• 15 Agosto 2022 12:36

Azione nonviolenta – Ottobre 2003

DiFabio

Feb 4, 2003

Azione nonviolenta ottobre 2003

– Il sentiero, lungo e bello, della politica nonviolenta, di Mao Valpiana
– Camminare insieme è meglio che camminare da soli, di Daniele Lugli
– Incontrare il lupo, dentro e fuori di noi. Imparare a sognare. Riconvertire l’economia. di Nanni Salio
– Realizzare in europa una forza di difesa nonviolenta. Chiedere la costituzione di corpi civili di pace, di Gianni Tamino
– Come vede il paesaggio un albero? Che domande si fa un albero? “tra i rami dell’albero il lupo?” Laboratorio creativo per bambini, di Loretta Viscuso
– Pensieri, commenti, riflessioni di chi ha camminato, immagini e sapori dal sentiero Assisi, Valfabbrica Gubbio
– Dopo il fallimento di Cancun: verso un’economia globale di giustizia?, di Gianni Scotto

Rubriche

– Economia
– Educazione
– L’azione
– Storia
– Musica
– Libri

Il sentiero, lungo e bello, della politica nonviolenta

di Mao Valpiana

Questo numero di Azione nonviolenta è dedicato in gran parte al resoconto dettagliato dell’iniziativa “In cammino per la nonviolenza” che è stata preparata nel corso di un anno con le 10 parole della nonviolenza e si è sviluppata dal 4 al 7 settembre lungo la camminata Assisi-Gubbio, con il convegno “al posto della guerra”, il laboratorio per bambini “tra i rami dell’albero” e la festa per i 40 anni di Azione nonviolenta. Il Movimento Nonviolento ha investito molto in questa proposta, molte energie fisiche e finanziarie. Ideale e concreto proseguimento della Marcia nonviolenta Perugia-Assisi “Mai più eserciti e guerre” del settembre 2000, pensato e avviato fin dal Congresso di Ferrara del 2002, il progetto ha trovato subito molto consenso tra gli amici della nonviolenza. Il lungo lavoro è stato ripagato dal risultato.
Da un punto di vista comune il bilancio politico sarebbe negativo: nemmeno una riga sui giornali nazionali, nessun interlocutore esterno. Ma noi non cercavamo questo. Cercavamo un luogo periferico, una dimensione dove poter sperimentare una politica non urlata, fatta a bassa voce, e quel che cercavamo l’abbiamo trovato.
Finalmente abbiamo realizzato un evento nel quale siamo davvero riusciti a mettere in pratica il “più lentamente, più profondamente, più dolcemente”. Ci siamo presi tutto il tempo per fare le cose bene e con calma. Abbiamo camminato piano per aspettare gli ultimi. Abbiamo approfondito le ragioni della nonviolenza scavando in fondo al significato delle 10 parole. Abbiamo apprezzato la bellezza del paesaggio, cercato relazioni vere, fatto festa con semplicità. Finalmente un’iniziativa senza l’ansia di dover conquistare una notizia sul giornale, nessun leader da intervistare, senza volti noti cui affidare il comizio finale; finalmente una marcia senza slogan idioti, senza egocentrici pronti all’assalto della telecamera; finalmente un convegno senza la smania di dover approvare un documento, senza niente da votare; finalmente un concerto senza primedonne, big o star; finalmente una volta in cui i bambini partecipano davvero da bambini; finalmente con pochi soldi si sono fatte tante cose, senza sprechi, con il bilancio in pareggio (chi ha una minima esperienza di eventi istituzionali, organizzati da partiti o da associazioni, sa di cosa sto parlando). Abbiamo realmente sperimentato un modo nonviolento di condurre un’iniziativa politica. E questo è già un valore in sé.
Sappiamo di non dover guardare ai numeri, ma alla qualità della proposta. Il confronto fra le poche decine del sentiero nonviolento e le migliaia di una qualsiasi manifestazione pacifista sarebbe schiacciante. Ma non è questo. La nostra proposta era circoscritta e limitata e mirava proprio al coinvolgimento personale di chi vuole intraprendere un cammino nonviolento particolare e specifico. In questo senso tutti i partecipanti hanno espresso soddisfazione, si sono sentiti protagonisti di un evento importante per se stessi e per la crescita del Movimento, che ha dimostrato di avere la maturità, l’autorevolezza e la capacità di mettere in campo molte risorse umane per poter realizzare la propria politica della nonviolenza.
Per poter agire (“Azione” è il titolo della nostra rivista) ci vuole una coscienza salda, personale e collettiva. Questa iniziativa ha certamente rafforzato la coscienza del nostro Movimento.

Camminare assieme è meglio che camminare da soli
Salire sulle colline per vedere più ampiamente l’orizzonte
di Daniele Lugli

L’Assisi – Gubbio è stata una buona cosa. Ce lo siamo detti in vari momenti. Contiamo ora sia uno stimolo a farsi ciascuno, come piccolo gruppo coinvolto e come Movimento Nonviolento, promotore di altre iniziative ispirate alla nonviolenza.
In tre punti avevamo sintetizzato la nostra proposta:
*camminare insieme, in un rapporto più vicino con noi stessi e tra noi, e con la natura,
* migliorare le nostre convinzioni nel confronto più aperto delle idee,
* ritrovarsi accanto in un momento di festa, che propone l’apertura gioiosa alla esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti.

Abbiamo camminato insieme e fin dalla partenza abbiamo sentito che altri camminavano con noi. Le ragazze e i ragazzi della “Carovana della pace” del Gruppo di Impegno Missionario dei comboniani, in primo luogo. Siamo partiti in direzioni apparentemente diverse, ma la partenza comune non è stata un congedo. Lo assicurano le parole e i doni scambiati, la compagnia che due giovani del GIM ci hanno fatto per la prima tappa, la consapevolezza di essere sulla stessa strada. Con noi camminava Massimiliano, fisicamente con i GAN a Riva del Garda a portare un segno di nonviolenza. Il tamburo e l’incessante preghiera di Morishita hanno accompagnato l’intero percorso, sostegno nel percorso esterno e invito alla meditazione.
Più intensi sono le parole e i sorrisi scambiati camminando e nelle soste. Conforta la consapevolezza che c’è chi si preoccupa della nostra fame, della nostra sete, della nostra stanchezza, cosicché tutti possano completare il cammino. Anche chi pensava di ritornare prima è poi rimasto per gli incontri di Gubbio. Un Centro di Orientamento Sociale itinerante è stata la nostra iniziativa. La compagnia dei cani avrebbe avuto l’approvazione, oltre a quella di Francesco, di Aldo: io posso rallegrarmi che anche gli animali siano presenti, diceva parlando dei suoi COS.
Il camminare ha ispirato diverse riflessioni. Non meraviglia. Camminare è addirittura un modello di vita nella proposta di Henry David Thoreau, disobbediente civile e ispiratore di Gandhi. Noi abbiamo camminato nella terra di Francesco e di Aldo Capitini. Delle peregrinazioni di Francesco sappiamo. Forse meno noto è l’invito di Aldo alla salita dei colli e delle montagne, stimolando a cercar di vedere più ampiamente l’orizzonte. Siamo forse ora più consapevoli che camminare è muovere il piede che sta dietro, è rompere il proprio equilibrio per conquistarne un altro più avanti, che camminare assieme è meglio che camminare soli, che ogni collina conquistata schiude lo sguardo su altre colline e montagne, che il varco della nonviolenza è costituito da un assieme di varchi. E la salita è appena cominciata.

Il convegno è stato molto partecipato e vivace. Sono mancati relatori che avevano promesso di intervenire. Ce ne spiace per noi e per loro. Un saluto non di maniera ci ha portato il Sindaco. Al Convegno sono giunte persone che alla camminata non avevano potuto partecipare e c’è stato un modesto, ma significativo, coinvolgimento di persone del posto.
Si è avviato un confronto complesso e molto aperto. È la discussione che ci serve. Vuol dire infatti – ripeteva Capitini – scuotere con forza, per saggiare la validità dei nostri argomenti e abbandonarli o migliorarli, non per sancirne, con abile retorica, il trionfo. Sono emersi, nel loro difficile rapporto, il carattere planetario dei problemi, la valorizzazione del ruolo dell’Europa quale attore di pace, la rinnovata centralità del Mediterraneo, la missione dell’ONU profondamente in crisi, l’azione nonviolenta dal basso capace di incidere sulle istituzioni. Nessun momento può essere trascurato. C’è da lavorare, scavare in profondità, sperimentare. Con rigore e fedeltà a quel po’ di principi della nonviolenza, che abbiamo fatti nostri, ma anche con la massima apertura. Non partiamo da zero. Ce lo assicura la mostra delle copertine di Azione nonviolenta, ben curata da Marco, e l’intera collezione in visione al piano terra del Centro Servizi, che ha ottimamente ospitato l’iniziativa. È così che la realtà può venirci incontro, a cominciare dall’istituzione di corpi europei di pace. Nel coerente perseguimento di questo obiettivo misureremo l’effettiva volontà di pace degli uomini della politica, di ogni schieramento, così pronti ad affermarla a parole. Il Convegno voleva anche essere momento di incontro delle diverse realtà organizzate che fanno riferimento alla nonviolenza. Forse la concomitanza di altri appuntamenti, importanti e sotto gli occhi della televisione, ha limitato un incontro della nonviolenza che continuiamo a ritenere importante e che riproporremo. Ci incoraggia il preciso invito che aderenti ad altre associazioni, personalmente partecipanti all’iniziativa, ci hanno rivolto in tal senso.

La festa per i primi quaranta anni di Azione nonviolenta è stata bella. È una festa e non uno spettacolo, badava a ripetere Mao, ottimo animatore. Abbiamo visto ed ascoltato, molte cose belle, che generosamente ci sono state offerte. Bellezza è una parola importante nel percorso delle dieci parole che ci ha portato a Gubbio. È stato anche un momento di felicità comune. Abbiamo contribuito tutti a crearlo. Viene voglia di allargarlo perché, come insegna Sergio Endrigo nella canzone che abbiamo molto cantato, sarebbe bello fare festa tutti insieme/ e non si può perché e non si può perché/ fanno festa i musulmani il venerdì/ e il sabato gli ebrei / la domenica i cristiani/ e i barbieri il lunedì.
Tutta l’iniziativa è stata sotto la luce della festa, di una festa per tutti: dall’avvio del cammino con i giovani della carovana della pace, all’incontro lungo il sentiero con padre Jean Marie Benjamin, alla sagra di Valfabbrica, all’incontro con l’eremita di San Pietro in vigneto, alle bevande e ai biscotti che, in vista di Gubbio (ma continuavano a mancare svariati chilometri) Marie Claude ci ha fatto trovare. Festa è stata l’accoglienza alla Vittorina, da parte dell’amica vice sindaca e di un giovane francescano, con la liturgia laico-interreligiosa, alla quale ho partecipato con il monaco buddista Morishita e padre Angelo Cavagna, rivelatosi anche straordinario camminatore oltre che maestro di nonviolenza. Festa ci hanno fatto gli sbandieratori in piazza Grande la mattina successiva al nostro arrivo.
Festa è stato il pranzo finale, allestito dalla bottega del commercio equo solidale. Un piccolo disguido organizzativo (ma chi ha lavorato all’organizzazione è stato bravissimo) aveva portato ad allestire qualche pasto in meno degli effettivi partecipanti. Ma tutto si è risolto, tutti hanno trovato posto, mangiato e bevuto bene prima di lasciarsi con un arrivederci.

