• 15 Agosto 2022 12:44

Azione nonviolenta – Marzo 2006

DiFabio

Feb 2, 2006

Azione nonviolenta marzo 2006

– Voglia di impero, smania di comunità, rifiuto della democrazia. Verso il Convegno di Firenze del Movimento Nonviolento (di Daniele Lugli)
– La nonviolenza interpella anche Polizia e Carabinieri. Una buona pratica nella formazione delle Forze dell’Ordine (Elena Buccoliero intervista Andrea Cozzo)
– Un colloquio nel braccio della morte con Donald Dufour. Quarantonove anni, detenuto da ventuno per omicidio (di Giuliana Osella)
– Emergenza Africa anche per l’obiezione di coscienza. Chi rifiuta l’esercito è costretto all’esilio, senza diritti (a cura della War Resisters International)
– Una forza più potente. Scheda 2: India 1930-1931. La sfida della corona (di Angela Dogliotti Marasso)
– Franz Jagerstatter, contadino, obiettore con le mani legate (di Alberto Trevisan)

Le Rubriche

– Giovani. Le parole non dette dalle vittime. Storie vere di violenza quotidiana (a cura di Laura Corradini)
– Educazione. Resilienza e coscientizzazione per educare nel tempo della globalizzazione – Seconda parte – (a cura di Pasquale Pugliese)
– Economia. La birra fa bene a chi la beve ma anche a chi la produce (a cura di Paolo Macina)
– Per esempio. Palestina: uomini e donne che fanno la differenza (a cura di Maria G. Di Rienzo)
– Musica. La dolce violenza della musica classica, che ha schiacciato le altre culture musicali (a cura di Paolo Predieri)
– Cinema. Quando la vittima diventa carnefice (a cura di Flavia Rizzi)

Voglia di impero, smania di comunità, rifiuto della democrazia
Verso il Convegno di Firenze su Nonviolenza e politica

di Daniele Lugli

Ci sono due desideri collettivi che caratterizzano questi anni: la voglia di impero e la voglia di comunità. Della prima ci parla l’inizio veramente folgorante del libro di Fabio Mini (“La guerra dopo la guerra”). La voglia di impero, o si potrebbe dire la smania di impero, è il fenomeno che caratterizza quest’avvio del terzo millennio. Sembra quasi che l’esperimento della democrazia popolare dopo meno di un secolo stia scivolando all’indietro verso un nuovo sistema imperiale.
Almeno parallela cresce un’altra voglia, quasi una smania, di comunità, la nostalgia di una comunità che non abbiamo in verità mai conosciuto. Scrive Zigmunt Bauman (“Voglia di Comunità”): La comunità ci manca perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale per una vita felice che il mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci e sempre più riluttante a promettere. Ma la comunità resta pervicacemente assente, ci sfugge costantemente di mano o continua a disintegrarsi, perché la direzione in cui questo mondo ci sospinge nel tentativo di realizzare il nostro sogno di una vita sicura non ci avvicina affatto a tale meta…
La voglia di sentirsi in quella comunione profonda diventa ricerca di un legame collettivo, potremmo quasi dire un legame “purché sia”, anche inventato. Il che sarebbe in sé abbastanza ridicolo se non avesse elementi preoccupanti, che emergono in luoghi non poi così lontani da noi, con esiti cruenti. È la ricerca di un’appartenenza che ci sorregga nella distinzione da chi è diverso da noi perché sta oltre un certo confine, definito per stile di vita, gruppo etnico o religioso, o semplicemente una distinzione funzionale a rivendicare il nostro privilegio.
La smania di impero e di comunità sono entrambi modi di rifiutare la politica, la democrazia, la ricerca faticosa della costruzione di una convivenza, che non è regalata.
L’impero è una soluzione; significa che c’è qualcuno, più forte di tutti, che aggiusta le cose. Nella storia, almeno in quella nostra, lo hanno impersonato i romani, poi gli inglesi, ora gli americani. Preferire l’impero è arrendersi ad un’evidenza semplice: se il mondo è fatto in modo tale che si può essere solamente piaga o coltello, meglio essere coltello – e possibilmente stare dalla parte del manico.

L’atomica contro l’ipocrisia
Spesso chi mi chiede di parlare di Aldo Capitini mi domanda che cosa c’è di vivo nei suoi scritti. La domanda vera è per me quanto di vivo porto io (e portano anche gli altri) rispetto alle cose scritte e compiute da Aldo Capitini, cioè quale sia oggi la nostra capacità di proposta rispetto ad una testimonianza di pensiero e di azione che ho avuto la fortuna di incontrare.
C’è tra gli altri un testo breve di Capitini, scritto tre giorni dopo la bomba di Hiroshima e pubblicato sull’Epoca nel suo primo numero – siamo nell’agosto del ’45: “Tutta la potenza si è raccolta in una bomba di sovrumana potenza”, scrive Capitini, “l’imperium si è ricollocato verso l’unica forza che d’ora in poi può decidere della guerra o della pace”. Di seguito tratteggia in modo sintetico e preciso quello che oggi noi chiamiamo globalizzazione, la prospettiva – ormai realizzata – di un mondo che si fa uno. E, ancora a proposito della bomba, dice: è un bene che sia avvenuto, ci toglie la possibilità di fare dei distinguo sull’opportunità della violenza e ci interroga su come possiamo affermare, al di fuori di una logica di forza, i valori costruiti attraverso l’esperienza di comunità che per la guerra hanno sofferto.
Nella crisi e nel vedere in prospettiva il conflitto mondiale che si stava preparando, ancora dopo la bomba di Hiroshima e Nagasaki, Capitini ripropone con forza la nonviolenza come varco attuale della storia, come “la” cosa da fare, un tema politico da affrontare. Il che vuol dire trasformare anche le istituzioni, che poi sono modalità di relazione tra le persone. Nel tempo si sono irrigidite, ispessite, e vanno di nuovo vivificate.
È una cosa con la quale occorre fare i conti, in particolare dovranno farlo i giovani in una situazione nella quale parlare di politica ha un suono che, se non è osceno, ci manca poco, perché il tipo di esperienza che viene fatta nella vita pubblica nel nostro paese, da anni a questa parte, ha perso molti degli elementi di valore, che sono inscritti anche nella nostra Costituzione.

Una marcia di molti…
Aldo Capitini è noto soprattutto come ideatore e promotore della Marcia per la pace Perugia-Assisi, che ha avuto la prima edizione nel 1961. Qualche breve cenno per contestualizzare. Il 1961 è l’anno in cui si costruisce il muro a Berlino, l’anno della crisi di Cuba, che ci porta sull’orlo della guerra atomica. All’indomani della Marcia Kennedy dirà che “o gli uomini sono capaci di liberarsi della guerra, o la guerra si sbarazzerà di loro”. In questo clima politico e culturale si colloca la prima Perugia-Assisi promossa da questo professore umbro che non ha dietro a sé grandi organizzazioni, nessuna forza politica o religiosa, solo l’intuizione di questa manifestazione per affermare una volontà popolare di pace. La Marcia ebbe un suo significato e un suo senso, tanto che è stata ripetuta e ancora si ripete, ad anni alterni, con l’aggiunta di edizioni “speciali”. Dopo quella prima iniziativa furono costituite un po’ dappertutto le Consulte per la Pace, con l’appoggio delle forze politiche e sindacali di sinistra, colpite dalla gravità del momento. Capitini, non iscritto a partiti, ma noto per il suo impegno contro la guerra fin sotto il regime fascista, divenne presidente della consulta nazionale della pace. Ci furono momenti di forte partecipazione popolare, che abbiamo ritrovato forse solamente con la campagna delle bandiere arcobaleno. Aldo Capitini, che pure aveva un ruolo riconosciuto – presidente nazionale della Consulta – in un movimento tanto ampio, sentì il bisogno di qualcosa di più specifico e radicato, che andasse oltre larghe ma generiche manifestazioni per la pace. Per questo scelse di costituire un piccolo movimento: il Movimento Nonviolento.

…un movimento di pochi
Quando la pace è in pericolo si leva la reazione spontanea delle persone, una sensibilità che però scompare non appena i media guidano la nostra attenzione su un tema diverso, su un’altra urgenza. Il rifiuto della violenza è un obiettivo più mirato, più quotidiano, che pervade tutto il modo di essere di una società e non si realizza per caso. La guerra è un’espressione, orribile, dell’incapacità di risolvere in modo diverso dalla violenza i problemi che si pongono. Da lì nasce la necessità, per tutti noi, di approfondire il tema della nonviolenza e da lì nasce anche il piccolo ma tenacissimo Movimento Nonviolento in cui mi ritrova.
Per lo stesso desiderio di esprimere messaggi precisi, specifici, dopo la Perugia-Assisi Capitini indice a Roma una marcia “contro la guerra, il terrorismo, la tortura”. Dalle migliaia che avevano marciato in Umbria, si passa a 200 persone. Il tema è chiaro: ci sono persone disposte in ogni caso ad assumere la questione della violenza come un punto centrale, consapevoli ormai che le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni e che le vie del cambiamento, percorse con mezzi violenti ed incoerenti con il fine, portano al peggio. Gandhi precisa in più punti che dobbiamo esercitare la nostra padronanza sui mezzi che scegliamo, poiché sui fini è impossibile esercitare un controllo. Per certo sappiamo che quanto facciamo s’imprime indelebilmente sul risultato. Non è vero che il fine giustifica i mezzi, come l’interpretazione più banale di Machiavelli fa dire, è invece vero, sicuramente vero, che i mezzi pregiudicano il fine, lo distorcono, lo fanno diventare diverso da quello che si voleva.

Un banco di prova: politica, amministrazione locale, partecipazione
L’esperienza del fare politica, a partire dall’amministrazione locale, è, diceva Capitini, una responsabilità necessaria. Può esserci nella vita un momento di meditazione quasi monastica, scriveva, ma poi occorre passare di nuovo per la vita pubblica, perché questa capacità di relazione con gli altri è ciò di cui siamo costituiti. Altrimenti, ci ricordava, verrà ancora un tempo in cui le persone avvertiranno i politici come persone lontane, che non li rappresentano. È molto bello, diceva Aldo, che ora ci siano comizi nelle piazze e non una persona che arringa le masse dal balcone di piazza Venezia o dalla radio, ma non sarà un progresso vero se resterà la distinzione tra chi parla e chi ascolta. Un tentativo di risposta erano i suoi Centri di Orientamento Sociale, dove si andava per ascoltare e parlare, non uno senza l’altro, dove i temi più diversi erano affrontati. Patate e ideali, ripeteva Capitini. Affiorano esperienze che riprendono quell’ispirazione, di seria e impegnata costruzione dal basso d’istituti per la miglior conoscenza, discussione, deliberazione degli argomenti di comune interesse. È la necessaria aggiunta, fondata sul potere di tutti, agli istituti di democrazia rappresentativa, che attraversano una profonda crisi: dall’ONU alla circoscrizione.
La democrazia, nella sua migliore espressione che è quella costituzionale, appare fragile nelle cosiddette democrazie occidentali. Sembra avere smarrito la sua forza propulsiva. Viene da chiamarle democrazie accidentali. La loro pretesa di esportare diritti con la forza dell’economia, della corruzione, delle armi ha dato luogo, al più, a democrature, che hanno fatto apparire meno orride, se non rimpiangere, le istituzioni precedenti.

Democrazia e costituzione
La democrazia costituzionale è esigente: chiede che la promessa d’eguaglianza che caratterizza il diritto sia presa sul serio, sempre più sul serio, turbando gli equilibri esistenti se sono fondati, come sono, sull’oppressione, su una violenza strutturale, coperta da una violenza culturale che impedisce il venire allo scoperto della violenza diretta. Quella che più ci spaventa, minacciando la nostra stessa vita, la nostra faticata sicurezza.
La strada da percorrere era individuata con chiarezza nell’art. 3 della nostra Costituzione. I due commi vanno letti bene e assieme:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Realizzare la promessa d’eguaglianza e libertà, nell’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale non è stata una priorità per le forze politiche, di governo e d’opposizione, sia pure con diverse responsabilità. Né i partiti sono stati, ben prima di tangentopoli, le libere associazioni dei cittadini per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, promessi dall’art.49 della Costituzione. Tanto meno lo sono oggi. I partiti al potere, uniti nella Casa delle impunità, hanno messo mano anche alla Costituzione stravolgendone l’impianto, limitando la partecipazione effettiva dei cittadini, vanificando il sistema di garanzie, delineando una figura di premier particolarmente inquietante in un paese che ha insegnato il fascismo al mondo. Per questo, quale che sia la pochezza dei loro oppositori, vanno sconfitti nelle elezioni e va liquidato, nel referendum costituzionale, il loro eversivo disegno.

