• 14 Agosto 2022 6:34

Azione nonviolenta – Agosto-Settembre 2002

DiFabio

Feb 4, 2002

Azione nonoviolenta agosto settembre 2002

– Le 10 parole della nonviolenza in cammino verso il lupo di Gubbio, di Daniele Lugli e Mao Valpiana
– Dopo un anno nei territori occupati, sparare è diventato un orrendo gioco, di Uri Blau
– Una “terza forza” nonviolenta per riconciliare le parti, di Jesse Jackson
– “Soldato torna a casa”: arabi ed ebrei insieme contro l’esercito occupante, di Adam Keller
– A Praga in novembre un vertice stonato, di Paolo Bergamaschi

Rubriche

– Alternative
– Educazione
– Economia
– Storia
– Libri
– Lettere

Le dieci parole della nonviolenza in cammino verso il lupo di Gubbio

di Daniele Lugli e Mao Valpiana

Il Congresso del Movimento Nonviolento ha promosso, in continuità e sviluppo della Marcia del 2000 Perugia e Assisi “Mai più eserciti e guerre”, un appuntamento per tutti gli amici della nonviolenza a fine agosto 2003 (29, 30 e 31). Un cammino, un incontro. Tema centrale sarà il conflitto, nelle sue diverse manifestazioni e modalità di affrontarlo. Approfondire e diffondere la proposta nonviolenta ci è sembrato infatti necessario ed urgente, nella convinzione che “La nonviolenza è il varco attuale della storia”. Come luogo significativo abbiamo indicato Gubbio (la conversione del Lupo), ma molto resta ancora da definire su modalità e caratteristiche dell’iniziativa. Contiamo anche per questo importante aspetto sul contributo di tutti gli amici della nonviolenza. Pagine della Rivista, sito del Movimento www.nonviolenti.org, componenti il Comitato di coordinamento sono a disposizione per illustrare la proposta, mano a mano che verrà precisandosi ed arricchendo, e raccogliere e confrontare idee e suggerimenti. Ci piace immaginare un cammino laico accessibile a tutti, un momento da vivere insieme per più giorni, e un appuntamento finale, al quale possa intervenire anche il “lupo” per un dialogo davvero aperto.

Abbiamo pensato ad un percorso che ci porti a quell’appuntamento: 10 parole, una al mese, che ci accompagnino da ottobre 2002 ad agosto 2003. Ogni mese proporremo un tema di riflessione, illustrato da Azione Nonviolenta con articoli, citazioni di autori della nonviolenza, indicazioni bibliografiche. Le “parole” si rifanno alla tradizione laica e religiosa della nonviolenza in Francesco, Gandhi, Capitini e indicano degli ideali di riferimento.

E’ un materiale che pensiamo possa essere utile a singoli e gruppi, che intendono prendere parte a questo percorso ed apportare il proprio contributo. Il collegamento sarà assicurato, oltre che dalla rivista, dal sito del Movimento, al quale si invita a comunicare le iniziative ispirate al tema del mese, che saranno intraprese . Ulteriore collegamento tra i partecipanti può essere l’effettuazione di un giorno di digiuno (dal cibo, dalla televisione) al mese (il secondo mercoledì), che sottolinei il comune impegno. Confidiamo che la proposta sia accolta, arricchita, tradotta in concrete iniziative, tra loro comunicanti. Questo percorso, pensiamo, ci consentirà di precisare modalità e contenuti della manifestazione conclusiva e ne costituirà assieme la miglior preparazione.
Le parole che ci accompagneranno sono (tra parentesi la data indicata per il digiuno ed eventuali iniziative pubbliche legate a quel tema):

Forza della verità (numero di ottobre 2002) digiuno e iniziativa il mercoledì 13 novembre
Coscienza (numero di novembre 2002) digiuno e iniziativa il mercoledì 11 dicembre
Amore (numero di dicembre 2002) digiuno e iniziativa il mercoledì 8 gennaio
Festa (numero di genn-febb 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 12 febbraio
Sobrietà (numero di genn-febb 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 12 marzo
Giustizia (numero di marzo 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 9 aprile
Liberazione (numero di aprile 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 14 maggio
Potere di tutti (numero di maggio 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 11 giugno
Bellezza (numero di giugno 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 9 luglio
Persuasione (numero di luglio 2003) digiuno e iniziativa il mercoledì 13 agosto

Dal prossimo numero di Azione nonviolenta, e per i nove successivi, dedicheremo almeno una pagina al tema del mese, così da fornire adeguato materiale di approfondimento che ognuno potrà utilizzare per una iniziativa specifica, che potrà essere privata o pubblica (una riunione fra amici, una banchetto in piazza, un cartello esposto per strada, un messaggio al finestrino della macchina, ecc.) che abbia come titolo la parola del mese
Inizieremo il mese prossimo con la riflessione su “La forza della verità” per la quale si propone digiuno e iniziative il mercoledì 13 novembre, concluderemo il 13 agosto con la “persuasione”, per poi incontrarci tutti insieme a Gubbio a fine agosto 2003.
Ognuno di noi, ogni lettore di Azione nonviolenta, ogni iscritto al Movimento, è chiamato in questa occasione a “farsi centro” e promotore di una iniziativa, di una azione nonviolenta, anche se piccola e personale, o impegnativa e collettiva. Come diceva il titolo di una nostra Marcia: “…A ognuno di fare qualcosa”. Un modo per sentirsi uniti, in movimento, e per far crescere la nonviolenza dentro e fuori di noi.
Mai più eserciti e guerre:
la nonviolenza è il varco attuale della storia
Dopo un anno di combattimenti nei Territori Occupati, sparare è diventato un orrendo gioco.

Otto giovani soldati israeliani raccontano le loro paure, il loro odio, la voglia di normalità.

di Uri Blau *

Prima tentennavano, cercavano di sbagliare mira, puntavano a vuoto. Ora non fanno più domande. I soldati dell’esercito regolare segnano un anno dalla nuova Intifada. In una chiacchierata otto giovani uomini di Golan, paracadutisti, brigate di Nahal e artiglieri ammettono che per loro è diventato un gioco.
Al checkpoint bisogna “stare al segno”, ad Hebron eseguono “fucilazioni punitive”, e questo per i soldati israeliani diventa “meditazione”. Sparare e non piangere più.
Un anno è andato, segniamo ormai il primo anniversario dell’attuale intifada. I mass media hanno portato nelle nostre case ogni aspetto delle ostilità su entrambi i lati del fronte. Cittadini e soldati, riservisti, hanno consegnato le loro accuse ai quotidiani e agli studi televisivi. Quelli che raramente si sono esposti sono i giovani soldati di 19-20 anni, che da un anno sono al fronte. Molti di essi hanno prestato servizio in diverse aree: la Striscia di Gaza, Hebron, Ramallah, Jenin, i checkpoint. Sono cresciuti facendo l’abitudine a questo ritmo di resistenza e lacerazioni.
La maggior parte dei loro amici, non-in-combattimento, tornano a casa ogni sera o ogni fine settimana, proseguono le loro vite. E quelli che sono in prima linea, quando tornano a casa, si tengono per sé le loro storie.
Otto soldati di Gerusalemme, in servizio in diverse unità di combattimento, si sono incontrati lo scorso sabato sera per parlare di paura, stress, odio. Tutti hanno trascorso lunghi mesi nei Territori Occupati da quando l’intifada è scoppiata.
Accettazione, indifferenza e abbandono sono i toni dominanti della conversazione.

Qual è il vostro primo ricordo dei territori occupati? Qual è la prima cosa che vi viene in mente quando sentite la parola “territori”?
Roi (19 anni, paracadutista, vive nella parte nord di Gerusalemme, oltre la “green line”. Arruolato un anno e mezzo fa, ha prestato servizio a Hebron nei passati sei mesi):
La prima cosa che mi appare sono i bambini di 5-8 anni che buttano bottiglie molotov. Dovresti sparargli alle gambe, e non lo fai. Ad Hebron c’è molto contatto con gli arabi e con i coloni. Il confine non è chiaramente marcato, chi sono i cattivi, chi sono i buoni, i coloni o gli abitanti di Hebron. Chi sono i pazzi. La prima cosa che ricordo, sono i bambini.
Tzvi (20 anni, di Givati, vive a Gerusalemme. Arruolato 2 anni fa, è in servizio nella Striscia di Gaza): Sono arrivato nei Territori prima che scoppiasse tutta la situazione. Il mio primo ricordo riguarda la jeep della pattuglia di scorta. C’era ancora la pace, o così si supponeva, e noi siamo arrivati nelle vicinanze di Gaza mentre si svolgeva un matrimonio e siamo stati invitati ad unirci. Hanno sgozzato un agnello in nostro onore. Questo è il primo ricordo che conservo di tutta questa storia.
Roi: Cosa succederebbe se ci andaste oggi?
Tzvi: Non lo farei. In più la maggior parte dei villaggi, diciamo i primi 500 yards di terra, sono stati rasi al suolo da tempo. Non ci puoi più andare.
Le case dove eravate sono state rase al suolo?
Tzvi: Tra le altre. Questa è la parte meno drammatica della storia. Si vedono cose incredibili, laggiù. Gente seduta sotto i bulldozers, che ci prega di non demolirgli la casa. C’è un ragazzo che vive in una tenda dove una volta c’era la sua casa, e ora questa tenda è su un terreno che è stato annesso dai coloni. Ma ci sono molti aspetti peggiori. Di questo, voglio dire. Dei veri e propri progrom. I coloni arrabbiati arrivano con sbarre e forconi e appiccano il fuoco alle case. Proprio così. E’ successo dopo l’incidente con lo scuolabus.
Hanno ferito qualcuno?
Tzvi: No, non ricordo feriti. Però sì, è stato shockante.
Roi: Tzvi ha parlato di una casa e di una pecora. A Hebron è diverso. C’è in sostanza una mafia tra i coloni, la chiamano così. Non c’è nessun controllo. Possono fare tutto quello che vogliono. La polizia ne ha il terrore. Quando vai a Hebron per arrestare uno dei coloni che ha fatto un piccolo pogrom, è molto più difficile che arrestare un arabo in fuga. I bambini che buttano i sassi sulle vecchie signore arabe, è un fatto abbastanza comune, e i poppanti, buttano la loro merda fuori dalla finestra.
Come vi sentite al riguardo?
Roi: All’inizio, quando i coloni ci gridavano “Nazisti!”, mi dava sui nervi. Ma dopo esser stato lì per un po’ ed essermi seduto con loro alla festa del Sabato e aver ascoltato musica insieme a loro quando ero di guardia, finisci per conoscerli e parlarci insieme. I coloni di Hebron sono intellettuali. Quando ci parli, dopo un po’ non hai più voglia di fargli del mare.
Ran (20 anni, è arruolato in una unità speciale. Vive vicino a Gerusalemme oltre la “green line” ed è in servizio da un anno e mezzo, in Samaria): La prima cosa che mi viene alla mente? Il casino, il conflitto, la rivalità tra le due parti, situazioni diverse con gli arabi, con i palestinesi e con gli arabi israeliani. Ci sono tutti i tipi di conflitto, così si scatena un gran casino, ed è difficile da capire.
Erez (20 anni, vive vicino a Gerusalemme oltre la “green line”, si è arruolato due anni fa): Il mio primo ricordo è quando sono iniziati i disordini e siamo stati allertati e inviati in cima a certe colline. Intorno a noi c’erano degli arabi, e lì c’erano cinque roulotte, e noi eravamo un’intera compagnia su quella collina. Hanno alzato tende per tre o quattro famiglie. I coloni hanno dato per buono che noi fossimo lì, un’intera compagnia, per difendere tre o quattro roulotte.
Tzvi: Lo so che sono così. Sono capaci di strumentalizzare il mondo intero per servire la loro ideologia.