È stato infine il laboratorio di Loretta a toccare uno dei punti più alti e profondi di questa Assisi-Gubbio. Ragazze e ragazzi, che avevano compiuto il cammino, assieme a coetanei di Gubbio (scuole tra elementari e medie) hanno realizzato pienamente un incontro ai grandi solo in parte riuscito. In un parco collocato nella parte alta di Gubbio sono stati invitati a un rapporto particolare con gli alberi, fino a sceglierne uno, a entrare nella sua scorza e a parlare per lui, realizzando scritte, disegni, forme poi appese ai rami. Così il parco si è riempito di considerazioni e domande. Ricordo una curiosità Cosa succede nelle case? e un emozionante Dov’è il mare? su un foglio azzurro. Loretta alle pagine 12 e 13 ci racconta del suo bel laboratorio col quale ha proposto una concreta esperienza di nonviolenza. Io la ritrovo nelle parole di Aldo: La nonviolenza è una presa di contatto col mondo circostante nella sua varietà di cose, di esseri subumani e di esseri umani, è un destarsi di attenzione alle singole individualità di tutti questi oggetti circostanti per porsi un problema: “che cosa è questo singolo oggetto? Qual è la sua caratteristica, la sua vita, la sua libertà, il suo formarsi dal di dentro?”.

Incontrare il lupo, dentro e fuori di noi. Imparare a sognare.
Riconvertire l’economia. Disarmare. Vivere una vita felice.

di Nanni Salio

Il lupo cattivo
Il lupo è la metafora del potere, in una molteplicità di accezioni. Proviamo a elencarle e a vedere che implicazioni hanno per noi. Nella concezione tradizionale dominante il lupo è il nemico, colui con il quale non ci sono margini di manovra e possibilità di mediazione.
Ricordiamo i tanti slogan urlati negli anni ‘60 del tipo: “il potere si abbatte e non si
cambia”, “il potere si regge sulla canna del fucile”, e così via. È questo un significato del potere che non ci appartiene e che intendiamo sfidare e cambiare.

I lupi della P2
I lupi della P2 sono tutte le forme della politica arrogante e centralistica che trasformano la democrazia in oligarchia, il malessere di cui soffrono oggi tutte le principali democrazie del mondo. I lupi della P2 sono i bulli internazionali, con cognomi che, per l’appunto, iniziano quasi tutti per B. Ma alla P2 possiamo attribuire anche un altro significato che, ironicamente, è simmetrico a quello dominante. Nell’esaminare gli eventi culminati nel 1989, Johan Galtung propone una interpretazione che si basa sulla tripla P2, intesa come manifestazione congiunta del People’ Power, del Primato della Politica e della Politica di Pace. Per noi ciò significa ricominciare dal potere dal basso, invece che puntare alla presa del Palazzo d’Inverno. Ogni potere, anche il più apparentemente monolitico, si basa sul consenso e la nonviolenza oltre che il “varco della storia” è anche “la talpa della storia” che scava e fa implodere le strutture dominanti. Dopo l’implosione dell’impero sovietico, sarà la volta, quanto prima, di quello statunitense. Dobbiamo cominciare a lavorare a partire dalle municipalità, quei luoghi in cui la cittadinanza è più vicina ai centri di potere e più in grado di condizionarli e trasformarli. Sono quegli stessi luoghi protagonisti, insieme ai movimenti globali, della nuova stagione di partecipazione dei bilanci partecipativi di Porto Alegre. E sono inoltre i luoghi disarmati in cui già si sperimenta la trasformazione nonviolenta dei conflitti.

I lupi dell’economia
Ogni pretesa di costruire modelli su larga scala è segnata dalla possibilità di commettere errori madornali. L’umanità ha costruito una scala delle proprie organizzazioni sociali in massima
parte non sostenibile, per esempio le città. Questo modello funziona grazie al petrolio, ma stiamo entrando (o siamo già entrati) nel cosiddetto “picco di produzione geofisica” (picco di Hubbert), che corrisponde metaforicamente ad avere “bevuto” metà delle risorse disponibili nell’intero pianeta. Uscire dall’economia doppiamente mortifera del petrolio (guerre e cambiamento climatico globale) è impresa possibile, sebbene impegnativa. L’ alternativa più coerentemente nonviolenta è quella delle energie rinnovabili solari, illimitate, decentrate, democratiche, di piccola scala e di piccola potenza, che richiamano l’ideale della rete di villaggi nonviolenti di ispirazione gandhiana, oggi resi ancora più possibili dalle nuove tecnologie dell’informazione.
La riconversione ecologica e solidale dell’economia è sempre più urgente per contenere e ridurre quella violenza strutturale la cui incidenza è pari a 100.000 vittime al giorno, ben superiore alla violenza diretta della guerra. Il paradigma della “semplicità volontaria” è la chiave di volta per tradurre in concrete esperienze quotidiane questo ambizioso progetto.

I lupi della guerra
Contrariamente a quanto si sente spesso dire, i mezzi sono più importanti (o lo sono quantomeno altrettanto) del diritto internazionale, che viene bellamente e impunemente calpestato e stracciato dalle strutture di potere dominanti, ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Il nodo cruciale, istituire o meno un esercito dell’Unione Europea oppure mantenere gli eserciti nazionali, è riduttivo e fuorviante se non si affronta la questione di quale difesa l’Europa vuole darsi. Il primo passo immediato è uscire da un modello che è di fatto offensivo, indipendentemente dalle intenzioni. Finché si produrranno armi di distruzione di massa, e più in generale sistemi d’arma offensivi, ci sarà sempre chi vorrà impadronirsene e chi, prima o poi, dittatore o bullo internazionale, ne approfitterà, giunto al potere. La tecnica ci ha resi obsoleti come esseri umani perché non siamo più in grado di controllarla.
Possiamo avanzare una duplice proposta, per noi e per “gli altri”. La nostra ipotesi è quella di una difesa popolare nonviolenta da raggiungere attraverso il disarmo ma, poiché non possediamo una bacchetta magica, dobbiamo ammansire i lupi, capire che cosa sognano, parlare con loro. Il primo passaggio è quello verso una difesa veramente difensiva e questo implica lo smantellamento di tutti i sistemi d’arma offensivi, pertanto di tutte le armi a lungo raggio predisposte per colpire e portare l’offesa oltre i confini. Contemporaneamente è possibile avviare la transizione, il famoso transarmo, verso una difesa popolare nonviolenta, parzialmente compatibile, finché la transizione non sarà completata, con la difesa difensiva.
E poiché senza un finanziamento serio ogni progetto rimane lettera morta, una proposta concreta può essere quella del 5%: cerchiamo e/o costruiamo una forza politica che inserisca nel suo programma, per la prossima legislatura, una riduzione annuale del 5% delle spese militari per impiegare gli stessi fondi nella costruzione di una forza nonviolenta di pace, sulla scia di quanto già è stato realizzato: Corpi Civili di Pace, Caschi e Berretti Bianchi, Operazione Colomba, PBI, Donne in Nero. Infine, lanciamo una poderosa campagna di contribuzione fiscale: “Se vuoi la pace, paga per la pace”, ovvero finanzia, dal basso, la forza nonviolenta di pace.

I lupi della cultura
Chiediamoci “che cosa sognano i lupi ?” e domandiamoci anche qual è il nostro sogno. Abbiamo un sogno veramente nostro? Siamo capaci di esplicitarlo? Sappiamo confrontarlo con i sogni e i progetti dei lupi?
Ma attenti, perché qualche volta si rischia di sfociare nel delirio di onnipotenza. Dobbiamo imparare a sognare, a dichiarare il nostro sogno, I Have a Dream, come ha fatto quarant’anni fa, di questi giorni, Martin Luther King.
Abbiamo bisogno di coltivare sogni capaci di permetterci di vivere nel regno dell’incertezza che ci sovrasta, perché siamo esseri finiti e fallibili. Nessuna ingegneria sociale può assicurarci un modello a prova di errore. Capire questo è vitale per una cultura della nonviolenza.
Abbiamo bisogno di scavare in profondità. Su temi quali la globalizzazione, la mondializzazione, i problemi su scala globale, dobbiamo sapere che nessuno possiede una conoscenza tanto ampia ed esaustiva da essere a prova di errore. Gli stessi dati su scala planetaria rispetto all’uso e all’esaurimento delle risorse, o ai mutamenti climatici incipienti non sono facili da verificare. Viviamo in una costante condizione di incertezza e di ignoranza e pertanto dobbiamo rifarci a quell’autentico “principio di responsabilità” (Jonas), che oggi chiamiamo “principio di precauzione”. Siamo man mano passati, quasi senza accorgercene, da una scienza e una tecnologia di laboratorio a una tecnoscienza che ha per laboratorio il mondo intero. Se prima era implicito che potevamo correggere gli errori e imparare da essi, ora dobbiamo evitare di commettere errori non correggibili, su larga scala, che ci impediscano di tornare sui nostri passi. Abbiamo costruito quella che è ormai riconosciuta da autorevoli sociologi come “società del rischio” (Ulrich Beck) o “società dell’incertezza” (Zygmunt Bauman), ma ci manca un’etica condivisa con cui far fronte non più alla natura esterna, ma alla nostra hybris prometeica.
E’ diventato sempre più impellente avviare nell’Unione Europea un’ampia riflessione sulla cultura tecnico-scientifica intesa nella sua complessità: dagli OGM, alla biotecnologia, all’informatica, alle nanotecnologie, alla questione energetica e al cambiamento climatico. Se ben compreso e ben applicato, il principio di precauzione potrà diventare uno degli strumenti operativi principali nella ricerca senza fine di una conoscenza scientifica che ci permetta di comprendere l’ecologia globale del pianeta e degli esseri umani. La scienza è un percorso di “caccia agli errori”, ma oggi più che mai tali errori devono essere sufficientemente piccoli per poterli correggere, altrimenti rischiamo la catastrofe.

I diritti dei lupi
La figura del lupo può essere letta in versione ecologica: i diritti dei lupi, appunto. Il primo passo è il rispetto per l’avversario. Chiediamoci quali lupi possiamo incontrare, come incontrarli, come parlare con loro.
C’è poi una versione antropologica che ci richiama al lupo che è dentro di noi. Etty Hillesum ci ricorda che non è possibile analizzare il male senza scoprire il marcio che è radicato in noi. E, al contempo, sappiamo che i lupi possono essere tali perché gli altri sono agnelli, cioè sono pavidi, incapaci di interrogarsi e di vivere liberi, senza paura, pensando con la propria testa.
Il lupo e Cappuccetto Rosso
Il lupo di Cappuccetto Rosso ha suggerito molte chiavi di lettura. Nella cultura femminista la favola rappresenta l’iniziazione di Cappuccetto Rosso alla sessualità. La bambina non ha paura del lupo, anzi lo cerca. L’incontro è per lei esperienza di liberazione e scoperta.
Dobbiamo insegnare ai lupi ad amare, questo è un compito che le donne dovranno includere esplicitamente nel loro programma di liberazione della condizione femminile: aiutare i lupi maschi a uscire dai ruoli del machismo, della violenza, della guerra. Insegnare loro l’etica della cura e dell’amore, aiutarli a vivere una sensualità e sessualità nonviolenta, ispirandosi alla loro esperienza millenaria che risale a quelle società matriarcali che probabilmente ancora non conoscevano la guerra.