Il potere di tutti
È un esito che si andava da tempo preparando. Aldo Capitini, libero religioso e indipendente di sinistra, fuori dalle chiese e dai partiti, vedeva, e si era all’indomani della liberazione del nostro paese, la fragilità della costruzione democratica, il rischio di una progressiva distruzione della democrazia. Denunciava la superficialità dell’approccio dei partiti interessati a conquistare e gestire posizioni di potere più che alla trasformazione, secondo libertà e giustizia, delle istituzioni. Vedeva iniziata una strada, ai cui esiti assistiamo ora quasi impotenti, che avrebbe portato il paese in una situazione pre-fascista, con il fallimento dei partiti come strumento di rappresentanza ed intervento politico dei cittadini, il discredito delle organizzazioni sindacali, la disaffezione nei confronti degli istituti della democrazia.
C’è una lezione da imparare e diffondere: Ognuno deve imparare che ha in mano una parte di potere e sta a lui usarla bene, nel vantaggio di tutti; deve imparare che non c’è bisogno di ammanettare nessuno, ma che cooperando o non cooperando, egli ha in mano l’arma del consenso e del dissenso. E questo potere lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i giovanissimi, i deboli, purché siano coraggiosi e si muovano cercando e facendo.
E Capitini non stava mai fermo, sempre a promuovere, a sollecitare, a sperimentare.
Una società democratica che stia immobile, si corrompe e si muta: essa ha bisogno di rinnovarsi continuamente dal di dentro; la sua salute sta nel movimento, e il movimento è impresso dal libero giuoco delle proposte riformatrici.
La nostra proposta, riassunta al massimo consiste nello sviluppare e qualificare il controllo dal basso delle istituzioni rappresentative ad ogni livello, nell’aggiungere al metodo democratico il metodo nonviolento nelle lotte politiche sociali, economiche, nel costruire luoghi che consentano ai cittadini di determinare la politica, integrando, se non radicalmente mutando o sostituendo, i partiti, che a tale compito male assolvono, nel lavorare per una nuova socialità capace di affrontare la crisi della forme istituzionali infra e sovra statali.
Non ci stancheremo di avanzarla e, per quel che ci riesce, di praticarla.

La nonviolenza interpella anche Polizia e Carabinieri
Una buona pratica nella formazione delle Forze dell’Ordine

Nostra intervista ad Andrea Cozzo
A cura di Elena Buccoliero

È possibile trattare con metodi nonviolenti le situazioni di crisi che le Forze dell’Ordine si trovano quotidianamente ad affrontare? Che rapporto c’è tra il rischio personale corso dagli agenti e la disposizione ad esercitare violenza? E tra l’identificazione nel ruolo e nella divisa, e i comportamenti sulla strada?
Ne parliamo con Andrea Cozzo (Movimento Nonviolento), docente di “Teoria e pratica della nonviolenza” e di “Lingua e civiltà greca” presso l’Università di Palermo. Negli ultimi anni ha condotto corsi sulla “Formazione alla gestione creativa e nonviolenta delle situazioni di tensione” con la Guardia di Finanza e i Carabinieri della sua città, e con i Vigili di Pescara, incontrando circa 200 persone. Con loro ha parlato di strategie comunicative, di ruoli, di uso della forza e, soprattutto, di alternative.

Quando si parla di questo tema due sono le principali obiezioni che vengono poste: da un lato l’idea che le Forze dell’Ordine siano già preparate a svolgere il loro lavoro riducendo al minimo l’uso della violenza, dall’altro la convinzione che se violenza resta, vuol dire che è inevitabile e quindi legittima, anche perché agita con una divisa addosso. Poi c’è un ultimo approccio, cioè che in alcuni casi la violenza sia voluta e inestirpabile…
Certo, queste sono le prime eccezioni che mi vengono presentate. In linea di principio non credo che un poliziotto usi la violenza per divertirsi o in modo arbitrario, ma la nonviolenza è un passo più in là. Non è semplicemente l’uso legittimo, o legale, o giustificato della forza, ma è cercare un’alternativa per non fare né subire violenza, e per non permettere che ne venga fatta ad altri.
Ci vuole tempo perché questa idea penetri nelle coscienze. La nonviolenza è un sovrappiù, uno scardinare il pensiero dicotomico che contrappone due sole ipotesi – imporsi o subire – per seguire una strada diversa attraverso delle vere e proprie tecniche di comunicazione.
Per “comunicazione” intendo le parole che si dicono ma anche i toni con cui vengono pronunciate, i gesti che le accompagnano. E poi capire che la comunicazione è fatta non soltanto di una parte attiva, di presa di parola, ma innanzitutto e prima ancora – fatto che solitamente viene ignorato – di una capacità di ascolto e di una capacità di domanda. Il mio invito ricorrente era proprio a mantenere una capacità di domanda anche di fronte all’atteggiamento che sembra più facile da decifrare.
Ho incontrato quasi duecento agenti e giurerei che erano tutte ottime persone, di quelli che si divertivano a picchiare mi pareva che non ce ne fossero. Tutti raccontavano di averlo fatto solo quando era necessario. Allora si trattava per me di restringere il limite di questa necessarietà. Non ho mai detto: “fate male a manganellare”, oppure “state sbagliando tutto”, perché, ripetevo, “sulla strada ci siete voi, voi sapete come stanno le cose veramente. Però vi dico la mia”.
Come erano organizzati i corsi?
Duravano in tutto 25-30 ore. Nella prima parte, teorica, parlavo soprattutto io per definire i concetti base di violenza e di nonviolenza, e di come la capacità comunicativa può impedire l’escalation.
Nella seconda metà del corso davo la parola agli agenti per una parte applicativa. Invitavo i corsisti a presentare casi tratti dalla loro esperienza in cui avevano ritenuto necessario ricorrere all’uso della forza, e insieme cercavamo di capire se quello che io avevo appena detto poteva essere di aiuto per individuare altre possibilità.
Poi, certo, c’erano situazioni che a loro sembravano veramente impossibili da trattare con la nonviolenza e io non mi sono mai opposto a questo, proprio perché l’esperienza diretta ce l’hanno loro, non io. Ma domandavo, veramente domandavo, se non si poteva fare diversamente. Ecco, ho cercato soprattutto di seminare dei dubbi, e mi pare di esserci riuscito.
Le tue parole suonavano nuove all’orecchio dei corsisti?
Sostanzialmente sì. Alcuni avevano ragionato su questi temi nei percorsi di formazione come poliziotto di quartiere, per esempio parlando della mediazione nelle liti familiari. Nessuno aveva mai pensato di applicare le stesse strategie non soltanto come terze parti, ma nei conflitti di cui era parte. Anche il fischio di un vigile sulla strada può essere fatto in modo da farti sentire colpevole oppure semplicemente per richiamare la tua attenzione. E fare questo non significa cedere di fronte a chi infrange la legge, ma adoperare dei modi comunicativi che permettono all’altro di non percepire davanti a sé un nemico, e di non opporsi a propria volta.
Il tema della controparte mi sembra molto importante. Chi rappresenta la legge sembra sempre dover assumere delle parti, designare il giusto e lo sbagliato…
E in tutto questo, durante i corsi, moltissimo giocava la pretesa degli agenti di non avere pregiudizi, e che tutti i pregiudizi li avessero i cittadini contro di loro. In qualche misura la loro è una percezione reale perché la divisa non piace granché, ma negli agenti scattavano meccanismi uguali e contrari. Ad esempio, per loro era chiaro che chi si comportava in modo sbagliato aveva l’intenzione di violare la legge e magari di “fregarli”, non esisteva la possibilità che una persona si stesse semplicemente sbagliando, o che non conoscesse la regola.
Ci sono pregiudizi verso alcuni comportamenti, e forse anche verso alcune categorie di persone…?
Generalmente i giovani, per non parlare dei manifestanti. I no global sono considerati tutti dei violenti. Se li invitavo ad approfondire la conoscenza diretta mi dicevano: “Non possiamo mica metterci a terra seduti accanto ai no global!”. Capisco; se però farlo aiuta la comunicazione, forse un poliziotto può sedersi su un marciapiede due minuti per stare accanto ad un ragazzo e comunicare con lui in modo meno rigido. Perché la divisa poi…
…è un bell’ostacolo, no?
La maggior parte degli agenti racconta di trasformarsi quando indossa la divisa. Alcuni si sentono i difensori della legge e non guardano più in faccia a nessuno, “nemmeno mio fratello” dicevano per mostrare la loro imparzialità – e io a cercare di dimostrare che forse è possibile guardare tutti come il proprio fratello, piuttosto che nessuno. Altri dalla divisa si sentono irrigiditi, adoperano una gestualità assolutamente innaturale perché questo è ciò che ritengono ci si aspetti da loro. È un problema complesso, e non può essere risolto finché ognuno si preoccupa di quello che l’altro si aspetta, anziché concentrarsi sulla propria identità più vera.
Avrai trovato, probabilmente, una violenza dettata dalla paura in situazioni in cui le Forze dell’Ordine si sentono in prima linea, e particolarmente a rischio.
Questa obiezione era presente, collegata ad un’idea di nonviolenza come cedimento. “Come”, ribattevano, “io sono quello che rischia di più e tu mi dici di essere nonviolento?”. Abbiamo lavorato molto sulla gestione delle emozioni in situazioni di tensione e sulla creatività. Qui ho adoperato lo schema di Galtung a proposito dei tre momenti di fronte al conflitto: la diagnosi, cioè la lettura della situazione, poi la prognosi, la proiezione del conflitto, e infine la terapia, vale a dire l’intervento. Nel conflitto pienamente dispiegato ci si inserisce, esattamente come la barca non si oppone alle onde, né si lascia travolgere, ma le prende per il verso giusto per avvantaggiarsene.
Possono esserci situazioni in cui le Forze dell’Ordine hanno a che fare con persone violente, o alterate, e in cui devono decidere in tempi brevi come comportarsi.
Abbiamo analizzato il caso di vicini che avevano chiamato la polizia perché in strada degli ubriachi lanciavano bottiglie contro le porte, facevano schiamazzi, e gli agenti: “Che cosa potevamo fare noi, se non dargli subito addosso per immobilizzarli?”
Ho proposto alternative che un po’ hanno fatto ridere ma un po’ sono servite. Proviamo per esempio ad immaginare di solidarizzare con queste persone, magari chiediamo da bere piuttosto che dirgli di smettere e questo ci consentirà di avvicinarli e di distoglierli dal loro comportamento senza fargli male. Un agente della Guardia di Finanza raccontò di essersi comportato in un modo simile di fronte ad un paziente psichiatrico che, rimasto solo in casa, si era messo a buttare dal balcone pentole, mobili, tutto. In molti avevano cercato di fermarlo urlando sotto il balcone, la polizia era arrivata a dirgli di smettere, altri avevano cercato di forzare la porta ma invano, perché lui l’aveva bloccata con degli ostacoli. Questo agente era arrivato e aveva detto semplicemente: “Me lo offri un caffè?” E quello: “Acchiana”, cioè “Sali”. Ecco, vedi… bastava non opporsi.
Non sempre si riesce a fare la cosa giusta, per tante ragioni. Si ha a volte l’impressione che per le Forze dell’Ordine, come per altre istituzioni, sia quasi impossibile ammettere gli errori. Come se dire “ho sbagliato” significasse mettere in discussione la propria legittimità – mentre per molti cittadini è esattamente il contrario, proprio il silenzio o la negazione creano sfiducia in chi dovrebbe difenderci.
Ne abbiamo parlato riferendoci alle relazioni interpersonali con il cittadino. Il poliziotto che si accorge di avere sbagliato è in difficoltà di ammettere l’errore, anche quando se ne accorge – e questo è direttamente proporzionale a quanto aveva alzato il tono precedentemente, al grado di presunzione di veridicità che aveva mostrato.
È la gradualità della lotta nonviolenta.
Già, bisognerebbe partire sempre dal livello più basso di conflittualità e senza avere la presunzione di scommettere sulla correttezza di quello che si pensa, o perfino di quello che si osserva. L’ho detto molte volte: i sensi ingannano, ci possiamo sbagliare. Possiamo interpretare male quello che abbiamo davanti agli occhi.
Nel senso comune c’è la convinzione che alcune persone trovino nella divisa la protezione per dare sfogo alle proprie frustrazioni.
Sì, ma ammettere questo non è facile perché la divisa condiziona davvero e ti dice che tu sei la legge. Da “alzo il tono perché la legge me lo consente”, a “alzo il tono perché sopraffare un altro mi fa stare meglio psicologicamente”, il passo è breve e chi lo compie difficilmente ne ha consapevolezza, sono due stadi troppo vicini e interni al rapporto con il proprio ruolo.
Ci sono situazioni valutate come impossibili da trasformare?
Quando ho parlato di mafia, lì era proprio un no secco. Invano ho citato frasi di Falcone che potevano essere lette come nonviolente, lì veramente mi dicevano “Lei professore vive sulle nuvole”. E poi le grosse manifestazioni: “Quando i no global tirano le pietre – mi dicevano – che cosa fai se non: primo squillo di tromba, secondo squillo di tromba e poi carica…?”.
Sai se le lezioni hanno avuto una influenza sulla pratica quotidiana degli agenti?
Alcuni me lo hanno detto successivamente. Moltissimi, soprattutto i più anziani e i più colti, mi dicevano: “Io mi rendo conto che queste sono cose belle, forse sono anche fattibili, ma mi rendo conto pure che ormai ho un’altra mentalità”. E questo era bello e triste al contempo.
Forse bisognerebbe entrare nelle scuole di polizia…
Oh sì, moltissimi me lo hanno consigliato: “Queste cose le dovrebbe insegnare alla scuola di polizia, avrebbero dei risvolti enormi; noi abbiamo già avuto un addestramento di un certo tipo…” Ed effettivamente alcune cose sono proprio conflittuali. Per anni gli hanno insegnato tutt’altro, adesso arriva uno che parla di nonviolenza… O è stupido, o è una specie di prete laico che vive sulle nuvole… oppure dobbiamo cambiare qualcosa. Ne nasce un conflitto interiore in cui non è facile cavarsela.
Te ne hanno parlato?
Alcuni sì, lo riconoscevano: “Ora so che non è così meccanico fare come mi hanno insegnato, ma non sono sicuro di saper agire in modo diverso”.