La guerra contro i civili

Come soldati che sono stati preparati per lottare nell’esercito, come vedete il fatto di confrontarvi con una popolazione civile?
Roi: Ovviamente preferiremmo lottare contro un esercito, non c’è neanche bisogno di dirlo. Ma è quello che ci tocca. Se dall’altra parte c’è un civile di 20 anni con un’arma in mano o un soldato, non fa nessuna differenza. Entrambi ti spareranno, così vedi, non fa molta differenza.
Yaron (21 anni, arruolato nella brigata di fanteria di Givati, vive a Gerusalemme. Sta per finire il servizio di leva. E’ in servizio nella Striscia di Gaza): E’ meglio esercito contro esercito.
Ran: Preferite lottare contro un altro esercito? Ma siete fuori di testa?
Yaron: Quando ti hanno addestrato hai capito che i Tanzim e la polizia palestinese vanno considerati nemici potenziali. D’altra parte, non sai se sono tuoi nemici oppure no. Questo è il problema più grande. Che tu non sai contro chi sei, chi è con te e chi è contro di te. Non puoi fidarti di nessuno, e non ci sono regole chiare.
Ran: Naturalmente preferirei non combattere un esercito. Non so se qualcuno di voi ha visto il film “Il risveglio del leone” sull’esercito egiziano (un documentario prodotto dalle Forze Armate israeliane). Sentite, il film fa vedere come non sarebbe affatto saggio mettersi in guerra contro di loro. Vieni fuori da questo film, accendi una sigaretta e dici: “Mamma mia, che situazione”.
Erez: Dici a te stesso che siamo fortunati ad essere in pace con l’Egitto.
Roi: Il film mostra che non abbiamo possibilità contro di loro.
Ran: Mostra quanto è grande il potere militare egiziano, che cos’ha e che cosa non ha. E l’Egitto è lo stato con l’esercito più forte, qui intorno.
Roi: Ti consolano dicendoti che la nostra motivazione è più forte, ed è così che vinceremo, ma fino a questo momento non è andata così.
Ran: Nonostante i nostri uomini siano migliori.
Erez: Non è vero.
Ran: Non sono sicuro che sia vero, e nemmeno credo che la nostra motivazione sia più forte.
Tzvi: Per voi è più facile uccidere dei bambini che dei soldati?
Erez: Io preferisco avere a che fare con i civili. So che la guerra contro un esercito si vede solo nei film. Non vi ho mai preso parte.

Il gioco del Checkpoint

Sentite che qualcosa è cambiato in voi da quando siete nei Territori? Quando ritornate a casa, vi accorgete che vedete le cose diversamente?
Tzvi: L’unica cosa che mi pare di aver capito in tutta questa situazione è che siamo tutti delle merde. Se fino a prima di andare nei Territori pensavo che noi siamo i cattivi e loro i miserabili, ora ho capito che in questo gioco siamo tutti delle merde. Cioè, non ci sono né buoni né cattivi. Forse c’è qualcuno più oppresso, ma siamo tutti delle merde.
E tu?
Tzvi: Io sono una merda.
Ci sei diventato o lo eri già da prima?
Tzvi: Io non so se sono diventato un mezzo, per il mero fatto di servire l’esercito. Anche se non sono esattamente d’accordo con le cose che faccio, onoro una causa in cui tutto sommato credo. Cioè che questa è la mia terra. Io non so se mi sono trasformato in una persona crudele, perché tutto quello che faccio è servire il mio paese.
Roi: Il tuo paese non stabilisce i tuoi principi.
Tzvi: Ma uno dei miei principi è che voglio servire il mio paese. E’ per questo che sono andato nei Territori. Ma se una volta ero abituato a pensare al nostro esercito come forza di occupazione e oppressione, e i palestinesi come della povera gente perseguitata, ora la linea di confine è diventata vaga.
Dubi (21 anni, fanteria nella pattuglia del Golan, vive a Gerusalemme. Per molto tempo è stato impiegato in Samaria ed ora sta per finire il servizio di leva): Ora sei indifferente a tutto. Voglio dire, arrivi a un punto che sei semplicemente saturo di tutto. Ci sparano, noi andiamo avanti, spariamo su chiunque ci colpisce, speriamo che finisca. Non puoi metterli tutti sulla stessa barca. C’è la barca degli Hezbollah, ci sono quelli che sono lì per sbaglio e non c’è niente da fare. Non sai mai chi sostiene chi, chi collabora e chi no. Così devi stare dritto al checkpoint e fermarli e farli aspettare per ore, perché se non lo fai verrai colpito.
Yaron: Una cosa che ho imparato nell’esercito è che non importa quanto ti diverti, è un gioco. Come soldato delle Forze Armate devi rappresentare questo paese, e devi farlo meglio che puoi.
Se te ne stai impalato e fai il tuo lavoro come un pesce lesso, i palestinesi dall’altra parte se ne accorgono e quelli che possono spararti lo faranno. Prima di tutto, quando sei al posto di blocco, devi stare al pezzo. Sì. Anche se ti fa sentire di merda. E’ la prima cosa quando sei ad un checkpoint, anche se ti fa sentire di merda e completamente pazzo, e chissà che altro.
Tu ti senti di merda?
Yaron: Dipende. Alcuni esagerano. Io non credo di farlo. Certe volte ti danno ordini che ti fanno uscire dai gangheri. Hanno stabilito degli standard, e non sono io quello che li può cambiare. Forse sembro severo. Per esempio, c’era l’ordine di non perquisire le donne. Però poi c’è stata una terrorista che ha cercato di accoltellare qualcuno, e un’altra che ha sedotto un ragazzino di 16 anni, e allora non puoi più generalizzare. Perché non puoi fare questi sentimentalismi, devi essere severo con tutte le donne e i bambini, con i vecchi e con le donne. Personalmente non dico di sentirmi bene quando mi approfitto di loro.
Ci sono persone che lo direbbero?
Yaron: Sì, ci sono, ma la cosa principale è tenere duro al checkpoint e urlargli contro, e se ti danno dei problemi, metterli tutti in fila. Dopo tutto, devi dimostrare chi è il più forte. Non puoi rischiare di sembrare troppo tenero.
Roi: E’ quello che ti dicono di fare o è quello che pensi?
Yaron: E’ quello che penso. E’ quello che è stato fatto a me. Sono diventato un attore. Potrei andare al Teatro Nazionale e fare il mio show.

Poveri arabi

Com’è la vostra vita dopo i checkpoint? Vi ha cambiato in qualche modo?
Yaron: Guarda, la gente ritorna a casa e riprende la sua vita. Io non credo che qualcuno potrebbe andare al parco, incontrare un arabo e chiedergli i documenti. Non ho visto niente del genere.
Ran: Improvvisamente si diventa più duri con gli amici.
Yaron: Inconsciamente, certo.
Erez: Questi posti di blocco, e il fatto che puoi trattare la gente a quel modo, ti dà fiducia in te stesso. Dico in generale, non io personalmente. A me proprio non piace trattare così la gente, prendere parte al gioco, come la mette Yaron.
Yaron: Voglio dire una cosa. La pensi così perché nessuno di quelli che erano con te è stato ferito.
Erez: No, non c’entra niente.
Yaron: Ti capiterà, e allora mi capirai.
Erez: Capisco come la pensi, ma personalmente faccio fatica.
Perché?
Erez: Perché penso davvero che siano povera gente. Cerco di immaginare me in quella situazione, e mi fa stare male. Io sono in un’area piuttosto tranquilla, loro sono buona gente. Vedi tutta quella gente venire ai posti di blocco con i familiari, insomma cos’hanno fatto di male? E’ difficile che lì ci sia la resistenza palestinese. Non gli importa. La gente sai vuole lavorare, portare a casa un po’ di soldi. Non vogliono star male. Quando trovano un blocco stradale diventano matti. Non hanno niente. Non possono andare a lavorare da nessuna parte. Quando io sono di guardia al checkpoint, porto quasi sempre la polizia di frontiera. Quelli cominciano a tenerli sulla corda, a sbatterli ovunque.
Dubi: Devono avere paura di noi, sennò domani ce la faranno pagare.
Roi: Io sono stato a Har Dov (sul confine libanese) e lì ti accorgi di essere in guerra. Esercito organizzato, tutto in ordine, e tu te la fai sotto. Nei Territori i confini sono così confusi che la tua unica possibilità per restare sano è smettere di avere paura. L’unico modo è sviluppare questa apatia folle. Come i coloni di Hebron che camminano in mezzo alla strada quando ci sono le sparatorie perché sono convinti che Dio li protegge e che non moriranno.
Siamo diventati come loro, a Hebron. Semplicemente, non puoi avere paura continuamente per tutto quel tempo, così alla fine non te ne importa di niente. Ti succede così, come essere umano. L’unica cosa che mi ha dato l’esercito sono i guai psicologici. Alla fine ti rende indifferente. Anche quando sei a casa. I miei tre migliori amici sono stati congedati per problemi mentali. Così, con tutto quello che sto attraversando, non ho nessuno con cui parlare. Torni a casa e devi tenerti insieme, perché tre ore prima ho vuotato un’intera tanica di ammoniaca, e ora improvvisamente sono a casa con i miei coetanei che vivono nel mondo dei sogni e non guardano nemmeno la televisione. Tutti i miei amici e un mucchio di gente a scuola vive completamente distaccata dalla realtà. Così, ritornando da Hebron, diventi più introverso nelle relazioni con la gente.