Anche i lupi soffrono
Che cosa spinge i lupi a condurre una vita che si ritorce contro di loro, a seguire schemi e rituali comportamentali come il vestirsi tutti nello stesso modo come tante copie clonate del capo, concentrati solo sulla conservazione del potere? Vorremmo riuscire a dir loro che quel modo di vivere non è l’unico possibile, che potrebbero essere molto più felici se facessero un diverso utilizzo del loro denaro, della loro intelligenza e della loro intraprendenza. Vorremmo aiutarli a uscire dalle gabbie dorate in cui si sono rinchiusi, perché la vita è bella, ha molto da offrire, ma bisogna essere liberi e generosi per gustarne i frutti.
Francesco e il lupo
Fare il solletico al lupo: farlo ridere, disorientarlo, raccontargli barzellette nonviolente, impegnarci a dare un’immagine costruttiva della nonviolenza non solo come richiamo etico ma come possibilità di vivere, qui e ora, nonostante tutto, in maniera felice. In questo modo potremo offrire una proposta appetibile ai giovani che chiedono di incontrare la nostra gioia, il nostro sorriso, il nostro sguardo e scopriremo anche, per ciascuno di noi, un modo per rimanere giovani, una sorta di elisir di lunga e dolce vita lungo i sentieri della nonviolenza.

Realizzare in Europa una forza di difesa nonviolenta
Chiedere la costituzione dei Corpi Civili di Pace

Di Gianni Tamino

È possibile un ruolo di pace per l’Europa all’interno di un modello violento, in cui gli eserciti servono essenzialmente a mantenere il dominio sulla natura e sulle sue risorse, e a garantire un tenore di vita altissimo per una minoranza dell’umanità? Forse sì, se le popolazioni sapranno esprimere movimenti capaci di incidere davvero sulla politica europea.
L’Unione Europea si è evoluta sin qui su base non politica ma economica. Il trattato di Roma è stato qualcosa di simile a ciò che il WTO è oggi per il pianeta, vale a dire un accordo commerciale per il libero scambio. In seguito abbiamo visto come la ‘Comunità Economica Europea’ si è trasformata gradualmente in ‘Comunità Europea’ e, oggi, in ‘Unione Europea’. La scelta delle parole non è casuale. Si è ormai coscienti del fatto che non basta costruire alleanze economiche, occorre una strategia politica. Oggi, però, manca un lavoro politico di massa per chiedere una inversione di rotta all’attuale modello economico. Risuona ancora l’affermazione di Bush, suicida per tutti anche per il suo Paese, secondo la quale il tenore di vita degli americani non deve essere messo in discussione. Questo stile di vita è ammesso per due miliardi di persone, ma gli abitanti della terra sono il triplo e non si può pensare di mantenere in condizioni di povertà gran parte dei popoli del mondo.
La prima conseguenza del passaggio previsto dell’Unione Europea da 15 a 25 membri è che i nuovi entrati chiederanno di accedere allo stesso livello economico degli altri paesi. Ciò significa che, o i “vecchi” 15 faranno un passo indietro, o i “nuovi” 10 dovranno avere la possibilità di crescere.
Nel giro di pochi anni – secondo alcune stime, nel giro di un decennio – un miliardo di indiani e un miliardo e mezzo di cinesi avanzeranno la medesima esigenza. Già oggi 800 milioni di cinesi si avviano verso il nostro modello di consumo. Nel giro di dieci, quindici anni non ci saranno più risorse sufficienti per questa parte del pianeta, ed è ragionevole che nuovi conflitti scoppieranno per il controllo del mercato, quei conflitti che fino ad oggi siamo riusciti a isolare nella periferia dell’impero, dove si combatte per il controllo delle risorse naturali in una logica puramente violenta.
Nei paesi nuovi al consumismo la violenza si chiama mafia e controlla i processi economici fondamentali. Il partito comunista cinese ha connessioni evidenti con la mafia di Hong Kong e la gente lo tollera come una nuova dinastia di mandarini, contenta che la giornata lavorativa sia scesa da 24 a 20 ore al giorno e per la nuova diffusione dei telefoni cellulari…
Il controllo mafioso che impone con la violenza le scelte politiche fondamentali esiste anche, diversamente, nelle democrazie occidentali. Sarebbe sufficiente rileggere il programma della P2 per ritrovare fatti che stanno avvenendo oggi.
L’Europa dei 25 vuole darsi una difesa armata, non una difesa nonviolenta. Non ritiene possibile proporsi sullo scenario internazionale con una condizione diversa, che pure sarebbe di grande forza, in una scelta di difesa civile.
C’è, in questo scenario, qualche aspetto positivo? Certamente sì, nelle sue contraddizioni. La prima è quella tra l’ipotesi di costituire un esercito europeo e l’appartenenza alla NATO. I 10 nuovi membri dell’Unione, prima di entrare in Europa, erano diventati membri NATO e sono, per questo, molto vicini alla politica statunitense, come si è evidenziato in occasione della guerra in Iraq.
All’interno dell’Unione manca un blocco interno capace di fare da guida sul piano politico. È mancata fin qui quella leadership culturale che avrebbe determinato un salto di qualità e l’assunzione di un ruolo politico reale.
Mentre ci si dibatte tra il progetto di un esercito europeo e l’adesione alla Nato, è questo il momento per insistere affinché si realizzi in Europa una forza di difesa nonviolenta, non conflittuale con la Nato. Il Parlamento e il Consiglio Europeo hanno più volte approvato il progetto dei Corpi Civili di Pace, ne è stata più volte ribadita la necessità e la fattibilità. Questa, che per noi è LA opzione, deve riuscire a passare in un ambito politico più largo, accettando il fatto che per chi l’accetta sarà solo UNA delle possibilità.
Chiediamo la costituzione di un Corpo Civile di Pace che abbia il compito non di rincorrere i conflitti già esplosi ma di intravederne precocemente le cause in un’ottica di prevenzione, non solo per stabilire un confronto e un dialogo tra i popoli ma per incidere sulle ragioni reali e profonde, al di là dei pretesti religiosi che vengono ritualmente portati all’attenzione pubblica.
Il WTO oggi è un organismo che assicura una violenza globalizzata, per cui c’è chi corre in Ferrari, chi in scooter, chi in bicicletta, chi a piedi e chi è zoppo. Quello che dobbiamo chiederci è in che modo l’opinione pubblica dei venticinque paesi europei può proporre un’alternativa a partire dai rapporti economici. Il movimento può essere protagonista di una azione attiva per dire sì a quei processi che, secondo una rete diffusa che unisce ogni paese alla Unione Europea e al mondo intero, promuovano nuovi modelli di vita, modifiche radicali nei consumi e nei meccanismi di produzione.
I Corpi Civili di Pace dovrebbero essere impiegati per portare un messaggio in questo senso, non per mantenere lo status quo, altrimenti saranno al servizio di quelle stesse condizioni di ingiustizia che rendono impossibile la pace. Ma ancora, nel movimento di critica a questa globalizzazione, non è chiara l’esigenza di una scelta nonviolenta…

Come vede il paesaggio un albero? Che domande si fa un albero?
“Tra i rami dell’albero, il lupo?” Laboratorio creativo per bambini

Di Loretta Viscuso

Se ai primi di settembre vi fosse capitato di fare una passeggiata al Parco Ranghiasci di Gubbio, sareste stati sicuramente incuriositi nel vedere tra i rami degli alberi cartoncini colorati, trasparenti, grandi o lunghissimi. Alcuni erano arrotolati alla corteccia, altri quasi invisibili si dondolavano da un ramo, altri ancora grandi e coraggiosi guardavano chi passava.
Sono le parole degli alberi che i bambini di Gubbio insieme a quelli che hanno partecipato alla camminata Assisi–Gubbio, hanno lasciato dopo il laboratorio “Tra i rami dell’albero, il lupo”.
Quando mi è stato chiesto di organizzare un laboratorio per i bambini durante il convegno di Azione nonviolenta a Gubbio, ho detto subito di sì, pensando che la cosa che mi avrebbe ispirato a creare il Laboratorio sarebbe stato il dialogo tra Francesco e il lupo.
Come si parla ad un lupo?
Si può parlare a cani, gatti, alberi, fiori? Capiscono?
Per sapere se capiscono dobbiamo diventare lupo, cane, fiore, albero!
In mancanza di lupi l’attenzione si è spostata verso gli alberi: presenze silenziose dietro le nostre passeggiate: ci ricordano, nelle città dove abitiamo, che facciamo parte della natura.
In tutte le culture esistono miti e tradizioni che hanno visto nella relazione tra uomo e albero segni di una vicinanza divina.
Basta pensare ai boschetti sacri dei Celti, all’albero sotto cui Buddha ottenne l’Illuminazione, alle apparizioni, spesso tra i rami di un albero, della Madonna.
Ci sono molti modi per avvicinarsi ad un albero. Dal punto di vista botanico ci viene spiegato che tipo di albero è; ci danno il nome, ci spiegano se le foglie sono seghettate o cuoriformi; quanto può essere alto, di che tipo è il legno e che uso se ne può fare.
Per ”far diventare albero” i bambini del laboratorio, la strada che ho preso è stata un’altra.
I bambini conoscono il mondo che li circonda attraverso i sensi: toccano, assaggiano, vedono.
Questo essere presenti con il corpo e con la mente insieme, fa sì che la percezione di quello che fanno possa essere allo stesso tempo profonda, fresca e leggera.
Eccoli allora tutti intorno a me nel parco di Gubbio a scegliere il posto dove sarebbero cresciuti se fossero stati alberi: un boschetto di bambini silenziosi con gli occhi chiusi.
I piedi ben piantati per terra, come radici. Le braccia esplorano lo spazio a disposizione per far crescere i rami fin dove si può, lentamente in tutte le direzioni.
Poi gli occhi si aprono e si cerca nel parco un albero da conoscere da vicino. Ci si siede lì intorno e si guarda l’albero in relazione ai quattro elementi: il cielo, la terra, l’acqua, il fuoco. Io pongo domande, loro cercano risposte che rimangono lì sospese, pronte a essere messe in fila per una percezione dell’albero, creata da quello che loro stessi un po’ alla volta vedono, capiscono, provano.
Che odore ha un albero? Che sapore ha? I più coraggiosi provano ad assaggiare la corteccia – non ha sapore, ha un profumo!-.
Poi cambiamo punto di vista: come cambia un albero se lo vediamo da vicinissimo, da lontano o da distesi? Al parco l’albero scelto lo riusciamo a vedere anche dall’alto!
Adesso i bambini sono pronti a fare il grande salto: proviamo a vedere il paesaggio con gli occhi di un albero.
Cosa vede un albero? dove sono gli occhi di un albero? cosa vede da vicino? di notte? di giorno?
come sente il silenzio, la musica, i rumori?
Ancora una volta pongo soltanto domande che proseguono nella direzione di: che cosa sente un albero?
Freddo, caldo, l’acqua della pioggia, il vento, le carezze, il peso dei nidi, la propria altezza, lo sguardo delle persone, i rumori sottoterra…
Cosa pensa un albero? che domande si fa?
A questo punto ogni bambino ha una matita e un foglio e prova a scrivere le domande e i pensieri di un albero.
I bambini sono concentrati e io che li guardo, vedo crearsi su questi fogli un po’ alla volta le domande: stanno provando ad essere albero… ecco:

dove sono?
a cosa servo?
perché le mie foglie sono cadute?
ho paura, eppure questi sono felici.
cosa vedete attorno a me?
voglio sapere di più su di voi, ditemi.
perché sei qui?
che c’è dentro le case?
io riesco a vedere solo attraverso i rami più alti che ho.
io non soffro il sole.
non sento mai qualcosa che mi bagna.
perché il fuoco cerca sempre di bruciarmi?
io sento suoni un po’ oscuri, troppe voci che mi circondano.
io ho foglie verdi sempre ,sempre.
non dobbiamo urlare e non dobbiamo urlare.
chi sono queste persone che passano?
……………………………………….