I nostri poliziotti nonviolenti saranno dei riformatori

“…Io ho ammesso che anche in uno stato nonviolento potrebbe essere necessaria una forza di polizia. Questo, lo confesso, e’ un sintomo dell’imperfezione del mio ahimsa. Non ho il coraggio di affermare che potremo fare a meno di una forza di polizia come lo affermo riguardo all’esercito. Naturalmente posso immaginare, e immagino uno stato nel quale la polizia non sarà necessaria; ma se riusciremo a realizzarlo o meno soltanto il futuro potrà deciderlo.
La polizia che io concepisco tuttavia sarà di tipo totalmente diverso da quella oggi esistente. Le sue file saranno composte da seguaci della nonviolenza. Questi saranno i servitori e non i padroni del popolo. Il popolo darà loro spontaneamente tutto il suo aiuto, e grazie alla reciproca collaborazione, essi saranno in grado di far fronte con facilità ai disordini, che saranno peraltro in continua diminuzione. La forza di polizia disporrà di alcune armi, ma ne farà uso solo raramente, se non addirittura affatto. Di fatto i poliziotti saranno dei riformatori”.

M. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996, p. 144

Una proposta di legge per formare la polizia alla nonviolenza

Il 6 dicembre 2001 preso la Sala Rossa del Senato, a Roma, si è svolta una conferenza stampa di presentazione pubblica di una proposta di legge recante “Norme di principio e di indirizzo per l’istruzione, la formazione e l’aggiornamento delle forze di polizia”, che ha come primo firmatario il senatore Achille Occhetto ed è stata sottoscritta da vari parlamentari di diverse forze politiche.
Sei articoli di legge per chiedere che la formazione del personale di polizia sia “coerentemente ispirata ai valori della Costituzione della Repubblica” (Art. 1), “introducendo le metodologie didattiche più idonee ad elevare la conoscenza e l’uso dei valori, delle tecniche, delle modalità di servizio e delle strategie della nonviolenza” (Art. 2).
La proposta è nata dopo il G8 di Genova su forte stimolo di Peppe Sini, amico della nonviolenza ed instancabile animatore del Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo. Essa prevede una vigilanza costante dei programmi di formazione delle forze dell’ordine e il coinvolgimento diretto, come formatori, di persone con una preparazione e un’esperienza specifica in ambito nonviolento.
Va detto che, a differenza di altre, questa proposta di legge non ha proseguito il suo iter parlamentare…

Un colloquio nel braccio della morte con Donald Dufour
Quarantanove anni, detenuto da ventuno per omicidio

E’ detenuto nel braccio della morte di Raiford (Florida). L’abbiamo conosciuto nell’ambito dell’iniziativa “scrivere a un condannato a morte” della Comunità di Sant’Egidio. Nel mese di ottobre ci siamo recati negli USA per fare visita a Donald. Ecco il racconto di una nuova amicizia.

Per Donald sono stati giorni di colloquio quelli di sabato e domenica. Un evento raro nelle sue giornate all’interno del braccio della morte del carcere di Raiford. Il suo ultimo colloquio risaliva ad un anno fa.
Donald è diventato amico di Marco, un medico italiano della Comunità di Sant’Egidio, che ha iniziato a scrivergli : un pen pal che in sei anni di corrispondenza ha dimostrato una tale fedeltà e fantasia nel mantenere un rapporto così complicato, da essere ormai la famiglia di questo detenuto.
Il sole del nord della Florida comincia a splendere quando con Marco e Sandra arrivo a Raiford, un paesino circondato da campi e foreste che consiste essenzialmente in una cittadella di complessi carcerari.
I colloqui iniziano alle nove, ma alle sette e mezza molti parenti sono già in attesa all’ingresso. Si riconoscono le mogli, che si sono fatte particolarmente belle per l’incontro, i genitori anziani e cauti nel seguire le procedure per l’ingresso, quelli che come noi non sanno bene che cosa fare per entrare, i bambini assonnati.
C’è una signora bionda, sui quarant’anni, che ha l’aria di aver affrontato tante volte la trafila che precede il colloquio: dà indicazioni a chi ne ha bisogno, indica moduli da compilare, dice ai più anziani di aspettare seduti, che di tempo da aspettare ce n’è. La solidarietà che ho già sperimentato in Italia, fra chi aspetta di incontrare una persona a cui vuol bene e che conosce la medesima tribolazione degli altri in coda con lei per la perquisizione.
Ingresso, foto, impronte digitali, perquisizione, cartellino di riconoscimento. Guardie più cortesi, meno cortesi, solerti, che sgranocchiano incessantemente. Siamo all’interno delle mura.
Per raggiungere il parlatorio il percorso è all’aperto, ma in un corridoio di maglia di metallo e filo spinato che attraversa i cortili. Poco distante da noi vediamo l’ala dove vivono i condannati a morte “pericolosi” o con problemi psichici; ogni cella ha una porta che dà direttamente sul luogo dove trascorrono l’ora d’aria: una fila di gabbie singole di un paio di metri di lato, come piccoli pollai. Passando ci capita di sentire arrivare da lì le urla fortissime di un detenuto che batte contro la porta. Penso alle famiglie dei detenuti che passeranno lì davanti come noi e lo sentiranno.
Avrei quasi preferito che il tempo non fosse così bello, che il prato fra un camminamento e l’altro non fosse stato reso di un verde brillante dalla pioggia della settimana precedente, che la natura non sottolineasse clamorosamente, per contrasto, l’innaturalità di un luogo fatto per rinchiudere uomini per anni ed anni, in attesa di essere uccisi.
Donald è un tipo tranquillo, non ha creato problemi durante la carcerazione e quindi il colloquio sarà in una stanza con una trentina di tavolini attorno a cui sedersi.
Nella stanza adiacente intravediamo il parlatorio in cui i colloqui sono fatti con il citofono e con un vetro che divide il detenuto dal visitatore.
Arriva Donald. Lo riconosco dalle foto che mi ha mostrato Marco, ma lui non ci vede finchè non richiamiamo la sua attenzione sbracciandoci. Ha l’aria spaesata, di chi non è abituato a questa situazione ed ha qualche problema di vista.
E’ un uomo alto e magro che abbraccia a lungo Marco e poi saluta me e Sandra che vede per la prima volta. E’ particolarmente contento di conoscere Sandra, la moglie di Marco: un altro pezzo della sua famiglia.
Quarantanove anni di vita di cui i primi sedici passati a cambiare continuamente città con la sua famiglia, la tossicodipendenza di un ragazzo non benestante e l’accusa per due omicidi legati agli ambienti che frequenta.
Una fidanzata al momento dell’arresto che muore in un incidente mentre lo va a trovare in carcere.
Ventun’anni di carcerazione fra il Mississipi e la Florida trascorsi in celle minuscole, due ore da trascorrere all’aperto due volte alla settimana ed una gran solitudine.
Di questa parte di storia emergono frammenti durante le due giornate di colloquio che ci sono state concesse, dalle nove di mattina alle tre di pomeriggio, anche in considerazione della distanza e del fatto che le visite per Donald sono rare.
Ma emerge anche un aspetto della sua vita in carcere sicuramente più inaspettato.
Donald è un uomo che dalla sua cella, dalla finestra minuscola e dotata di sbarre, tiene gli occhi ben aperti sul mondo: la televisione e la lettura della versione in inglese di “Le monde diplomatique”. Gli interessi che coltiva nonostante le limitazioni della sua condizione, con la lettura di riviste che parlano di moto e di meccanica che passano di mano in mano fra tutti i detenuti. La corrispondenza con Marco che gli manda notizie delle attività della Comunità di Sant’Egidio nel mondo (corredate di cartine, foto, notizie sui paesi), con la scuola elementare Coppino di Novara (i cui bambini sono diventati ormai per tutta la sezione che ospita Donald i “Coppino’s kids”), con gli anziani di un istituto che gli dedicano preghiere e belle cartoline.
E’ un uomo con tante cose ed amici di cui chiedere e discutere, quello con cui ho passato quelle ore attorno al tavolino d’acciaio del parlatorio; uno che è curioso di sapere delle guerre civili in Africa e delle nostre vite, che ha voglia di conoscere una vita diversa da quella che ha fatto.
Donald sostiene come può il bene di cui viene a conoscenza. Ha pochissimi soldi con cui acquistare all’interno del carcere quello di cui ha necessità, ma ha mandato ai bambini della scuola elementare con cui corrisponde venticinque dollari per un’iniziativa a favore della cura dell’AIDS in Mozambico a cui stavano lavorando; “perché i bambini vanno incoraggiati, devono sapere che è una cosa importante quella che stanno facendo”. Raccoglie firme fra gli altri detenuti per sostenere gli appelli urgenti per tentare di salvare la vita a condannati a morte di diversi paesi del mondo e poi li spedisce ai governi coinvolti.
Le ore passano, inframmezzate dalla conta dei detenuti che qui le guardie eseguono facendoli alzare dai tavoli e allineandoli ad una parete.
Si parla tanto (nonostante il nostro inglese non proprio perfetto), anche dei carceri italiani.
Si scherza, si ride giocando a briscola, guardano i figli piccoli di alcuni detenuti che sgambettano nella stanza.
Mangiamo panini molto americani che si acquistano al parlatorio e possiamo anche farci fare delle foto insieme. E’ domenica, vediamo arrivare le tre sul grande orologio appeso in fondo alla sala colloqui. I saluti sono abbracci forti e un po’ commossi.
Donald ci aspetta l’anno prossimo.
Ci mettiamo in coda per l’uscita e lo vediamo, a sua volta in attesa, con la casacca arancione sul cui retro, noto ora, è scritta a pennarello la taglia per permette una rapida distribuzione dopo il lavaggio comune. Parliamo un po’ meno del solito allontanandoci dal carcere.
Penso al valore enorme che può avere una lettera in carcere: la possibilità di allacciare un’amicizia duratura e sincera, di allargare le sbarre creando uno spazio libero per il pensiero. Rifletto, una volta di più, sull’amicizia che in Italia mi lega ad uomini condannati all’ergastolo e sulla fortuna di vivere in un paese che ha abolito la pena di morte.
Pensiamo all’inutilità di una pena che vuole insegnare a non uccidere uccidendo, che nega la possibilità del cambiamento delle persone. Parliamo di Donald felice per la visita, della sua partecipazione alla vita: davvero l’amore è più forte della morte.
Pensiamo al suo nuovo processo ed alla possibilità della commutazione della sua pena.
Donald ci aspetta l’anno prossimo.