Bersagli presi e mancati

Nessuno di voi ha mai sparato a qualcuno?
Roi: Quando sono arrivato a Hebron non volevo sparare sui bambini. Ed ero convinto che se avessi ammazzato qualcuno, sarei diventato pazzo al punto da dover lasciare l’esercito. Ma poi ho ferito un uomo e non mi è successo niente. A Hebron ho sparato nelle gambe a due bambini e credevo che non sarei più riuscito a dormire la notte, e non mi è successo niente. E’ stato circa due mesi fa. Due settimane fa ho sparato a un poliziotto palestinese e non mi ha fatto nessun effetto. Diventi così apatico che non te ne frega più niente. Sparare per un soldato è la via per la meditazione. E’ come se fosse il tuo modo di scaricare la tua rabbia di essere nell’esercito. La esprimi tutta, quando spari. Come se non facesse nessuna differenza, quello che succede.
A Hebron c’è un ordine che chiamano “fucilazione punitiva”. Si tratta semplicemente di aprire il fuoco su tutto quello che vuoi. Ho sparato non su qualcosa che fosse un pericolo, ma intenzionalmente su finestre appena lavate. Sapevo che c’era gente che sarebbe rimasta ferita. Ripensandoci adesso, capisco che è una cosa idiota, e non so come ho fatto. Ma in quel momento c’era solo “sparare, sparare, sparare”.
Erez: Cosa intendi per “fucilazione punitiva”? Una reazione a qualcosa?
Roi: Ai loro spari. A Hebron c’è il fuoco punitivo. Mira a tutto quello che vedi. Macchine, cose, tutto quello che si muove. E’ davvero come sfogare la rabbia su qualsiasi cosa. Sparare ti rilassa, come una forma di meditazione.
Tzvi: Mi sembra un po’ una cosa malata, quello che ha detto Roi, che fucilare la gente sia terapeutico.
Roi: Tu non ti rilassi quando spari?
Tzvi: No, per niente. Non ne ho più nemmeno le energie. Sono completamente apatico. Ho avuto l’occasione, come tutti credo, per sparare a qualcuno.
Roi: Noi abbiamo una manovra di cinque giorni nei territori, nelle zone dove si combatte, e in sostanza i beduini non possono entrare. Gli ufficiali fermano i veicoli e chiedono, “Chi va là?” Io scendo dalla vettura, un altro ragazzo scende dalla vettura, e poi, a circa 300 yards da noi, vediamo un povero beduino, davvero, niente di più di un povero beduino che attraversa i pascoli intorno alla linea del fuoco. L’ufficiale dice “Okay, procediamo”. Non una parola. Niente. Lo sottomettiamo, una pallottola a sinistra del gregge, una pallottola a destra del gregge, e ancora un’altra pallottola.
Perché?
Roi: Perché uccidere è diventato così liscio, così banale.
Tzvi: Non so da dove vieni. Non lo so davvero. Forse viviamo in paesi diversi.
Roi: Il fatto è che posso convivere con questo.
Tzvi: Puoi vivere dopo aver sparato ad un vecchio che pascola le sue pecore? Davvero? Non lo so. Se il mio ufficiale mi ordinasse di aprire il fuoco su un pastore evidentemente inoffensivo, sparerei prima al mio ufficiale.
Joseph: A me non è mai successo niente del genere, un ufficiale che mi comandi di sparare sulla gente così, tanto per fare. Sono venuto a Hebron con la mia compagnia quando tutto era appena agli inizi. Era una compagnia di giovani. Siamo arrivati per la festa di Rosh Hashana, appena scoppiati i disordini. C’erano proprio un bel po’ di scontri, ma non ho mai visto nessuno fare “fucilazioni punitive”. C’erano casi in cui gli obiettivi non erano bene identificati, così abbiamo sparato sui sospetti, roba del genere sì. Case che potevano darci dei guai. Mi sono cacciato in situazioni che mi hanno dato delle preoccupazioni, qualche volta mi sono sentito in difficoltà anche a svolgere azioni totalmente giustificate. Quando sono stato a Hebron qualcuno camminava puntando un’arma sulla gente ed era ovvio che stava per sparare, così abbiamo avuto l’ordine di abbatterlo. Eravamo in tre e per nessuno di noi è stato facile aprire il fuoco. Tutti lo abbiamo fatto quando è stato assolutamente chiaro che stava mettendo in pericolo noi e i nostri compagni. Abbiamo aperto il fuoco quando è diventata l’unica possibilità di difenderci. Quando sai che stanno per colpirti, e la persona è stata identificata al 100%, e il comandante della compagnia ha ordinato di sparare, allora non c’è problema.
Roi: Non è proprio così. In battaglia i nostri ragazzi possono sparare perché gli tira il culo, oppure perché dall’altra parte c’è qualcuno armato. Per loro sparare a Hebron è come un videogame.
Erez: Se qualcuno – il mio ufficiale o il comandante della compagnia – mi dicesse: “Devi sparare su quella bambina di 7 anni”, io sparerei senza nessuna esitazione.
Davvero?
Erez: Sì. Perché è il nostro compito. Se lui pensa che sia necessario e mi dice di farlo. Io la penso così.
Non pensi con la tua testa?
Erez: Mi faccio la mia idea, dopo. La penso davvero così. E’ un crimine, ma dipende da quello che sta succedendo, no? Tu non lo sai, forse è una bambina di sette anni tenuta in ostaggio da un uomo armato, o chissà che altro. A una bambina di sette anni non si spara tanto per fare. Io non credo che qualcuno spari a una bambina di sette anni tanto per fare.
Nella brigata di Givati qualcuno ha ucciso un ragazzo di 14 anni, così per fare. Un soldato a Givati ha sparato a un ragazzo palestinese che è passato vicino all’esercito senza fare niente di male e il ragazzo è stato ucciso. E’ andata proprio così. Non lo so. Lo ha fatto.
Devo spiegare questa faccenda della bambina di 7 anni. Nel mio caso, perché sono un franco tiratore. Okay. Se ci fossero un bel po’ di terroristi vicino a una bambina di 7 anni o a una vecchia di 80 anni, sparerei. Non esiterei a sparare. Non c’è niente da fare. Mi sentirei da schifo, ma quello sarebbe il mio dovere.
Nessuno qui la vede diversamente?
(Nessuno)
Joseph: La maggior parte degli ordini che ho ricevuto avevano senso ed erano assolutamente corretti. Per quanto sia difficile sparare ad una persona, anche se ha un’arma in pugno e potrebbe colpirti – almeno per me non è facile – non ho dubbi che sia completamente giustificato.
Roi: C’è stato il caso in cui i ragazzi di Nahal hanno sparato ad un vecchio che non si è fermato quando hanno cercato di fermarlo, e lo hanno ucciso. Non c’era nessuna ragione per farlo. Ripensandoci adesso, se non sei nell’esercito, pensi che sia impossibile. Ma quando penso a quel soldato, mi sembra giusto. Non ci puoi far niente. Nei miei primi mesi a Hebron, non avrei sparato nemmeno a salve, sui bambini. Ero proprio contrario, spesso andavo a parlare con lo psicologo. All’inizio, quando dovevo aprire il fuoco su qualcuno, sbagliavo di proposito.

La resistenza sugli autobus

Avete mai rifiutato di eseguire un ordine? Nel caso, potreste rifiutarvi, se si tratta di un ordine sui palestinesi, o di evacuare gli insediamenti?
Joseph: Io darei l’ordine di evacuare i coloni da Hebron, se me lo ordinassero.
Yaron: Io ho partecipato all’evacuazione di Maon Farm. Non ti metti nei casini rifiutando un ordine, è da scemi. Siamo arrivati lì, un’intera brigata, proprio per evacuare qualcosa come 2.500 persone. Non che ci fosse un insediamento di 2.500 abitanti. Erano venuti lì come gesto politico, a farsi evacuare con un significato dimostrativo. Potevi essere uno di quelli che piantano casino e dicono: “Mi rifiuto di eseguire quest’ordine”. Non ti avrebbe aiutato. Quello che abbiamo fatto, io e molti miei amici, è stato semplicemente rimanere negli autobus e andare a dormire. Dico sul serio. Piuttosto che entrare in conflitto e finire in prigione per i buoni principi ed altre cazzate, sì, rimanere su un autobus e dormire. Cosa c’è di meglio?
Sul fatto di rifiutare gli ordini riguardanti i palestinesi, allora, la pensi come Roi, di sparare cercando di mancare il bersaglio?
Yaron: Se arrivi al punto in cui sei a tiro, non c’è tempo per i giochetti o per le seghe mentali, ricevi un ordine e lo esegui. Quando ci fai l’abitudine, e un pastore, un bambino, una ragazzina ti gira intorno, quello può essere un problema, come ha detto Roi. La gente ha certi grilli per la testa. Può essere che un giorno te ne stai seduto al tuo posto e hai della gente che ti gira intorno dove non dovrebbe, e tu chiami l’ufficiale di turno in quel momento, e lui ti dice di sparare e l’altro ufficiale lo stesso, sparagli nelle gambe. Dopo tutto, puoi usare la testa. E magari puoi cambiare un po’ le regole del gioco, puoi cavartela andando a dormire nel bus. E’ quello che ho fatto.

Turni di guardia

Siete orgogliosi di combattere per l’esercito israeliano?
Dubi: Ovviamente è una situazione di merda fare il soldato, ma cos’altro puoi fare? Voglio dire, ritorni a casa, vedi tutti i tuoi compagni che fanno un bel lavoro d’ufficio e non hanno un’idea di quello che sta succedendo in questo paese. Tornano a casa ogni sera, si fottono la fidanzata e tutto il resto. E tu, tu sei più fottuto ancora. Oggi si può essere fieri di andare a combattere. Giri per la città e la gente ti guarda in un modo diverso.
Tzvi: Io sono orgoglioso di servire il mio paese. Voglio dire, anche se ci sono cose contrarie ai miei principi, in genere sono orgoglioso di servire quest’insieme di cose che si chiama patria. Anche se Israele non si comporta esattamente come io penso che dovrebbe fare, è pure sempre il mio paese. Cerco di fare il mio dovere. Altrimenti non lo farei.
Roi: Io odio essere un soldato. Specialmente nei paracadutisti. E’ il corpo militare più schifoso.
Dubi: Perché hai scelto una unità che combatte in prima linea?
Roi: Stavo per uscire dall’esercito perché non lo reggevo psicologicamente, alla fine in qualche modo ho trovato uno straccio di motivo per impegnarmi. Non provo nessun senso del dovere verso lo stato o chiunque altro, non me ne frega niente. L’unica ragione per cui lo faccio è che i miei genitori abitano qui e quando io ero in terza elementare qualcun altro mi ha difeso, così ora è arrivato il mio turno. Non ci sono altre ragioni, niente di politico, religioso o altro. Solo che altri mi hanno difeso in passato e ora tocca a me.
Erez: Io non sono orgoglioso per niente di essere nell’esercito. Non lo so, non sento nessun impegno verso questo paese. Non volevo nemmeno arruolarmi, è stato un errore. Ma sono rimasto per via dei ragazzi della mia truppa. Ero in un buon gruppo, mi divertivo, e ora sono in imbarazzo. Non ho problemi con i lavori d’ufficio, non è quello il punto. Essere un soldato non è la cosa più importante. Ma ci sono rimasto già per due anni, finirò il mio terzo anno.

Dall’altra parte

Che vi piaccia o no, avete dato molto di voi stessi. Foste nati dall’altra parte, dove sareste ora?
Yaron: La cosa più difficile per me è scegliere da quale parte starei. La parte dei bravi lavoratori, quello che davvero ogni giorno vogliono andare a lavorare, guadagnare il pane per le loro famiglie, o la parte di chi vuole lottare e creare un proprio stato. Non so dire. Anche se capisci che stai dalla parte di chi lavora, quattro di quelli di Tanzim ti vengono a cercare a casa e ti minacciano, dicono “Oggi veniamo a sparare davanti a casa tua”. Dopo una cosa così, io non lo so da che parte ti metti.
Tzvi: Non c’è dubbio che se mi fossi trovato dall’altra parte, mi sarei unito a una delle fazioni, come se avessi vissuto lì per 55 anni, mi sarei aggregato a una delle organizzazioni illegali, perché è così che vanno le cose. E credo che chiunque si unirebbe agli altri per difendere il proprio paese, e non finirebbe in una unità militare per caso.
Joseph: Io non riesco a vedermi saltare in aria con civili e bambini, neanche se fossi dalla loro parte. Non mi vedo nemmeno a sparare a una ragazzina. Non mi vedo a decidere, COME HO FATTO, di uccidere una bambina di sette anni.
Tzvi: Forse ti sei saresti unito a un movimento di resistenza, non per sparare alle ragazzine ma per sparare ai soldati.
Joseph: Io semplicemente non so che cosa sia combattere. Probabilmente preferirei vivere la mia vita in pace e lasciar scorrere tutto sopra alla mia testa. Non ci sono in nessun caso. E’ difficile da spiegare. Sono davvero nella merda, adesso. È proprio dura. Io capisco la loro frustrazione. Specialmente i non terroristi, gli arabi comuni che vivono lì. Ma se anche fossi stato dalla loro parte, non credo mi sarei unito ad un gruppo terroristico.
Ariel (21 anni, paracadutista, studente, vive a Gerusalemme, è stato in servizio a Hebron e Ramallah ed è tornato tre mesi fa): Non è un fatto così facile da controllare. E’ una questione religiosa, e io sono religioso. Per loro non è solo il fatto che la loro vita è uno schifo. Hanno una religione, questi ragazzi. Anche la mia religione, come la loro, mi guida e io la seguo, e farei tutto quello che mi dice di fare. Se il comando è di andare a combattere, non ci sono limiti e spari su chiunque. Se io sento che devo farlo per me stesso e in questa vita, nel nome della mia religione, lo faccio. Ma per la stessa ragione, proprio come rifiuterei un ordine se il mio comandante mi dicesse di sparare a una ragazzina di sette anni, se io fossi lì nel Tanzim e mi dicessero di sparare a un soldato che non sta facendo niente, semplicemente sta lì a mangiarsi la sua pizza, mi rifiuterei (direi di no, non importa a che cosa). Ma se la mia religione dicesse che è per la salvezza della mia gente e della mia religione e di non so chi, lo farei. Questo è il problema, qui. Ran: è difficile fare questo confronto. Io non riesco, per quanto ci provi, a immaginarmi dall’altra parte. Ma credo che se fossi nei loro panni mi unirei a una delle fazioni in lotta. Guarda, tutti quelli che lo fanno stanno davvero male, chi è a posto no si unisce a queste fazioni.
Ti capita mai di provare compassione per loro?
Ran: Certo. Ci sono situazioni così. Casi dove dici a te stesso, “bene, lui vuole vivere, proprio come te.”
Erez: A me sembra che tutti capiscano perché gli arabi si comportano a quel modo. Io li capisco. Ma capisco anche la nostra parte. Non che io li capisco e non intendo sparare agli arabi seduti nella piazza del mercato. Sparerò volentieri. Perché capisco anche la nostra situazione, e non c’è niente che noi possiamo fare. Per me è così.

Nessuna scelta.