Adesso ognuno si avvicina ai tavoli con i materiali: ogni frase ha in se il suggerimento sul supporto più adatto per essere scritta.
Ci sono domande pesanti che vengono avvolte ad un sasso e appoggiate alle radici, altre così impalpabili da essere scritte col gesso su una carta velina e lasciate poi svolazzare su un ramo.
Alcune sono lunghe e si avvolgono in più giri attorno al tronco. Le frasi preziose su carte luccicanti, quelle segrete, nascoste dalle foglie.
Tutto è pronto adesso perché ogni bambino scelga l’albero a cui regalare la domanda, gliela legga, lo abbracci e la lasci.
Ci salutiamo ascoltando una storia antica che parla di alberi, ovviamente .
La mattina del giorno dopo siamo andati a camminare nel parco e abbiamo incontrato un ippocastano che chiedeva – Cosa c’è dietro le montagne?-
Più avanti sui rami di un leccio un bagliore azzurro –Dov’è il mare? –
Un acero si chiede – Come mai sono un albero?-
Da lontano un vecchio noce ha una domanda scritta in verde su un foglio trasparente –Di che cosa sono fatte le persone?-

Ringrazio i bambini, Giovanna e Maria Clara maestre, Lucio attore, Maurizio fotografo, Francesca coordinatrice e Paola amica.

Parco Ranghiasci – Gubbio.
6 settembre 2003.
ideato e condotto da Loretta Viscuso.

Pensieri, commenti, riflessioni di chi ha camminato.
Immagini e sapori dal sentiero Assisi, Valfabbrica, Gubbio

Un glorioso furgone
Il borbottìo arrogante del motore del vecchio Wolkswagen, paurosamente inclinato su un vicolo perso tra i boschi, non lasciava presagire niente di buono. Occhiata laterale sullo specchietto appoggiato con distorto equilibrio sul lato destro della carrozzeria: un fumo denso ingolfa lo sguardo. Mi fermo. Scendo. Vapori azzurognoli esalano dal motore…ohioi…apro con cautela lo sportellino sotto il bagagliaio posteriore: nella vaschetta dell’acqua, il liquido bolle danzando al ritmo di balera sudamericana. Sta sudando. La salita è stata pesa anche per lui. Vengo raggiunto da nugoli sempre più variopinti di respiri affannati: sono i partecipanti al cammino. Secondo giorno, da Valfabbrica a Gubbio, con sosta, già consumata, presso un eremo disegnato sopra la cresta di una collina. I volti segnati dalla fatica assumono espressioni di scoramento…cerco di rassicurare tutti…”Non è niente. Ora si riprende. Ogni tanto lo fa. E’ solo questione di tempo”. Tutti coloro che passano si sincerano delle condizioni del furgone. E pensare che appena acquistato aveva ricevuto solo risate sardoniche e commenti di ironia pungente e tagliente. Qui no. Finalmente ha un suo spazio: è il luogo di raccolta delle cibarie e bevande che, nelle rare occasioni in cui l’asfalto si incunea con i passi del percorso, vengono distribuite alle mani sudate e alle bocche arse dei camminanti.
Sono estremamente convinto della tenacia e gioia del furgone nello svolgere questa funzione, poichè questa è l’unica spiegazione al fatto che dopo quattro giornate intere, anche dopo essere stato sotto un sole, sì benigno, in quanto placato da brezze lievi, ma pur sempre caldo, l’ acqua rimaneva fresca, come uscita fuori da un frigo… magari un po’ corroso dagli anni…ma insomma. E non mi sto riferendo solo a quello: come mai nel gelido risveglio che ci ha colto la mattina successiva alla prima tappa, dopo aver dormito nel padiglione senza muratura dell’ impianto sportivo di Valfabbrica, le brioches sembravano abbastanza tiepide?…uhm, forse perché era talmente freddo lo spazio…vabbè, qui si sottilizza…che diamine…ma che bellezza trovarlo lì, anche dopo le notti passate sui campi in linoleum di palestre di scuole eugubine, per buona sorte costruite in solida muratura, pronto ad offrire anche colazioni, se non sontuose, apprezzabili…da pensione, per intendersi.
Insomma, lui ci stava bene.
Tutto questo è emerso, come un arcobaleno dal fiume, durante la festa per i 40 anni di Azione Nonviolenta, un momento di emozione profonda, laboratorio di musica, parole, teatro, danza, di canali comunicativi che si dilatavano, mescolavano i loro contorni, dimostrando, concretamente, che quando ci si esprime senza l’arroganza tipica del potere ingrigito dai privilegi, lontani dai toni da giudici, censori dell’altrui colore, solo per incapacità nel vederlo e riconoscerlo come sfumatura distinta dal proprio, si può realizzare un terreno vivo di contaminazione, di sperimentazione di saperi spontanei e autentici.
Forse nessuno di quelli che erano dentro il teatro comunale di Gubbio se ne è accorto, ma quando le persone presenti si sono unite in quel girotondo finale sulle note calde della musica di lotta e rivendicazione di armonia e concordia tra i popoli, ho sentito un sorriso emergere da fuori…mi sono avvicinato e ho visto il buon Wolkswagen animarsi e delineare un’espressione di ringraziamento tra il tergicristallo e i fari anteriori…certo, guardando meglio, si poteva scorgere che il riflesso intermittente dell’insegna luminosa di una trattoria vicina aveva tutte le carte in regola per essere il pittore di quello strano effetto…ma, personalmente ed onestamente, ho preferito lasciarmi il dubbio e tornare dentro, a concludere il cerchio danzante di questi giorni insieme, per salutarsi e darsi appuntamento alle conclusioni della mattina dopo al centro congressi.
Anche qui non ho ascoltato granchè: alcuni spostamenti di oggetti, cibarie rimanenti, zaini arruffati, coincidenze con treni e pulman, mi hanno fatto fare da spola. Poco male…ho visto gli sguardi di chi se ne andava…gli abbracci, i saluti, alcuni fogli che segnavano indirizzi, numeri di telefono, in un caleidoscopico circolo di voci, pensieri, sussurri, rimandi…sì, soprattutto questi…gesti di arrivederci…a presto, dunque…con la promessa che il rauco sfrigolio del mio amico parcheggiato sotto gli alberi della tenuta di campagna dove vivo, vi farà di nuovo compagnia…
Enrico Pompeo
Montevaso

Un’ “altra” politica
Ho sempre saputo che la camminata Assisi-Gubbio sarebbe stata un successo, ma ciò nonostante il risultato è andato ben oltre la mia immaginazione. Il cammino, il convegno e la festa per i quarant’anni di Azione nonviolenta, hanno dato vita a momenti di condivisione, di comunione e di intensa partecipazione che ancora oggi mi emozionano. La scelta di andare oltre Assisi si è rivelata fondata e ha permesso di ritrovare lo spirito e le motivazioni più profonde che nel 1961 spinsero Capitini a mettersi in marcia da Perugia ad Assisi. Non basta più la passerella autunnale che anche quest’anno vedrà migliaia di persone marciare verso Assisi, né è sufficiente contrapporsi più o meno violentemente alle spinte globalizzatrici del mercato. Come è messo giustamente in risalto nel comunicato stampa finale, riprendendo la lucida relazione di Nanni Salio, il lupo può essere reso inoffensivo solo dalla nonviolenza e dalle scelte personali che ciascuno di noi è chiamato a fare, a partire dalla vita di tutti i giorni. E’ questo un modo completamente diverso di intendere le relazioni tra le persone e soprattutto è un modo completamente “altro” di intendere e di fare politica (cosa di cui si sente urgentemente bisogno).
E’ con questa persuasione che ringrazio il Movimento Nonviolento che con lungimiranza ha promosso l’iniziativa, i relatori del convegno ed ogni singolo partecipante che con la propria presenza ha permesso la realizzazione della camminata.
Un ringraziamento particolare lo voglio indirizzare al Segretario Daniele Lugli, travolgente come un fiume in piena, per il suo sentito intervento conclusivo del convegno.
Con la speranza di poter ripetere ancora questa bellissima esperienza, vi saluto e vi abbraccio tutti.
Marco Baleani
Gubbio

Fare più dibattito
Siamo appena rientrati a casa dai pochi giorni trascorsi insieme in quella bella regione francescana e capitiniana. E’ stato un avvenimento unico e ci sentiamo rinvigoriti… un sentito grazie a tutti coloro che hanno contribuito al suo successo. Cercheremo di condividere le nostre esperienze, con amici della nonviolenza in altri paesi, quando l’occasione si presenta, perchè si sappia che accanto a quella di Berlusconi c’è un’altra Italia, quella della nonviolenza e del poter di tutti.
Ed ora vorremmo esprimere qualche commento di valutazione sul Convegno a conclusione della bella camminata. Alcuni interventi ci sono particolarmente piaciuti, ma ci è mancato il dibattito annunciato nel programma. Abbiamo anche sentito la scarsa partecipazione femminile tra coloro che sono intervenuti. Forse, in un’occasione futura, si potrebbe chiedere a chi avesse qualcosa da dire/comunicare ai partecipanti di farlo all’inizio, piuttosto che alla conclusione dei lavori. Ciò, secondo noi, darebbe l’opportunità ai partecipanti di discutere con i proponenti eventuali proposte fatte, lasciando più tempo per il dibattito aperto a tutti (il potere di tutti!), non soltanto a chi si considera “esperto”, avendo la parola facile in pubblico. Una persona, forse un po’ timida, ha dovuto alzar la mano almeno 7 volte prima che venisse riconosciuta dal coordinatore, e ciò solo dopo la segnalazione di altri partecipanti.
Questa critica costruttiva l’avremmo fatta in loco, se il programma avesse previsto una seduta di valutazione, cosa importante, a nostro avviso, a conclusione di ogni attività che si basa sulla partecipazione di tutti.

