Tripoli bel suol d’amore

Tripoli bel suol d’amore

Sono passati due anni da “Una giornata di svolta che autorizza speranza per il futuro della Libia” come disse allora Gentiloni.

L’accordo – firmato tra il nostro Presidente del Consiglio e il primo ministro libico Fayez al Sarraj – prevede consistenti aiuti dell’Italia alla Libia, impegnata a contrastare gli imbarchi verso il nostro paese e ad accogliere i migranti in centri attrezzati, per personale e materiale.

Un primo bilancio si può fare. La speranza nel futuro della Libia non appare incrementata. Dall’unità sotto un dittatore è passata a tre regioni in conflitto: Tripolitania, Cirenaica, Fezzan. La prima ha il sostegno dell’Italia, la seconda della Francia, nella partita che ha per posta il petrolio. La terza, all’interno, vive dei traffici di esseri umani, droga e armi provenienti dal sud. Quanto al tema immigrazione, l’azione svolta si caratterizza come un vero e proprio crimine contro l’umanità.

Un rapporto dell’Onu, fine 2018, all’attenzione della Corte penale internazionale dell’Aja e del Consiglio di sicurezza, documenta: “Privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali… i colpevoli sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali”. Un aggiornamento, del quale qualche giornale ha riferito, viene da un report di Oxfam Italia e Borderline Sicilia. Aggiunge orrore all’orrore nella descrizione di quanto avviene in Libia e sugli effetti del riportarvi chi ne sfugge. Un risultato nel ridimensionare il flusso c’è stato, con qualche effetto pure sul tasso di mortalità: 1 vittima ogni 38 arrivi nel 2017, 1 ogni 14 nel 2018, 1 ogni 4 nel 2019.

Tra le tante testimonianze ne propongo tre: la prima dal report dell’Onu, le altre da quello di Oxfam Italia e Borderline Sicilia. Sono tutti eritrei. La scelta ha un perché.

Vengo dall’Eritrea, sono entrata il Libia a gennaio 2017, sono stata rapita tre volte e portata ad Al Shatti, Bani Walid e al-Khoms. Lì eravamo 200 in una stanza. Non potevamo respirare né allungare le gambe. Ogni notte sono stata violentata da almeno sei uomini, alcuni libici, altri africani, per cinque mesi. Mia madre ha dovuto vendere la casa e impegnare tutto per pagare i 5.000 dollari che questi volevano. Ora sono incinta di uno degli stupratori”.

Due sono le esperienze di prigionia di un ventottenne. “La prigione di Bani Walid era un hangar mentre a Sherif eravamo rinchiusi in un tunnel sotterraneo dove si viveva costantemente al buio. In tutto ho vissuto un anno e mezzo di detenzione in entrambe le prigioni, dove tutti vivevamo in condizioni terribili, con tantissime persone che si ammalavano, senza ricevere cure. In molti sono morti e sono stati sepolti come animali. Le donne invece venivano violentate di fronte a noi. Venivamo picchiati ogni giorno dalle guardie carcerarie, che ci hanno costretto a chiedere un riscatto alle nostre famiglie”.

Il lieto fine dell’ultima vicenda ha provveduto un Ministro a renderlo il più amaro possibile. Adesso ci hanno detto che tutto il Governo era d’accordo. Il 16 agosto dello scorso anno la nave Diciotti, della nostra marina militare, salva doverosamente – come previsto dai trattati internazionali e dal diritto del mare – 177 naufraghi al largo di Lampedusa. Il 20 agosto, al porto di Catania, è vietato lo sbarco in attesa di un accordo dell’Unione europea sulla ripartizione dei profughi. Dopo una settimana la situazione si è sbloccata. Un ventinovenne ricorda: “A bordo della nave Diciotti le condizioni erano terribili. Era impossibile stare al sole ma c’era solo un tendone. L’ombra non bastava per tutti e quando pioveva ci bagnavamo. C’erano solo due bagni. Dopo due giorni che eravamo arrivati a Catania ci hanno distribuito dei vestiti e ci hanno detto che dovevamo fare la doccia. C’era un marinaio con un tubo che spruzzava acqua per un minuto su dieci persone alla volta, poste nude dietro un telo di plastica. Praticamente a nessuno è arrivata una goccia d’acqua. Quella è stata l’unica occasione, per noi uomini, di lavarci”.

Degli sbarcati cento eritrei arrivano tra le immediate proteste della popolazione nella notte del 28/29 agosto a Rocca di Papa. Appena possono se ne fuggono tutti verso la loro meta: Francia e Nord Europa. Neanche i giovani eritrei vogliono restare in Italia e ne hanno tutte le ragioni. A me la vicenda suggerisce la necessità di ricordare il nostro passato coloniale, nei confronti dell’Eritrea e della Libia. Sull’Eritrea ce ne sarebbero da scrivere. Io le ho dedicato due post, sicuramente non memorabili: Colonnello non voglio il pane (24 settembre 2017) e Un ponte d’amore tra Etiopia ed Eritrea (16 luglio 2018).

Della Libia che dire se non che si è celebrata la guerra coloniale del 1911, nella ricorrenza del suo centenario, con un intervento militare. Anche l’Italia, forse un po’ riluttante, vi ha preso parte. Il dittatore Gheddafi è stato ucciso. La Libia – ammesso che si possa usare un solo nome è ora più che uno Stato un’accozzaglia di bande, generalmente criminali, talora con apparenze istituzionali. Forse non è una buona idea ripercorrere la vicenda coloniale con le sue sofferenze e atrocità. Sono tempi questi nei quali molti rimpiangerebbero i fasti della Libia governata da Italo Balbo, dal 1934, per esservi abbattuto nel 1940 sopra Tobruk, ora nelle mani di Haftar, amico dei francesi e non nostro. Magari avremmo potuto trarne un presagio.

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