Sembra che, a differenza delle guerre precedenti, questa volta chi combatte non sente di avere tutte le ragioni dalla propria parte. Qui c’è una battaglia a cui ognuno di voi parteciperebbe anche se si trovasse dall’altra parte.
Erez: Certo, non è giusto. Ma non c’è altra scelta. Questo è il punto. Non hai altra scelta. Nessun’altra soluzione da trovare.
Joseph: Io penso che noi siamo nel giusto, questo non significa che non posso provare compassione per gli arabi, in qualche situazione. Forse penso che la costante chiusura di Hebron sia assolutamente giustificata. Ma non vuol dire che non mi facciano pena quelli che si trovano in questa situazione. Non li odio nemmeno per un secondo.
Roi: Però, la chiusura di Hebron va contro alla gente che non combatte.
Joseph: Vero, ma è giustificata.
Erez: Questo è il punto. Non è giusta, eppure non c’è altra scelta.
Joseph: Io non odio gli arabi. Penso solo che non ci sia altra scelta. Non vuol dire che non provo compassione per chi si trova nella Kasbah e deve restare in casa perché qualcun altro gli ha sparato. La giustizia è dalla nostra parte, ma non significa che odiamo gli arabi, o che non proviamo pietà per loro.
Roi: Io sento che qui sono un po’ diverso da tutti gli altri. Il nostro atteggiamento verso gli arabi, odio-amore-pietà, dipende dall’umore dei soldati. Se è un giorno che andrò a casa e sono felice e tutto va bene, o se è un giorno che non vado a casa e non ho voglia di stare sotto le armi, le conseguenze dei nostri stati d’animo si scaricano su di loro. È così che funziona. Secondo il mio stato mentale.
Che cosa succede quando hai il permesso di tornare a casa?
Roi: Personalmente, ritorno alla mia musica e non mi interessa nient’altro. Mi distacco da tutto. Perché se parli di questo quando sei a casa, cerco di svuotare la mente.
Non parli dell’esercito con i tuoi genitori? Con gli amici?
Roi: No. Solo con persone che sono nell’esercito come me. Non mi piace parlarne con gli altri. Perché ti trovi a commettere atti così inumani. Sei completamente distaccato dalla realtà. Mia madre, quando torno a casa, mi chiede sempre “Dimmi, hai avuto la possibilità di sparare?” Come se potessi dirlo a mia madre.
Ran: Io penso che come hanno detto gli altri, appena esci di qui cerchi di mettere da parte i pensieri. Ti togli l’uniforme e torni ad essere un’altra persona. Diventi quello che sei di solito.
Erez: Io continuo a sentirmi un tutt’uno con gli altri ragazzi.
Ran: Lo fai quando ti esponi un po’ di più, ma non entri mai nei dettagli.
Non continuate a pensare a quello che sta accadendo a 15 minuti da lì?
Erez: Non m’interessa.
Ran: Dici a te stesso “Le cose stanno così. Ora ho un po’ di tempo per distrarmi.” Ed è ciò che succede.
Dubi: Qualche volta sei proprio un’altra persona.
Tzvi: Quando sono iniziati i combattimenti, per un po’ di tempo, ogni volta che qualcuno sbatteva una porta o qualcosa del genere, mi sarei ficcato sotto al letto. Ma in sostanza non mi sono mai portato a casa le preoccupazioni del fronte. Non ne parlo con nessuno. Non entro nel discorso. Non è interessante.
Ran: Dici a te stesso, okay, ho fatto il mio lavoro, adesso mi riposo. Domenica, quando ritorni, tutto ricomincia da capo. Se parli con altri ragazzi, è a un livello molto generale. Sì, ora sono a Tul Karem, faccio così e colà. Resto sul vago. Ma qualche volta tutto scoppia all’improvviso. È successo tre settimane fa, quando sono tornato da un periodo di permanenza nell’esercito. Avevo appena finito l’addestramento, ed era stato veramente duro per me. Voglio dire, proprio duro. Ho sofferto. Così una volta quando i miei genitori mi hanno chiesto qualcosa, sono semplicemente scoppiato. Ho cominciato a dire, che bisogno ho io di fare tutto questo? Perché? Non è più un onore. Combattere era considerato un onore. Eri in una unità di combattenti, meritavi rispetto. La gente diceva: “questo ragazzo è al fronte, wow, è un campione. Che cosa dicono ora? Sei al fronte? Sei fottuto. Io sono in città, torno a casa ogni giorno, sto con la mia ragazza. Ho avuto una ragazza per due anni e mezzo. Ci siamo separati. Con chi sta adesso? Con un asino d’impiegato dei quartieri buoni della città, capito?

È giusto

Questa esperienza di guerra ha contribuito a formare la tua personalità, o è qualcosa di cui ti penti?
Roi: E’ stata una fregatura, emotivamente e psicologicamente. Ritornassi indietro, preferirei fare musica e continuare a suonare, e non andare al fronte.
Ran: Per me è diverso. Se mi guardo indietro, a un anno e mezzo fa, non cambierei decisione, e ho fatto un bel po’ di strada prima di arrivare nella mia unità. Sono ancora in addestramento, un periodo lungo. Certo, ci sono momenti in cui torni a casa e sei fuori. Incontri tutti i tuoi amici che fanno dei lavori qualsiasi in città o la tua ex ragazza. Metti da parte molte cose, quando ti metti in gioco. Prima di tutto non ci pensi più. Dici, faccio quello che posso, sono sicuro che riceverò molto di più in cambio. Non sono sicuro che sia vero. Ognuno prende una decisione per la propria vita. L’esperienza della guerra ti fa vedere tutt’un altro aspetto della vita.

* intervista pubblicata sul giornale israeliano “Kol Ha’Ir”
Traduzione di Elena Buccoliero

Io non sono un occupante. Ascolto solo la mia coscienza

di Uri Ya’acobi

Scrive un ragazzo, studente delle superiori, che ha deciso di fare obiezione di coscienza e di rifiutarsi di fare il servizio militare nell’esercito israeliano:

Tra due giorni rifiuterò l’arruolamento nell’esercito.
Andrò al centro militare, salirò insieme agli altri giovani sull’autobus e scenderò insieme a loro al Centro di Reclutamento a Tel Hashomer. A differenza degli altri, rifiuterò di farmi arruolare e, quasi sicuramente, verrò mandato in prigione. In prigione incontrerò altri due firmatari della “Lettera degli studenti delle superiori”, Yoni Yechezkel e Dror Boimel. Sono stati rinchiusi in carcere la settimana scorsa, perché a loro volta avevano rifiutato l’arruolamento. Proprio come farò io. E loro come me e molti altri israeliani capiscono che questa guerra, portata avanti dallo Stato di Israele nei Territori che ha occupato nel 1967, non è una guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre (esattamente come non lo furono molte delle guerre combattute nel corso della storia).
Quando i mezzi di informazione stranieri ci descrivono i carri armati israeliani che la fanno da padroni per le strade delle città palestinesi (chissà perché i media israeliani non ce ne parlano quasi mai), non ce la raccontano tutta. La triste verità è che l’esercito israeliano nei Territori non si limita alle devastazioni compiute dai carri armati per le strade. Nè le azioni militari si limitano a fermare le ambulanze con a bordo donne incinte ai posti di blocco. I nostri soldati si trovano in situazioni difficili, è vero, e alcuni di sicuro lo fanno per sbaglio … ma la verità è che uccidono bambini e vecchi che non sono in alcun modo collegati con il terrorismo! Distruggono case di intere famiglie e commettono altri atti, di cui la miglior definizione è “terrorismo”. Tutti questi sono atti imperdonabili, ai quali io e i miei amici ci rifiutiamo di partecipare. Sono azioni che vanno contro la giustizia. E non c’è alcuna ragione al mondo, certamente non il desiderio di colonizzare un altro pezzo di terra, che possa trasformarle in azioni giustificate dal punto di vista morale, come non c’è alcuna ragione al mondo che possa trasformare gli attacchi terroristici contro i civili israeliani in azioni moralmente giustificate.
Io non so se la leadership palestinese desideri veramente la pace, io non so se i palestinesi vogliono rimanere poveri e discriminati per sempre (anche se appare difficile che sia così). Ma so per certo una cosa: che i palestinesi non ci vogliono come forza di occupazione! So che non vogliono vivere in una situazione di guerra e di continuo spargimento di sangue. So che non sono loro che ci obbligano ad occupare le loro terre; non sono loro che ci hanno trasformato in forza di occupazione. Questo siamo abbastanza bravi a farlo da soli, senza il loro aiuto. Non vado affatto fiero del mio popolo o del mio paese. Non vado affatto fiero delle azioni che vengono compiute in nome della mia sicurezza. Né sono fiero del fatto che andrò in prigione perché mi rifiuterò di servire in un esercito di occupazione (e non sono fiero neanche dell’opportunità che mi viene data di soffrire per la mia scelta di principio). Sono fiero però del fatto che ascolto la voce della mia coscienza, e sarò felice quando un numero sempre crescente di persone ascolterà la propria coscienza e non gli ordini del comandante.

 

Una “terza forza” nonviolenta per riconciliare le parti

Il pastore evangelico Jesse Jackson, noto leader del movimento dei diritti civili negli Usa, sta progettando l’invio di una delegazione interreligiosa in Medio Oriente per promuovere una «terza forza» nonviolenta in vista della riconciliazione.
Le parti politiche sono ferme sulle proprie posizioni e né gli israeliani né i palestinesi hanno il coraggio di uscire dall’impasse», ha dichiarato Jáckson ai giornalisti il 24 giugno scorso a Ginevra, dopo aver incontrato rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec).

La Proposta di Jackson
“Dobbiamo avere una terza forza per riconciliare le parti; dobbiamo gettare un ponte e colmare il fossato, accedere alla società civile israeliana e palestinese”, ha dichiarato Jackson che, in questi ultimi anni, ha già guidato un certo numero di delegazioni non ufficiali ma di alto livello in zone in crisi, dall’Iraq alla Jugoslavia.
Jackson ha annunciato che stava effettuando il “lavoro preparatorio” per una visita in Medio Oriente. “La mia prima azione a livello mondiale in vista di questa missione”, ha precisato, “è stata questa visita al Cec, per ricercare l’autorità morale e la credibilità dell’organizzazione e per riunire una delegazione di personalità religiose internazionali che potrebbe farne parte”.
Il Cec ha “un immenso ruolo da svolgere, in quanto coordinatore della famiglia” delle chiese. Coloro che hanno lottato per la pace in Israele e in Palestina “hanno portato avanti una lotta coraggiosa, ma le loro voci non possono essere sentite. Hanno bisogno di visibilità. Hanno bisogno di sostegno”.

La politica «confusa» degli Usa
Secondo Jackson, la politica del governo Usa è “confusa” e sembra divisa in due opzioni: sostenere il primo ministro israeliano Ariel Sbaron e svolgere un ruolo di mediazione. «Forse gli Usa non possono dare un appoggio sostanzioso a una parte ed esercitare contemporaneamente il ruolo di arbitro.
Per questo il Cec, l’Unione europea, l’Onu, forse l’Egitto, devono svolgere un ruolo decisivo in quanto terza forza».
Konrad Raiser, segretario generale del Cec, ha ricordato “l’impegno attivo” e di lunga data del Cec rispetto alla situazione mediorientale. Tale impegno, ha detto Raiser, si situa “nello stesso spirito che sta alla base dell’impegno più diretto proposto dal pastore Jackson- lo spirito della lotta nonviolenta per la giustizia, la resistenza nonviolenta”.
Raiser ha ricordato che l’approccio del Cec si basa sulla testimonianza delle chiese a Gerusalemme e in Palestina per promuovere la fine della violenza e dell’occupazione.
Jackson è stato invitato dall’Autorità palestinese e dal Consiglio delle chiese del Medio Oriente a guidare una delegazione nella regione. La delegazione dovrebbe essere composta da responsabili cristiani, ebrei e musulmani.

L’importanza della nonviolenza

Predicando la domenica 23 giugno ai membri della Chiesa evangelica luterana di Ginevra, Jackson ha ricordato che le conquiste del movimento per i diritti civili negli Usa sono state ottenute attraverso la lotta nonviolenta.
“L,a nonviolenza mette in primo piano il vostro valore e le qualità umane dell’avversario – ha detto -. Essa disarma l’opposizione. E’ quella che Martin Luther King chiamava la forza di amare”.
Parlando della visione “di una terza forza religiosa in marcia da Jenin o Ramallah a Gerusalemrne”, Jackson ha sottolineato che il Medio Oriente ha bisogno di un “movimento nonviolento per la riconciliazione” e di “resistenza nonviolenta” per porre fine all’occupazione.
“Nessuna delle parti in conflitto ha la forza di guidare il movimento. E’ in questo vuoto che la chiesa deve alzarsi, la chiesa militante”, ha ribadito.
“Soldato, torna a casa”. Arabi ed ebrei insieme contro l’esercito occupante

Sabato 24 agosto, il potente esercito israeliano è stato colto di sorpresa da una manifestazione nonviolenta di attivisti israeliani e palestinesi.