Asma Haywood e Franco Perna
Padenghe sul Garda

Quattro gradini da fare

Tra le varie belle suggestioni di queste nostre giornate, scelgo l’immagine del cammino. Camminare è renderci conto che cerchiamo, che procediamo da luogo a luogo. Chi ha un obiettivo cui aspira, cammina. Chi vive cammina, cresce, anche se non avesse l’uso delle gambe. Se cammina, non è arrivato, deve procedere. Se cammina, non vola, non arriva di colpo. Il cammino è graduale, è fatto di occhio e piede, di vista lunga e passo costante. Gradualità è parola usata per raccomandare di rallentare, frenare, anche fermarsi. Ma in verità significa fare dei passi (gradus, passo, gradino, pro-gredire). Ogni passo è parziale, e proprio per questo chiede un altro passo. Raggiunta una tappa, sempre parziale, la vita chiede di pro-seguire. Sempre si riparte. Il senso giusto della gradualità preserva sia dalla resa sia dalla pretesa.
La nonviolenza è cammino. Non la si raggiunge subito, appena se ne è visto e capito il valore. Siamo cercatori (camminatori) della nonviolenza, non siamo nonviolenti bell’e fatti. Vedo, ora, almeno quattro gradini della nonviolenza, in progressione:
1) la in-nocuità, (letteralmente il gandhiano a-himsa): il non fare violenza propria, cioè praticare il “non uccidere” in tutto il suo esteso significato. Non è l’innocenza, assenza di colpa (anche un assassino può diventare nonviolento) ma la crescita nella capacità di non offendere, non nuocere. Richiede un costante lavoro su di sé per ripulirsi dai sentimenti negativi, per esempio per trasformare l’istintivo odio verso i violenti in indignazione attiva, energia che arriva all’amore teso a ricuperarli all’umanità.
2) la indipendenza, il non accettare rassegnati la violenza altrui, la violenza del mondo, perché si sa che essa non è tutto e non regna; emanciparsi dall’impressionante dominio della violenza sistematica, non per ignorarlo, ma per rendersi ad esso alternativi; non agire soltanto in risposta subalterna alle azioni violente, ma proporre il pensiero e l’azione nonviolenti nella loro autonomia.
3) la lotta, l’opporsi alla violenza con mezzi forti, di qualità alternativa (la forza umana è l’opposto della violenza), come singoli e insieme; il resistere attivamente al violento con la forza nonviolenta, per impedirlo, distoglierlo, richiamarlo all’umanità;
4) la testimonianza che la violenza non può impadronirsi di noi, e neppure delle sue vittime, le quali, anzi, denunciano la sua impotenza, perché la dignità umana può venire offesa, ma è indistruttibile, e risalta nell’offesa. Testimone in greco si dice “martire”. Non solo il “martirio” nel senso corrente (Gandhi, Luther King, …) è vera testimonianza nonviolenta, ma anche il porre, con modesta concreta tenacia, delle continue alternative alla violenza. Questa testimonianza è sempre efficace e feconda, nei successi e anche negli insuccessi, perché dimostra la presenza di “un altro mondo possibile”, un altro tipo di relazioni umane, che fermenta dentro il mondo violento, ed offre sempre esempio, fiducia, esperienze, coraggio, ad altri continuatori.
Cammina davvero la nonviolenza? Difficile misurare, quantificare. Nonostante tutto, mi sembra di poter dire che, in generale nel nostro mondo, cresce rispetto ad altri tempi la non-rassegnazione alla violenza, diminuisce la rassegnazione fatalistica alla violenza dei potenti, cresce la protesta contro ogni forma di violenza. Il grande passo da compiere è quello positivo: dal contro al per; dal rifiuto alla costruttività, con i metodi attivi e la forza positiva, dall’ahimsa al satyagraha.

Enrico Peyretti
Torino

Una fatica lenta, profonda e dolce

Il “varco della storia” non è una strada larga ed asfaltata, ma un sentiero di montagna, a volte impervio, a volte più leggero. Sicuramente lungo, bello ma faticoso; dove si respira aria pura, sgorga l’acqua limpida e si sudano le maglie. Il sentiero ti mette alla prova, personalmente e profondamente, a partire dai piedi doloranti, ma le piaghe – piccole o grandi – sono alleviate dalla solidarietà fraterna dei compagni di cammino.
Il sentiero di montagna spesso fa dei giri apparentemente inutili, se non viziosi, e ti sembra di allungare la strada, di perdere tempo e, a volte, di tornare indietro. Ogni discesa a valle, fino al ruscello, è solo la preparazione ad una nuova risalita. Ma quando sei in vetta e guardi intorno ti accorgi di aver scavallato una montagna e, dopo, un’altra ancora.
Di tanto in tanto, il sentiero incrocia qualcuna di quelle strade larghe ed asfaltate, sulle quali corrono le macchine, dove anche tu hai la tentazione di salire e magari andare… Ma quasi subito il sentiero si immerge ancora nel bosco, per riapparire più avanti. E tu con lui.
Non attraversa i ponti, il sentiero di montagna, ma vi passa sotto, tra i piloni.
È un sentiero che si può percorrere solo a piedi, lentamente e dolcemente, e nonostante ciò il gruppo dei camminanti si sfilaccia, prima in alcuni tronconi, dopo in tanti gruppetti. Poi qualcuno va troppo avanti e qualcun altro rimane troppo indietro, finché ad un certo punto i primi si fermano ad aspettare gli ultimi e gli ultimi vogliono arrivare con le loro gambe. E per uno che prende una scorciatoia un altro si aggiunge al gruppo: accoglie chiunque il sentiero di montagna, se ha forza e voglia di camminare.
Infine si fa sera. A sera, tutti insieme, si entra in città e tutti insieme, stanchi, si fa festa. E il giorno dopo, all’alba, si riparte.
“La nonviolenza è antica come le montagne” e faticosa e bella come i loro sentieri: non è ciò che tutti i giorni sperimentano le donne e gli uomini in cammino?

Pasquale Pugliese
Reggio Emilia

Rinnovato nell’ottimismo

Un dato positivo è stata sicuramente la varietà di età dei partecipanti, da gente matura negli anni a bambini in età di scuola elementare, famiglie intere con la gioia di portarsi appresso il proprio cane.
Per me e per molti altri che hanno vissuto l’esperienza delle marce antimilitariste (1967-1976) questa iniziativa è stata anche una iniezione di ottimismo e gioia, scegliere di partecipare significa anche essere liberi, la consapevolezza di sapere di non essere omologati da questa società.
Nella parte propositiva, vale a dire il convegno finale, non solo abbiamo potuto confrontarci fra il nostro idealismo, cui mai dobbiamo rinunciare, e la cosiddetta “realpolitik”, ma soprattutto siamo usciti rafforzati nella convinzione che occorre avere il coraggio di perseverare nelle nostre scelte di nonviolenza.
Partecipando a questa iniziativa ne siamo usciti arricchiti e questa ricchezza non va dispersa ma investita per rafforzare il Movimento Nonviolento.
Nelle impressioni, commenti e parole scambiate ritengo senza ombra di dubbio che i partecipanti siano stati più stimolati dal richiamo della “camminata” e meno dal “convegno”, però emerge anche che la camminata senza il convegno sarebbe stata incompleta o se vogliamo molto meno politica. Infine la festa dei 40 anni di Azione nonviolenta al teatro comunale è stata un successo di creatività con un buon coinvolgimento del pubblico presente.
Tutto questo è anche il nostro modo di fare politica, politica accessibile a tutti e non sempre e solo delegata agli specialisti. Visto il consenso e il successo ottenuto mi auguro che questa iniziativa o una analoga venga riproposta.

Piercarlo Racca
Torino

Dopo il fallimento di Cancún:
verso un’economia globale di giustizia?

di Gianni Scotto

Nel momento in cui scrivo si è appena conclusa con un nulla di fatto la riunione dei paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio a Cancún, in Messico. I motivi del fallimento sono presto detti: Unione Europea, Stati Uniti e Giappone non hanno voluto mettere in discussione le politiche protezionistiche e i sussidi in agricoltura, e hanno preteso invece che si discutesse di protezione degli investimenti e liberalizzazione dei servizi.
Tradotto in parole povere significa in primo luogo non voler correggere le principali storture dell’attuale sistema economico internazionale: gli agricoltori del Nord vengono lautamente premiati per produrre quantità enormi di derrate, i cui prezzi vengono mantenuti artificialmente bassi dalle sovvenzioni governative; per questo, gli agricoltori del Sud, che producono generalmente con assai meno capitali a disposizione, riescono a vendere i propri prodotti solo a prezzi irrisori, e spesso vanno in rovina. Due esempi per tutti. Con la stipula del NAFTA (l’accordo di libero commercio dell’America del Nord) le importazioni di mais statunitense hanno portato al collasso l’agricoltura messicana. I sussidi alla produzione di cotone nel Nord ricco impoveriscono i già poveri paesi dell’Africa occidentale.
La proposta del Nord ricco equivaleva a voler inasprire il sistema ingiusto del commercio mondiale, facilitando le esportazioni dei ricchi verso i poveri, e continuando indefinitamente a ostacolare l’inverso.
A questo punto che il vertice sia fallito è senz’altro l’esito migliore. Due anni fa, aprendo a Doha il nuovo round negoziale per la liberalizzazione del commercio, l’OMC affermò solennemente che stavolta gli interessi dei paesi poveri avrebbero avuto la priorità. Il Nord ricco non ha voluto rimettere in discussione i suoi privilegi, i paesi del sud hanno deciso che stavolta non si sarebbero accontentati di compromessi ancora una volta a loro sfavorevoli.
A Cancún si è manifestata una novità politica non di poco conto: intorno a Brasile, India e Cina si è formato un gruppo, il G-21, capace di tenere testa alle pressioni dei paesi più sviluppati. All’indomani del fallimento, i rappresentanti di USA e Unione europea hanno dato la colpa proprio al G-21, accusato di essere “inflessibile” nella sua condotta negoziale. In realtà, un accordo come quello cercato dai paesi del Nord avrebbe significato il consolidamento del privilegio, in cambio di vaghe promesse di diminuire i sussidi agricoli, in un futuro indeterminato.
Poi c’è lo scandalo permanente dei medicinali negati. Mi sembra sinceramente che se ne parli troppo poco. Ma in Africa ci sono milioni di ammalati di HIV/AIDS, senza contare le malattie tradizionalmente diffuse nei paesi poveri del Sud, come la malaria e la tubercolosi. La produzione di medicinali appropriati è alla portata di economie mediamente industrializzate, come Brasile e India. I paesi del Nord hanno però difeso a spada tratta nell’OMC la proprietà intellettuale sui farmaci, e solo recentemente hanno acconsentito a una loro produzione nei paesi in via di sviluppo. Ma l’esportazione nei paesi sprovvisti di industrie farmaceutiche – i più poveri e vulnerabili – è rimasta vietata, fino al compromesso di alcune settimane fa (e non è certo un caso che il compromesso sia arrivato alla vigilia della riunione di Cancún). Oggi è finalmente possibile per i paesi più poveri importare farmaci salvavita a basso prezzo, ma questa possibilità è ostacolata da mille cavilli. Negli ultimi anni, i morti per malattie curabili con questi farmaci sono stati diversi milioni. Lo scandalo è destinato a continuare.
Per quanto importante, il fallimento del negoziato di Cancún non è una vittoria. I problemi di un sistema economico mondiale ingiusto, mortale per i più poveri ed ecologicamente insostenibile, sono ancora tutti aperti. E le soluzioni non si prospettano semplici. Di certo c’è bisogno di mettere mano ai sussidi che i paesi ricchi devolvono ai loro agricoltori e di dare ai paesi poveri la possibilità di ottenere prezzi accettabili per i loro prodotti. Non si tratta però solo di rinunciare a un privilegio: in ballo c’è anche la possibilità di sostenere un ramo essenziale dell’attività economica che non può essere lasciato in balia dei mercati.
Che fare? Certo, il movimento del commercio equo e solidale ha senz’altro buone prospettive dinanzi a sé. Ma le botteghe del mondo rimarranno in ogni caso un fenomeno circoscritto, mentre oggi si pone la domanda pressante di come riformare il sistema economico globale nel suo complesso. La partita, ancora una volta, si gioca nei paesi del nord del mondo, e i principali responsabili sono i governanti. Dai governi europei è lecito aspettarsi più coraggio, maggiore intelligenza e solidarietà con il Sud. Ancora una volta, bisogna lavorare ad alternative dal basso e insieme creare movimento per una trasformazione dall’alto.

