Azione nonviolenta – Agosto Settembre 2004

Azione nonoviolenta agosto settembre 2004

– Nonviolenza è politica. Appuntamento a Gubbio (di Mao Valpiana)
– Verso il 21° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento
Le commissioni di lavoro:
– Europa per la pace: difesa, sicurezza, Corpi Civili (Mao Valpiana e Paolo Bergamaschi)
– Nonviolenza, laicità e religione (Matteo Soccio e Rocco Pompeo)
– L’omnicrazia, crisi delle democrazie (Daniele Lugli e Piercarlo Racca)
– Educare alla nonviolenza (Pasquale Pugliese e Angela Dogliotti Marasso)
– La Rete di Lilliput e l’impegno del Movimento Nonviolento (Massimiliano Pilati e Luca Giusti)
– Media, informazione, televisione (Mao Valpiana e Adriano Moratto)
– Servizio Civile Volontario e obiezione di coscienza (Claudia Pallottino e Piercarlo Racca)
– Centro studi per la nonviolenza, case e centri per la pace (Rocco Pompeo e Matteo Soccio)
– Una iniziativa per gli amici della nonviolenza (Daniele Lugli e Pasquale Pugliese)
– Ambiente e stili di vita (Luca Giusti e Marco Baleani)

IL DIBATTITO PRE GONGRESSUALE
– Dopo 150 anni finisce la naja obbligatoria: è un bene o un male?
Un nuovo antimilitarismo nell’epoca degli eserciti professionisti (di Giuseppe Ramadori)
– I nostri obiettivi per costruire una società sostenibile: meno armamenti, meno petrolio, meno automobili. (di Pasquale Pugliese)
– Andrò a Gubbio con molte speranze riposte negli amici della nonviolenza (di Alberto Trevisan)
– Il sindacato si interroga sulla nonviolenza come metodo per affrontare i conflitti sociali (di Matteo Soccio)
– Pacifismo o nonviolenza? Un dibattito sul nostro sito (a cura della Redazione)
– Campi estivi del Movimento Nonviolento: Borgo Pace (Raffaella Mendolia), Cilento (Piercarlo Racca)

LE RUBRICHE
– Nel Kosovo dimenticato c’è chi vuole il dialogo (Gianni Scotto)
– Conflitti in casa nostra. Le liti di condominio (Paolo Macina)
– L’arte dello spiazzamento (Giorgio Barazza)
– Bagliori estivi. Inni per la pace (Paolo Predieri)
– Il film, la realtà. Le donne della Rosenstrasse (Enrico Peyretti)
– In viaggio nel Far West verso gli indiani delle praterie (Sergio Albesano)
– Necrologi: Tiziano Terzani, Enzo Baldoni

EDITORIALE
Nonviolenza è politica Appuntamento a Gubbio

Di Mao Valpiana

Torniamo a Gubbio, un anno dopo. Ci eravamo lasciati, al termine della stupenda camminata lungo il sentiero francescano che conduce dalla suggestione di Assisi alla severità di Gubbio, pensando che sarebbe stato bello essere nuovamente ospitati in quei luoghi per il nostro Congresso. Grazie alla generosità degli amici eugubini questo desiderio si realizza, e così dal 29 ottobre al primo novembre 2004 la ventunesima assemblea nazionale del Movimento Nonviolento si svolgerà proprio nella terra in cui Francesco, persuaso della nonviolenza, convertì il lupo e lo riconciliò con quella comunità.
Gubbio, dunque, città simbolo della risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Proseguendo l’ideale cammino culturale iniziato con la nostra edizione specifica della Marcia Perugia Assisi del settembre 2000 (“Mai più eserciti e guerre”), il ventesimo congresso di Ferrara nella primavera 2002 (“La nonviolenza è il varco attuale della storia”), poi con le 10 parole della nonviolenza nel 2003 (da “Amore” a “Verità”), il sentiero Assisi Gubbio del settembre 2003 (“Nonviolenza in cammino”) con il convegno conclusivo (“Al posto della guerra”), e infine con l’iniziativa simbolica del maggio 2004 a Telves/Brennero/Europabrücke (“Europa pacifica e pacificatrice”), giungiamo a questo nuovo congresso (“Nonviolenza è politica”) volendo fare una prima sintesi di questo percorso collettivo.
Possiamo certamente dire che in questi ultimi quattro anni il nostro Movimento è cresciuto, è maturato, ha raggiunto nuovi interlocutori, ha acquistato autorevolezza. Ma naturalmente questo non basta. Dobbiamo contemporaneamente constatare, purtroppo, che il più generale movimento per la pace è in una fase di ibernazione. Non c’è, non si vede, non si sente, non parla. Pare reagire solo agli annunci di guerra, pare saper balbettare qualcosa solo quando gli puntano addosso riflettori e telecamere; diversamente vive solo virtualmente nell’etere delle mailing list, nei siti internet, nelle polemiche verbose di qualche convegno. Quindi sentiamo una sorta di responsabilità, quella innanzitutto di saper discernere bene fra pacifismo generico (imbelle e perdente, anche se chiassoso) e nonviolenza specifica (attiva ed efficace, anche se silenziosa). Per questo vogliamo confrontarci con il tema, difficile e rischioso, ma ineludibile e decisivo, della politica. Affermiamo (con il conforto dell’esperienza di tutte le madri, i padri e i figli della nonviolenza, da Simone Weil a Vandana Shiva, da Mohandas Gandhi ad Alexander Langer) che il terreno della politica è il luogo della verifica della bontà delle idee, il passaggio dalla teoria alla pratica, la prova che ciò che si afferma coincide con ciò che si vive. La nonviolenza non è solo un modo per salvarsi l’anima, ma è una possibilità per salvare il mondo. Don Lorenzo Milani aveva un’idea molto chiara della soluzione costruttiva dei conflitti sociali: “uscirne da soli è egoismo, uscirne tutti insieme è politica”.
Dunque, andiamo a Gubbio per realizzare un passaggio importante della vita quarantennale del nostro Movimento. Perciò dedichiamo gran parte di questo numero della rivista agli atti preparatori del Congresso. Pubblichiamo le schede introduttive dei lavori di commissione (la parte più propositiva ed importante del Congresso), alcuni interventi di dibattito pre-congressuale, e trovate anche un inserto staccabile con il programma completo e tutte le necessarie indicazioni logistiche per chi decide di partecipare (se qualche lettore volesse diffondere questo volantone nella propria zona, non ha che da chiedercene alcune copie, che volentieri gli invieremo). Il Congresso, luogo decisionale per gli aderenti al Movimento, è naturalmente aperto a tutti gli amici della nonviolenza, il cui contributo di idee ed esperienze è per noi un bene prezioso.
In questo numero, seppur con pagine aumentate rispetto al consueto, non ha potuto trovare spazio nessun articolo sulle tragiche vicende di questi giorni. Rimandiamo al nostro sito per notizie e commenti (www.nonviolenti.org) e alla terza di copertina per il ricordo di due care persone scomparse che in modi e luoghi diversi lavoravano con le parole e la curiosità per la vita del prossimo.