Giuliana Osella
giuliana.osella@grafobit.it

Emergenza Africa anche per l’obiezione di coscienza
Chi rifiuta l’esercito è costretto all’esilio, senza diritti

Molti di noi si ricordano le speranze legate all’indipendenza dell’Eritrea nei primi anni novanta. Soprattutto perché in Eritrea iniziava un percorso di sviluppo che non faceva affidamento sulle istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, che hanno portato molti altri paesi ad un enorme indebitamento estero. Però, 14 anni dopo, la situazione è completamente diversa, e tragica.
Quando la War Resisters’ International ha ricevuto le prime informazioni dall’Eritrean Antimilitarist Initiative (Iniziativa Eritrea Antimilitarista) siamo rimasti scioccati: reclutamento forzato ed imprigionamento, esecuzioni di giovani – uomini e donne –, perciò chi rifiuta il servizio militare ha l’esilio come unica alternativa.
I contatti che War Resisters’ International ha in africa sono ancora scarsi. Il 15 maggio, giornata internazionale dell’obiezione di coscienza, sarà una buona occasione per accendere i riflettori sulla situazione in Eritrea e una buona opportunità per conoscere gruppi antimilitaristi africani.

Ulteriori informazioni sulla situazione in Eritrea sono disponili in una documentazione pubblicata su sito della WRI: http://wri-irg.org/news/2005/eritrea-en.htm

Andreas Speck
Staff WRI di Londra

Obiezione di coscienza in Eritrea

Situazione generale del paese:

L’Eritrea, paese del Corno d’Africa, ha ottenuto la sua indipendenza de-facto il 24 maggio del 1991 dopo 30 anni di una dura, sanguinosa e costosa lotta armata senza regole contro la confinante Etiopia. L’Eritrea ha formalmente dichiarato la propria indipendenza nel maggio del 1993 in seguito ad una schiacciante vittoria del sì al referendum svoltosi sotto la supervisione dell’ONU.
I due maggiori gruppi etnici del paese sono i Tigrini (50%) e Tigré (40%); gli Afar costituiscono il 4% della popolazione mentre il rimanente 6% include i Kunama, i Nara, i Bielen, i Rashaida, gli Hidarb e i Saho. Le due religioni dominanti sono il Cristianesimo, che comprende cattolici, protestanti e copta, e l’Islamismo. Le lingue ufficiali sono: tigrino, inglese ed arabo, anche se sono presenti diversi idiomi locali.
L’Italia colonizzò questa nazione dandole il nome Eritrea nel 1890. In seguito alla sconfitta italiana nella II Guerra mondiale le sue colonie africane, Eritrea, Somalia e Libia, furono poste sotto protettorato inglese per 10 anni. Dal 1945 al 1950 il futuro di queste tre nazioni fu una tematica assai controversa all’interno delle Nazioni Unite che si concluse con la creazione di una sconsiderata confederazione tra Etiopia ed Eritrea, un progetto della durata di 10 anni, dal 1952 al 1962. La confederazione si concluse però anticipatamente, quando, nel 1961, l’Etiopia ne violò le condizioni dichiarando l’annessione dell’Eritrea come sua 14esima provincia. Nello stesso anno il Fronte Eritreo di Liberazione (ELF) iniziò una resistenza armata sotto la leadership di Hamid Idris Awate.
Nel 1970 una fazione dell’ELF, conosciuta come Forze Popolari di Eritrea (PFE) si distaccò: si trattò di un movimento rivoluzionario guidato dalle nuove generazioni. Dopo il suo primo congresso, nel 1977, il PFE si riorganizzò come Fronte Popolare Eritreo di Liberazione (EPLF), che eclissò l’ELF. E fu proprio questo nuovo movimento che, dopo una lunga guerra, riuscì a raggiungere l’indipendenza dall’Etiopia.
L’EPLF stabilì immediatamente un governo di transizione guidato da Issayas Afewerki leader della vittoriosa lotta per l’indipendenza. I membri dell’EPLF occuparono tutti i ruoli amministrativi e le posizioni chiave. Nel 1994, il terzo congresso dell’EPLF, decise di cambiare nuovamente nome in Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ).
Diversamente dal suo nome, il regime instauratosi non fu né democratico né giusto. Si rivelò un governo incostituzionale, in quanto ignorò che un suo organo, la Commissione Costituzionale Eritrea, creata nel 1994, aveva dato vita ad una carta costituzionale ratificata dai cittadini eritrei nel 1997. Dopo l’11 settembre 2001, il regime imprigionò 11 membri di spicco del partito di opposizione che avevano chiesto una svolta democratica del paese e l’applicazione della carta costituzionale ratificata dalla popolazione.
Attualmente il PFDJ è il solo legislatore all’interno del duro regime dittatoriale. Alla popolazione eritrea sono negati i diritti umani e civili fondamentali, ogni forma di protesta va inevitabilmente a concludersi con un arresto arbitrario, l’incarcerazione e la tortura. Per tutti i cittadini eritrei che avevano creduto nella creazione di un nuovo stato di pace, stabilità e prosperità, la misura delle guerre, della corruzione e dell’abuso di potere che seguirono all’indipendenza del paese furono incredibili. Unici anni dopo l’indipendenza e tredici dopo la liberazione, l’Eritrea è un paese dove la povertà e l’oppressione sono la regola.
Negli ultimi tre anni il campo d’addestramento militare Sawa è stato destinato a quartier generale per il servizio nazionale universale. Tutti gli studenti delle scuole secondarie, maschi e femmine, sono costretti a finire il loro dodicesimo anno di studio in una scuola all’interno del Sawa. Nessuno di loro ha proseguito negli studi universitari una volta adempiuto il servizio nazionale. L’Università di Asmara, la sola università dell’Eritrea, ha solo studenti del terzo e del quarto anno che si sono iscritti prima che tale legge entrasse in vigore.
Il governo ha completamente militarizzato il paese. Il forzato reclutamento dei giovani, come l’arruolamento di minorenni e adulti fino a 50 anni, è prassi quotidiana. Le reclute sono trattate brutalmente e ci sono prove di abusi sessuali sulle donne, nessuno ha il diritto di interrogare le autorità militari. Nessuno ha il diritto all’obiezione di coscienza.
Negli ultimi tre anni e mezzo, agli eritrei è stato negato il loro diritto costituzionale della libertà d’espressione. Non ci sono giornali, canali televisivi o stazioni radio indipendenti, gli unici mezzi di comunicazione attivi sono controllati dal governo. Solo internet può fornire, a coloro che hanno la possibilità di accesso a tale fonte di informazione, delle notizie non condizionate dalla propaganda governativa.
La politica estera condotta in questi anni ha isolato il paese, allontanando organizzazioni di difesa dei diritti umani, agenzie d’aiuto allo sviluppo e in generale la comunità internazionale. Il dittatore ha usato il concetto di Unità Nazionale al fine di intimidire e discreditare gli oppositori al regime. Le minoranze religiose sono diventate vittime di persecuzioni, incarcerazioni e torture. Secondo l’agenzia di notizie Compass Direct, 187 eritrei cristiani sono stati arrestati fin ora quest’anno, la cifra comprende gruppi in preghiera, intere cerimonie di matrimonio, gruppi di studio della Bibbia, intellettuali e professionisti. Spesso questi arresti riguardano anche bambini e persone anziane.
Secondo il “Christian Post” del 24 febbraio 2005 il governo eritreo, a partire da maggio 2002, ha chiuso le chiese protestanti del paese, dichiarando i loro luoghi di culto illegali e proibendo adunate private. Solo 4 religioni sono ufficialmente accettate: Cristianesimo ortodosso, Cattolicesimo, Luteranesimo e Islamismo.
L’obiezione di coscienza è un tabù. Gli obiettori di coscienza sono marchiati dal regime come codardi e antipatriottici. Non esiste nessun ricorso alla legge né servizio civile sostitutivo per gli obiettori di coscienza. Le conseguenze dell’obiezione di coscienza e della diserzione sono severe torture, imprigionamento per lunghi e periodi e persino la pena di morte.
Dopo gli orrori della guerra contro la confinante Etiopia dal 1998 al 2000, il numero degli obiettori di coscienza tra i militari è cresciuto. Attualmente sono migliaia quelli che obiettano il servizio militare e che per questo sono costretti ad andare in esilio. Un considerevole numero sono fuggiti in Europa, Libia, Etiopia e Sudan chiedendo asilo politico. I rifugiati politici eritrei in Germania hanno fondato “Iniziativa Antimilitarista Eritrea” (EAI), che dà supporto ai rifugiati che devono fuggire dall’esercito eritreo e che combatte per la pace e contro il militarismo in Eritrea.

Conseguenze della guerra

Il negativo impatto che la lunga guerra per l’indipendenza e il successivo conflitto hanno avuto sulla società e sull’economia eritrea sono incalcolabili. Hanno inasprito le conseguenze del ciclo di siccità che ha afflitto l’intera regione e ha fatto sì che milioni di persone dipendessero dagli aiuti internazionali per la loro sopravvivenza. I risultati di questo conflitto sono orrendi: perdita di vite, impoverimento, profughi, terreni minati, saccheggi, confisca di proprietà, esilio e traumi.
Attualmente, più di un terzo della popolazione eritrea vive in esilio. La guerra ha portato allo sgretolamento delle famiglie, alla perdita della cultura di appartenenza, del modello di società, sia per le persone rimaste che per quelle in esilio.

ONG nazionali ed internazionali

E’ presente una modesta attività di Organizzazioni Non Governative nazionali ed internazionali. Queste sono però sotto il controllo del regime, non ci sono ONG che difendano i diritti umani o che testimonino il reclutamento militare forzato nella sua brutalità ed il trattamento riservato agli obiettori di coscienza. Il governo non tollera la presenza di ONG indipendenti, gruppi di difesa dei diritti umani, osservatori internazionali e giornalisti stranieri. L’inchiesta richiesta da Amnesty International e altri è stata ignorata e tutti i giornalisti internazionali sono stati ufficialmente allontanati.

Obiezione di coscienza come via per la pace

Le persone in Eritrea vivono una crisi politica, economica e sociale. C’è urgente bisogno di creare una sana atmosfera democratica, con una leadership costituzionalmente eletta ed sistema politico multipartitico; altrettanto importane è l’immediato rilascio dei prigionieri politici e degli obiettori di coscienza. Per ciò l’EAI difende il rifiuto del servizio militare all’interno del descritto contesto.

Noi rifiutiamo il servizio militare, il militarismo e la guerra per le seguenti ragioni:

1.Le idee e gli insegnamenti dell’obiezione di coscienza si basano, sulla pace, l’umanità e la morale. Crediamo che questa sia la risposta per resistere alla propaganda di unità nazionale e sovranità nazionale, che sono fuorvianti e provocatorie.
2.La maggioranza delle persone è contraria alla guerra in Eritrea a quella contro i paesi confinanti, la regione ed il mondo, i governi devono iniziare a pensare a delle soluzioni pacifiche, ad accrescere il rispetto per la vita umana e programmare la costruzione di una società giusta e sicura per le generazioni future.
3.L’obiezione di coscienza è all’estremo opposto del dominio della guerra. Crediamo che l’obiezione di coscienza possa far fronte e cambiare gli obiettivi militari.

Passi verso una pace duratura

L’EAI crede che il seguente percorso possa aiutare a raggiungere un pace duratura fondata sui diritti umani, civili e politici.

1.Introdurre e coltivare il rispetto per l’obiezione di coscienza ed offrire agli obiettori la possibilità del servizio civile come alternativa a quello militare.
2.Stabilire una cultura fondata sul pluralismo, la civiltà, il rispetto e la tolleranza.
3.Sviluppare un sistema politico basato sui principi democratici.
4.Adottare percorsi di lotta nonviolenta.
5.Risolvere i conflitti pacificamente attraverso il dialogo, la mediazione, ed il negoziato.
6.Rispettare il diritto internazionale.

Yohannes Fidane *

* Rifugiato eritreo che vive in Germania, dove è attivo
nell’Iniziativa Eritrea Antimilitarista (Eritrean Antimilitarist Initiative)

(Traduzione a cura di Caterina Bianciardi)

India 1930-31: La sfida alla corona

E’ in uscita anche in Italia la serie di video “Una forza più potente” (prodotta negli Stati Uniti dalla York Zimmerman e diffusa in versione DVD nel nostro paese dal Movimento Nonviolento) che presentano 6 casi storici di resistenza nonviolenta nel XX° secolo. Presentiamo una scheda al mese: dopo Danimarca e India seguiranno Polonia, Cile, Sudafrica, Usa.

A cura di Luca Giusti

La marcia del sale è un esempio emblematico della strategia gandhiana; la campagna rappresenta un punto di non ritorno nel processo di lotta che porterà l’India all’indipendenza nel 1947.