I due articoli pubblicati in queste pagine, sostituiscono le consuete rubriche ALTERNATIVE ( a cura di Gianni Scotto) e LILLIPUT (a cura di Massimiliano Pilati), questo mese entrambe dedicate al vertice di Cancun.

Cancun? Credo di non capire!

di Alberto Zoratti *
”Non capisco quello che dici”. Eh sì, a volte il Padreterno gioca degli scherzi mica da ridere: il significato della parola Yucatan, nome della penisola che ospita (è proprio il caso di dirlo) Cancun, vuol dire proprio questo.
E chissà quanti “Yucatan” saranno girati tra le bianche mura del Convention Center più affacciato sull’Oceano nei giorni tra il 10 e il 14 settembre, nel momento in cui i colossi Pascal Lamy e Robert Zoellick ponevano le basi per il rifiuto netto ed incontestabile dei paesi africani a continuare il vertice. Tutti si aspettavano un crollo epocale sull’agricoltura, sussidi agricoli e partite di grano sottocosto ed invece l’inciampo c’è stato su investimenti e regole sulla concorrenza; tanto era lo stupore che i ministri italiani Alemanno ed Urso hanno pensato bene di fare un pellegrinaggio sul logo della morte di Lee Kyunghai credendo di essere a Predappio. Cosa che i tranquilli campesinos non hanno particolarmente gradito.Il movimento, questo sconosciuto.
Ma in tutto questo bailamme, il movimento che ha fatto? Per il TG1 ha abbattuto reti di protezione, in una scenetta ripresa che ricordava più una parata tutabianchista che non uno scontro sociale. Per il Corsera si trasformato in New global, quasi una religione New Age che non un movimento politico, barcamenandosi tra un Agnoletto in vena di dichiarazioni e un Gianni Fabbris formato Sem Terra.
La verità, fortunatamente per noi, è invece un’altra.
Le Reti internazionali, tra cui la Campagna Questo Mondo Non è In Vendita, hanno lavorato per quasi un anno gestendo ed organizzando una mobilitazione
multilivello, che vedeva aldilà dell’interlocuzione istituzionale (attenzione: interlocuzione, non mediazione o trattativa) la necessità di scendere nella società, informare e coinvolgere i cittadini, costruendo le basi per un aumento della consapevolezza e del consenso attorno ai temi del movimento.
Momenti come la giornata dei beni comuni di metà maggio, come gli incontri alla Fiera del Commercio Equo di Modena, la mobilitazione di Palermo i primi di luglio, Riva del Garda e soprattutto il 13 settembre (55 città coinvolte, più di 5000 persone alla Marcia Agliana Quarrata) sono state le tappe di questo percorso che ha diffuso notizie, fatto incontrare persone e oliato collaborazioni.Aria condizionata e delegazioni.
Ma il livello più alto si è avuto durante le giornate del vertice, lungo la striscia hotelera, al freddo dell’aria condizionata delle stanze e del centro stampa del Convention Center; l’obiettivo non è solo protestare, ma creare le condizioni per inceppare e sabotare tutta la macchina, per farle variare rotta, per creare contraddizione interna.
E allora contatti informali con le delegazioni dei Paesi del Sud del Mondo, per cercare di ragionare assieme sui limiti e le prospettive degli scenari che andavano via via chiarendosi (o ingarbugliandosi?) attraversou vero e proprio lavoro di “counseling”, ma anche per dar loro la possibilità di parlare e denunciare: chi l’avrebbe mai saputo dell’atto di accusa di Algresia Akwi, di Uganda Action Aid e delegata del governo del suo paese, sulle pressioni di Ue e Usa e sull’esclusione, anche con paradossali depistaggi e informazioni inesatte, dei Paesi del Sud dalle diverse riunioni negoziali, senza il lavoro della Campagna Questo Mondo Non è In Vendita sui giornalisti italiani?
Già i giornalisti, quindi l’informazione e la comunicazione. La Campagna ha strutturato un vero e proprio Centro stampa parallelo e delocalizzato, con tre uffici stampa a Cancun, uno in Italia (presso ROBA dell’Altro Mondo), sei siti coordinati (Rete Lilliput, Cipsi, Chiama l’Africa, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Roba dell’Altro Mondo e il sito ufficiale www.campagnawto.org) ed un blog (http://campagnawto.splinder.it) su cui si potevano leggere in tempo reale l’andamento di negoziati e mobilitazioni. Il tutto completato da una Newsletter e da un continuo circolare di informazioni e documenti tra le varie mailing list.
Questo è il movimento: uno stretto coordinamento tra comunicazione, competenza tecnica e mobilitazione, senza leaderismi né verticismi.
L’obiettivo? Porre le basi per un mondo diverso.
Ma questa è Utopia direte voi; molto probabilmente sì, ma l’importanza di trovarsi davanti un orizzonte non sta nel raggiungerlo, ma nell’inseguirlo.
Solo questo ci permette di procedere.0* ROBA dell’Altro Mondo/Rete Lilliput

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Milioni di drogati di energia elettrica

Sono bastati un fulmine e nove secondi di tempo per far comprendere a grandi linee, alla popolazione di New York, cosa volesse dire vivere nella Baghdad occupata dai militari statunitensi, nel clima torrido di agosto. Fermi i condizionatori, gli ascensori dei grattacieli, i distributori elettronici di benzina, i lettori di carte di credito, i computer e i sistemi di sicurezza della popolazione benestante; ma soprattutto treni, aerei e metropolitane (ogni giorno raggiungono la metropoli per lavoro 5 milioni di persone), i frigoriferi, l’illuminazione nelle strade, luce, acqua, gas e telefono nelle case della gente qualunque: proprio come essere in guerra, mancavano solo le bombe intelligenti.
Dopo i black out del 1999 nella stessa città e l’energia razionata nel 2001 in California, gli Stati Uniti tornano a fare i conti con i loro incredibili consumi. Questi i numeri presentati da Federico Rampini su La Repubblica: con appena il 4,6% della popolazione mondiale, gli USA detengono il 25% dei consumi energetici del pianeta. Dal 1990 il consumo elettrico è cresciuto del 25% e un quinto di esso è divorato a scopo residenziale, soprattutto a causa della diffusione di massa dei condizionatori d’aria. Il solo stato del Tennessee brucia 66 terawatt all’ora, quando l’intera Africa ne consuma nello stesso tempo 398. Il trasporto copre il 27% dei consumi e non è difficile pensarlo, visto che esiste 1 auto ogni 1,3 abitanti e il tipo di autovettura preferito dagli americani, anche dalle madame che vanno a fare la spesa, è il famoso SUV (Super Ultra Vehicle), che a stento riesce a fare 5 km con un litro di benzina.
Se si va poi a vedere quali fonti garantiscono tale livello di consumi, appare molto chiaro il motivo del particolare attaccamento degli Stati Uniti a paesi così distanti geograficamente e culturalmente come l’area del Medio Oriente o il Caucaso: il nucleare fornisce l’8% del fabbisogno energetico (valore limitato a causa dell’insurrezione popolare seguita all’incidente alla centrale di Three Mile Islands nel 1979), le energie rinnovabili un misero 6%, mentre i combustibili fossili e inquinanti (carbone, gas e petrolio) producono ancora il 71% dell’elettricità USA.
E’ ormai inutile ricordare le pericolose connivenze dell’amministrazione Bush con quasi tutte le compagnie energetiche statunitensi: da tempo solca i mari la superpetroliera “Condoleeza” della Chevron, in onore della più influente consigliera del presidente, mentre è ormai appurato che il nuovo piano energetico nazionale fu scritto dal vicepresidente Cheney assieme ai vertici della Enron, poi condannata per bancarotta fraudolenta e accusata di aver orchestrato il black out della California nel 2001. Forse anche Mickey Mouse avrebbe potuto aspirare a diventare presidente nel 2000 se avesse potuto contare su 29 milioni di dollari di contributi elettorali, come potè fare Bush grazie alle donazioni delle compagnie elettriche, nucleari e petrolifere (i democratici ne ricevettero un terzo).
Di fronte all’evidenza, il governo a stelle e strisce ha una sola strategia: aumentare l’estrazione di petrolio dalle riserve naturali (anche quelle ubicate al di fuori dei confini nazionali), rilanciare il nucleare, rifiutare il trattato di Kyoto. Bush, in coerenza con la sua scellerata politica, non ha trovato di meglio che incolpare del collasso la mancata liberalizzazione del mercato e soprattutto i Verdi, che da anni si oppongono a nuove estrazioni petrolifere in Alaska e all’apertura di nuove centrali nucleari. Quegli stessi Verdi che probabilmente dovranno farsi carico dell’inquinamento che ha colpito il lago Erie a causa del blocco dei depuratori delle aziende automobilistiche di Detroit (General Motors, Ford e DaimlerChrysler).
Forse per avere un’idea diversa per risolvere tali problemi, il texano più temuto al mondo, nei giorni dell’oscuramento, avrebbe potuto sporgersi dal balcone del suo ufficio di New York e guardare attentamente, a 15 minuti dal Bronx, le luci che provenivano dalla piccola isola di Hen, 10 ettari di terra tra le acque dell’East River. Da anni scollegate dalla rete elettrica nazionale, le 31 case dell’isola sono autonome grazie all’uso dell’energia solare, che i suoi abitanti usano anche per depurare l’acqua piovana. I sentieri presenti su Hen non consentono l’uso delle auto, ma sembra che i suoi residenti, anziché affranti da questa situazione, ne siano decisamente felici.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Le emozioni nel conflitto
La fiducia nelle relazioni

Di solito diciamo che abbiamo delle emozioni e quest’affermazione indica che abbiamo una visione proprietaria delle emozioni, che deriva dall’idea di controllo. Affermare che abbiamo provato delle emozioni ci fa paura, ma noi siamo dentro al mondo emotivo, dentro le emozioni, sono loro a possederci, non il contrario. Possiamo schiacciarle, reprimerle, ignorarle, diventare insensibili ad esse, ma non controllarle, come invece crediamo di poter fare facendo riferimento al nostro mito del controllo, un mito che rientra nel modello sicuritario..
Vivere in questo mondo emozionale ci crea dei diversi livelli di conflitto che possono essere così riassunti:

1)Conflitto sulle emozioni: sul valore, sul significato, sul limite da dare alle emozioni ( spesso le emozioni vengono controllate-represse in quanto segno di debolezza e per il rischio di perderne la gestione). Abbiamo conflitti tra di noi sulle emozioni, su quanto ci differenziamo nel valorizzare le emozioni (da controllare?, da reprimere?, da esprimere?)
2)Conflitto con le nostre emozioni: conflitto fra parti di noi, tra razionalità ed emozioni, il modo in cui viviamo dipende da come conciliamo le parti e da come mediamo questo conflitto.
3)Conflitto tra emozioni contrastanti dentro di noi

Quando parliamo di emozioni facciamo riferimento a questi tre livelli di conflitto.