In circa 400 ci eravamo dati appuntamento nel villaggio arabo di Kafr Quasem, sulla linea verde, per partire da lì alla volta di Nablus con un convoglio di aiuti umanitari per la popolazione ridotta allo stremo da ormai 64 giorni di coprifuoco. Nel giardino di una casa gli attivisti (israeliani arabi ed ebrei arrivati da tante parti del paese) ascoltano le spiegazioni degli organizzatori, l’Associazione Ta’ayush: “Abbiamo organizzato questo convoglio su richiesta della leadership palestinese di Nablus. C’è una gravissima carenza di cibo in città, particolarmente di latte; molte famiglie sono obbligati a sfamare i neonati con acqua zuccherata. Abbiamo con noi tre camion, carichi principalmente di farina e latte in polvere. Ma il nostro scopo non è solo consegnare questi aiuti. Vogliamo manifestare insieme ai palestinesi, per protestare contro il coprifuoco e contro l’occupazione. La gente di Nablus e gli abitanti delle città che attraverseremo per arrivarci, come Hawarah, ci aspetta e si sta preparando a scendere in strada con noi. Non sappiamo se riusciremo ad arrivare a destinazione. “Se l’esercito tentasse di bloccarci, ricordate una cosa: questa è una manifestazione assolutamente nonviolenta. Non rispondete alle provocazioni dei soldati e nemmeno a quelle dei coloni, se dovessero avvicinarsi.”
Partiamo su otto pullman, con i tre camion di aiuti. Entriamo in Cisgiordania e ci dirigiamo ad est sulla grande strada riservata ai coloni; l’uso di questa strada è proibito ai palestinesi nonostante sia stata costruita su terreno confiscato a loro. La strada è quasi deserta perché i coloni sono molto religiosi e non viaggiano di sabato. Percorriamo senza interferenze molti chilometri. Ma l’esercito ci aspetta vicino allo svincolo di Tapuach, dove la nostra strada incrocia quella che porta a nord, verso Nablus. Gli autobus e i camion si fermano vicino ad una piccola baracca verde ornata di volgari scritte razziste – opera dei coloni della vicina Tapuach.
Gli organizzatori di Ta’ayush vanno a negoziare il passaggio con gli ufficiali responsabili e noi ci prepariamo ad una lunga attesa. Le notizie filtrano a rilento, dal posto di blocco alla testa della colonna e poi giù fino alla coda. Il passaggio viene negato; i manifestanti propongono un compromesso: che si faccia arrivare fino a qui alcune centinaia di manifestanti palestinesi. Gli ufficiali non possono prendere una decisione così importante, bisognerà aspettare l’arrivo del colonnello, sembra che sia già per strada. Ma dopo un’ora il colonnello non si vede ancora.
A questo punto i negoziatori di Ta’ayush immaginano che gli ufficiali ci stanno solo facendo perdere tempo, che non c’è nessun colonnello in arrivo. Improvvisamente i portavoce dei gruppi comunicano una decisione: “Partiamo a piedi. Subito. Sbrigatevi.” Prendiamo in mano più barattoli di latte in polvere possibile e i cartelli che abbiamo preparato per la manifestazione. “Sicurezza per due popoli = Indipendenza per due popoli = Pace per due popoli.” “60 giorni di coprifuoco = 60 giorni senza cibo o medicine.” Ci incamminiamo per i campi, su per una collina e poi giù dall’altra parte, e sbuchiamo sulla strada per Nablus ben aldilà del checkpoint!
Prevediamo che l’esercito ci insegua e gli organizzatori ci distribuiscono delle belle fette di cipolla cruda – un antidoto ai lacrimogeni usato dai palestinesi fin dai tempi della prima intifada. Ma nessuno ci insegue: i soldati sembrano disorientati dalla nostra mossa improvvisa. Non ci sono ostacoli di fronte a noi e possiamo percorrere la strada verso nord indisturbati. Dopo circa 5 chilometri di cammino cominciamo a vedere delle case. Stiamo entrando ad Hawarah, pochi chilometri a sud di Nablus, una città stretta nello stesso coprifuoco di Nablus.
Ai margini della città l’esercito ha messo su in fretta e furia un posto di blocco. Gli organizzatori ci fanno fermare, così da ricompattare il gruppo. Poi formiamo dei cordoni compatti e avanziamo verso il checkpoint gridando: “Pace sì – Occupazione no!” e “I nostri partner per la pace stanno dall’altra parte del checkpoint!”
Improvvisamente, in un batter d’occhio, il posto di blocco è superato e siamo nella città di Hawarah! I militari non hanno sparato, non ci hanno bloccati.
Nel centro di Hawarah la strada è quasi deserta, nella morsa del coprifuoco. Ma mentre avanziamo gli abitanti palestinesi della città, all’inizio alcuni, timidamente, poi sempre più numerosi, scendono per strada per unirsi a noi. Poi sentiamo urla dalla testa del gruppo: dei soldati stanno cercando di trascinare via uno dei palestinesi, per arrestarlo. I manifestanti israeliani lo circondano, lo abbracciano e lo proteggono dai soldati. E i militari rinunciano. La scena si ripete varie volte, ma sempre i militari rinunciano di fronte alla determinazione nonviolenta dei manifestanti israeliani.
Poi, d’improvviso, la tattica cambia. I militari afferrano un israeliano e, prima che gli altri compagni riescano a reagire, lo portano via e lo fanno entrare in una macchina della polizia. Immediatamente centinaia di manifestanti si siedono in terra, tutt’intorno alla macchina, ne bloccano il passaggio. Dopo una decina di minuti di impasse, la portiera della macchina si apre e il manifestante (un giovane di Tel Aviv, con la barba e i capelli lunghi) viene fatto scendere. La sua liberazione è accolta da applausi. Poi, da sud, dalla direzione dalla quale siamo arrivati, sentiamo scandire degli slogan: “Yaskut Al-Ikhtila! – Abbasso l’Occupazione” e “Free, Free Palestine!” Si sta avvicinando un blocco compatto di centinaia di palestinesi: sono gli abitanti di Hawarah, principalmente giovani ma accompagnati anche da anziani e con alla testa il sindaco ed altri notabili. Il corteo israeliano si gira, va loro incontro per riuscire rapidamente ad inglobarli e proteggerli: tutt’intorno ai palestinesi si formano dei cordoni di israeliani che si tengono per mano. Così formiamo una scudo difensivo con i palestinesi al centro. I due gruppi si mescolano con tanti sorrisi, strette di mano e abbracci. Tra i palestinesi ci sono anche degli stranieri dell’International Solidarity Movement, che non stati affatto scoraggiati dall’arresto proprio ieri di due di loro, accusati dell’orrendo crimine di “consegna di aiuti umanitari”.
Gli scalini di un negozio diventano un improvvisato palco sul quale si alternano isrealiani e palestinesi che parlano con un megafono. D’un tratto si sente forte il rumore dei blindati dell’esercito che si avvicinano. Nei normali giorni di coprifuoco anche un solo blindato, con il suo minaccioso mitragliatore, sarebbe stato sufficiente a svuotare la strada. Oggi, l’intero convoglio di decine di blindati passa a lato della manifestazione ed ogni soldato viene apostrofato dai manifestanti israeliani e palestinesi in coro, con le parole in ebraico “Soldato tornatene a casa!”.
I militari alla guida dei blindati si voltano dall’altra parte, fanno finta di non vederci. Per un attimo, in questa polverosa strada di una città palestinese, abbiamo costruito una realtà alternativa: un’isola che si è liberata dell’oppressione quotidiana del coprifuoco.

A Praga in novembre Un vertice stoNATO

Di Paolo Bergamaschi

Pochi mesi orsono, nel corso di un’audizione alla Commissione Esteri del Parlamento Europeo, il Segretario Generale della NATO Lord Robertson concludeva il suo intervento rilevando come l’organizzazione da lui condotta fosse chiamata a scegliere fra “modernizzazione e marginalizzazione”. Nel delineare una nuova politica di sicurezza illustrava tre principi su cui fondare la lotta alle nuove minacce: indivisibilità del concetto di sicurezza, inclusività dell’alleanza pronta ad accogliere altri membri e miglioramento dei mezzi e delle capacità operative adattandole alle esigenze di “guerra al terrorismo”.
Nel frattempo il Congresso degli Stati Uniti, su iniziativa di Bush ha adottato il nuovo bilancio per la difesa con la stratosferica cifra di 379 miliardi di dollari (più o meno equivalente in Euro, quasi 800.000 miliardi in vecchie lire). Per il presidente americano, il rilancio dell’economia passa ancora una volta per la dilatazione delle spese militari in sintonia con i gruppi di pressione che hanno portato alla sua elezione. Per rendere l’idea la massima potenza mondiale spende oggi per la difesa il 4% del PIL contro il 2,6% della Gran Bretagna, il 2,4% della Francia, l’1,5% di Italia e Germania, l’1,3% del Belgio; questa cifra è superiore all’intero bilancio dell’Unione Europea; l’ammontare totale delle spese militari di tutti i paesi del mondo corrisponde oggi al 40% di quello che spendono gli Stati Uniti da soli.
Come rimarcava Robertson, nell’intento di portare acqua al suo mulino in funzione di nuovi investimenti dei paesi membri, la scelta degli Americani sarà sempre di più fra “agire da soli o non agire per niente”.

La Politica Europea di Sicurezza e Difesa
Da quando l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di una Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PESD) la questione della ripresa degli investimenti nel settore militare aleggia nei corridoi delle istituzioni continentali come un fantasma destinato prima o poi a materializzarsi. Le attuali ristrettezze di bilancio e i rigidi parametri del Patto di Stabilità per la moneta unica hanno impedito fino ad oggi che questo avvenisse ma non appena le condizioni lo permetteranno è presumibile che si riparta in grande stile. Gli Americani hanno bisogno di ridurre i costi trovando acquirenti per la propria industria così come l’intero settore dell’industria della difesa europea non potrà che trovare una boccata di ossigeno da un rilancio delle spese militari. L’ambizione europea di recitare il ruolo di potenza globale sta portando l’Unione ad una difesa comune prima ancora di avere definito obiettivi, procedure, meccanismi e coordinamento di una vera politica estera comune. E le sirene d’oltre-Atlantico sono particolarmente suadenti. Come riporta la stampa internazionale, infatti, l’americana Boeing e l’europea EADS hanno appena concluso un accordo di ricerca per un programma di difesa missilistica globale. Analoghi accordi sono stati raggiunti con l’italiana Alenia e la britannica BAE. La lobby europea dei mercanti di guerra è in fermento. L’intenzione di Berlusconi di nominare l’industriale Beretta come ambasciatore italiano (quindi piazzista del “made in Italy”) negli Stati Uniti non è casuale.

La nuova dottrina USA in Europa
Il Segretario della Difesa americano Rumsfeld durante il suo tour di giugno ha chiesto ai paesi europei di reinventare la NATO come forza capace di azioni offensive contro le crescenti minacce dei terroristi e degli “stati canaglia” che li sostengono. Ha altresì sollecitato la NATO ad andare oltre alla sua tradizionale definizione di “auto-difesa collettiva” portando la “guerra al terrorismo” ai terroristi con attacchi preventivi contro “le reti oscure e gli stati ostili” provvisti di armi biologiche, chimiche o nucleari.
Non occorre molta fantasia per prevedere quello che succederà nei prossimi mesi.

Riparte la corsa al riarmo
Intanto il prossimo vertice di novembre della NATO che si terrà a Praga si annuncia decisivo per il futuro dell’alleanza. Tre saranno i temi principali all’ordine del giorno: allargamento, revisione delle risorse e nuova dottrina. Sette sono i nuovi paesi che presumibilmente saranno invitati ad entrare nell’organizzazione (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania) aggiungendosi agli attuali 19 membri. Le capacità operative dell’alleanza dovranno essere commisurate ai nuovi compiti, il che significa impegni di stanziamenti supplementari per mezzi e tecnologia militare. La NATO dovrà, d’ora in avanti, essere pronta a colpire anticipando i potenziali nemici. Chi pensava che l’espansione dell’alleanza dovesse portare ad una progressiva diluizione della sua identità militare a favore di un ruolo più politico dovrà probabilmente ricredersi.