La situazione: Nel 1930 l’India era da oltre un secolo il gioiello della corona del maggiore impero coloniale del momento (la regina Vittoria era stata proclamata Imperatrice delle Indie nel 1877).
Per riuscire a controllare l’immenso sub-continente indiano, i colonizzatori inglesi puntavano sulla passività delle masse , sulla collaborazione dell’aristocrazia terriera e delle classi medie occidentalizzate, cui era stata affidata parte dell’amministrazione territoriale, e sulla politica del divide et impera, che sfruttava le profonde divisioni interne (tra Indù e Musulmani, tra moderati ed estremisti, tra caste, regioni, lingue diverse…).
A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento si era sviluppato un movimento nazionale indiano, articolato in diverse componenti, ma egemonizzato all’inizio dai gruppi moderati, che nel 1885 avevano fondato il Partito del Congresso (Indian National Congress).
In questo contesto si inserisce Gandhi che, dal suo rientro dal Sudafrica nel 1915, ha avviato una serie di campagne nonviolente su questioni locali che hanno destato crescente attenzione di leader politici indiani, autorità britanniche, ma soprattutto delle masse di oppressi.

Le prime fasi della campagna

?1930, inizio di marzo: Gandhi scrive al viceré Irwing comunicando la sua decisione di contestare la tassa sul sale e l’intenzione di promuovere una campagna di disobbedienza civile contro di essa. Gli Indiani si sarebbero recati sulla costa e avrebbero prodotto da sé il sale, infrangendo il monopolio inglese.
Prepara l’azione mettendo a fuoco l’iniquità della tassa, sapendo che sarebbe stata un simbolo potente.

A.Dajtur, militante della campagna:
“Voleva concentrarsi inizialmente su un tema insensibile alle differenze di classe, di cultura e anche economiche e riuscì così a toccare una corda in ogni cuore indiano”

?12 marzo: Gandhi inizia la marcia dall’ashram Sabarmati di Ahmedabad, un itinerario di circa 400 km, fino a Dandi, sulla costa, cercando, attraverso il percorso della marcia, il maggior coinvolgimento di popolo e un crescendo graduale, per non far precipitare le cose con gli inglesi.
Ben presto i marciatori sono migliaia e via via che il percorso si snoda, il numero cresce sempre di più.

La politica di non collaborazione
Gandhi vuole recidere il legame di collaborazione dei funzionari locali con i colonizzatori. Tappa dopo tappa chiede dunque ai notabili di dimettersi dai ruoli istituzionali.

Alyque Padamse, attore:
“Gandhi diceva: come possono centomila Britannici controllare più di 350 milioni di Indiani? Il sistema funziona per l’acquiescenza degli Indiani. Se smettiamo di fare tutto quello che vogliono come possono cavarsela?” e ancora “Non ce l’hanno presa loro l’India, siamo noi che gliel’abbiamo consegnata ”

Per lui, però, l’indipendenza non si può raggiungere solo attraverso un cambiamento politico al vertice, ma richiede profonde e radicali riforme della società indiana che coinvolgono l’educazione, la salute, la condizione delle donne, il superamento del sistema delle caste, la redistribuzione della terra e comportano il “risveglio in ogni settore della vita” e una vasta azione popolare nonviolenta.

Le forme di non collaborazione sono perciò molteplici. Una di queste è il boicottaggio dei tessuti e delle merci straniere.
Simbolo di questa lotta ed emblema dello swadeshi (spirito religioso che ci limita all’uso e al servizio dell’ambiente più
circoscritto possibile) è l’uso del kadi, il filato di cotone locale, che diventa la divisa dei satyagrahi e di tutti gli Indiani coinvolti nella lotta.

?6 aprile: all’alba Gandhi raccoglie una manciata di sale; la notizia si diffonde immediatamente, coinvolgendo grandi folle in attesa, che si dirigono verso il mare per fare altrettanto.

L’uso politico della repressione
Il governo è sorpreso: aveva contato sull’indifferenza e sulla codardia, ma la visione profonda di un leader carismatico come Gandhi aveva avuto successo: era riuscito a trovare le motivazioni giuste per mobilitare le masse e per far confluire tale motivazione su un’azione concreta e significativa.

Di fronte ad azioni sempre più diffuse e incisive di disobbedienza gli Inglesi si trovano davanti ad un vicolo cieco: se arrestano Gandhi infiammano l’India, se non lo arrestano lasciano che sia lui a dar fuoco alla paglia.

?4 maggio: Lord Irwin fa arrestare Gandhi e mette in atto una pressione continua, volta a contenere le reazioni esercitando il minimo della violenza; la campagna però non si ferma, anzi i decreti di emergenza, il controllo sulla stampa, i divieti di adunata scatenano trasgressioni sempre più massicce e gli arresti sono migliaia.
E’ proprio ciò che Gandhi vuole.
La repressione allora si fa ancora più dura, ma i manifestanti la affrontano con fermezza e determinazione, come davanti alle saline di Dharasana, quando subiscono colpi tremendi, ma non recedono.

Assiste ai fatti un reporter di nome Miller, la cui testimonianza finirà su 200 giornali di tutto il mondo:
“Andavano giù come birilli, sentivo distintamente il rumore dei manganelli sui loro crani indifesi, cadevano spesso svenuti con brutte ferite e fratture, sangue dappertutto”

Gli arresti e le brutalità della repressione , accettati come parte della lotta, vengono usati come un boomerang e si ritorcono contro chi li usa, danneggiando la posizione britannica quasi quanto la campagna stessa. Resistere alla repressione è una dimostrazione di autonomia, una affermazione di indipendenza e una erosione continua dell’autorità britannica:

B.R.Nanda, storico:
“Se un’autorità si scontra con una disobbedienza diffusa, il suo potere si svuota”

La coercizione nonviolenta al negoziato e la conclusione della campagna
La lotta si estende: il commercio inglese cala del 25%; tre negozi su quattro di tessuti stranieri chiudono.

? 1931 gennaio: il primo ministro britannico Ramsey Mc Donald è costretto al negoziato, il primo con un Indiano come interlocutore alla pari.

? 17 febbraio: Il negoziato si conclude dopo tre settimane, con il rilascio degli arrestati e l’abrogazione delle ordinanze repressive. La disobbedienza civile è interrotta e Gandhi rinvia a successivi incontri a Londra le questioni costituzionali.

L’India resta sotto il dominio britannico, ma la marcia del sale ha posto fine alle pretese di legittimità di tale dominio, ha risvegliato la consapevolezza del proprio potere da parte degli Indiani e ha impresso una svolta al processo di indipendenza, che giungerà a compimento sedici anni dopo, nel 1947.

Riferimenti bibliografici essenziali:

M.K.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, (a cura di Giuliano Pontara), Einaudi, Torino, 1973, ediz. Economica Einaudi 1996, con saggio introduttivo di Pontara rivisto e ampliato
M.K.Gandhi, Villaggio e autonomia, Libreria Editrice Fiorentina, 1982
M.K.Gandhi, Civiltà occidentale e rinascita dell’India, Ed. Movimento Nonviolento, Perugia, 1984
MK.Gandhi, La forza della verità, Sonda, Torino, 1991
E.Erikson, La verità di Gandhi, Feltrinelli, Milano, 1972
M.Torri, Dalla collaborazione alla rivoluzione nonviolenta, PBE Einaudi, Torino, 1975
D.Lapierre, L.Collins, Stanotte la libertà, Mondadori, Milano, 1983
B.R.Nanda, Gandhi il Mahatma, Oscar Mondatori, Milano, 1984
J.Galtung, Gandhi oggi, EGA, Torino, 1987
E.Collotti Pischel, Gandhi e la nonviolenza, Editori Riuniti, Roma, 1989
Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, 3 volumi, EGA, Torino, 1985, 1986, 1996
Il puzzle della nonviolenza, MIR, Centro ricerche per la nonviolenza, Padova, 1994
J.M.Brown, Gandhi. Prigioniero della speranza.Il Mulino, , Bologna, 1995
G.Sofri, Gandhi e l’India, Giunti, Firenze, 1995
P.Ackerman, J.Duvall, A Force More Powerful, A Century of Nonviolent Conflict, St.Martin’s Press, New York, 2000
Centro studi Sereno Regis, Economia gandhiana e sviluppo sostenibile, Seb 27, Torino, 2000
M.Jurgensmeyer, Come Gandhi, Laterza, Bari, 2004
E.Peyretti, Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini , Villa Verucchio, 2005

Angela Dogliotti Marasso

Franz Jägerstätter, contadino, obiettore con le mani legate

di Alberto Trevisan

Leggere il nuovo libro sulla vita e le opere di Franz Jägerstätter è, per chi da anni considera questo “testimone solitario” un importante compagno di viaggio, come riprendere un lungo itinerario di pace che più volte l’ha portato a St. Radegund, un delizioso paesino austriaco a soli quaranta chilometri da Salisburgo vicino al confine tedesco.
Si ha la sensazione che nell’armonia di una natura quasi incontaminata Franz Jägerstätter abbia trovato la forza ma soprattutto la gioia della lettura profonda della Bibbia, della parola di Dio. Lui, modesto contadino, che, pur non andando oltre le scuole elementari, è riuscito a “cogliere nella Bibbia i principi forti del suo orientamento, contro le resistenze che gli venivano proposte non solo dai legami familiari che venivano così spezzati, ma dal comportamento di tutto il mondo in cui viveva e dalle insistenze dei responsabili stessi della sua Chiesa. “Benché morto, parla ancora” come ci ricorda nella prefazione del libro Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e per molti anni presidente di Pax Christi.
“Scrivo con le mani legate” aggiunge ulteriori notizie sulla vita e la scelta del “Testimone solitario” (il primo libro presentatoci negli anni ‘60 da Gordon Zahn) e dopo la dettagliata opera di Erna Putz (Franz Jägerstätter, Un contadino contro Hitler, a cura di Giampiero Girardi, Berti, 2000) ci propone gli scritti autentici di Jägerstätter durante la carcerazione (prima parte) e quelli precedenti (seconda parte) che sono lo specchio della maturazione della sua obiezione di coscienza al nazismo.
Senza ombra di dubbio possiamo con gioia affermare che Franz non solo non è più “un testimone solitario”, sconosciuto e dimenticato, ma oggi, attraverso quest’ultima opera analitica dei suoi scritti, è considerato come “il più conosciuto eroe (austriaco) della resistenza”, come afferma Erna Putz nella sua premessa .
Leggere questo ultimo libro così ben predisposto alla conoscenza e alla riflessione, completo di riferimenti sia biografici che bibliografici, con approfondimenti biblici spesso corredati da commento esegetico, è come compiere un cammino della memoria per “non dimenticare” e vincere l’orribile tentazione dell’oblio.
È proprio vero che, come sostiene Giampiero Girardi, che ha curato con passione l’edizione italiana e che ormai dobbiamo ritenere come la “memoria storica” della figura di Franz Jägerstätter, questo “libro è lo strumento che mancava per capire qualcosa di più di una vicenda che ancora oggi, pur a distanza di oltre sessant’anni, ancora colpisce e commuove per la sua grandezza”.
Se non ci fosse stato il consenso alla pubblicazione da parte della moglie Franziska delle lettere e degli scritti di Jägerstätter noi saremmo rimasti molto meno informati e quindi impossibilitati a capire il profondità la vita e la sofferenza di uno dei più significativi testimoni della scelta dell’obiezione di coscienza contro la guerra.
Ancora altre lettere e cartoline potremmo leggere proprio per volontà di Franziska dopo la sua scomparsa, che ci auguriamo più tardi possibile: saranno forse gli scritti più intensi, più intimi di una storia di amore che anche nel dramma di una guerra tanto tremenda rappresenterà il trionfo della condivisione di vita sino in fondo di due semplici contadini in un’Europa messa a fuoco dalla violenza fratricida e dalla smania della conquista.
Adolf Hitler, i cui natali la storia segnala a pochi chilometri da St. Radegund, è il grande sconfitto in questa commovente vicenda e con lui tutti gli uomini che pensano di fare della guerra la risoluzione delle controversie tra i popoli.

Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri scritti dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler” di Franz Jägerstätter, a cura di Giampiero Girardi, traduzione di Lucia Togni, prefazione di Luigi Bettazzi, premessa di Erna Putz, Berti, Piacenza, 2005, XXXV+231 pagine, € 13,00.

Editrice Berti, via Legnano 1, 29100 Piacenza, tel. 0523 321 322; fax 0523 335 866; email: info@bertilibri.it ; http://www.bertilibri.it.

Il curatore: Giampiero Girardi, 38040 Martignano (TN), via del Forte 44B;
mobile 347 4185 755; fisso 0461 829 526; email: gia.gir@tin.it.

PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Palestina: uomini e donne che fanno la differenza

Ayed Morrar, palestinese, e Jonathan Pollak, israeliano, sono amici. E’ raro vedere immagini in cui i due non sorridano, o non si sorridano l’un l’altro. Forse i loro nomi non vi dicono molto, ma sono fra i maggiori attivisti della lotta nonviolenta contro l’occupazione israeliana. Largamente ignorato dai media, il loro lavoro ha compreso l’organizzazione di una grande campagna di resistenza alla costruzione del famoso (o infame, dichiarato illegale nel 2004 dal Tribunale Internazionale di Giustizia) “Muro”, che ha coinvolto a livello di base migliaia di israeliani e di palestinesi: agricoltori, lavoratori, madri, studenti, volontari internazionali hanno sfidato i gas lacrimogeni, le battiture e le pallottole in oltre 50 marce di protesta ed hanno spesso bloccato la costruzione del muro con i loro corpi.
Wafaa Shaheen è un altro nome poco noto. E’ una donna palestinese, co-fondatrice di “Al Zahraa”, e vive in Israele. Un quinto della popolazione israeliana lo è, ed il 70% di essi vivono in zone rurali. Wafaa lavora con le donne, in tali zone, per insegnare ed imparare a sconfiggere la violenza. Il suo gruppo organizza incontri e seminari sin nei più sperduti villaggi, dopo di che le donne generalmente danno vita ad organizzazioni autonome nelle loro comunità. Il 98% delle donne che vengono in contatto con “Al Zahraa” sono madri povere (la maggior parte è sposata ed ha figli prima dei vent’anni), vivono esistenze difficili in luoghi isolati e non hanno contatto con le organizzazioni internazionali. “Il primo incontro è spesso molto commovente. Per molte donne si tratta della prima occasione nella loro vita di parlare di se stesse. La violenza, domestica e non, e la partecipazione sociale sono due istanze ricorrenti. Quando le donne possono definire i propri bisogni ed organizzarsi l’impatto sulla comunità è positivo ed immediato.”, dice Wafaa.
Lo sa bene il villaggio di Bana Al Zjedet, dove le donne, dopo l’incontro con “Al Zahraa”, hanno organizzato una manifestazione contro la violenza domestica. Si trattò della prima azione politica femminile mai compiuta nel villaggio, e vi presero parte 1.500 donne su una popolazione di 6.000 persone.
Nel 2002 “Al Zahraa” organizzò il primo “8 marzo” per le donne palestinesi in Israele. Con grande sorpresa delle organizzatrici, oltre 1.700 donne da tutto il paese gradirono l’idea e parteciparono. Lo stesso anno, spronate dal successo, le donne del gruppo organizzarono una conferenza nazionale in cui, a parlare del proprio desiderio di pace e dei metodi per ottenerla nelle proprie esistenze, vennero donne druse, beduine, musulmane e cristiane.
“Alcuni uomini ci fanno visita per lamentarsi.”, racconta Wafaa Shaheen, “Dicono che le loro mogli sono diverse. Ecco un vero segno di cambiamento: adesso le loro mogli vogliono essere ascoltate.” E ride, perché anche nella situazione più buia e dolorosa, com’è spesso quella del conflitto israeliano/palestinese, i volti di Ayed, Jonathan e Wafaa sanno dare luce e speranza. Sorridono, sì, al futuro che stanno costruendo.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Quando la vittima diventa carnefice

CACCIATORE DI TESTE di Constantin Costa-Gavras
Titolo originale: Le couperet
Origine: Belgio, Francia, Spagna
Anno: 2005
Produzione: Michele Ray-Gavras, Jose Maria Morales, Jean-Pierre e Luc Dardenne per KG Productions, France 2 Cinema, Studiocanal, Les Films du Fleuve, RTBF, Scope Invest, Wanda Vision S.A., Canal +, Eurimages, Wallimage
Distribuzione: Fandango (2006)
Soggetto: Donald Westlake
Sceneggiatura: Constantin Costa-Gavras, Jean-Claude Grumberg
Presentato al Festival di Taormina 2005

Una piccola perla l’ultima fatica cinematografica di Costa-Gavras, che riesce magistralmente a mantenere uno straordinario equilibrio pur avendo scelto un registro impegnativo e “scivoloso”. Questo noir “luminoso”, tratto dal romanzo “The Ax” di Donald Westlake, ben lungi dal soffocare lo spettatore con atmosfere cupe e angoscianti, è invece pieno di luce e di humor, è brillante e divertente, grottesco e paradossale, ma allo stesso tempo ferocemente drammatico e inquietante perché capace di spietato realismo nei confronti dei drammi e delle contraddizioni della contemporanea società capitalistica.
Bruno Davert è un ingegnere chimico di alto livello, molto capace e stimato, che può offrire a sé e alla sua famiglia un alto tenore di vita. Dopo quindici anni di lavoro al servizio della stessa azienda nel settore dell’industria cartaria impegnata nel riciclaggio, perde il suo posto di lavoro a causa di una di quelle – ormai sempre più diffuse – operazioni di ristrutturazione, fusione e delocalizzazione della produzione. Ma Bruno è fiducioso, sicuro di sé, in fondo ha solo quarant’anni e una professionalità di altissimo livello: trovare un nuovo posto di lavoro per lui sarà come bere il proverbiale bicchier d’acqua, anzi, dopo anni di tempo sottratto alla famiglia per dedicarsi ad un lavoro sempre troppo esigente, questa pausa forzata sarà per lui un gradito ricostituente.
Il tempo però scorre e dopo tre anni Bruno ha smesso di essere fiducioso e sicuro di sé: sta diventando professionalmente “obsoleto” e, conseguentemente, aggressivo e asociale, anche con i familiari, fino a che la paranoia prende il sopravvento e un progetto folle si fa strada nella sua mente. Pur riconoscendo che il vero “nemico” sono gli azionisti e gli speculatori, guidato da un pragmatismo delirante, deciderà di eliminare quegli sventurati che si trovano, sempre più numerosi, a condividere la sua infelice situazione e, proprio per questo, sono diventati suoi concorrenti.
Il rinculo “doloroso” della pistola di Davert diventa icona della sua stessa situazione, quella di vittima di un sistema che ha contribuito ad edificare e che si è abbattuto su di lui, trasformandolo in carnefice.
Bruno incarna la possibilità (così remota?) di una follia collettiva come conseguenza della filosofia delirante diffusa nelle nostre società, dove il denaro, il benessere e il successo sono l’unico motore della vita.
O sei “della tribù” e allora sei al sicuro, oppure sei morto, e allora devi trovare il modo di rientrare nel clan ad ogni costo, e se con le parole insegni ai tuoi figli che il fine non giustifica mai i mezzi, il tuo pragmatismo ti fa giustificare anche i mezzi più feroci.
Non c’è odio, non c’è senso di colpa, cattiveria o piacere: l’omicidio è giustificato come necessità in nome della sopravvivenza. E’ una battaglia, quella di Bruno, contro l’ingiustizia delle spietate logiche aziendali e la violenza dell’economia globale, dove però non si combatte in nome di una superiore moralità e di un ideale, in nome dell’umanità e della giustizia, e soprattutto dove non c’è più spazio per la solidarietà: l’individualismo regna sovrano e l’uomo, in questa società così evoluta, torna ad essere predatore primitivo, spietato e anestetizzato dal pragmatismo.
Costa-Gavras, che con questo film abbraccia il genere che lui stesso definisce del “fanta-sociale”, ci regala una serie di spunti interessanti e dissemina il suo film di riferimenti sociali e politici: le file per il sussidio, i blocchi stradali in difesa del salario, la tv “spazzatura” violenta e annichilente, i cartelloni pubblicitari pieni di messaggi volgari che invitano ad acquistare e consumare oggetti e “persone”, i richiami ad una primitiva aggressività, la contaminazione tra il contesto sociale e quello familiare… Una pellicola da non perdere, che non smette di riservare sorprese… fino alla fine.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
La birra fa bene a chi la beve ma anche a chi la produce

E’ passato più di un anno da quando la multinazionale olandese Heineken, produttrice di birre famose in tutto il mondo (l’elenco farebbe venire l’acquolina in bocca a qualunque appassionato: Amstel, Moretti, Dreher, Henninger, Budweiser, Adelscott, Ichnusa, Prinz, Sans Souci, Triple Diamond), annunciò con ruvido distacco la volontà di chiudere lo stabilimento produttivo di Pedavena, in provincia di Belluno.
Pedavena è anche il nome storico di una birra, prodotta negli stabilimenti del paese, nata nel 1897 ed acquistata dagli olandesi nel lontano 1974. I cittadini sono sempre andati orgogliosi del marchio e del ristorante annesso (quest’ultimo gestito da un imprenditore locale), nei quali lavorano complessivamente 150 dipendenti. La famiglia Luciani, fondatrice dell’impresa, aveva sin dall’inizio puntato sulla qualità del prodotto, garantito dalla capacità di maestri maltatori formati in collaborazione con il locale istituto professionale e da una particolare qualità delle acque del luogo. Un solo passo espansivo, con l’acquisizione della Dreher negli anni ’60, destinata a diventare il marchio di famiglia per il resto d’Italia, poi la necessità di vendere agli olandesi quando il processo di industrializzazione inizia a falcidiare i piccoli produttori incapaci di stare al passo con le multinazionali.
La mobilitazione contro la chiusura e le 40.000 firme raccolte in pochi giorni inaugurarono nel settembre 2004 una stagione di lotte sindacali e popolari il cui esito è finalmente stato scritto l’11 gennaio scorso: la birreria è salva, acquistata dalla Castello di San Giorgio Nogaro. Ma come si è arrivati ad un risultato così inaspettato?
Certamente, le amministrazioni locali hanno giocato un ruolo importante: ma il sindaco Franco Zaetta è stato solo il capofila di una protesta che ha portato parroci, sindacalisti, cittadini ad impegnarsi in un conflitto in cui la creatività è stata l’arma vincente. Nei momenti di maggior crisi, come ad esempio il 30 luglio scorso, quando è stata interrotta la produzione nello stabilimento dopo 107 anni di attività, il consiglio comunale ha deciso di depositare il marchio collettivo “Pedavena” come azione di disturbo, per tutelare il nome della località in ogni iniziativa. E quando è circolata la voce che Heineken non era interessata alla vendita dello stabilimento ma solamente alla sua chiusura, per evitare la nascita di un concorrente temibile nella zona, è stato lanciato un appello tra gli artisti italiani affinché dipingessero uno striscione che raccontasse la storia della birreria: un lenzuolo di 600 metri portato in giro per la regione, ad incrinare l’immagine dei cinici olandesi.
Chissà cosa avranno pensato il presidente di Heineken Italia Piero Perron ed il suo amministratore delegato Massimo Von Wunster quando lo scorso autunno, sotto le finestre dei loro uffici, sono comparsi, a braccetto con i rappresentanti sindacali, anche i parroci di Pedavena con la benedizione del vescovo di Belluno. “Pedavena, dove la birra è passione”, diceva uno striscione, nel tentativo di riportare alla mente il più famoso Calvario. La storia si è incrociata poi con il mondo della finanza etica: qualche socio di Banca Etica, scoprendo che tra i titoli in cui investe Etica SGR (la società di gestione della banca) compariva il marchio olandese, ha chiesto spiegazioni sui motivi di tale scelta. La banca, dopo aver ascoltato i soci locali, ha deciso di non vendere le azioni Heineken, ma anzi di utilizzarle per contrastare in assemblea le scelte del colosso olandese. Nel settembre scorso, per dare un ulteriore segnale di attenzione, Banca Etica ha proposto di costituire una associazione che potesse candidarsi all’acquisto della birreria, facendosi garante economico della proposta. All’Associazione “Pedavena Progetto Birra” aderirono quasi tutti i dipendenti dello stabilimento, e certo il segnale ha contribuito a dare una sicurezza alle famiglie coinvolte, da quel momento sicure che in qualche modo la produzione nello stabilimento sarebbe prima o poi ripresa.
Ora la Castello ha promesso l’assunzione immediata di 20 dipendenti, e di 40 entro fine anno. Altri 40 in questi mesi hanno dovuto trovare altre sistemazioni, ed il costo del lavoro è probabilmente diventato accettabile per chi dovrà farsi carico di rilanciare l’azienda. Non sembra un’impresa difficile, visto che la stima del complesso (stabilimento, ristorante, piazzali, parco annesso di 40 mila metri quadri) si aggira sui 72 milioni di euro e la capacità produttiva è di 660 mila ettolitri, per circa 68 milioni di ricavi. Con 600 mila turisti l’anno che si concentrano soprattutto durante i tre giorni della “Festa della birra”, quando vengono scolati 350 ettolitri di bevanda bionda, non resta che augurare alla Pedavena un futuro lungo almeno quanto il suo passato.

EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese puglipas@interfree.it
Resilienza e coscientizzazione per educare nel tempo della globalizzazione
(2^ parte)

La coscientizzazione

L’educazione alla resilienza1, pur necessaria, non è tuttavia sufficiente ad articolare una risposta all’altezza del tempo della globalizzazione. Infatti, oltre ad aiutare i ragazzi a dotarsi degli strumenti di difesa per attraversare le crisi personali e collettive in un mondo sempre più incerto, è necessario costruire strumenti che li aiutino ad orientarsi, a capire, a criticare e a trasformare la realtà.
Negli anni ’70 Paulo Freire, nell’elaborare la pedagogia degli oppressi come strumento di liberazione e pratica di libertà2, usava la parola coscientizzazione per indicare l’avvicinamento critico al mondo e alla propria quotidianità per la costruzione di nuove relazioni sociali, fondate sull’uguaglianza e la solidarietà. Dopo trent’anni, di fronte ai fenomeni di impoverimento economico e culturale di fasce sempre più ampie di popolazione mondiale, veicolati sotto il manto ideologico della globalizzazione, la parola coscientizzazione è risuonata ancora molte volte nei tre Forum Mondiali sull’Educazione svoltisi dal 2001 al 2004 a Porto Alegre, riprendendo così nuovo vigore e arricchendosi di ulteriori significati.
Coscientizzazione, per noi oggi, è dunque non dare per scontato lo stato di cose esistenti ma esercitarsi a porre le domande legittime3 che aiutano a decifrarne la realtà più profonda. E’ acquisire la capacità di ricondurre gli effetti della propria condizione sociale alle cause che l’hanno prodotta e di attivarsi per rimuoverle. E’ imparare a guardare le cose decentrandosi dal proprio punto di vista, ascoltando e comprendendo il punto di vista degli altri, ampliando le proprie capacità percettive. E’ acquisire la consapevolezza della interdipendenza globale ed il senso di responsabilità rispetto agli altri ed al mondo in cui viviamo, a partire dai piccoli gesti quotidiani. E’ non fuggire dai conflitti, né accettare la danza della violenza – sia essa strutturale, culturale o diretta – ma agire una danza nuova: quella della loro trasformazione nonviolenta.
Insomma educare oggi alla coscientizzazione significa uscire dalla logica volta alla costruzione di “teste ben piene” e passare a quella dell’aiutare a modellare “teste ben fatte”, ossia capaci di muoversi con consapevolezza nel tempo e nei luoghi della complessità4.

I laboratori dei G.E.T.

Nei Gruppi Educativi Territoriali5 (G.E.T.) di Reggio Emilia la globalizzazione si incontra tutti i giorni sui volti e nelle storie di bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Storie di vita ancora acerbe ma, in molti casi, già attraversate da traumi e sofferenze. Storie di fuga da una qualche guerra; di dolorosa emigrazione o faticoso ricongiungimento; di povertà materiale e deprivazione culturale; di fatica di crescere e di stare sui banchi di scuola; di piccolo bullismo e di genitori precari sul mercato del lavoro. E altre storie ancora che raccontano, dal vero, come le dinamiche economiche globali segnano le vite di tutti. In particolare quelle dei più fragili e meno difesi.
Per questo – pur lavorando da sempre sulla resilienza cioè sul rafforzamento della forza d’animo di questi giovani cittadini per aiutarli ad affrontare al meglio il futuro – le educatrici e gli educatori dei G.E.T. hanno pensato di dover cominciare a lavorare, con sistematicità, anche sulla pedagogia della coscientizzazione. E così nello scorso inverno hanno attivato una serie di laboratori per affrontare assieme a bambini e ragazzi il tema della globalizzazione.
In realtà, durante i diversi percorsi, la parola globalizzazione i ragazzi non l’hanno mai sentita. Si sono sentiti, invece, molto coinvolti nella sua declinazione sui due argomenti nei quali sono stati articolati, per lo più, i diversi laboratori: il consumo ed il lavoro minorile.
Il rapporto con il consumo, o meglio con i prodotti che, di volta in volta, il potere del consumo impone per essere alla pari – e attraverso cui passa soprattutto in adolescenza il riconoscimento – è problematicamente centrale nella crescita di tutti i ragazzi. Lo è ancora di più per coloro che non possono permetterselo, e magari sono già portatori di altre diversità, dal colore della pelle alla religione, dal livello culturale al non rientrare nei canoni estetici del successo…Il rapporto con il lavoro è altrettanto presente, almeno quanto i fallimenti nei percorsi scolastici. Perciò, per molti di loro, “lavoro minorile” non è il titolo di un documentario su paesi lontani, ma un’alternativa al gioco ed allo studio sempre incombente.
I linguaggi e le arti proposti nei laboratori sono stati i più diversi, dal teatro alla danza, dai video alla cucina, dalla musica ai burattini, dalla clownerie al disegno.

I Gruppi Educativi Territoriali sono un servizio del Comune di Reggio Emilia rivolto al tempo libero. Il progetto pedagogico dei G.E.T. mette al centro del processo educativo i bambini e i ragazzi, aiutandoli ad affrontare i loro compiti di sviluppo in modo progettuale, tramite spazi di integrazione con i coetanei e la sperimentazione di attività in contesti che favoriscano conoscenza, relazioni, motivazioni e creatività.
Oltre trecentocinquanta tra bambini e ragazzi, tra gli otto e i quindici anni, frequentano ogni anno i G.E.T., i quali sono diventati piccoli cantieri di socialità e integrazione, al cui interno si costruiscono le condizioni favorevoli per produrre saperi nuovi ed originali. In essi l’esperienza creativa prende forma attraverso la scoperta da parte di bambini e ragazzi di altre dimensioni del pensare, del relazionarsi e dell’agire. Dentro questo orizzonte di senso si lavora sull’accoglienza, sugli stili cognitivi, sulla gestione e trasformazione dei conflitti, sulla costruzione delle regole, sulla progettazione individualizzata e di piccolo gruppo.
Infine, poiché tra le finalità del progetto educativo vi è la diffusione della cultura di pace e nonviolenza tra i bambini del mondo presenti in città, i G.E.T. hanno nomi di personaggi che hanno contribuito, in maniera evidente e significativa, a diffondere questa cultura tra i popoli. L’occasione per l’attribuzione dei nomi è stata fornita dalla proclamazione da parte delle Nazioni Unite degli anni 2001-2010 “decennio internazionale per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo”. Perciò oggi sono presenti a Reggio Emilia i GET M.Gandhi, M.L.King, L.Tolstoj, P.Freire, D.Dolci, C.Mendes, G.Impastato, oltre al don Bosco e sant’Antonio che hanno sede negli omonimi oratori.

Per concludere: New Orleans è lontana ma Parigi è vicina

Di fronte a scelte politiche nazionali e internazionali che, in ossequio ai dogmi della globalizzazione neoliberista, continuano a tagliare le spese sociali ed educative, le contraddizioni si manifestano in maniera sempre più evidente e violenta, anche in Occidente. New Orleans è lontana ma le periferie di Parigi sono vicine e dunque ci interpellano, proprio come educatori e ri-costruttori di socialità.
Perciò vorrei concludere queste poche righe riprendendo una pagina da La politica perduta di Marco Revelli, per dedicarla a tutti coloro che ostinatamente continuano a spendersi nel lavoro educativo, fondato sulla resilienza e la coscientizzazione, in un mondo che ferocemente rema contro.
Decine, forse centinaia di migliaia di donne e di uomini sono al lavoro, negli interstizi del disordine globale, per <<riannodare i nodi>>, ricucire le lacerazioni, <<elaborare il male>>. Per sciogliere i grumi d’inimicizia che i dislivelli planetari, i conflitti identitari, lo spettacolo osceno dell’ingiustizia rappresentato sul palcoscenico del sistema-mondo, vanno con velocità crescente addensando. Li si trova a Banja Luka e a Prjedor come a Bagdad o in quella terra che solo con impietosa ironia si può continuare a chiamare <<santa>>, nella miseria radicale delle favelas latinoamericanecome come nel fetore delle periferie africane, nel cuore di Kabul come nelle banlieux di Parigi, o negli slum di New York o di Londra, tra le macerie di Grozny e la polvere di Mogadiscio, a riparare dal basso i danni che i flussi sdradicanti dell’economia e della politica (del Mercato e dello Stato) producono. Sono loro l’unico embrione, fragile, esposto, di uno spazio pubblico non avvelenato o devastato nella città planetaria.
Non sono ancora il presente. Sono tutt’al più un vago presagio di futuro. Di una possibile, inedita, politica del futuro6.

Bibliografia

Bauman Zingmunt La società dell’incertezza il Mulino 1999
Bauman Zingmunt Voglia di comunità Editori Laterza 2001
Beck Ulrich La società del rischio Carocci 2000
Codeluppi Vanni Il potere del consumo Bollati Boringhieri 2003
Freire Paulo La pedagogia degli oppressi EGA 2002
Morin Edgar La testa ben fatta Raffaello Cortina 2000
Oliviero Ferraris Anna la forza d’animo Rizzoli 2003
Revelli Marco La politica perduta Einaudi 2003
Von Forster Heinz Sistemi che osservano Astrolabio 1987

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
La dolce violenza della musica classica occidentale che ha schiacciato le altre culture musicali

“Musica e Pace” è un tema che va da sé, un tema evidente. Si dice che la musica addolcisce l’umore. La musica è il linguaggio universale che permette la comprensione fra tutti i popoli. Proprio per questo bisogna anche notare che ci sono musiche di guerra, che in tutti i modi la musica ha servito la guerra. Non solo nei popoli primitivi, non solo perché permette di eccitare i guerrieri per le azioni più sanguinarie, ma anche nei popoli più civilizzati che hanno le loro musiche marziali. Anche nei grandi capolavori, come ad esempio nella Nona Sinfonia di Beethoven, che è un’opera di fraternità universale, ci sono echi di battaglie, di guerra e di musica marziale.
Che rapporto ha la musica classica con la guerra e la pace? E che rapporto ha la musica moderna con la guerra e la pace?

eccitare e calmare: funzioni primarie dell’attività musicale

Ci sono due funzioni fondamentali dell’attività musicale: eccitare e calmare. All’interno di ognuna ci sono però differenze considerevoli. Si può eccitare in un sacco di direzioni: alla danza, al lavoro, all’amore, alla guerra. Si possono calmare i bambini con le ninnananne, ma anche calmare il popolo quando si rivolta; offrendo musiche edificanti. La musica può esercitare una funzione di psicologia di massa, di manipolazione sociopsichica. Queste funzioni primarie si ritrovano sempre, poi c’è una funzione un po’ più complessa. Come tutte le attività culturali, transculturali, metaculturali, come la religione o la mitologia, la musica gioca un ruolo di identificazione per i gruppi umani, le etnie, i popoli, le tribù. Ci sono segni, simboli estetici e musicali, di stile, di forma, di linguaggio, propri di ciascuna etnia, anche nelle società di tipo primitivo, che permettono di distinguersi dal circondario e di darsi un’identità collettiva alla quale ciascuno dei membri si può riferire. Per certi sociologi, “la musica avrebbe una funzione che permette a certi gruppi sociali di distaccarsi, di separarsi dai comuni mortali e darsi una distinzione particolare”. Questa funzione ha un rapporto preciso coi concetti di segregazione, repressione, sfruttamento e, in particolare, con la nozione di guerra. Musica molto armoniosa, molto pacifica, molto fraterna, molto felice, può essere carica di volontà di separazione e dunque di repressione, di esclusione.
Si è parlato anche di funzioni della musica quando questa è un fenomeno marginale rispetto a funzioni più complesse, essendo solo veicolo o sviluppo di contenuti più articolati e diversificati. La musica può partecipare a costruzioni che si possono chiamare cognitive, proponendo contenuti semantici, che permettono di elaborare sistemi di conoscenza non solo intellettuale e astratta, coinvolgendo anche la sensibilità e l’affettività. Queste costruzioni cognitive possono guidare l’individuo a comprendere meglio la sua situazione individuale o di gruppo, permettendo una certa emancipazione. Potremmo definirla uno strumento di liberazione ma, prima di arrivarci, la musica diventa spesso uno strumento di manipolazione. Anche oggi, la pratica della musica nei media è un formidabile apparato di insinuazione da parte di un certo potere nelle grandi masse.

