Totò: qui si esagera, qui si esagera!

Totò: qui si esagera, qui si esagera!

A me l’uguaglianza piace. Senza non ci sono né libertà, né fraternità, ma privilegio e subordinazione. La crescente disuguaglianza contrasta l’idea di progresso che mi è cara. La formula Condorcet: ridursi delle differenze all’interno degli Stati e tra le nazioni, e continuo innalzamento dell’etica personale.

Nel 1944 Capitini trae dall’esperienza in corso del Centro di Orientamento Sociale le Prime idee di orientamento: “La premessa della socialità, oltre ad un valore psicologico, di animo, ha un valore pratico; è critica e azione continua contro gli sfruttamenti, le disuguaglianze per privilegio, la cattiva amministrazione dall’alto, la boria degli aristocratici, dei borghesi…”.

Ancora nel suo ultimo scritto Omnicrazia non manca l’ottimismo: “Nella società di oggi c’è un continuo conflitto fra l’uguaglianza di diritto per tutti e le differenze di fatto; ma l’uguaglianza procede sempre, dal Settecento (l’inizio dell’età più nostra e più moderna, più critica, più libera e più aperta) diventando prima uguaglianza giuridica, poi politico-elettorale, quindi sociale-educativa, e ancora avanzando fino a prenderci profondamente in tutto. Nel suo scritto testamentario, Attraverso due terzi del secolo, scrive: “L’Europa, unita al Terzo Mondo e al meglio dell’America, elaboreranno la più grande riforma che mai sia stata comune all’umanità, quella riforma che renderà possibile abolire interamente le disuguaglianze attuali di classi e di popoli, e abolire le differenze tra i ‘fortunati’ e gli ‘sfortunati’… trattare tutti, nel modo più aperto, con crescenti uguaglianze, con la gioia di portare gli ultimi tra i primi”.

La “grande riforma” non è alle viste. Giuliano Pontara ci ricorda la correlazione tra diseguaglianza economica e sociale e malessere della società, fino alla barbarie nazista. Per Pat Patfort, “è la radice della violenza” per la subordinazione di “minore a MAGGIORE” che provoca reazione violenta con escalation, ovvero sfogo contro altra parte più debole, o contro se stessi. Quando il divario di mezzi e potere è così grande sono queste ultime le conseguenze più probabili.

I giornali, la televisione – Rai News ad esempio – ci ricordano che l’1% più ricco possiede più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone e che la metà più povera

3,8 miliardi – non sfiora l’1% di quella ricchezza. O, se si preferisce, 2.153 Paperoni detengono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone. In Italia la situazione è più equilibrata. Il 10% più ricco possiede solo 6 volte la ricchezza del 50% più povero. L’1% più ricco ha più del 70% più povero. Forse le cose si capiscono anche meglio se ne vede la distribuzione nella popolazione. Nell’estate dello scorso anno la ricchezza nazionale netta, valutata in 9.297 miliardi di euro, era così distribuita: il 20% più ricco aveva il 70% della ricchezza, il successivo 20% aveva il 17%, il restante 60% della popolazione il 13%. In vent’anni la distanza è cresciuta: la ricchezza del 10% più ricco è cresciuta dell’8%, quella del 60% più povero è calata del 37%. Si obietta che in Italia e altrove il problema non è la disuguaglianza, ma piuttosto la povertà. È l’impoverimento ad essersi raddoppiato con la crisi economica. Anche per me, fanatico di Ernesto Rossi e del suo Abolire la miseria, è un aspetto che interessa. Del resto la metà circa della popolazione mondiale vive con meno di 5 dollari e mezzo al giorno. Non è molto.

Diseguaglianze astronomiche e crescenti non sono comunque senza conseguenze disastrose e profonde per la democrazia e i suoi valori. Così la pensa anche Thomas Piketty. Nel suo Il Capitale nel XXI secolo, ha documentato l’aumento della disuguaglianza nei paesi industrializzati, risalendo anche ai secoli precedenti, indicandone la cause. Si sente spesso parlare dell’1% sempre più ricco ma le tendenze sono anche più chiare se prendiamo in esame, con Piketty, il centomilionesimo più ricco di tutti gli adulti del mondo: 30 persone su 3 miliardi di adulti nel 1987, 45 su 4 miliardi e mezzo nel 2013. Al netto dell’inflazione il loro patrimonio, già strabiliante, è cresciuto del 6,8% all’anno dal 1987 al 2013. Vediamo anche una tabella del 2010. Le classi popolari, il 50% della popolazione, hanno in proprietà il 5% del capitale totale sia in Europa che negli Stati Uniti; le classi medie, 40% della popolazione, hanno il 35% del capitale in Europa e il 25% negli Stati Uniti; i ricchi, il 10%, hanno il 60% del capitale in Europa e il 70% negli Stati Uniti. Se poi guardiamo all’interno della parte più ricca vediamo che l’1% dominante si appropria del 25% in Europa e del 35% negli Stati Uniti.

Potremmo pensare che non ci importa tanto del capitale. Procura molta preoccupazione, e magari non sappiamo come investirlo bene. Pensiamo piuttosto al reddito da lavoro in rapporto a quello da capitale. Tra il 2011 e il 2017 nei paesi del G7 – con Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti ci siamo anche noi – i salari medi sono cresciuti del 3%, i dividendi degli azionisti del 31%. Vediamo un’altra tabella del 2010, consapevoli che la diseguaglianza anche in questo ambito cresce. Le classi che indichiamo come popolari, 50% della popolazione, si dividono una quota del 30% dei redditi da lavoro in Europa, del 25% negli Stati Uniti; le classi medie, 40%, una quota del 45% in Europa e del 40% negli Stati Uniti; i meglio pagati, 10%, il 25% in Europa, il 35% negli Stati Uniti. Anche qui è forte la differenza all’interno delle singole classi. Se poi si considera il reddito complessivo si rileva come negli Stati Uniti il 10% più agiato riceve il 50% del reddito nazionale. Nei trent’anni successivi alla guerra era il 35%. Dell’Italia sappiamo che nel 2017 i percettori del reddito più elevato, il 20% cioè dei percettori, ne riceveva il 40%. Piketty, per ridurre la diseguaglianza, propone una tassazione progressiva sulla ricchezza, con proventi da reinvestire a favore dei più poveri.

La proposta non desta grandi entusiasmi. I ricchi non sono abituati e non solo in Italia. E non solo i seguaci di Cetto Laqualunque: Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e non riesci più a smettere! Si calcola che in generale solo il 4% del gettito fiscale derivi da imposte sul patrimonio. A me pare una proposta sensata e vantaggiosa rispetto ad altre soluzioni, che nella storia hanno mostrato di funzionare in senso egualitario. Walter Scheidel, in La grande livellatrice. Violenza e diseguaglianza dalla preistoria a oggi, individua quattro forze di dimostrata efficacia: le grandi guerre, il fallimento degli stati, le rivoluzioni e le epidemie. Paesi che hanno una moneta comune, l’euro, non possono non avere una fiscalità comune, verso uno stato federale comune. L’articolo 53 della nostra Costituzione dovrebbe assumere una valenza europea (e ritrovarla in Italia): “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Anche una modesta patrimoniale ci starebbe bene, evitando di evocare i Cavalieri dell’Apocalisse dei quali ci parla Scheidel.

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