Verso il 21° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento

Commissione 1
Europa per la pace: difesa, sicurezza Corpi Civili
(Mao Valpiana e Paolo Bergamaschi)

La nuova Europa è nata come grande mercato, dotata di una moneta comune, ma ancora priva di un’identità e di una visione unitaria. L’assenza di una politica estera dell’Unione è un forte elemento di debolezza. Per colmare questa carenza e per garantire “difesa e sicurezza” qualcuno ha proposto la nascita di un nuovo esercito europeo. Gli amici della nonviolenza del vecchio continente lavorano invece da tempo per realizzare un’Europa come “potenza di pace” dotata di strumenti istituzionali adeguati, come un Corpo Civile di Pace Europeo.
Il coordinamento “Verso i Corpi Civili di Pace” è ormai un’esperienza consolidata e comunque l’unica in Italia che lavora in maniera coordinata e costante, per realizzare sul piano concreto, sia di base che istituzionale, l’intuizione avviata a livello europeo più di 10 anni fa da Alexander Langer.
Per la definizione del concetto “corpi civili di pace” e lo sviluppo di quanto realizzato fino ad oggi, si rinvia alla lettura dell’articolo di Giulia Allegrini “Una politica di prevenzione e di trasformazione nonviolenta dei conflitti: il lungo cammino dei Corpi Civili” , pubblicato su Azione nonviolenta di Aprile 2004.
Nel gennaio 2003 è stata costituita formalmente una rete che riunisce tutte le esperienze italiane coinvolte nel progetto dei Corpi Civili di pace.
Fine della rete è di contribuire alla costruzione di una futura politica estera non armata che costruisca sicurezza e pace. Per ottenere questo è necessario il riconoscimento, anche istituzionale dei Corpi Civili di Pace.
La rete vuole creare una sinergia tra le organizzazioni che:
faciliti il lavoro delle organizzazioni aderenti
sostenga i volontari nel lavoro sul campo
reperisca i fondi per sostenere la ricerca, la formazione e l’azione
acquisisca i report dei monitoraggi dei volontari sul campo e ne dia diffusione presso la società civile, i media, le istituzioni italiane ed internazionali
metta in comune le conoscenze teoriche e pratiche sul tema
operi per promuovere i contatti con i coordinamenti già esistenti sia a livello europeo che internazionali.
La Rete, nel porsi l’obiettivo del riconoscimento istituzionale dell’utilità del lavoro dei volontari in zone di conflitto, ha predisposto una bozza di Legge volta ad ottenere la possibilità per i volontari di astenersi dal lavoro per un periodo di tre mesi, avendo garantita la conservazione del posto di lavoro.
Quale possa essere il contributo specifico del Movimento Nonviolento al progresso dell’idea e dell’esperienza dei Corpi Civili, con particolare attenzione alla nuova realtà creatasi dopo l’abolizione della leva obbligatoria e la nascita dell’esercito professionale dal primo gennaio 2005, sarà il centro della discussione di questa commissione.

Commissione 2
Laicità Religione Nonviolenza
(Matteo Soccio e Rocco Pompeo)

Dopo il convegno di studio, che su questo tema si è tenuto a Perugia l’11 giugno 2002, c’è l’esigenza di un approfondimento. Il convegno ha già prodotto un importante risultato: un libro aperto di testimonianze, ricerca e riflessione in comune tra credenti e non credenti, laici e uomini di fede, che si sono interrogati sul senso della propria adesione alla nonviolenza e sul suo fondamento. Su quei risultati altri amici della nonviolenza possono ulteriormente riflettere. Significativo il fatto che il libro, che raccoglie gli Atti, abbia trovato un titolo problematico: Convertirsi alla nonviolenza? C’è in quell’interrogativo una sorta di pudore laico (ma anche libero-religioso) nell’affermare la propria “fede” nella nonviolenza, lo sforzo di vincere la facile tentazione dell’integralismo e della superbia di chi crede di possedere la verità e di possederla tutta. C’è un invito a interrogarsi veramente, mettendo da parte qualsiasi dogma e idea consolidata, a collocarsi nel punto in cui si ricomincia daccapo e si ricerca ciò che si crede di aver già trovato. È il modo di operare dell’autentica onestà intellettuale, che prima di mettere in dubbio le verità altrui verifica e pesa con severità le proprie.
Si tratta di una prima tappa: è necessario proseguire il dialogo e la ricerca comune, approfondire ed ampliare quanto è emerso e che, per ora, è rimasto al nostro interno. Continuando a lavorare sugli interrogativi vorremmo arrivare a togliere quell’interrogativo e nello stesso tempo liberarci da vecchi e nuovi integralismi, che possono rallentare o ostacolare il cammino della nonviolenza verso un riconoscimento universale. Vogliamo ricordare che in questi ultimi anni, lo sforzo per realizzare una federazione dei movimenti nonviolenti organizzati (partendo da MIR e MN) è fallito perché alcuni tenevano fortemente alla loro differenza e alla loro ispirazione religiosa, vedendo con pregiudizio un Movimento Nonviolento caratterizzato in modo troppo laico. Eppure bisognerà persino andare oltre le posizioni del MN (che esprime pure posizioni libero-religiose) e avvicinarsi a posizioni ancora più difficili e problematiche per uno spirito religioso o integralmente nonviolento.
A questo punto, come procedere? Non possiamo ignorare le nostre responsabilità storiche. Capitini (che era profondamente religioso) sapeva parlare agli altri in modo laico ed efficacemente “politico”. È necessario chiarire queste cose perché la nonviolenza organizzata ha bisogno di mettere a frutto una presenza sempre più diffusa nella società, aumentare le collaborazioni, le alleanze e la solidarietà, concentrare le forze. Il che significa: essere più efficaci. Non è l’affermazione e la difesa ad oltranza del carattere religioso della nonviolenza che può allargare il consenso e far crescere un movimento della nonviolenza veramente forte e capace di azione.
Proviamo a vedere la nonviolenza non come un Assoluto ma come una “possibilità” (ecco un altro significato di quell’interrogativo!). Liberandoci da etichette referenziali precostituite, siano esse di natura religiosa, ideologica o culturale, riusciremo a superare intolleranze e incomprensioni e la nonviolenza potrà diventare l’evento educativo e politico del nostro tempo (il “varco attuale della storia”).
La comunità degli uomini che farà riferimento alla nonviolenza sarà sempre più pluralistica e secolarizzata. Non mettiamo in dubbio che le radici della nonviolenza, la sua forza spirituale, siano da ricercare nella tradizione religiosa, ma il suo futuro è aperto e ognuno (credente o non credente) può portare il suo contributo allo sviluppo e all’inveramento di questo principio. Uomini profondamente religiosi (Gandhi, Capitini, Luther King, …), per amore dell’umanità tutta, l’hanno raccolto sulle montagne sacre abitate da Rishi solitari in meditazione, e l’hanno trasferito nelle pianure metropolitane, dove la violenza è drammaticamente visibile o strutturale. Si può parlare di nonviolenza perché quel principio di fede è stato trasformato in qualcosa di efficace, in strategia e metodo per affrontare problemi e conflitti di natura politica e sociale.
Sul tema proponiamo due direzioni di approfondimento, le cui modalità verranno discusse e decise in commissione.
Primo approfondimento. Nasce dalla necessità di continuare il confronto con le chiese e le religioni. È chiaro che il nostro invito a convertirsi non è rivolto alle “religioni” ma alle “chiese”. Tutte le religioni hanno affermato il principio della nonviolenza, su un fondamento sacro e ineludibile, come un comandamento (“non uccidere”). Le chiese, invece, cosa insegnano? Cosa hanno insegnato finora? Ci riempiono di entusiasmo gli appelli recenti di Papa Wojtyla alla nonviolenza, ma la teologia ufficiale è quella della guerra giusta e non quella della nonviolenza. E che dire dell’esistenza ancora dei cappellani “militari”?