Addio alla prevenzione dei conflitti?
Ma a Praga non si deciderà solo il futuro della NATO. L’Unione Europea, infatti, sta negoziando da mesi un accordo con il Patto Atlantico per attingere alle risorse di quest’ultimo per la propria politica di difesa nel caso fosse chiamata ad agire in proprio. Se al vertice di novembre prevarranno i falchi anche l’Unione verrà risucchiata nel vortice del rilancio delle spese militari consegnandosi al ruolo di cliente della macchina da guerra americana. Questo vorrà dire indebolire l’altro caposaldo della sua politica di difesa cioè la prevenzione dei conflitti e la gestione civile delle crisi. Tradotto nella pratica ci saranno, ad esempio, meno risorse per ampliamento, partenariato Euro-Mediterraneo e Patto di Stabilità per i Balcani.
L’opinione pubblica europea, ammesso che ne esista una, sembra inconsapevole o indifferente a tutto questo. Siamo alla vigilia di una scriteriata ripresa della corsa al riarmo ma è come se non stesse succedendo niente. E’ tempo che l’arcipelago nonviolento torni a porre la lotta contro il riarmo al centro della propria attenzione.

pbergamaschi@europarl.eu.int

ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Progettare la trasformazione nella società di oggi

Nello scorso numero di Azione Nonviolenta abbiamo proposto di collocare il lavoro per la pace all’interno di diverse prospettive temporali, cercando di tenere insieme la pratica del progetto con la visione di un cambiamento nel lungo periodo.
Un passo ulteriore da fare, se vogliamo comprendere appieno le possibilità di trasformazione e il senso del nostro agire, è di inquadrare le nostre iniziative (siano esse il frutto di un progetto ad hoc o l’espressione di un gruppo organizzato e duraturo) all’interno della società in cui agiamo.
Potremmo paragonare i diversi livelli a una serie di cerchi concentrici. Anzitutto c’è il gruppo degli attivisti (o dei “persuasi”), gli animatori dell’iniziativa. Può trattarsi di un gruppo più o meno ristretto, di maggiore o minore esperienza, con poche o molte risorse a disposizione: ad esempio Azione Nonviolenta, o un’organizzazione che mette su un’iniziativa di educazione alla pace.
A un livello più ampio c’è la cerchia dei diretti destinatari dell’azione, nel nostro esempio i lettori di AN, o le persone che usufruiscono dei momenti di formazione offerti.
Generalmente tendiamo a focalizzare la nostra attenzione su queste due dimensioni dell’agire sociale. E senza dubbio è importante concentrare la propria attenzione sul buon funzionamento di un gruppo di lavoro e sulla qualità delle iniziative promosse.
Il resto della società sembra invece immerso in una nebbia che rende i suoi contorni indistinti. A volte possiamo sentirci come naufraghi che inviano “messaggi in una bottiglia”, sperando che qualcuno, da qualche parte, li ascolti. Ciò accade soprattutto quando ci confrontiamo con problemi di grande portata come una guerra o la regressione di una società intera a uno stadio di sviluppo che si credeva superato.
Chi lavora in situazioni di guerra aperta o di enorme violenza strutturale sa dell’importanza di orientarsi nel quadro più ampio delle forze politiche e sociali, nazionali ed internazionali, che hanno portato un conflitto o una situazione di sfruttamento ad essere quello che è.
Gli amici del centro giovanile Mladi Most, che dal 1994 lavorano a Mostar per costruire la pace e per superare le dittature dei nazionalismi, si devono confrontare con il fatto che l’obiettivo di una società in cui ogni individuo venga rispettato presenta enormi ostacoli e richiede un cambiamento politico, sociale e culturale di grande portata.
È utile, per non farsi schiacciare dal senso di impotenza (“come potrò cambiare un sistema così gigantesco?”), provare a identificare un livello intermedio di complessità all’interno del quale collocare le nostre iniziative. Un esempio potrebbe essere la decisione di orientare le iniziative a trasformare, nel breve-medio periodo, la città e la regione in cui si lavora.
Radicare un’azione sul territorio, fare in modo che il proprio operato trovi una risonanza a livello cittadino e regionale, non cambierà forse in un colpo solo la più ampia realtà sociale, nazionale ed internazionale con la quale dobbiamo fare i conti; ma è senz’altro un modo utile per ampliare il raggio di azione di organizzazioni e movimenti per la pace. A Mostar, oggi, il centro Mladi Most è assai conosciuto; e centinaia di ragazzi e ragazze in tutta l’Erzegovina hanno preso parte ai “laboratori creativi” e ai seminari di formazione sulla nonviolenza offerti dal centro.
Una seconda possibilità per arricchire la “mappa sociale” all’interno della quale situiamo il nostro lavoro è individuare le leadership intermedie che, in una situazione di conflitto o di ingiustizia sociale, possono essere avvicinate più facilmente e avere interesse a contribuire alla trasformazione: personalità politiche non di primo piano, intellettuali, giornalisti, leader locali rispettati, figure assai note nella vita pubblica. Con il tempo, si può formare una “rete di sostenitori della pace” in grado a sua volta di influenzare importanti decisioni politiche. Questo concetto è stato proposto dal già citato mediatore statunitense John Paul Lederach e da lui utilizzato in diverse occasioni per contribuire a processi di pace in vari paesi del mondo (tra cui il Nicaragua e la Somalia).
Questa struttura concentrica, dal gruppo di “persuasi” alla società, ci offre la possibilità di riflettere meglio sul senso della nostra azione.
Collocando le iniziative insieme nella prospettiva sociale appena descritta e nell’orizzonte del tempo – riflettendo quindi sugli effetti del nostro agire nell’immediato, e il suo rapporto i cambiamenti da qui alla prossima generazione – possiamo dare un significato a quel che facciamo.
La speranza è ciò che unisce il “qui ed ora” delle nostre iniziative con la complessità del mondo sociale in cui viviamo, i “piccoli passi” che facciamo nel breve periodo con il nostro sogno di trasformazione. Con le parole di Havel: “la speranza è la certezza che quello che si fa ha un senso, che abbiamo successo o meno.”

EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Teatro e nonviolenza nei Gruppi Educativi Territoriali di Reggio Emilia.

Appunti da un percorso non solo teatrale

Premessa
Lo scorso anno la decisione di intestare il nostro GET (1) a Martin Luther King aveva dato l’occasione di avviare un percorso teatrale finalizzato a far passare tra i ragazzi, del nostro colorato gruppo multiculturale, un’idea di soluzione dei conflitti con lo strumento della nonviolenza. E qualcosa era sicuramente rimasto. Ne abbiamo avuto conferma in settembre quando abbiamo visitato, come prima uscita del gruppo, a Scandiano la mostra “Dalla guerra alla pace” e, al ritorno, con alcuni ci siamo fermati, su loro richiesta, in salotto a provare a rispondere alla semplice ma complicatissima domanda: “ma noi cosa possiamo fare per la pace?”.
Ed intanto c’era stato l’11 settembre, con il suo carico di morte su civili innocenti, che aveva colpito la sensibilità profonda di tutti, adulti e ragazzi, e c’era stata la ritorsione americana che aveva portato altro carico di morte su altri civili innocenti. E c’erano alcuni dei nostri ragazzi di cultura islamica che a scuola venivano apostrofati con il nome, nell’immaginario collettivo carico di significati negativi, di Osama Bin Laden, e la risposta violenta di qualcuno di questi. E c’era infine anche per noi educatori, per il nostro ruolo sociale e culturale, la domanda di fondo, di fatto inesplorata: “ma noi cosa possiamo fare per la pace?”.
Nasce da tutto ciò, in lunghe riflessioni d’equipe, l’idea di osare, di affrontare in pieno, e nel pieno della crisi afgana prima e palestinese poi (per tacere delle altre crisi permanenti), il tema della guerra e del suo superamento verso un orizzonte di pace, con lo strumento del teatro. E non solo.
E così è partito un percorso di lavoro tematico, sviluppato lungo l’intero corso del l’anno, che ha coinvolto quasi tutti i ragazzi, progressivamente quattro laboratori – teatro, burattini, clown e falegnameria – e, in misura diversa, tutti gli educatori più tre esperti esterni.
Questo è il tentativo di raccontare una parte di quest’avventura, il laboratorio teatrale che ne è stato il centro propulsore.

Percorso
La prima uscita con il gruppo è per visitare, subito all’inizio dell’anno, la mostra Dalla guerra alla pace, curata dalla Piccola scuola di pace di Scandiano. La mostra è sobria, semplice, ma efficace, e per i ragazzi un’esperienza coinvolgente, che affrontano con un’attenzione ed una curiosità partecipe che supera le nostre aspettative. G., che ha vissuto con la propria famiglia la guerra in Kossovo, si commuove e con lei L. Tutti ne sono scossi. Tutti lasciano un messaggio, più o meno ingenuo e colorito, di ripudio della guerra. Ed all’uscita, sulla strada del ritorno ed infine al GET se ne parla ancora. A., in maniera quasi ossessiva, ci chiede ma noi cosa possiamo fare? E le nostre risposte, piuttosto vaghe, sono inadeguate a soddisfare il bisogno istintivo di agire.
L’idea di lavorare sul tema della guerra e della pace, che aleggiava tra noi dopo l’esperienza teatrale dell’anno precedente, rinforzata dalle vicende dell’11 settembre, giunge così definitivamente a maturazione. Parte il laboratorio teatrale, che vuole si costruire uno spettacolo ma soprattutto creare emozioni e consapevolezza su qualcuna delle cause della guerra e su qualcuna delle possibilità – tra quelle che dipendono dalle scelte di tutti – della pace.
Il laboratorio è condotto da Caterina Lusuardi, educatrice, artista ed amica della nonviolenza, e da me, che l’aiuto nel pensarlo, annoto le osservazioni, scatto le foto. E’ un laboratorio itinerante: alcune tappe si svolgono al GET, nel salotto troppo piccolo e inadeguato, altre nel teatrino della chiesa di San Maurizio, altre ancora nel salone del ballon express.

Il primo giorno di laboratorio, sgombrato il salotto del GET da sedie, tavoli e divani, seduti a terra in cerchio con una valigia in mezzo al gruppo, è partito il lungo viaggio dentro la guerra, senza che nessuno di noi avesse ben chiaro come ne saremmo usciti.
Un foglio bristol per ogni ragazzo, un mazzo di giornali intorno all’11 settembre ed all’avvio dei bombardamenti USA sull’Afganistan, alcune foto, una radio che trasmetteva rumori di guerra, una luce soffusa, forbici, colla e pennarelli, sono stati i nostri primi compagni di viaggio sul tema “che cos’è la guerra”. Ciascun ragazzo ha costruito il proprio cartellone esprimendo il suo sentire. I ragazzi più attratti dalle immagini di armi ed esplosioni, le ragazze dalle scene di dolore e lutto familiare; nell’insieme ne è scaturita una piccola mostra improvvisata, che tutti hanno visitato lasciando un messaggio per ogni cartellone, dove il lavoro di ciascuno – più ingenuo o più profondo – non ha comunque fornito spazi alle banalità.

Gli appuntamenti successivi, di laboratorio teatrale vero e proprio, sono stati i momenti di lavoro più profondo, dove sono venute fuori con maggiore nitidezza le emozioni di ciascuno, la propria energia ed aggressività, la capacità di stare in gruppo, le difficoltà di concentrazione ed infine il rapporto personale, ed in un caso il vissuto, con il tema della guerra.

