Scuole aperte o chiuse: e se ci ponessimo alcune domande?

Scuole aperte o chiuse: e se ci ponessimo alcune domande?

Sono poco appassionata al modo in cui si svolge la polemica scuole aperte-scuole chiuse, mi sembra mal posta e può pure essere che tra qualche giorno, quando queste righe entreranno nel sito di Azione nonviolenta, sarà anche già stata risolta a livello nazionale.

Quanto a me, condivido le preoccupazioni di tutti per il rapido incremento dei contagi al quale stiamo assistendo e sono consapevole che occorre prendere ogni precauzione possibile per fermare quest’ascesa. Sul fatto che la scuola sia un punto cruciale non so dire, non l’ho capito. Ho delle domande, mi piacerebbe che nell’argomentare – per il sì come per il no – si provassero a dare risposte.

Quanta parte dei contagi degli ultimi due mesi è riconducibile a contatti nelle scuole? E ai contatti sui mezzi del trasporto pubblico che accompagnano i ragazzi a scuola e li riportano a casa?

Il contagio si sta propagando indifferentemente in tutte le scuole o in alcune fasce più di altre, tra primaria, secondaria di primo grado o di secondo (come dire elementari, medie e superiori)? In età diverse gli allievi possono avere differenti capacità di comprendere e osservare le regole ben motivate (i bambini in genere sono bravissimi) e un ragionamento si potrebbe fare.

La positività si diffonde dappertutto con la stessa facilità o specialmente in quelle che attraggono studenti da un circondario ampio? Ci sono scuole di paese o di quartiere, soprattutto primarie e secondarie di primo grado, nelle quali tanti bambini e ragazzi arrivano a piedi o in bicicletta. Se il punto è stare stipati su treni e pullman mentre in classe è tutto sotto controllo, in quelle scuole il problema non sussiste.

Il virus si sparge ovunque allo stesso modo o di più in scuole che, nonostante gli sforzi, non hanno aule adeguatamente ampie, ariose e igienizzate? Ci sono sedi che possono contare su spazi aperti, su classi più vaste in relazione al numero degli allievi, o che possono svolgere parte delle lezioni in altri luoghi (musei, biblioteche, centri educativi…). È tutto uguale a tutto?

E ancora, nel dire sì o no alla chiusura quanto pesano almeno queste tre funzioni della scuola: parcheggio per i più giovani mentre gli adulti lavorano, luogo di istruzione, luogo di educazione e socializzazione?

La scuola è su una bilancia insieme ad altri settori dei quali si paventa la chiusura, o il ragionamento è specifico?

Ecco, mi domando da tempo perché la questione debba essere affrontata come un monolite – tutti in aula, tutti a casa – e non si possa piuttosto stabilire dei criteri di attenzione – pochi, chiari e stringenti – e spronare le scuole, e più ampiamente le città, e allargando ancora le regioni, a fare una sorta di diagnosi della situazione, dati alla mano, e a proporre un progetto adeguato al contesto, in presenza o a distanza a seconda dei casi. Ci saranno situazioni dove è più ragionevole optare per la didattica a distanza, in tutto o in parte, e bisognerà impegnarsi per farla bene, prima di tutto appianando le diseguaglianze di accesso e sostenendo i docenti (non è vero che le piattaforme online costringono alla lezione frontale, si possono ormai fare sottogruppi, interagire in molti modi, ma ci vuole che la linea funzioni bene e il conduttore sappia sfruttare queste opportunità, così come i ragazzi, ma per loro è più facile). In altri casi si potrà proseguire in presenza, all’aperto finché è possibile, o in spazi più ampi, o su turni…

Ma già, per elaborare un piano di questo genere bisognava partire mesi fa mettendo in conto la possibilità di differenziare e di calare criteri precisi in contesti differenti, come differente è l’Italia, e finanziando gli interventi di volta in volta necessari. Anche se poi di fondi, probabilmente, ne sono stati spesi lo stesso, tra banchi, igienizzazioni e non so che altro. Di meno, di più, bene, male, non lo so dire. Mi mancano gli elementi. Ma questo modo di trattare la scuola come se fosse una cosa sola, e non lo è, proprio non mi soddisfa. Fare parti uguali tra disuguali, diceva don Milano, non è giustizia. Lui diceva egoismo e forse è vero anche in questo caso, rispetto alla poca voglia di spendere energie, oppure è chiusura mentale.

E poi per carità, non tutto dipende da Roma. Pochi giorni fa una collega mi raccontava – in videoconferenza – che nella scuola della nipotina un bambino, risultato positivo al coronavirus un venerdì, è stato portato a scuola ugualmente dai genitori anche il lunedì e il martedì seguente fino a che sono arrivati i sintomi e il segreto è stato svelato. Tampone per tutti, insegnanti alunni e genitori, con il tremore dei nonni. Qualcosa di più, anche a livello di responsabilità individuale, si potrebbe chiedere, perché la scuola continui a essere un luogo sicuro, dove è davvero possibile incontrare Maestri.

 

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