Secondo approfondimento: confrontarsi con i grandi progetti di cambiamento della nostra società. Non c’è dubbio che nonviolenza è “rivoluzione”. Ricordiamo come negli anni ’70 il MN ha tentato un confronto su questo tema con intellettuali e uomini politici che si ispiravano all’ideologia marxista. Erano gli anni dei convegni su “Marxismo e nonviolenza”. Il rapporto di forza era per noi del tutto sfavorevole. Troppa sicurezza da parte di quegli intellettuali sul valore della violenza rivoluzionaria, unica “levatrice” della Storia. A noi bastò aver seminato, suscitando un qualche interesse e comunque documentando la serietà del nostro progetto. Oggi, dopo il crollo del comunismo realizzato e la conseguente crisi del marxismo, c’è minore fiducia nell’utilità della violenza e maggiore interesse per la nonviolenza.
Dalla fine del 2003, e continuando nella prima metà di quest’anno, si è sviluppato un dibattito imprevisto e imprevedibile sul tema della violenza e della nonviolenza. È una cosa straordinaria, un segno dei tempi. Non era mai successo nulla di simile negli anni passati. Centinaia di interventi sui giornali della Sinistra (Liberazione, Il Manifesto, L’Unità) provenienti da militanti di Rifondazionre comunista, no global, pacifisti, intellettuali progressisti, semplici lettori. In questi interventi, la violenza è riconosciuta come la questione cruciale del nostro tempo. Gli interrogativi riguardavano la natura degli strumenti necessari per trasformare il mondo e per uscire dalla violenza che lo caratterizza. La domanda è chiara: è possibile scegliere la nonviolenza come metodo di lotta capace di perseguire dei fini senza tradirli? Abbiamo sentito Bertinotti (Convegno sulle Foibe – Venezia, 13 dicembre 2003) proporre alla Sinistra la strategia della nonviolenza. Ne è seguito un seminario di approfondimento sul tema a S. Servolo (Venezia, febbraio 2004).
C’è stata la riscoperta della nonviolenza come fatto non del tutto nuovo ma come qualcosa di dimenticato ed emarginato nella storia del movimento operaio. Di recente hanno mostrato interesse per la nonviolenza anche i sindacati, come dimostra il convegno su “Nonviolenza e conflitti sociali” promosso e organizzato dalla FIM-CISL a Sotto il Monte (BG) il 29 giugno scorso.
La domanda: come confrontarci con tutte queste realtà nuove (partiti, sindacati, movimenti)? Cosa possiamo dare di nostro specifico contributo alla crescita di questo dibattito, noi che da decenni lavoriamo quasi in silenzio e minoritariamente per la crescita di una cultura della nonviolenza?

Commissione 3
L’omnicrazia, crisi delle democrazie
(Daniele Lugli e Piercarlo Racca)

Democrazia: demos kratein, il popolo governa. Il governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo, diceva Lincoln. Governare è reggere il timone, scegliere la direzione, amministrare le risorse di una collettività, regolarne la convivenza.
Anche nei paesi che si pretendono democratici questi compiti non sono svolti dal popolo, nè direttamente, nè attraverso propri rappresentanti. Le decisioni sostanziali vengono dal sistema globale delle multinazionali, detto anche Mercato. I Governi hanno margini ben ristretti di scelta tra alternative spesso solo apparenti. I Parlamenti sono ovunque ridotti a luoghi di ratifica di decisioni prese altrove. Il confronto politico è un prodotto televisivo tra gli altri, non particolarmente attraente, ma non meno volgare della media. Il voto popolare è scelta tra zuppa e pan bagnato quando va bene, brace e padella sennò.
Al di fuori dei paesi con elezioni libere, e nei quali alcuni diritti fondamentali sono comunque riconosciuti ai cittadini, le cose vanno peggio, spesso molto peggio. Il fallimento delle democrazie popolari a partito unico (esperienza certo da non rimpiangere) ha reso anche più difficile una critica ai limiti delle democrazie liberali, alla loro sudditanza ai detentori del potere economico. Chi svolge coerentemente questa critica e cerca soluzioni nuove è additato addirittura come complice di un terrorismo agguerrito, barbaro e temibile, sicuro nemico di ogni forma di democrazia e civile convivenza.
Crisi degli Stati, globalizzazione economica, capitalismo totalitario, sfruttamento strutturale, imperialismo, guerre sono implacabili nemici della democrazia. I loro effetti non possono non manifestarsi anche nei paesi privilegiati e democratici, che sono assieme i principali responsabili, ed anche fruitori, del sistema di potere mondiale così fondato. La democrazia va ripensata a livello mondiale, continentale, di paese, di comunità locale. E allora è possibile scoprire che la democrazia ha bisogno dell’aggiunta nonviolenta, che la sua difesa è costituita dalla sua diffusione ed approfondimento, dal suo approdo all’omnicrazia, secondo l’indicazione che Capitini ha dato nella sua ultima opera.
All’attenzione della commissione, alla sua discussione, propongo i punti che Capitini riteneva di avere in tale scritto chiariti:

Se una cosa arriva ad essere di tutti, essa deve cambiare anche nella qualità: la realtà, la società, la religione, la scuola, la festa.
Può essere che la democrazia per il suo sviluppo, chieda alle persone maggiori garanzie di quelle che chiede ora: una garanzia sarebbe l’apertura alla compresenza di tutti.
Si è visto che voler fare il socialismo dall’alto conduce all’autoritarismo tirannico.
Il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per un nuovo orientamento.
La guerriglia è anche terrorismo e tortura.
Attraverso i tutti arrivare ad un tutto migliore.
Il lavoro per approfondire la realtà di tutti, per studiare e vivere la compresenza, è un compenso per ciò che per ora non si ottiene.
Non basta l’efficienza, c’è anche altro da apprezzare.

La rivoluzione nonviolenta è già gioia per sè stessa, e celebrazione della compresenza.
La teoria delle due fasi del potere: la prima fase è senza governo, ma è già un potere largo e complesso, da articolare instancabilmente, è rivoluzione permanente.
Sull’assemblea passa il soffio della compresenza anche come invito alla disciplina e all’elevazione.
Per trasformare la democrazia in omnicrazia vi sono due elementi: l’assemblea e l’opinione pubblica.
Nonviolenza e controllo dal basso per superare il militarismo e la burocrazia.
Gli esseri che sono in una situazione di grave limite potranno essere aiutati dalla realtà di tutti: se fossimo più uniti guariremmo già le malattie.
Ricerca di una nonviolenza sempre più autentica: “ieri eravamo nonviolenti”.
Lo storicismo, vedendo soltanto atti dello Spirito non ha tenuto conto della “continuità” dell’individuo.
Valore della festa come attesa e mediazione verso la piena realizzazione della compresenza e dell’omnicrazia.
Aiuto che viene dalla compresenza per la trasformazione dello Stato, dell’Impresa, della Natura.

Commissione 4
Educare alla nonviolenza
(Pasquale Pugliese e Angela Dogliotti Marasso)

Qual è il senso dell’educare alla nonviolenza oggi?
Vediamo alcuni elementi di scenario.
Quello che avrebbe dovuto essere – secondo la proclamazione dell’ONU – il “Decennio per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo”, si è aperto nel 2001 con l’atto di guerra terroristico a New York e sta proseguendo con il terrorismo infinito della guerra su scala planetaria.
Contemporaneamente un grande movimento per la pace attraversa i continenti al punto da essere autorevolmente definito la nuova “superpotenza mondiale”, promuovendo – insieme al movimento per la giustizia globale – ciò che Michael Nagler definisce la “terza onda della nonviolenza globale” (dopo la prima guidata da Gandhi e King e la seconda che ha portato alla caduta dei regimi delle Filippine e dei paesi dell’Est).
Le società, al loro interno, diventano sempre più complesse e conflittuali a tutti i livelli, da quelli interpersonali, legati anche alla elaborazione di nuova convivenza tra persone provenienti da culture diverse, a quelli strutturali, legati ai processi di globalizzazione economica, che triturano lavoro, ambiente, energia e democrazia.
La scuola e i luoghi educativi extrascolastici diventano progressivamente gli ambiti dove si riflettono in maniera massiccia il disagio e la conflittualità sociale e culturale diffusa, e ciò rende proprio questi i luoghi privilegiati nei quali è possibile avviare, prioritariamente, laboratori di sperimentazione di nuove aperture culturali e nuove prassi educative. Ossia luoghi per l’apprendimento della trasformazione nonviolenta dei conflitti.
In questo senso è utile parlare di educazione alla nonviolenza, anziché alla pace.
Perché educare alla nonviolenza significa assumere i conflitti come un dato positivo, fisiologico alla vita stessa, e contemporaneamente imparare a conviverci ed a trasformarli da potenzialmente distruttivi in costruttivi per tutti coloro che vi sono coinvolti. Significa dunque cambiare paradigma culturale di riferimento fino a considerare i conflitti come una grande occasione di comunicazione profonda con l’altro/gli altri; conflitti che non bisogna negare o nascondere ma di cui è necessario prendersi cura, affinché non degenerino patologicamente.
Imparare ad affrontare i conflitti con la nonviolenza significa perciò imparare a muoversi non per semplificazioni ma per approfondimenti, non per contrapposizioni ma per decentramenti di punti di vista, non per ripetizione di modelli ma per rottura creativa degli schemi.
E poiché gli studi sui modelli di apprendimento (per esempio quelli di Howard Gardner) dimostrano come l’apprendistato, ossia non la ripetizione di nozioni già conosciute ma la sperimentazione diretta nell’operatività, sia una delle modalità più efficaci per imparare durevolmente, sperimentare la nonviolenza nei micro-conflitti quotidiani è il metodo migliore per imparare a guardare ai meso e macro conflitti, che investono il nostro pianeta, con l’ottica della nonviolenza.
Per l’insieme di questi motivi è necessario – collocandosi all’interno della “terza onda”, rivolti al futuro – un investimento importante del Movimento Nonviolento, in termini di pensieri, energie e risorse (pur nei limiti strutturali che gli sono propri), nel campo della educazione alla nonviolenza, anche sul piano nazionale, come già sta avvenendo da tempo, in maniera eccellente, in alcune realtà locali. In questa direzione il “Comitato italiano per il Decennio” è uno strumento utile, che andrebbe rilanciato, e altri ancora possono essere pensati e sperimentati.
Mettere a fuoco questi aspetti è il lavoro che tocca alla Commissione “educare alla nonviolenza”.