Con il nuovo anno solare, piano piano, lo spettacolo comincia a prendere forma e la nostra valigia si arricchisce di alcuni elementi che ne rappresenteranno, di fatto, i simboli e la scenografia principale: i bastoni per i ragazzi, i veli per le ragazze. Con i bastoni si mima il combattimento e si costruiscono le croci, con i veli si rappresenta il dolore e si trasformano in sudario.
I ragazzi imparano dei passi di marcia, le ragazze dei passi di danza. Si lavora sui simboli e sulle emozioni . Ogni tanto ci si ferma a riepilogare il senso di quanto stavamo costruendo tutti insieme, a provare a far connettere nella testa di ciascuno il “pezzo” teatrale da un lato con il problema sempre vivo della guerra (anche se i mezzi d’informazione ormai, volti a rincorrere l’ultimo evento, non ne parlano quasi più) e dall’altro con gli altri “pezzi” dello stesso spettacolo, contemporaneamente in costruzione negli altri laboratori.

E viene il tempo della gita di Pasqua: andiamo a trovare Paride Allegri, ottantenne partigiano e nonviolento, nel Centro per la Riconciliazione tra i popoli di Ca’ Morosini a Vezzano sul Crostolo. I ragazzi ci riservano una sorpresa veramente inaspettata: ascoltano in silenzio per oltre un’ora il racconto della guerra, della resistenza, della scelta della nonviolenza, che questo vecchio vestito di bianco, seduto in mezzo a loro, narra lucidamente ma con voce affaticata. E poi le domande pertinenti e la viva curiosità sui sistemi ecologici con i quali si alimenta la piccola comunità che vive a Cà Morosini.
E poi viene il 25 aprile, con la splendida giornata organizzata dai GET in piazza San Prospero a Reggio, ed è l’occasione per proporre un’anteprima dello spettacolo; di quel pezzo, provato e riprovato, che finisce con il dolore della morte e che attende ancora il seguito per alimentare la speranza della pace. Ma intanto la piazza – distratta da una moltitudine di ragazzi, dalle “contrattazioni etiche” dei prodotti dei loro laboratori alle bancherelle, da un susseguirsi ininterrotto di spettacoli di tutti i GET sul tema della pace – per un attimo si ferma, tace e si emoziona. E poi scrosciano i primi applausi. E per tutti sono meritati.

Rimane da fare ancora l’ultimo sforzo: entrare di più nel dolore della guerra, farlo sentire ai ragazzi ed al pubblico, e poi uscirne. Ma non per volontà di qualcun altro, ma per decisione e responsabilità loro, delle ragazze e dei ragazzi, delle donne – non più rassegnate – e dei loro uomini – non più lasciati andare.
F. e A. ci aiutano a raccontare la tortura, a torso nudo, bendati, esposti al pubblico. Le ragazze leggono le loro lettere struggenti, mentre i più piccoli fanno scorrere la tempera rossa – il sangue – sul telo bianco. Sarà il momento più toccante di tutto lo spettacolo. Per loro e per il pubblico.
Le ragazze, dando forma alle nostre intuizioni, ci aiutano a uscire dalla guerra: prendono i bastoni ai guerrieri, ancora e di nuovo – come sempre accade – pronti per la battaglia, li ammucchiano insieme e portano via ciascuna il proprio uomo.
Le armi rimangono li, abbandonate, spazzate via sull’onda del valzer dell’amore da clowns folletti che irrompono all’improvviso sulla scena.
Lo spettacolo completo, mostrato alla scuola ed alla città, avrà tre repliche.
Way? Perché la guerra? ne sarà il titolo.

Dopo, cosa rimane?

Quante delle emozioni fatte vivere agli educatori, al pubblico dei loro familiari e amici, dei loro compagni di scuola, del quartiere rimangono anche in loro, nei ragazzi protagonisti di questa avventura?
I partecipanti al percorso sono quattordici, sei ragazze e otto ragazzi; cinque italiani, tre marocchini, cinque ghanesi, una kossovara; le età comprese tra i 12 e i 16 anni. Una bella diversità.
Con tutti abbiamo lavorato contemporaneamente sul tema – la guerra e i modi, almeno uno, per impedirla o fermarla – e sull’espressione delle emozioni individuali; sulla concentrazione e sulla costruzione del gruppo; sulla abilità corporea e sulla recitazione; sulla presenza scenica e sulla dimensione del simbolico.
Infine cosa è rimasto? Non è forse il mantenere aperta questa continua sfida che dà senso alla nostra professione di educatore, specie se nello svolgerla ci si ispira alla nonviolenza?

Pasquale Pugliese

(1) I GET sono un servizio pomeridiano del Comune di Reggio Emilia, articolato sui quartieri, che si occupa di prevenzione sociale attraverso la promozione educativa con ragazzi pre-adolescenti e adolescenti.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Quale economia nonviolenta nelle nostre associazioni?

Raccolgo volentieri la proposta della mozione Salio, votata all’unanimità al Congresso del Movimento Nonviolento e volta ad approfondire i concetti legati all’economia nonviolenta.
Le esperienze di economia alternativa più spesso analizzate riguardano realtà rurali e/o comunitarie che cercano di interpretare gli insegnamenti gandhiani: vivono di ciò che producono, cercano di avere il minimo impatto ambientale, dedicano la maggior parte delle energie al raggiungimento di obiettivi in linea con gli insegnamenti del Mahatma.
Ma esperienze altrettanto interessanti di interpretazione dell’economia nonviolenta sono quelle che si sviluppano, nella vita di tutti i giorni, all’interno delle associazioni e dei movimenti che propagandano la nonviolenza e la considerano non solo uno strumento, ma un obiettivo: quelle cioè di cui la maggior parte di noi è componente attiva.
Come si comportano queste associazioni nella vita quotidiana? Come si pongono di fronte a temi quali la trasparenza, la democraticità, il coinvolgimento, ecc? Si può misurare quanto queste realtà seguano concretamente quanto teorizzano?
Prendo spunto da un’altra mozione del Congresso, presentata da Davide Caforio e avente a tema l’adesione a Banca Popolare Etica, per analizzare come la Banca stessa ritiene corretto valutare l’eticità dei soggetti che richiedono un finanziamento. Banca Etica sottopone ai candidati un questionario che l’ha resa piuttosto famosa, chiamato Modello di Valutazione Socio-Ambientale, che ha la pretesa di misurare quantitativamente il grado di eticità del soggetto. E’ suddiviso in nove parti, che dovrebbero riassumere tutte le aree in cui l’etica è posta in discussione:

1)partecipazione democratica
2)trasparenza
3)pari opportunità
4)rispetto dell’ambiente
5)qualità sociale prodotta
6)rispetto delle condizioni di lavoro
7)volontariato
8)solidarietà verso le fasce deboli
9)legami territoriali

Ciascuna parte contiene domande relative a quella tematica, con risposte graduate da un valore minimo ad uno massimo. Per esempio, tanto per toccare un aspetto che può costituire criticità per le associazioni, al punto uno viene chiesto quante assemblee vengono svolte annualmente, quanti soci partecipano di solito alle assemblee e se è prevista una rotazione tra gli organi di governo. Molte realtà di volontariato sono guidate dalla figura carismatica del fondatore o di un leader, che con la sua generosa ma ingombrante presenza può mettere in ombra o allontanare altri soggetti desiderosi di maggiore autonomia decisionale. La suddivisione delle competenze e quindi delle responsabilità è vista come un elemento che arricchisce, che evita ai movimenti di dipendere dallo stato di salute di una sola persona, da perseguire quindi dove le decisioni importanti non vengono prese collettivamente.
Al punto due si trovano invece domande relative alla circolazione delle informazioni all’interno dell’ente, al suo esterno e se viene redatto un bilancio sociale: viene dato per scontato che esista comunque un bilancio economico, ma in quanti casi questo non avviene? Alcune associazioni si limitano a compilare il bilancio richiesto dalle legge a chi deve chiedere finanziamenti pubblici, composto cioè da voci incomprensibili a chi non è perlomeno commercialista: la trasparenza riguardo ai flussi di denaro che circolano (da dove arrivano e dove vanno), oltre ad essere un imperativo nel mondo nonviolento, consentirebbe una più corretta impostazione del lavoro svolto, puntando più sulle iniziative di successo ed evitando quelle che risultano inutili.
Un altro potenziale nervo scoperto viene toccato al punto cinque, dove si chiede se vengono prodotte autovalutazioni sulla qualità del servizio svolto e sulla qualità sociale prodotta. Se ci si pone cioè il problema di valutare il lavoro dell’ente in base alle richieste che vengono ad esso inoltrate, e non in base ai desiderata dei suoi singoli componenti. Alcuni si trincerano dietro al fatto che è difficile valutare il grado di soddisfazione di cose immateriali come un convegno o una mostra, perché i frutti di quel lavoro si possono raccogliere anche dopo anni; ma per esempio distribuire un questionario finale ai partecipanti che permetta loro di esprimersi sul livello di soddisfazione raggiunto, o lanciare un sondaggio interno sulle tematiche che prioritariamente dovrebbero essere affrontate l’anno successivo, potrebbe risultare un valido monitoraggio della propria realtà.
Infine chi volesse misurare, anche solo per gioco, l’eticità della propria associazione secondo la visione di Banca Etica, può scaricare il modello D dal sito internet ( si potrebbero avere ottimi spunti di discussione, per risolvere o prevenire problematiche che possono anche distruggere il prezioso lavoro quotidiano dei movimenti.

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Quando gli obiettori volevano abolire l’esercito

Mario Pizzola, che insieme ad altri sette compagni aveva dato vita nel 1971 alla prima obiezione di gruppo e che era stato condannato dal Tribunale militare di Torino a quattro mesi di reclusione scontati nel carcere di Peschiera del Garda, nell’autunno del 1993 fece presente che la semplice riforma della legge sull’obiezione non sarebbe stata sufficiente per scar­dinare l’intero sistema militare. Egli scriveva: “Ciò che non è ancora stato colto, e chissà se mai lo sarà, è l’obiettivo del progressivo deperimento della macchina e del potere militare in corrispondenza della crescita dell’obiezione. La speranza (o l’illusione?) era che ogni obiettore in più significasse un uomo in meno per le forze armate e che il bilancio della ‘difesa’ fosse proporzional­mente diminuito col crescere del numero degli obiettori. In­vece la realtà ha mostrato che non esistono vasi comuni­canti, che lo sviluppo dell’obiezione non svuota il sistema militare, che il bilancio delle forze armate è una sorta di variabile indipendente che cresce incurante di quanto av­viene sul fronte dell’obiezione (sia al servizio che alle spese militari). Anzi, paradossalmente, sembra quasi che la macchina militare – liberata dalla ‘zavorra’ dell’obiezione – possa procedere più speditamente verso quel Nuovo modello di difesa che cambia pericolosamente, in peggio, sia la struttura (sempre più professionisti e armamenti sempre più sofisticati) che gli obiettivi (impiego fuori dei confini nazionali per difendere l’opulenza dell’Occidente). In re­altà un nesso tra obiezione e Nuovo modello di difesa esiste e i vertici mili­tari lo hanno avvertito temendo che la liberalizzazione dell’obiezione di coscienza privi le Forze armate di quella massa di leva che, destinata ai servizi meno nobili, è complementare alla funzione assegnata alla componente professionale. In defini­tiva il valore dirompente dell’obiezione di coscienza non sta tanto nella sua capacità di sottrarre direttamente dei pezzi al sistema militare quanto nelle modificazioni pro­fonde che questa scelta produce sul tessuto culturale e po­litico della società per costruire l’alternativa alla difesa armata” (1).
Medesima era la preoccupazione di Piercarlo Racca, che nel 1969 era stato condannato a trenta giorni con il be­neficio della condizionale per essersi rifiutato di svolgere il servizio militare. “Il rischio è quello di creare un po’ più di spazio per i ‘servizio-civilisti'”, egli scriveva “e sempre meno spazio per gli obiettori e voglio qui ricordare che essere ‘obiettori di coscienza al servizio militare’ si­gnifica togliere consenso alla struttura militare” (2).
Dal 15 al 17 ottobre si tenne a Trento un incontro nazionale promosso dalla L.O.C. e patrocinato dal Comune di Trento e dal Forum trentino per la pace, al termine del quale fu approvato un ordine del giorno che sollecitava una rapida approvazione della legge di riforma dell’obiezione di coscienza, che venne inviato a tutti i se­natori della Commissione Difesa (3).
Intanto la rivista “Azione nonviolenta” proponeva ai suoi lettori di scrivere ai senatori della quarta commis­sione, che erano chiamati a valutare gli emendamenti peggio­rativi alla riforma della legge n° 772 proposti dal ministro Fabbri per conto del Governo, invitandoli ad approvare la legge senza modifiche (4).
Nello stesso numero della rivista l’avv. Sandro Canestrini metteva in guardia dal cadere preda di facili en­tusiasmi e spronava a non cessare di vegliare. “Ricordare le denunce”, egli ammoniva “i rapporti dei cara­binieri pieni di livori e disprezzo nei confronti degli obiettori, ricordare le celle gelide di Peschiera, ricordare i giudici dei vecchi tribunali militari in alta uniforme, guantoni bianchi e spadoni, coi carabinieri dietro le spalle del presidente, coi pennacchi bianco blu. Ricordare le irri­sioni, le prese in giro, le cariche e le bastonate. (…) Ricordare i ragazzi che hanno bruciato mesi della loro gio­vinezza in nome di un ideale, grande, immenso” (5).
Altri notavano che la riforma creava nuovi pro­blemi e di conseguenza nuove esigenze. In particolare per riqualificare il servizio civile e per avviare concretamente il periodo di formazione si evidenziava la necessità di cre­are una nuova figura professionale, quella del formatore de­gli obiettori di coscienza (6).
E’ vero che di fronte alle riforme elettorali e costituzionali, ai drammatici problemi economico-sociali, alle vicende politiche e giudiziarie di tangentopoli il tema della riforma dell’obiezione di coscienza risultava essere di secondaria importanza. Ma è anche altrettanto vero che all’interno di un quadro politico più generale esistono pro­blemi che “non solo interessano direttamente milioni di cit­tadini, ma [che] possono far emergere contenuti di civiltà e di democrazia destinati ad imprimere una svolta storica. E’ questo il caso della nuova legge sull’obiezione di co­scienza” (7).
(2-continua)