1)Il conflitto sulle emozioni è legato alla violenza culturale, ad una cultura che violenta le emozioni, le ritiene una minaccia all’ordine mentale, relazionale, sociale che esse rischiano di mettere a repentaglio.
2)Il conflitto con le nostre emozioni è legato alla violenza strutturale: parti di noi dominano su altre parti. Solitamente le emozioni sono dominate.
3)Il conflitto tra emozioni è legato alla violenza diretta: la violenza che facciamo dentro di noi, in tutti i contesti in cui scegliamo e facciamo prevalere delle emozioni su altre (facciamo violenza agli altri attaccandoli o ci violentiamo reprimendo le nostre emozioni).
Tanto più alta è la violenza diretta che esercitiamo su noi o sugli altri, tanto più alta è stata la violenza culturale e strutturale che abbiamo subito.
Per non turbare la nostra sicurezza e la situazione di quiete in cui faticosamente cerchiamo di mantenerci, tendiamo a tenere a freno l’apparato emotivo.
L’empatia per identificazione, è la strada che facilmente si percorre nelle relazioni importanti: spesso per mantenere la relazione si rinuncia ad aspetti di sé che possono entrare in conflitto con l’altro, oppure si cerca di assimilare l’altro a sé, talvolta con la scusa di proteggerlo.
Un rapporto di questo tipo ha come riferimento il modello che privilegia la sicurezza, questo non implica equivalenza, ma superiorità o falsa inferiorità. Chi si pone nella posizione di voler proteggere l’altro è in difficoltà rispetto comportamento dell’altro, che ritiene comporti dei rischi per se stesso. Nell’atto del proteggerlo in realtà tenta di controllarlo.
Ma è poi vero che la relazione cresce quando ci si assimila?
Mantenere le proprie differenze e permettere all’altro di essere altro in quanto altro, è sicuramente più faticoso e motivo di conflitto, ma la tendenza totalizzante, nel tempo limita la crescita dei soggetti della relazione e la relazione stessa, e rischia di produrre l’effetto (la distruzione della relazione) che con l’assimilazione si vuole evitare. Più sano è l’essere due persone che lottano per crescere, lottando insieme.
La fiducia si sperimenta solo all’interno delle relazioni, anche la fiducia di me in me è relazionale, in quanto è fiducia che ho in me con me stesso e l’essenza stessa della persona è legata a tutte le persone o alle esperienze che ha incontrato nella sua vita.
La fiducia si basa sul rischio dell’autonomia, per evitare il rischio della divisione e, la capacità di distinguerci, restando in una relazione, è direttamente proporzionale alla capacità di stare insieme.
La crescita dell’autonomia limita il mito dell’indipendenza separata e favorisce la capacità di distinguerci per poter far crescere le relazioni, per diventare autonomi nei rapporti.
Invece, più cresce l’ansia e la minaccia esterna, più cresce la richiesta di simbiosi, l’empatia per identificazione. La paura porta a rafforzare il mito della sicurezza che comporta l’unirsi tra simili contro i dissimili, che evolve facilmente anche in violenza verso gli altri. L’odio è l’unione dei simili contro i dissimili, quindi, può essere importante rivendicare l’amore per il dissimile, che certamente è diverso dall’ideale sicuritario.
A volte l’odio è coperto dall’indifferenza, che chiamiamo tolleranza. Preferiamo essere indifferenti piuttosto che conflittuali, questo atteggiamento nega la relazione.
Come uscire dal controllo di sé e degli altri? Non è un lavoro intrapsichico, in quanto è un lavoro sul sé e non sull’io. Mentre l’io corrisponde a individuo e dà l’idea di separazione, il sé corrisponde a persona, sempre già in relazione.

Chiara Manina e Mariella Lajolo
(Quarta e ultima parte)

L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
I gesti simbolici delle comunità di base

Dinamica di dissenso ecclesiale condotta da una parrocchia nell’aprile del 1971.
Da qualche mese la parrocchia di Oregina, sulle alture sopra il porto di Genova, aveva cominciato a occuparsi della realtà di un quartiere di operai, portuali e marittimi. In quegli anni percorsi simili di rinnovamento delle pratiche religiose nel nome di una maggiore apertura al sociale diedero origine al movimento delle comunità cristiane di base. Alla conseguente repressione da parte delle gerarchie si rispose sovente con azioni simboliche di dissenso ecclesiale. In questo caso la Comunità di Oregina agì in seguito al rifiuto da parte del vescovo di Firenze di dare la cresima ai bambini della comunità dell’Isolotto. Il testo che segue è una libera selezione dal racconto che ne fece Agostino Zerbinati, al tempo parroco di Oregina, pubblicato per intero nel libro di Peppino Orlando “La Comunità di Oregina: evangelo e marxismo nel dissenso cattolico” Editrice Claudiana, 1972.

Discutemmo per due mesi, se era giusto sopportare questo rifiuto da parte del vescovo, il quale si serve di un sacramento per strumentalizzare il suo potere, cioè dare o non dare a suo piacimento la cresima. Pensammo allora di scrivere al nostro vescovo, mons. Siri, chiedendogli che, proprio in nome della giustizia e della carità, si coinvolgesse in questo fatto: quando veniva a cresimare i nostri bimbi, cresimasse anche quelli dell’ Isolotto.
Il vescovo comunicò che nella Chiesa esiste l’autorità, la gerarchia: quel che fa l’autorità è ben fatto; “i nostri rapporti con Dio sono condizionati dal diritto canonico”.
E allora rispondiamo al vescovo:

“la Carità che è il fondamento della Chiesa e della stessa obbedienza, ci spinge a condividere con i bimbi dell’Isolotto la loro esclusione dal Sacramento della Cresima, che in questo momento ci appare come un privilegio insopportabile. (…) Pertanto i genitori dei cresimandi e i cresimandi stessi e la comunità cristiana tutta hanno deciso di rinunciare al Sacramento della Confermazione..
P.S.: La invitiamo caldamente alle nostre riunioni del venerdì sera ore 21.”

Inizia il 3 maggio il processo contro l’Isolotto. Si rinsaldano i legami fra le due comunità nel momento di prova. Il 14 maggio mi giunge una lettera di Siri, ritornato dalla Terra Santa. Si tratta di una “lettera riservata” in cui il cardinale mi prega di ascoltarlo “nel nome del Signore”. Mi chiede di non legare le vicende della mia parrocchia a quelle di una parrocchia “estranea e discussa”, di voler convincere quelli che rifiutano per sé o per i figli la cresima a recedere dalla loro decisione, di pensare che la carità non dispensa dall’obbedienza. Concludeva pregandomi di riflettere ricordando i sacri voti, le promesse fatte al momento dell’ordinazione, gli impegni d’onore. A questo trasparente tentativo di pressione risposi con una lettera che così concludeva:
“Noto che per la seconda volta Ella risponde a me a titolo personale a lettere inviatele non da me personalmente, ma a nome della Comunità. In particolare per quanto riguarda questa seconda lettera “riservata”, non ritengo di poterla considerare una risposta ufficiale in atti alla Comunità. Le rinnovo caldamente l’invito a incontrarsi paternamente con noi tutti alle nostre riunioni del venerdì sera in Parrocchia”.

Anche alcuni membri della comunità, a nome di tutti, rispondono:
“La Comunità, rattristata dal fatto che Ella ancora una volta non voglia riconoscerne l’esistenza, non ritiene valida tale risposta, proprio perché personale e riservata. Nella stessa Assemblea si è deciso che per qualsiasi lettera riservata, riguardante la comunità cristiana, e inviata a membri della stessa, sarà esaminata l’opportunità di leggerla in Assemblea”.

A quest’epoca hanno inizio le assemblee popolari nella piazza di Oregina con vasta partecipazione; ora cominciamo ad essere realmente coinvolti nei fatti e ad assumere precise responsabilità; cominciamo a renderci conto in modo sempre più chiaro che certi momenti della vita religiosa sono degli strumenti in mano alla gerarchia ecclesiastica.
E giungono anche gli ambasciatori di buona volontà per farci desistere dalle nostre posizioni, le lettere più paradossali, dei veri S.O.S., e poi le intimazioni delle autorità.
Naturalmente mantenemmo il nostro impegno, anzi giungemmo ad invitare l’Isolotto ad un incontro con la nostra comunità proprio il giorno in cui doveva venire il vescovo per amministrare la cresima ad Oregina.
Finalmente, a fine giugno, giunge l’atteso ordine di rimozione: mi trasferiscono a Piano Castello, in provincia di Imperia. Durante la messa comunitaria, la domenica 27 giugno, diedi notizia del trasferimento. Al termine, la comunità decise di riunirsi in assemblea plenaria mercoledì sera sul piazzale davanti alla chiesa. Vi si raccolsero circa 1500 persone . In quel momento Oregina moriva come parrocchia, ma rinasceva come “comunità di base”.