Commissione 5
La Rete Lilliput e l’impegno del Movimento Nonviolento
(Massimiliano Pilati e Luca Giusti)

Il Movimento Nonviolento abita Rete Lilliput dai suoi primi passi.
Ci abbiamo creduto fortemente perché da subito ne abbiamo intuito le enormi potenzialità. Il progetto di Rete Lilliput è ottimo come strumento per il suo modo nuovo di intendere il fare politica, di fare società, di fare partecipazione. Rete Lilliput, prima tra le varie anime del Movimento dei Movimenti, ha deciso di abbracciare la nonviolenza come caposaldo per agire i suoi contesti. All’inizio, e a volte tuttora, una nonviolenza “maccheronica”, ingenua e timida, ma vissuta con intensità, con voglia di progredire, con una straordinaria voglia di crederci e di sperimentarla nei mille contesti di azione lillipuziana. Rete Lilliput, infatti, è spesso un laboratorio, dove le splendide teorie per lavorare meglio in una rete di movimento (ad esempio il metodo del consenso, le facilitazioni…) vengono realmente usate, a volte con grossolani sbagli, a volte complicando gli ambiti, ma l’importante è che c’è la voglia di provare, di “imparare facendo”.
Come Movimento Nonviolento abbiamo sempre cercato di dare apporto sui temi a noi più consoni. Ci siamo impegnati e “spesi” nella formazione del gruppo di lavoro tematico “Nonviolenza e Conflitti” (GLT-NV), gruppo che ho avuto l’onore (e l’onere) di rappresentare per ben due anni.
Consapevoli dei nostri limiti di piccola associazione di nicchia, ma certi di poter dare la “nostra aggiunta”, ci siamo adoperati in un’opera di “impollinazione”. Penso al progetto “gruppi di azione nonviolenta, alla campagna “scelgo la nonviolenza”, penso al nostro contributo, spesso, ritengo fondamentale, per giungere ad una seria Politica Nonviolenta di Rete Lilliput.
Abbiamo discusso, ci siamo confrontati, ci siamo anche scontrati sui diversi significati attribuiti al “fare nonviolenza”. Ricordo le discussioni in occasione del G8 del 2001, quando sembravamo ai più degli alieni nel porre dubbi e allarmi sulla “trappola di Genova”.
Alle volte, forse, ci siamo realmente comportati come degli alieni che scendono a terra portando il verbo sacro della nonviolenza, forse perché ci sentiamo orgogliosi del nostro passato, forse perché ci capita di sbagliare il modo di approccio agli altri, ma capita di ricevere critiche, capita che ci additino come i “nonviolenti storici”, come i “sacri portatori del verbo di Capitini”… e questo non va bene. Forse, il Movimento Nonviolento dovrebbe interrogarsi sul alcuni suoi modi di stare in rete, sui suoi modi di dialogare e di confrontarsi; le critiche ricevute, alle volte mi sono apparse come sterile polemica, ma alle volte credo che ci avrebbero dovuto far ragionare.
Rete Lilliput, questa stupenda macchina, questo splendido laboratorio che ha fatto del “fare con metodo” il suo credo ha però anche dei difetti.
Se paragonata ad un treno, Lilliput all’inizio ha cominciato a muoversi come un bel trenino regionale che viaggiava lento e faceva fermate in tutte le stazioni, e queste si chiamavano Nodi, Associazioni, Tavolo Intercampagne, singoli, glt; ogni fermata era un contaminarsi ( o meglio un impollinarsi), era un dare e un avere, era un “ascoltare e parlare”.
Ora Rete Lilliput rischia sempre più di assomigliare ad un accelerato. Rete Lilliput e i suoi luoghi continuano ad accelerare, vogliamo fare tutto, non ci accontentiamo più solo delle campagne, vogliamo i rapporti con i partiti, con questo o quel movimento, vogliamo fare politica a 360 gradi.
Il problema è che per fare tutte queste attività Rete Lilliput non è la struttura giusta, ci siamo detti che vogliamo decidere tutto assieme e lentamente, andando nella profondità dei contenuti e non soffermarci alla superficialità come si fa in altri contesti. Ma per fare politica a 360 gradi la lentezza, la dolcezza e la profondità ce le stiamo dimenticando e allora nascono i lillipuziani iperattivisti (io ero/sono uno di quelli: una bestia da soma che da sola si sobbarca moli disumane di lavoro per far fronte ai tanti impegni presi), si creano strutture più ristrette, per lavorare più per la Rete si pongono in secondo piano le rispettive associazioni, le stesse associazioni si defilano perché ritengono (spesso giustamente) che Lilliput richieda troppe energie a loro. Si cominciano così a creare le fratture e senza accorgercene il progetto comincia lentamente a sgretolarsi.
Come Movimento Nonviolento non crediamo che una struttura debba rimanere inalterata come l’hanno pensata i suoi padri fondatori, però cominciamo a vederne dei problemi, ci verrebbe da dire: rallentiamo, torniamo a quel bel trenino che andava lento, fermandosi in tutte le stazioni.
Forse questo è il nostro grosso problema: dove va Rete Lilliput? dove vogliamo farla andare?
Manchiamo di PROGETTUALITA’, Rete Lilliput è un ottimo strumento, ma se non sappiamo come usarlo, o se decidiamo di usarlo male allora diventa inadeguato, non più efficace. Per come è concepita, la nostra Rete non può sobbarcarsi tutta questa mole di lavoro e rimanere Rete, non ce la possiamo fare, a meno di non perdere pezzi per strada e se perdiamo i nodi che formano la trama della nostra bella struttura (siano essi associazioni, singoli o luoghi) ne perdiamo irrimediabilmente la sua anima.
Scegliamo allora dove andare assieme e dove andare come singole associazioni, gruppi di persone o singoli. Scegliamo obiettivi minimi, come lo stare assieme nelle campagne, ricominciamo a fare Rete attorno a queste e ricominciamo soprattutto a lavorare nel territorio avendo ben chiaro pochi obiettivi comuni da portare a termine collettivamente. Pensiamo alle esperienze recenti delle Carovane Arcobaleno, pensiamo alle e-mail dell’amica Barbara del Nodo di Roma che ha percorso l’Italia e ci ha raccontato passo per passo il suo viaggio, pensiamo a quanto lei ha dato e soprattutto ricevuto nelle tante tappe del suo viaggio. Questa è la Rete Lilliput che vogliamo, dove assieme ad una raccolta firme si riesce a chiacchierare, dove dopo una serata sull’assurdità della guerra si può sorseggiare del buon vino approfondendo i rapporti umani tra di noi, dove l’azione non esclude la dolcezza e soprattutto la profondità e la capacità di analisi del nostro impegno, dove si può creare partecipazione. Cosa ce ne facciamo altrimenti di una struttura zeppa di iniziative e capace di organizzare memorabili azioni dirette nonviolente a scadenza giornaliera se poi non riesce a creare attorno a se una ragnatela di persone, associazioni, pensieri e affetti?
Il Movimento Nonviolento ha, negli scorsi anni, dato grossi contributi organizzativi a Rete Lilliput. Alcuni di noi sono stati praticamente “distaccati” dentro la Rete e questo perché ci abbiamo creduto e continuiamo a crederci ancora molto.
Ma dopo qualche anno e di fronte ad alcuni legittimi dubbi su alcuni comportamenti schizofrenici della Rete è giusto, in occasione del nostro prossimo Congresso, cominciare a tracciare dei bilanci, è giusto ragionare sul nostro stare in Lilliput, ragionare i nostri sbagli passati e le nostre aggiunte future.
Secondo il sottoscritto non ci dovrebbe essere nessuna voglia di mollare, ma una normale ritaratura del nostro fare Rete. Rete Lilliput ormai ha una struttura, un metodo e delle dinamiche consolidate che sono state impostate in anni di duro lavoro, di discussioni e di assemblee.
La struttura c’è, ora va semplicemente agita.
Ecco che, ma ci sarà il nostro Congresso a deciderlo, il nostro apporto sugli aspetti logistici/organizzativi deve quindi ridursi fino a diventare minimo.
L’apporto del MN a Lilliput dovrà invece essere in primis quello di rafforzare la nostra associazione, di darle nuova vitalità e corpo. Per una associazione sana e vitale sarà normale, quasi una logica conseguenza, lavorare poi in rete su campagne e su iniziative comuni. C’è parecchio da lavorare: le guerre che non finiscono mai, la nuova Rete per il Disarmo che chiede il nostro prezioso apporto e tante tante possibili iniziative comuni. E’ capitato che anche noi, come Lilliput, ci spendessimo in mille rivoli e in mille contesti, perdendo quindi lucidità e capacità di incidere. Il Movimento Nonviolento dovrà scegliere bene le attività comuni che vorrà affrontare.
Ecco che, concludendo, Rete Lilliput per essere nuovamente se stessa deve recuperare quel “lentius, profondius, suavius” di langeriana memoria, solo così il progetto comune potrà continuare, altrimenti Lilliput è contattata a trasformarsi da Rete in Associazione e noi di associazione ne abbiamo già una: il Movimento Nonviolento!!