la musica classica e la dolce violenza

La nostra musica occidentale cosiddetta “classica”, cioè il linguaggio che si è sviluppato dopo il Rinascimento fino al diciannovesimo secolo, è una specie di grammatica coerente che appartiene alla propria epoca e corrisponde alla grammatica del pensiero, alla rappresentazione dell’universo, alla pittura dello stesso periodo.
Si dice abitualmente che l’Occidente ha sviluppato un linguaggio musicale che è potenzialmente una lingua universale, che ha costruito grandi monumenti musicali per tutto il mondo, per tutto il genere umano. Effettivamente oggi li si ascolta a Tokyo, a Rio de Janeiro, negli Usa e a Mosca: Beethoven, Bach, Ravel, ecc. C’è davvero qualcosa di universale, dunque favorevole alla comprensione fra i popoli e alla pace. Sono anche opere ricche di contenuti: forniscono un’eredità, un patrimonio di idee, di sentimenti, di scopi. hanno qualcosa di molto prezioso che è un bene di tutta l’umanità. Ma non bisogna dimenticare che questa ricchezza è stata ottenuta al prezzo di esclusioni e repressioni. C’è una prima esclusione importantissima di tipo acustico. La musica classica occidentale ha ridotto il materiale musicale ai suoni puri cioè, parlando in termini fisici, al sistema vibratorio perfettamente periodico, che dà una percezione di armonia. Attorno a questo valore si possono costruire strutture perfettamente trasparenti. Per capire che questa è un’esclusione notevole, ricordo che non solo i popoli primitivi, ma le grandi civiltà, per esempio quelle dell’estremo oriente, hanno al contrario un materiale sonoro musicale molto più complesso: cercare di ridurlo ai suoi componenti più semplici per poi ricominciare a costruire è un comportamento proprio della civiltà greco-romana. I Cinesi hanno i gong, metallofoni che producono i suoni più complessi che non si possono ridurre ed è impossibile trovare tutti i loro componenti, in Africa tutta la musica è basata sulle percussioni; nella nostra musica invece la percussione è stata esclusa. Si è esclusa la possibilità di avere ogni tipo di relazione tra i suoni, a vantaggio di quelle che danno all’individuo l’impressione di essere al centro del racconto e che ci sarà sempre una soluzione armoniosa. La nostra musica ha voluto costruire una grammatica interamente centrata sull’individuo, sulla coscienza soggettiva e ha voluto, conformemente all’ideologia della società classica occidentale, dare all’individuo, al soggetto, l’impressione di essere il centro dell’universo. Come nella pittura la prospettiva italiana costruisce l’universo attorno all’asse centrale, l’ego, il sé, nella musica è la stessa cosa. La costruzione del sistema tonale è una costruzione che riporta esattamente le stesse leggi della prospettiva italiana in pittura. Sono mezzi materiali diversi, ma il principio più profondo è lo stesso: mettere l’ego al centro, dargli l’impressione che tutto è al suo servizio, che chi suona, suona per lui. Allo stesso modo nella filosofia, nella politica, nell’economia occidentale è questo principio a dominare.
Operando questa esclusione acustica e grammaticale per arrivare a una costruzione egocentrica, occorreva una costruzione precisissima del rapporto fra i suoni, perché il nostro psichismo uditivo avesse l’impressione di essere al centro. Questa notevolissima selezione acustica e semiotica, si ripercuote al livello sociale e al livello etnico. All’interno della società occidentale, le opere più elaborate sono sempre più riservate a un’aristocrazia che possiede certi mezzi. D’altra parte, la società occidentale nei suoi primi tempi si costruisce un’immagine musicale che la separa completamente da tutte le altre civiltà, che la rende impermeabile ad altre civiltà. I primi esploratori, scoprendo la musica cinese, non la comprendono per niente perché vengono da un’esperienza musicale completamente estranea. Poi nel ventesimo secolo si va a colonizzare musicalmente la totalità del pianeta. La musica di tipo occidentale a poco a poco ha schiacciato tutte le culture musicali della terra lasciando poco spazio alle altre grandi civiltà musicali.
Questo sistema di esclusione ha funzionato a livello musicale, permettendo a certe classi di distinguersi e alla società occidentale di identificarsi come razza che ha poteri tecnici superiori in tutti i casi (la polifonia è una tecnica sviluppata dalla nostra società, come la macchina a vapore) e poi nel ventesimo secolo di costruire un’industria culturale e un commercio culturale che ha invaso tutto il pianeta e che ha schiacciato le altre culture musicali. La cosa è molto complessa e io semplifico, ma si può dire che il linguaggio musicale occidentale, che pure è una cosa magnifica, è un sistema straordinario di dolce violenza. La dolce violenza si insinua e obbliga ad assumere certi comportamenti.

Henry Pousseur

(1 – continua)

Nota
di Henry Pousseur abbiamo già parlato nel numero 8/9 del 2005

GIOVANI
A cura di Laura Corradini
Le parole non dette dalle vittime
Storie vere di violenza quotidiana

Spesso nelle storie di bullismo mancano le parole delle vittime, quelle dei bulli, che non riescono a raccontare la loro marginalità, ma anche quelle degli adulti, che dovrebbero presidiare il campo della crescita. Questa raccolta di testimonianze vere cerca di dare qualche parola alle storie silenziose. In alcuni casi sono le parole delle vittime, in altri sono quelle dei semplici osservatori che, come nella maggior parte delle storie come queste, si accorgono di come la quotidianità sia spesso teatro di tanti fragili poteri che diventano sopraffazione.

Chiara, 38 anni: “Alle medie alcuni ragazzi più grandi (bocciati, con situazioni difficili) avevano preso di mira due compagni, uno tranquillo, l’altro un po’ obeso. Nell’intervallo i professori si ritrovavano nella loro aula : noi restavamo da soli. Il compagno più grande iniziò a dire a quello più piccolo che doveva mettersi in ginocchio davanti a lui. Lui ha iniziato a tremare. Noi ragazze dicevamo al ragazzo più piccolo di non inginocchiarsi. Però alla fine non abbiamo fatto niente di concreto. E questa cosa mi è spiaciuta molto: alla fine il ragazzo più piccolo si è inginocchiato; penso che abbia sofferto molto di questo.”

Luca, 12 anni: “Racconto un episodio successo alle elementari. Eravamo in classe; un mio compagno provocava una mia compagna gettandole a terra le cose e non le permetteva di seguire la lezione. Io l’ho aiutata a raccogliere i suoi quaderni e le sue penne. Lui, per gelosia, è saltato addosso sia a me sia a lei. Questa volta però tutta la classe si è messa dalla nostra parte e assieme alla maestra l’ abbiamo fermato.”

Gianna e Alice, 13 anni: “Nella nostra classe c’ è una ragazza che ha un handicap, un problema al cervello e a volte capita che sputa, anche addosso a qualcuno. Per questa ragione alcuni compagni la evitavano. Alla fine qualcuno ha alzato la mano per parlarne, perché, anche se lei ogni tanto fa cose strane tipo gridare, non è giusto prenderla in giro.”

Stefano, 12 anni: “In terza elementare avevo una maestra molto antipatica: per un errore gridava e ti offendeva davanti a tutti. Se la prendeva sempre con una bambina e diceva che aveva il cervello piccolo come quello di una gallina. Io avevo sempre paura di sbagliare e non stavo bene, però nessuno prendeva le difese di chi veniva attaccato perché avevamo paura di finire in presidenza. Alla fine ho parlato con la mamma. Abbiamo deciso di finire l’anno scolastico e poi ho cambiato scuola.”

Michele, 12 anni: “Una volta ero con un amico in un parco. A una panchina non lontano dalla nostra, c’era un gruppo di adulti. Uno iniziò a spingere un altro perché gli aveva fatto uno scherzo innocente. Allora anche gli altri iniziarono a spintonarlo arrabbiati. Cercavano di togliergli i vestiti e di lanciarli in giro. Poi un gruppo che era in disparte lo ha difeso e ha fatto calmare tutti; hanno raccolto i suoi vestiti e sono andati via.

Valentina, 35 anni: “Il nipote di miei conoscenti era sempre andato bene a scuola. Improvvisamente cominciò a portare a casa brutti voti e pagelle disastrose. Non si capiva come mai. Poi lui stesso disse alla famiglia che lo faceva apposta: non rispondeva bene alle interrogazioni per essere accettato dal gruppo. L’ unico modo per poter far parte di quella classe era portarsi al livello della classe.”

Alessandra, 37 anni: “Nella zona in cui abitavo c’era un gruppetto che faceva cose losche. Hanno preso un ragazzo che doveva loro dei soldi, lo hanno portato in campagna e, dopo averlo massacrato di botte, lo hanno lasciato lì. Io l’ho accompagnato in ospedale. Aveva la mascella fratturata, era rimasto senza denti e con le costole rotte, ma non ha fatto denuncia. Era da “infami”: significava l’esclusione dal gruppo. Ha impedito anche a me di farlo e poi io mi sono sentita in colpa per non averlo fatto: quei ragazzi hanno continuato a picchiare e a fare i bulli.

Ludovico, 12 anni: “Questa mattina un ragazzo mi dava fastidio e la professoressa lo ha mandato fuori dalla classe. Però un amico diceva che sarei dovuto uscire io e mi ha offeso: mi ha chiamato “straniero di m.”. Io gli sono saltato addosso, la professoressa è intervenuta e abbiamo smesso. Una compagna di classe ha detto “Dai, vi menate fuori da scuola”. E finite le lezioni ci siamo picchiati davanti a scuola.”

Marco, 22 anni: “Ricordo che alle medie era come essere in caserma: quelli di terza avevano diritto a prendere la merenda di quelli di prima, per esempio. Non c’erano quasi mai fatti di violenza: la sottomissione all’ autorità dei “nonni” era scontata e nessuno si rifiutava di accettarla. Anche i professori dicevano “noi non possiamo mica occuparci di tutto!”

Nel prossimo numero: campi estivi MIR e MN, un’ occasione per incontrare coetanei ed adulti. Inviare idee e suggerimenti a lauracorradini@tin.it

Difendere beni e servizi pubblici

Voglio ringraziare Paolo Macina per il suo articolo nella rubrica Economia (A.N. 1-2/06), che ha il merito di riportare l’attenzione dei lettori sui problemi del lavoro.
Dal mio punto di vista, che è quello di delegato nella Rappresentanza Sindacale Unitaria (RSU) del Comune di Milano, eletto nelle liste dello SLAI –un piccolo sindacato di base che fa della non delega e dell’auto organizzazione i cardini della sua azione- vorrei aggiungere a quelli suggeriti da Paolo un ulteriore ambito di impegno: l’ opposizione alla privatizzazione dei beni comuni (acqua, energia) e dei servizi sociali e culturali (asili nido, scuole, mense scolastiche, musei e biblioteche). L’esperienza milanese di questi anni ci insegna infatti che le privatizzazioni hanno causato, oltre che un netto scadimento quantitativo e qualitativo dei servizi erogati ai cittadini, un netto peggioramento delle condizioni di lavoro (carenza di personale, flessibilità selvaggia, precarizzazione).
Ma difendere il carattere pubblico di beni e servizi non basta. Occorre pensare a nuove forme di gestione efficiente e trasparente, che vedano il coinvolgimento diretto e la partecipazione attiva degli utenti e dei lavoratori. E’ in questa pratica creativa e costruttiva che gli amici della nonviolenza, sulla base dei loro principi e della loro esperienza, sono chiamati a dare un contributo decisivo.

Ivan Bettini
(Sesto San Giovanni)

Il cantastorie di Gandhi

I lavori al tetto della Biblioteca gandhiana di Narayan procedono bene, anche grazie ai contributi italiani (vedi Azione nonviolenta n. 3/2005 e n. 8-9/2005 pag 27 ). In questi giorni sono con lui e sua figlia a Mumbay per un programma organizzato dal movimento gandhiano nella commemorazione della morte di Gandhi (30 gennaio). Si chiama “Gandhi katha” che significa “storie di Gandhi”. È una tradizionale forma di trasferire informazioni in via verbale con parole semplici e con musica e canti. È praticata da quelli che noi chiameremmo “cantastorie”. In questo caso il cantastorie è l’ottantenne Narayan Desai, figlio di Mahadevi Desai, l’uomo che è stato a fianco di Gandhi come assistente e segretario per tutti gli anni della sua vita.
Narayan racconta le storie di Gandhi tutti i pomeriggi dalle 6 alle 8 ed il campo in cui è allestito lo spettacolo accoglie 2000 persone a sera. Nell’occasione abbiamo allestito un banco di abiti in khadi prodotti da alcuni gruppi del Gujurath e tutte le sere ci diamo da fare per venderli, raccontando la storia ed il valore del khadi a chi ancora non la conosce.
Fra un mese circa saranno pronti 5000 metri di tessuto khadi. Che sarà disponibile per l’acquisto e con parte del quale potremo confezionare dei capi semplici per voi, per noi, per la gente del posto e per gli amici italiani…. Se volete aggiungere lucentezza a questo filo e a questa storia… Fatevi sentire…. Alessandra L’Abate
alessandra ph:(+91)9326024543