione all’ottavo, dopo il Messico e prima di Vietnam e Afghanistan. Forse sono davvero i “cervelli” quelli che fuggono. Viene da pensarlo stante la qualità di quelli che restano. In 10 anni l’Italia è “salita” di 5 posti nella classifica di quanti lasciano il proprio Paese per cercare fortuna altrove. Oggi gli emigrati italiani sono quanti erano nell’immediato dopoguerra: oltre 250.000 l’anno.

L’Unione Europea non ha la soluzione, anche perché si è arrestato il processo unitario verso la Federazione e ne paghiamo ogni giorno lo scotto. Ma può fare ciò che gli Stati nazionali non sanno, non vogliono, non possono. Affermata la propria competenza in materia può studiare e condividere l’analisi delle cause di migrazioni e immigrazioni, governare i flussi intervenendo sulle cause che li provocano, in particolare dall’Africa, con una sorta di piano Marshall (Europe for Africa), può promuovere l’effettiva inclusione dei migranti nei diversi Paesi. Stati nazionali ostili, xenofobi, chiusi non possono affrontare problemi di questa portata. Sono destinati al fallimento e a trascinare con sé l’Europa se questa non riprende con decisione il cammino verso la Federazione. Italiani furono i primi in piena guerra – con i confinati a Ventotene Colorni, Rossi e Spinelli – a indicare questa prospettiva. Possiamo ancora fare di più e di meglio che astenerci su un doveroso documento dell’Onu.

Vigna di Mauro Biani

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