Commissione 6
Media, informazione, televisione
(Mao Valpiana e Adriano Moratto)

Stiamo vivendo un momento difficile per la carta stampata e per l’informazione in generale. Le riviste libere ed indipendenti come Azione nonviolenta devono fare un fronte unico per la difesa della libertà di stampa, che oggi è messa in pericolo sia dal dilagare della disinformazione televisiva, sia dal pensiero unico espresso dal potere. C’è poi la nuova realtà di “Internet”, che ha modificato le abitudini e il modo di fruire della notizia e delle informazioni da parte degli utenti. Quale può essere oggi il ruolo delle riviste cartacee? Per qual che ci riguarda un elemento decisivo è quello di avere “antenne” sempre più lunghe per cogliere ed amplificare tutti i segnali di nonviolenza che si levano dal mondo, e di far parlare i protagonisti diretti. La rivista deve informare e formare insieme. Cosa significa questo?
Già nel precedente Congresso il Movimento Nonviolento ha affrontato il problema “televisione”, evidenziando che la cosa che più preoccupa non è tanto la presenza massiccia della violenza e del sesso in TV ma la capacità, che ha questo mezzo, di modellare i comportamenti e i consumi dei cittadini e soprattutto di influire sul libero esercizio del consenso e del dissenso, senza il quale non esiste una società democratica. Queste le proposte emerse, che vengono nuovamente sottoposte all’attenzione della commissione:
1.organizzare un Seminario di studio e approfondimento sul tema: “TV, nuovi Media e Nonviolenza. Prospettive e rischi”;
2.elaborare e stampare una Mini-guida all’uso critico della TV;
3.praticare forme di disobbedienza e rifiuto del mezzo televisivo in particolari circostanze e verso specifiche espressioni della programmazione televisiva;
4.denunciare il canone televisivo chiedendo l’abolizione della pubblicità nelle reti pubbliche;
5.promuovere periodicamente forme di “Disintossicazione televisiva” (ad es.: digiuno televisivo, “cura dimagrante”, ecc.);
6.conquistare nelle reti TV spazi di autogestione da destinare all’informazione nonviolenta;
7.suggerire e promuovere alternative alla TV;
8.contattare e coinvolgere in questa campagna i tecnici e i professionisti della TV e altri soggetti politici e sociali interessati, promuovendo un Osservatorio permanente per il controllo delle menzogne e delle violenze della TV.

Commissione 7
Servizio Civile Volontario e obiezione di coscienza
(Claudia Pallottino e Piercarlo Racca)

