Una giornata di maggio radiosa c’è stata

Una giornata di maggio radiosa c’è stata

Molte delle speranze di maggio sembrano deluse per il permanere del pericolo di contagio. Così i fedeli vedono precluse le celebrazioni del mese mariano e io non riesco a fare il primo bagno che mi assicura salute, anche se un po’ di sole si annuncia il 18.

Niente “radiose giornate” quindi. Non le avrei chiamate comunque così. È dizione riservata a quelle del 1915: un’attivissima e composita minoranza interventista mobilita il paese alla guerra, già decisa da un colpo di stato politico militare.

Il 26 aprile a Londra, con trattato segreto, l’Italia s’impegna alla guerra in un mese a fianco della Triplice Intesa. Da quel giorno l’Italia è alleata con entrambi i contendenti. Lo è fino al 4 maggio, quando Salandra denuncia, con nota privata e riservata, la Triplice Alleanza, per violazione dei patti da parte dell’Austria. Era questo un patto nato dalla sigla proprio in maggio, il 20, del 1882 di un accordo tra Italia, Germania e Austria. In caso di attacco da parte della Francia o di due potenze prevedeva l’obbligo di intervento a fianco dell’aggredito e la sola neutralità se uno dei contraenti fosse sceso in guerra senza essere aggredito. Il patto, di durata quinquennale, è rinnovato e aggiornato: 1887, 1891, 1902, 1908, 1912. Quando la guerra comincia l’Italia, secondo la previsione del patto, si dichiara neutrale, non ritenendo gli alleati aggrediti.

Siamo alle radiose giornate. Ovunque imperversano gli interventisti, con motivazioni e accenti diversi. Deboli le repliche della maggioranza neutralista. D’Annunzio – già esule in Francia per debiti e ora ben remunerato – è attivissimo. Memorabili i discorsi del 4 maggio dallo scoglio di Quarto – c’era partito Garibaldi – e di Roma (12 e 13 Maggio):  “Voi volete un’Italia più grande non per acquisto, ma per conquisto, non a misura, ma a prezzo di sangue e gloria… O beati quelli che più danno perché più potranno dare, più potranno ardere… Beati i giovani affamati di gloria, perché saranno saziati…O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Il 20 maggio la Camera concede al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74. Vota contro il Partito Socialista. Ci voleva altra opposizione, fino all’insurrezione, secondo Matteotti. Il Partito passa al “
né aderire, né sabotare” dall’appello, con i sindacati, del 29 luglio 1914, “opposizione recisa ed implacabile alla guerra con ricorso a tutti i mezzi per impedire l’intervento italiano… più assoluta neutralità… rintuzzare i criminali propositi dei governi borghesi con tutti i mezzi”. A questo appello Matteotti si mantiene fedele fino alla fine. Nel Consiglio provinciale di Rovigo, 19 marzo del 1915, sostenendo un odg per la neutralità assoluta, afferma: “Una cosa soltanto è da deplorare da parte nostra: che il proletariato e il partito socialista italiano non sappiano in questo momento insorgere contro ogni guerra; perché soltanto così si preparerebbe la resurrezione dell’Internazionale, nella quale è la vera, l’unica libertà, del proletariato di tutte le patrie”. E ancora: “Noi non auguriamo e non desideriamo la vittoria di nessuno. Chiunque dei due raggruppamenti dovesse vincere vi sarà un popolo vinto che preparerà la rivincita per domani e quindi nuove guerre”, in La Lotta, 8 maggio 1915. Con lo stesso tono prosegue con altri interventi fino all’articolo, amaro, sarcastico, profetico, intitolato L’ultima vergogna, del 21 maggio 1915. È praticamente isolato. Il 24 Maggio l’Italia dichiara guerra all’Austria.

Arriva un’altra guerra e un altro maggio, C’è chi si preoccupa di renderne radiose le giornate. Sono passati giusto ottanta anni da allora. Ne parlano i verbali del consiglio professori del Liceo classico della mia città: 15 Maggio 1940, gli studenti ferraresi, con il Provveditore, i capi d’istituto e gli insegnanti, manifestano sdegno per il blocco anglo-francese e attaccamento al duce. Parlano il Provveditore da una finestra del Provveditorato e il federale Lino Balbo dalla casa del Fascio. L’imponente manifestazione studentesca è un modello d’ordine. 20, gli studenti di cultura militare sono in visita alla caserma di artiglieria. 27, seduta plenaria del consiglio dei professori: Vaccari è il primo degli insegnanti richiamati. Nei giorni 28, 29, 30 si tengono gli scrutini con “valutazione intonata alla gloriosa serietà del momento, senza però eccessiva liberalità offensiva per la scuola e l’educazione fascista”. 30, il Preside legge un telegramma al Provveditore: “Professori e alunni di questo Liceo Ginnasio concludono fatiche anno scolastico assicurandovi che hanno sempre ubbidito e creduto e pregandovi trasmettere Duce giuramento che sono pronti a combattere quando dove come Egli comanda e che io personalmente offro Duce, oltre mia poco valida vita, quella dei miei tre figli fiorenti giovinezza”.

La liberalità degli scrutini non risparmia a Silvano Balboni l’essere rimandato e poi bocciato ad ottobre. Non ripete però la seconda liceo. Si prepara privatamente e, alla sessione di giugno da privatista, ottiene la maturità nell’anno successivo. Continua nell’attività antifascista, che conduce in carcere tutto il suo gruppo, a partire da Giorgio Bassani, tra il maggio e il giugno del 1943. Non Balboni però, che è nell’elenco delle persone da arrestare. Il 18 maggio del 1943 è mobilitato come effettivo nella 36ma compagnia presidiaria destinata ad attività di polizia in Slovenia. L’aver sostenuto solo due esami nella Facoltà di Medicina, anziché i previsti tre, impedisce l’assegnazione nel Corpo di sanità. Il 19 giunge in territorio dichiarato in stato di guerra. Diserta immediatamente. Riprende la sempre più pericolosa attività di antifascista e partigiano nonviolento, correndo ogni genere di rischi, esulando in Svizzera solo dopo l’eccidio del Castello. Il suo comportamento in quel periodo appare addirittura temerario.

Bene lo ricorda Carlo Bassi: “nessuno in quegli anni 1940-1943 rischiò tanto e con tanta convinzione e serietà. Egli decise infatti dopo la chiamata alle armi, di disertare volendo affermare nella pratica le sue profonde convinzioni nonviolente. Quella decisione fu, da chi lo conobbe, considerata a dir poco una pazzia, se si pensa che eravamo in piena guerra e con il regime spietato con gli oppositori. Paradossalmente direi che è stato facile andare in montagna l’8 settembre, erano tanti in quel momento a prendere insieme quella decisione. Silvano Balboni era solo, compreso da pochissimi. Ma non ebbe dubbi, il suo rigore di giudizio su tutti i problemi politici, culturali e di impegno personale era tagliente, il suo parlare era veramente solo “sì sì, no no”, sempre con il sorriso sulle labbra. Per lui il fascismo era solo menzogna e non erano nemmeno proponibili i contrabbandi culturali di Ravegnani e di Bottai. Il suo maestro era Aldo Capitini, il profeta disarmato della religione aperta e della nonviolenza”.

Un giorno di maggio radioso ci fu dunque: il 19. Passò allora inosservato, clandestino direi. Forse è giunto il momento di ricordarlo.

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