STORIA
A cura di Sergio Albesano
La lunga lotta contro le precettazioni

Il 24 giugno 1996 la Caritas rimandò al distretto di competenza circa cinquecento obiettori assegnati d’ufficio dal ministero della difesa, perché impreparati e inadatti. Nei mesi di marzo e aprile il numero delle precettazioni per l’associazione aveva raggiunto il 60% degli obiettori in servizio, mentre nel contempo molti ragazzi formati precedentemente dalla Caritas stessa erano inviati a svolgere il servizio civile presso enti diversi. “Di fronte alla crescita esponenziale delle precettazioni d’ufficio, cioè degli obiettori assegnati a caso e senza preavviso e quindi senza alcuna preparazione, la Caritas ha detto basta e dopo mesi di inutili richieste di intervento a ‘Levadife’, ieri sono stati a centinaia i ragazzi che, assegnati alla Caritas Diocesana, sono stati da questa rispediti al mittente, vale a dire il Distretto militare” (1). E’ bene precisare che il 19 dicembre 1995 il direttore generale della Leva, dott. Giuseppe Distefano, in un incontro con la C.N.E.S.C. annunciò l’avvio per i mesi successivi di una nuova procedura in­formatica che avrebbe permesso di contenere il fenomeno delle precettazioni d’ufficio. Il 7 marzo la C.N.E.S.C. scrisse al dott. Distefano chiedendogli di conoscere le misure adottate dal ministero in vista degli obiettori che avrebbero dovuto iniziare il servizio nel periodo di aprilegiugno. Il dott. Distefano rispose con una lettera datata 3 aprile, nella quale ribadiva quanto già dichiarato nel precedente incontro e dichiarava che “un nuovo software fina­lizzato all’allocazione ottimale delle risorse disponibili (aveva) dato nel complesso buoni risultati sotto il profilo dello snellimento del lavoro e della velocizzazione delle procedure nonché della regionalizzazione”, ma ammetteva che non era stato possibile evitare “le precettazioni di una quota di giovani non segnalati”. In realtà questa quota di precettazioni d’ufficio aveva raggiunto l’80% per l’A.R.C.I. La consulta chiese allora un incontro urgente con il direttore generale della leva. Il 19 aprile il dott. Distefano incontrava il presidente e il vicepresidente della C.N.E.S.C. e affermava che la Levadife aveva preso provvedimenti per correggere eventuali errori del nuovo sistema informatico, assicurando che già nelle assegnazioni di giugno si sarebbe potuto venire incontro alle richieste degli enti (2). “Quei cinquecento giovanotti non sapevano neppure che cosa fosse la Caritas, un posto dove si entra ovviamente con un certo quorum di dedizione o almeno con una certa dose di coraggio un po’ speciale” (3). Il ministro della difesa, Beniamino Andreatta, rispose minacciando di revocare la convenzione all’ente e aggiungendo: “Spero che la Caritas adotti un linguaggio più cristiano nel parlare di queste cose”. Per il responsabile degli obiettori dell’associazione, Diego Cipriani, si sarebbe dovuto anzitutto abrogare la norma che permette di stipulare convenzioni solo con enti che forniscono garanzie riguardo alla fornitura di vitto e alloggio agli obiettori, anche se residenti nella stessa città (4). Alla data della ricusazione della Caritas risultavano esserci in Italia 32.881 posti per utilizzare gli obiettori, di cui 31.489 erano occupati.
Sulla questione delle precettazioni d’ufficio alcuni parlamentari, tra cui l’on. Paissan, chiesero al ministro della difesa di tenere conto, nelle assegnazioni degli obiettori, delle indicazioni della convenzione tra ministero ed enti, per evitare il ripetersi di situazioni spiacevoli, come quella che aveva visto coinvolta la Caritas (5).
Il 26 giugno si svolse un dibattito a Radio Proposta di Torino in cui fu spiegato qual è la trafila per diventare obiettori della Caritas: “Noi chiediamo alle persone interessate a questo tipo di discorso di contattarci prima della domanda di obiezione per una serie di colloqui informativi. Ci teniamo a mettere subito in chiaro che la proposta Caritas non è una semplice proposta di servizio civile, ma una vera proposta di obiezione di coscienza, che ci contraddistingue per un cammino di crescita personale, che vede il servizio civile come uno degli strumenti per realizzarla, assieme a una formazione continua e assieme alla condivisione con altri obiettori. Questa serie di colloqui iniziali sono atti a capire quale sia la personalità e la motivazione di ogni singola persona e a capire soprattutto in quale delle tante aree di disagio in cui la Caritas attualmente opera poter inserire proficuamente la persona. (6). Dopo tutta questa scrupolosa preparazione è evidentemente negativo, soprattutto per gli utenti finali, che siano effettuate precettazioni d’autorità. “Noi abbiamo centri in cui è richiesto un servizio molto specifico, ad esempio abbiamo un centro dove ci sono obiettori laureati in odontoiatria, che svolgono un servizio ai barboni, cioè curano i denti ai barboni. Se viene inviato un obiettore che è ingegnere, noi non possiamo mandare un ingegnere ad aggiustare i denti” (7).

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Ricky Gianco: suono e canto contro questo imperialismo

Ricky Gianco ha scritto pagine storiche della canzone italiana collaborando con personaggi come Celentano e De Andrè, Vanoni e Paoli, Battiato e Gaber. Sono sue “Ora sei rimasta sola” e “Pugni chiusi”; assieme a Gian Pieretti ha scritto “Il vento dell’est”e “Pietre”, con Gianfranco Manfredi album interi come“Ma non è una malattia” e “Arcimboldo”. Di recente, assieme a Manfredi ha curato, per i dischi del Manifesto, il cd “Danni collaterali”, canzoni contro tutte le guerre, alcune originali, alcune tradotte e alcune storiche, interpretate oltre che dai curatori, anche da Finardi, Paoli, De Sio, Skiantos, Yo Yo Mundi, Lolli, Lella Costa, Patrizio Fariselli project e Suso.

– Parlaci di “Danni collaterali”

Io e Manfredi abbiamo coordinato il tutto col patrocinio del Comune di Forlì, all’interno del progetto “Teatro della Pace”, con l’assessore Marisa Fabbri che è molto brava. Abbiamo scelto e tradotto letteralmente dei pezzi stranieri per dar voce anche a cantautori inglesi, americani, canadesi come Bruce Cockburn, Mark Knopfler, Shinead O’Connor e Ani Di Franco che in questo periodo hanno espresso le stesse cose che pensiamo noi. Poi ho scritto un pezzo nuovo insieme a Fernanda Pivano. Gli introiti vanno metà a Emergency e metà al Tavolo di Solidarietà di don Ciotti e Margherita Hack. L’abbiamo fatto per non essere passivi in un momento così brutto.

– un momento che produce, come non succedeva da tempo, nuove canzoni “impegnate” e in particolare contro la guerra…

“Impegnate” mi suona come aggettivo arcaico. Se ti esprimi basandoti su quello che è la vita tua e degli altri, tutto è sociale, sentimenti e politica. Se c’è la scelta di non fare solo canzonette del cavolo, fai questo. Non ci sono corsi e ricorsi, semmai il problema è di chi ascolta. Ci sono dei periodi in cui la maggior parte della gente non ha voglia di sentire certe cose. Oggi stiamo subendo quello che succede sia in Italia che nel mondo. Ogni giorno vediamo combinare disastri. La grandissima e positiva reazione è quella del movimento dei no-global che ormai è una realtà internazionale. Nel nostro piccolo abbiamo voluto portare a galla il nostro dissenso a questa politica imperialista.

– nella tua sterminata produzione che precedenti vuoi ricordare sui temi pace-guerra?

La roba c’è. Magari non parla di guerra specifica come adesso, ma è tutta una guerra questa vita. Molte canzoni sulle lotte dai primi anni settanta in qua, come “Fango” o “Campo minato”. Ci sono guerre che si possono combattere non proprio ad armi pari ma quasi, poi ci sono quelle fatte di bombe, per cui si può combattere ma in un altro modo. Io e Manfredi avevamo scritto una canzone quando buttarono fuori i primi sfrattati in via Tibaldi a Milano: “Questa casa non la mollerò”.

– pensando a queste lotte e all’opposizione alla guerra cosa puoi dirci della nonviolenza ?

E’ bellissima se c’è chi sa usarla. Gandhi era quello che era e i risultati li ha fatti vedere. Purtroppo non è andata sempre così, come ad esempio per toglierci di mezzo i nazisti e i fascisti. Bisogna vedere i momenti storici e i fatti. Io sono per la nonviolenza anche se poi in ciascuno di noi è insita la violenza. Si tratta solo di controllarla come controlliamo tutte le cose che sappiamo non vanno fatte.

www.rickygianco.it

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

AA.VV., Obiezione alla violenza. Servizio all’uomo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2003, pp. 127, € 9,00.

Il volume, curato da Diego Cipriani, raccoglie studi e bilanci presentati a un convegno sui trent’anni di obiezione di coscienza in Italia e sui venticinque di servizio civile nella Caritas. Nello spazio disponibile, possiamo indicare qui soltanto alcune delle relazioni, tutte interessanti.
Mons. Giovanni Nervo, primo presidente della Caritas italiana, dopo aver affermato che la Caritas ha educato decine di migliaia di giovani ai valori del servizio, chiede: “Ma li abbiamo educati egualmente, e ancor prima, ai valori della nonviolenza, del rifiuto della guerra e della pace?”. Questo è il problema che serpeggia nel libro. Nervo elenca sei precise forme di obiezione che oggi la coscienza morale ha da opporre alla mentalità dominante riguardo al mercato, al lavoro e alla guerra preventiva. Dunque, l’obiezione è più attuale che mai. Non è più obiezione del militare di leva (che oggi diventa volontario ben pagato e privilegiato, cioè mercenario), ma obiezione del cittadino. La violenza è da rifiutare e superare, non da amministrare, come fa ancora la politica corrente, di destra e di sinistra.
Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, propone un’ampia storia politica e culturale, prima e dopo la legalizzazione del 1972, da cui ricaviamo che non solo cresce oggi nella società la non rassegnazione alla violenza abituale dei poteri, ma cresce anche il versante positivo: le alternative civili, sebbene ancora allo stato germinale. Noi possiamo dire che hanno difeso l’Italia gli obiettori di coscienza più dei militari; che hanno portato pace nelle zone di conflitto i molti volontari, a loro spese e rischio, più dei “militari di pace” pagati a suon di milioni. Anche Riccardi osserva che la Chiesa italiana ha sostenuto più il servizio civile che l’obiezione, ma quest’ultima ha spostato “quell’asse privilegiato di rapporto tra Chiesa ed esercito” verso un nuovo asse tra solidarietà e pace.
L’obiezione contesta una legge in nome di una verità che la precede. Tuttavia, anche nell’ispirazione laica e non evangelica, l’obiezione ha reintrodotto istanze etiche che sembravano dimenticate nelle democrazie liberali: la persona ha il primato sulle istituzioni, che non possono forzarla ad agire contro coscienza; la maggioranza non sempre vede e sceglie la verità e il bene; l’obbedienza politica non può essere acritica. L’obiezione connessa al servizio civile esprime “vita votata agli altri” e non è solo produttiva di servizi, ma espressiva del valore profondo della persona, del mistero superiore che essa contiene e rivela.
Come atto politico, l’obiezione contesta senza violenza disvalori della comunità e propone valori che testimonia e paga. L’obiezione al militare contesta l’ideologia della guerra che si estende a “obiettivi sempre più ambigui e inaccettabili”. Mentre l’esercito professionale naturalizza la guerra da sciagura a funzione normale e sottrae la difesa ai cittadini, l’obiezione alla guerra richiede l’educazione alla difesa popolare nonviolenta, presente nella storia più di quanto l’informazione corrente consente di sapere. Si deve far crescere la conoscenza di metodi nonviolenti efficaci e si deve sviluppare la valenza politica del perdono e delle procedure di riconciliazione nella verità, sperimentate in Sudafrica.
Rodolfo Venditti (magistrato e studioso di diritto militare) presenta la storia giuridica dell’obiezione di coscienza dal dopo guerra alla legge del 1972, della quale elenca i meriti e i forti limiti. L’obiezione ha camminato nella società italiana sviluppando la cultura della nonviolenza. Venditti racconta suoi interventi in lettere e dibattiti, negli anni ’80, con esponenti di governo chiusi e intolleranti. “Ci si scontrava con un muro, che nonostante l’avvicendarsi dei governi restava inesorabilmente fermo e immutabile, quasi obbedendo a un orientamento di fondo che non dipendeva dal colore dei singoli governi e della loro composizione”. Persino il governo Prodi “deluse profondamente le attese”, avallando il “nuovo Modello di Difesa”, sostanzialmente aggressivo, e professionalizzando le Forze Armate. Ciò dice molto sul tragico ritardo culturale della classe politica in generale, schiava del dogma militare. Molto positivo è invece il bilancio, che Venditti documenta con cura, dell’atteggiamento della magistratura nei confronti dell’obiezione, come indicativa di un diritto e di una cultura di pace, le cui basi sono inscritte nella nostra Costituzione.
“Perché i giudici sono stati all’avanguardia nel capire ciò che parlamento e governo non hanno capito o hanno capito in forte ritardo?”. Venditti risponde che, mentre “i giudici sono meno condizionati da preoccupazioni politiche e ciò consente loro di muoversi con libertà e indipendenza molto maggiori”, parlamento e governo, invece, dipendono dalla maggioranza politica. Molti enti locali si sono dimostrati più sensibili degli organi statuali, grazie al loro radicamento territoriale e al contatto diretto con le esigenze più consapevoli della popolazione, sicché hanno sostenuto meglio l’educazione alla pace.

Enrico Peyretti