I giovani 18enni tra qualche mese non saranno più dichiarati abili o meno alla leva militare. Da gennaio 2005 non ci sarà più l’obbligo di addestrarsi per un anno alla difesa militare del proprio Paese. Scompare, di conseguenza, l’obbligo di doversi dichiarare Obiettore di Coscienza per poter offrire un servizio di natura civile. Due facce della stessa medaglia.
Con un decreto approvato alla velocità della luce (alla faccia dei 30 anni per la L. 230/98 sul diritto di obiezione) viene anticipata la “sospensione” della leva militare obbligatoria – già di per sé al limite della incostituzionalità, visti gli art. 11 e 52 cost. – e non ci sarà più nessuna “chiamata”, né militare, né civile.
La difesa del nostro paese è in mano ai volontari. Militari, sì, ma anche Civili.
Se andiamo a spulciare la L. 64/01, che aggiunge una nuova Istituzione, il Servizio Civile Nazionale (detto SCN), tra gli apparati della nostra Repubblica, all’art.1 tra i fini del SCN troviamo scritto: “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari”.
Abbiamo dunque un nuovo scenario: le giovani donne e i giovani uomini nell’età delle scelte e degli orientamenti di vita (non si diceva: “vai a fare il militare, così capisci come va il mondo!”?) sono chiamati dallo Stato (che chiede partecipazione alle istituzioni che si prende il merito di aver inventato) a compiere una scelta, militare o civile che sia. I trattamenti sono “equiparati” (che non vuol dire né uguali, né simili, né proporzionati): chi fa una scelta di volontariato militare ha un trattamento economico migliore, prospettive di lavoro assicurate, agevolazioni nei concorsi e negli studi… Peraltro non possiamo pretendere che in una cultura dove il concetto di “difesa” equivale a “uso delle armi” possa essere recepito tout court il valore di concetto di “difesa civile”! D’altro canto è anche più facile offrire posti di lavoro in apparati militari organizzati e sviluppati da secoli, piuttosto che nelle associazioni di volontariato che si occupano di interposizione nonviolenta nelle zone di conflitto “solo” da qualche decennio! Certo, ci fosse un apparato istituzionale di Difesa Civile, magari i Corpi Civili di Pace, ci sarebbe un possibile sbocco assicurato anche ai volontari civili…
Qualche anno fa un ragionamento del genere sarebbe risuonato molto più utopistico di oggi.
Un oggi che, oltre alla nascita del SCN come istituzione di pace, vede costituito il “Comitato consultivo dell’Ufficio Nazionale del Servizio Civile, per la Difesa civile non armata e nonviolenta” (magari a partire da interessi politici di altro genere, ma intanto è stato costituito, ovvero esiste).
Un oggi che a livello un po’ più ufficioso vede la nascita della Rete Nazionale Corpi Civili di Pace.
Un oggi che vede circa 40.000 giovani donne (di cui una piccolissima percentuale di giovani uomini riformati alla leva) che stanno svolgendo il servizio civile in quest’anno e in molte di più lo avevano scelto.
Ma in che misura le/i giovani che svolgono il SCN sono consapevoli di aver fatto una scelta di difesa alternativa al volontariato militare? Quanto sono in grado di collocare il proprio servizio tra le attività che di fatto aumentano la coesione sociale e che nel loro piccolo possono avere dunque il valore aggiunto di difesa civile? Che responsabilità hanno gli enti, sui quali lo Stato si appoggia per progettare e organizzare il SCN, nell’orientare questa consapevolezza?
La realtà operativa è ricca di esempi critici, uno fra tutti quello del piccolo ente che deve barcamenarsi tra tagli alle spese e carenza di personale perenne: un progetto in fondo è cosa facile da fare, pur di avere quella “manna” fatta di giovani volenterosi a costo zero che per rendersi utili sono disponibili a fare “ciò di cui c’è bisogno”, alla stregua delle ultime generazioni di obiettori-facchini-segretari-fattorini-fotocopiatori-ecc… Un/a giovane volontario/a che in qualche modo si “sbilancia” e si impegna in una scelta civile, cosa si porta a casa di tutto questo?
La sperimentazione del SCN (che aveva come scadenza la sospensione della leva) finisce con il 2004.
In questi anni, dal 2001 a questa parte, molti elementi di questa nuova istituzione sono stati un successo, ma anche molti/e giovani si sono ritirati/e per l’assenza di senso in ciò che facevano.
Il SCN è stato anche demonizzato dal mondo che opera in campo sociale, perché è previsto uno “stipendio” e i giovani (questi materialisti…) demonizzati perché attirati dai soldi promessi… Ma c’è da chiedersi: perché quando è un militare (e sempre di volontario si tratta) a prendere i soldi (e che soldi) va tutto bene e quando lo Stato investe nel personale militare va sempre tutto bene, ma quando entriamo nell’ambito del volontariato civile e rispettivi capitoli di bilancio statali è sempre “troppo e male”?
Allora Oggi, e quale momento migliore se non in occasione del Congresso del Movimento Nonviolento, c’è da ragionare molto seriamente su quale ruolo debbano avere nello sviluppo del SCN le associazioni ed i movimenti che da sempre, nella loro essenza costitutiva e formativa, si occupano di nonviolenza, pace e difesa civile sui vari livelli, diretto, strutturale e culturale.
Abbiamo all’attivo due nuove e recentissime istituzioni di pace: il SCN e il Comitato consultivo per la DPN, li lasciamo andare a briglie sciolte o cerchiamo la strada del dialogo mettendo in gioco l’esperienza di decenni di sforzi, resistenze, obiezioni, marce e missioni? Forse si tratta di imparare nuovi linguaggi (si sa, le istituzioni si nutrono di burocrazia) e nuove strategie per poter dare diverse e giuste prospettive al SCN … ma non ne vale forse la pena?

Commissione 8
Centro Studi per la Nonviolenza, case e centri per la pace
(Rocco Pompeo e Matteo Soccio)