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

“discussioni” 1949 – 1953, edizioni Quodlibet, Macerata, 1999.

Una rivista di Milano, nata come “Foglio di discussioni” tra amici, battuto a macchina in poche copie a carta carbone, poi al ciclostile ed infine alla linotype, dal ’49 al ’53 è stata oggi edita integralmente.
Fa piacere segnalarlo ai lettori di Azione Nonviolenta per il valore degli scritti di un gruppo di intellettuali giovani e giovanissimi, che dibattono con familiarità e tensione (come sempre si dovrebbe secondo la lezione capitiniana) i temi più importanti del dopoguerra, molti dei quali ancora all’ordine del giorno. L’eccezionalità di quella esperienza si intuisce anche solo scorrendo l’elenco degli interlocutori, protagonisti tutti, a vario titolo, del dibattito culturale e politico degli anni successivi: Luciano Amodio, Piero Bontadini, Sergio Caprioglio, Cesare Cases, Piero d’Angiolini, Pacifico d’Eramo, Franco Ferrarotti, Franco Fortini, Giacomo Francioni, Armanda Guiducci, Roberto Guiducci, Delfino Insolera, Franco Momigliano, Fulvio Papi, Claudio Pavone, Giulio Preti, Michele Ranchetti, Renato Solmi, Emanuele Tortoreto.
Introduce la raccolta una preziosa testimonianza di Renato Solmi, la cui attiva e sollecitante adesione al Movimento Nonviolento ci onora. La rivista illustra nel modo migliore cosa si deve intendere per discussione. Capitini lo diceva: discutere vuol dire scuotere con forza e “certe cose vanno scosse, perchè cada il non vitale e si ravvivi l’essenziale, ciò che chiede sviluppo”. Tali sono le discussioni su quel foglio.
Il primo Foglio di discussione, del marzo ’49, propone la discussione n.1 ” Violenza e non violenza”, così avviata da Delfino Insolera:
Argomento Si vuole studiare la situazione di chi, pur nutrendo simpatie per la dottrina della non-violenza assoluta, riconosce la necessità di trasformare i rapporti fra gli uomini e vede inevitabile l’intervento della violenza in tale trasformazione.
Problema n. 1 Critica della teoria della non violenza.
Eliminare la violenza dal proprio comportamento personale vuol dire eliminare una violenza come sentimento individuale. Non si tocca così la violenza come rapporto di altri con altri, nè come rapporto di altri con me. La violenza è un fatto intersoggettivo; deve essere affrontato con misure intersoggettive.
Problema n.2 Critica alle apologie della violenza.
Distinguiamo due motivi possibili di tali apologie:
a) si ritengono soddisfacenti gli attuali rapporti umani e se ne esalta l’aspetto violento: in tal caso si è fuori dall’argomento preso in esame;
b) si esalta la violenza come trasformatrice dei rapporti umani: in tal caso si esalta una certa violenza contro un’altra violenza. La forma di apologia della violenza scompare, se si conviene di chiamare violenza appunto ciò che si intende eleiminare dai rapporti umani.
Problema n.3 Teoria formale della violenza.
(…) Non si può escludere che l’aspetto da eliminare si trovi in tutti i rapporti umani: ciò dipende dalla struttura d’insieme dei rapporti in un dato momento storico, che è la società. In tal caso per eliminare la violenza, cioè per trasformare la società, sarà indispensabile ricorrere alla violenza (…)
Problema n.4 Cercare di dare un contenuto a questa teoria formale.
Proposta di definizione (sostanziale) di violenza: si chiama violenza un rapporto interumano diretto ad annullare il senso della spontaneità individuale (da un punto di vista soggettivo) ed a impedire l’attuarsi di qualche possibilità individuale (da un punto di vista oggettivo).
Il tema è ancora attuale e se siamo ben certi che la non il fine giustifica i mezzi, ma sono questi a pregiudicare il fine, resta la difficoltà di un’azione capace di “elidere” la violenza anzichè perpetuarla. Merita, come l’intera raccolta, di essere letta.
Daniele Lugli

Introduzione al Cristianesimo Pacifista – Luci ed Ombre delle Chiese Cristiane in merito alla Pace -,
di Davide Melodia, con presentazione di Nanni Salio.

Se fossi un giornalista che ha letto “Introduzione al Cristianesimo Pacifista” di Davide Melodia, malgrado il sottotitolo che chiarisce essere il saggio dedicato a mettere in evidenza sia le luci che le ombre delle chiese cristiane in merito alla Pace, obietterei sulla eccessiva brevità dell’operetta. Non si può pretendere di dare una panoramica completa e obiettiva della bimillenaria storia del Cristianesimo nella spinosa questione della Guerra e della Pace, senza cadere in gravi omissioni ed esclusioni di concetti, di eventi e di personaggi anch’essi importanti.
Avrei da dire sul titolo che utilizza il vecchio termine Pacifismo, ben sapendo, l’Autore, che esso è superato da quello più vasto, comprensivo, attivo e al disopra delle parti che è la Nonviolenza.
E infine non sarei tanto sicuro che l’Autore, protestante d’origine e Quacchero per recente scelta, sia stato veramente obiettivo nell’affrontare le colpe dirette e le responsabilità indirette della Chiesa più grande e più centrale nel mondo cristiano, ovvero la Chiesa Cattolica.
Posso dire soltanto che dopo averlo letto (io l’ ho riletto dieci volte per evitare contestazioni per quanto riguarda la verità storica) mi è apparso, più che un saggio, una sorta di manuale per il nonviolento che voglia avere una infarinatura storica dei pro e dei contro del pensiero e dell’azione del Cristianesimo di fronte a questa complessa e drammatica tematica.
Davide Melodia
Per avere copie del saggio storico rivolgersi direttamente alla Casa Editrice Costruttori di Pace, Viale Dante 53, int.A, 21016 Luino (VA) tel. 0332.534311, telefax 0332.535293

LETTERE

Se fabbrica armi io per quella Ditta non ci lavoro!

Oggetto: Ditta MEC-GAR/Brescia
Produzione dal 1965 di caricatori per armi (portapallottole)
Fornitore dei maggiori costruttori di armi come BERETTA, COLT, ecc.

Sono stato interpellato dalla ditta in oggetto per la eventuale fornitura di protezioni per macchine pericolose di produzione.
Dopo aver visitato la ditta e conosciuto la produzione mi dichiaro non disponibile alla fornitura di quanto sopra detto.
Pur considerando che i “caricatori per pistola” sono parte di armi “leggere” utilizzate anche per “difendere”, in dotazione alle forze di polizia, carabinieri, ecc. contro criminalità, mafia, terrorismo, e che quindi sono oggettivamente armi “diverse” da quelle normalmente adottate per una guerra: bombe, mine, carriarmati, aerei, ecc., non posso sottrarmi alle mie convinzioni e ai miei principi, tradotti praticamente nell’adesione al MOVIMENTO NONVIOLENTO (fondato del 1952 da Aldo Capitini) fondato sui principi della nonviolenza.
Non posso contribuire, anche se in maniera passiva, alla costruzione di armi o parti di queste.
Né la ditta che rappresento -FLAG SNC.- che opera nel campo industriale, ma che è anche impegnata nel finanziamento periodico di Associazioni come EMERGENCY (Milano) MEDICI SENZA FRONTIERE (Roma) ed altre (si occupano del soccorso delle vittime di guerra, in base agli stessi principi della NONVIOLENZA) potrà assumere una posizione diversa dalla mia.

Ovviamente (o banalmente) se le armi o parte di esse non venissero più costruite a Brescia, verranno costruite in altri paesi……; ma questo non potrebbe giustificare una scelta diversa.
Ognuno si deve sentire responsabile per quanto e come gli viene chiesto di operare.
Ognuno di noi non potrà controllare se una vite o un chiodo assemblerà un tavolo oppure una macchina di guerra; ma se l’oggetto in questione ha una funzione dichiarata e definita, sarà doveroso fare una distinzione.

Anche se semplicistico e/o utopistico devo riferirmi ad alcune farsi “storiche”:
Fondere le spade in aratri e svuotare i magazzini/arsenali di armi per riempirli di grano. Altrimenti tra duemila anni saremo ancora qui a ricercare, invocare (o a far finta di….) un improbabile Messia! Ma quale, se non noi stessi? Per cambiare l’attuale realtà ci vuole anche un po’ di utopia.
Cordiali saluti.

Italo Stella
Clusone (BG)

Sono anarchico.
Non voglio nemmeno lo stato palestinese

Questo messaggio è rivolto a tutti coloro che seguono con attenzione il delicato problema israelo-palestinese, considerando che non tutti, purtroppo, si interessano alle vicende riguardanti gli esseri umani (e meno che mai molti dei cosiddetti cattolici, attirati solamente dall’aspetto puramente esteriore della religione che dicono di professare, magari propagandando sentimenti antigiudaici, dimenticando che anche Gesù era ebreo) anche se spero che, prima o poi, l’egoismo pregnante la mentalità di massa si attenui.
Innanzitutto vorrei contestare aspramente chi, ipocritamente dichiaratosi pacifista, ostenta atteggiamenti da antisemita, addirittura giustificando gli attentati suicidi concretizzati da disperati manipolati dai vari padroni che li mandano (che, dietro il mascheramento dell’integralismo islamico, celano interessi economici e/o di dominio).
Voglio premettere che il sottoscritto è un cittadino del mondo, quindi anche ebreo e palestinese.
Da anarchico non posso che avversare la creazione di uno stato palestinese che non farebbe che dividere gli sfruttati, generando nuove barriere e nuovi padroni, quindi razzismi ed intolleranze verso gli stranieri e la prevaricazione dell’individuo sull’individuo.
Quindi, a mio parere, chi sbandiera lo slogan “2 popoli, 2 Stati” non ha capito che la pace si potrà conseguire solamente quando ogni Stato sarà abolito, fondando l’avvenire sulla cultura della nonviolenza.
Dobbiamo osteggiare l’illogicità della generalizzazione che pone sullo stesso piano sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori, padroni e proletari: chi bombarda le abitazioni dei fratelli palestinesi massacrandoli sono i soldati israeliani, non il popolo ebraico, quei fratelli ebrei costretti a vivere nel terrore di essere ammazzati da qualche folle kamikaze razzista (perché uno che odia gli ebrei per il solo fatto di essere tali, come si può definire?).
E’ ancora valido quel monito “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”(pronunciato da Karl Marx, un ebreo) che indica la lotta nello scontro tra padroni e proletari, non tra popoli.

Benito Colombari
Roverè Veronese