In questi ultimi tempi, anche in Italia, si è manifestato e sempre più diffuso un interesse per la nonviolenza; per il suo significato e per le ragioni che la sostengono; per l’ utilizzazione dei suoi metodi e delle sue tecniche; per la conoscenza dei suoi maestri e dei suoi esponenti.
Sempre più tale interesse è stato accompagnato dall’esigenza di approfondire la teoria e la pratica della nonviolenza. Il dibattito sull’opzione nonviolenta nella politica, nelle lotte sociali, e per la costruzione di una mondializzazione solidale e sostenibile è sempre più ampio, e le aree culturali di riferimento sempre più diversificate: dalla rete di Lilliput a Rifondazione comunista, alla CISL, alle Università con corsi di laurea specifici, ai dibattiti sulla stampa (Il Manifesto, Liberazione, l’ Unità), agli oppositori di “questa ” globalizzazione.
La questione è chiara: come è possibile contribuire a trasformare il mondo ed uscire dalla violenza che lo caratterizza? La domanda è pressante: è possibile scegliere la nonviolenza come metodo di lotta capace di perseguire dei fini senza tradirli? La sfida è aperta: quale contributo specifico può venire dal Movimento Nonviolento, e dagli amici della nonviolenza ?
Il nostro Congresso ha per tema “Nonviolenza è politica “: vuole dunque anche riproporsi come interlocutore di tale dibattito e di tale tensione, consapevole del bisogno di conoscenze aggiornate, di approfondimenti anche di natura teorica, di letture intelligenti del presente mondiale, di un livello di formazione che superi il piano quasi esclusivo di una diffusa autoreferenzialità, e di una conoscenza a volte approssimativa e superficialmente partigiana della nonviolenza e dei suoi maestri (ci è toccato anche sentire che Capitini era … cattolico !).
In Italia vi sono molte esperienze di Associazioni per la pace, di Case per la pace, di Centri per la pace, ma poche tra esse fanno riferimento esplicito alla nonviolenza, ed ancora meno fanno riferimento al Movimento Nonviolento (tra queste, Torino, Viterbo e Livorno): un consistente punto di partenza per proporre servizi ed offrire strumenti ed occasioni di studio, di approfondimenti, e di formazione.
Quanto di meglio e più qualificato a riguardo non risponde alle nostre esigenze: la Fondazione Capitini perchè sostanzialmente “inagibile”; il Centro Sereno Regis non ha tra le sue finalità prioritarie tale impegno; l’ UNIP di Rovereto si pone ad un livello di “accademia” e comunque non fa riferimento al Movimento Nonviolento; la Casa per la Nonviolenza di Verona, con la biblioteca/emeroteca ed Azione nonviolenta, pur se essenziali per le finalità che perseguiamo, non può farsi carico anche di un Centro Studi, con quello che comporta anche sul piano logistico, organizzativo e finanziario.
Da questo insieme di considerazioni è maturata la proposta di Livorno di dare vita ad un Centro Studi per la Nonviolenza del Movimento Nonviolento, con sede a Livorno/Montevaso come offerta/servizio rivolto con apertura alla collaborazione ed al concorso di tutti gli interessati, attivo a tempo pieno, per la promozione di studi e ricerche, di pubblicazioni e di seminari, di convegni e di formazione. Il Centro Studi, ovviamente, privilegerà tutti gli interlocutori sopra ricordati, come altri di analogo interesse (ad es. la Fondazione Alexander Langer ) per i suoi progetti, e per le sue attività.
La proposta – fatta propria dal Comitato di Coordinamento – tende anche a mettere in campo in Italia uno strumento analogo a quelli presenti ed operativi in vari paesi. Dalla loro esperienza è opportuno trarre alcune indicazioni di merito che devono caratterizzare il Centro Studi: indipendente, multidisciplinare, impegnato sul piano teorico e pratico, divulgativo ed aperto agli apporti della società civile, internazionale, formativo e di qualificazione certificata.
Il Centro verrebbe ad avere con il Movimento lo stesso rapporto della rivista Azione nonviolenta: ne è strumento con responsabilità direttiva culturale e politica, attraverso la nomina del direttore; ne è strumento autonomo ed indipendente per l’ attività, la gestione, le iniziative, le collaborazioni, ecc.
Il Centro deve autofinanziarsi, e comunque non gravare economicamente in nessun modo sul bilancio del Movimento, salvo che per specifici progetti o programmi dello stesso; occorrerà invece assicurare al Centro la titolarità ed un sostegno operativo con volontari in servizio civile (la pratica è già avviata), e per la costituzione di una biblioteca/emeroteca (qualcuno ha proposto una campagna “Un libro ed una rivista per il Centro Studi”; altri hanno indicato la possibilità di lasciti bibliotecari e di documentazione direttamente al Centro Studi, o al Movimento presso il Centro Studi ).
La Commissione congressuale è chiamata in primo luogo a meglio definire il progetto, i suoi strumenti, e le sue articolazioni; in secondo luogo a precisare i progetti di coordinamento e di collaborazione con tutte le realtà che già operano a vario titolo ed a vari livelli; in terzo luogo, ad avviare un programma di prime iniziative dell’ attività del Centro Studi per la Nonviolenza. Emergono in primo piano: un lavoro di censimento tematico e territoriale; una selezione finalizzata dei bisogni, delle aspettative e delle iniziative; un coordinamento di servizi e di offerte (ad esempio: accreditamento per la formazione, sedi per servizio civile, accesso alla RAI, acquisizione finanziamenti, ecc.).
La Commissione è aperta perciò in modo particolare, oltre che agli iscritti al Movimento interessati, a quanti lavorano ed operano nelle Case, nei Centri, nelle Associazioni, nelle Università, negli Istituti, ed a quanti intendono dare il proprio contributo alla vita ed alle attività del Centro Studi per la Nonviolenza del Movimento Nonviolento.

Commissione 9
Una iniziativa per gli amici della nonviolenza
(Daniele Lugli e Pasquale Pugliese)

Riproporrei la formula uscita dal passato congresso: un tema al mese da trattare su Azione nonviolenta, da proporre nelle diverse realtà, con le capacità che si riescono a mobilitare, da sottolineare con una modalità comune, da concludere con un’iniziativa, che esprima l’aggiunta di cui gli amici della nonviolenza italiani sono persuasi e capaci.
Come temi del mese non vedrei male proporre, volta a volta, una delle dieci caratteristiche che Giuliano Pontara ha individuato come proprie della personalità nonviolenta. Le ricordo:

Il ripudio della violenza
La capacità di identificare la violenza
L’empatia
Il rifiuto dell’autorità
La fiducia negli altri
La disposizione al dialogo
La mitezza
Il coraggio
L’abnegazione
La pazienza

Al centro dell’agire sono persone, ci ricorda Capitini, e quindi non è male partire dal proprio personalissimo impegno. Ma stimolante mi sembra il riproporre queste qualità a livello di gruppo o di comunità. I nodi della rete Lilliput, le persone, le associazioni che vi operano potrebbero essere tra i primi interlocutori. La rivista potrà fornire indicazioni e suggerimenti e raccogliere le diverse esperienze che si svilupperanno. Come modalità comune vedrei bene un’iniziativa, centrata sulla parola del mese, a carattere conviviale, occasione anche per sottoscrizione di abbonamenti ad Azione nonviolenta e ad altre riviste che partecipassero all’iniziativa. Si potrebbe suggerire anche l’adozione di un menù vegetariano.
Un’iniziativa conclusiva, che evidenzi l’aggiunta della nonviolenza per una miglior convivenza, per la costruzione di comunità aperte e volte all’omnicrazia, mi parrebbe la giusta conclusione di un anno di iniziative. Non mancherebbe il senso della festa e non vedrei male che il cammino, che ci conduce a quell’appuntamento, fosse accompagnato da un camminare (anche un andare in bicicletta) assieme in un percorso e con una meta che ci siano parsi significativi.

Commissione 10
Ambiente e stili di vita
(Luca Giusti e Marco Baleani)

Picco di crisi petrolifera detto di Hubbert, fine delle riserve d’acqua, effetto serra, cambiamenti del clima…
Molti dei punti di soglia da tempo individuati dai modelli scientifici si stanno avvicinando.
E purtroppo non sono loro a squagliarsi al sole.
A dimostrarsi inadeguati sono piuttosto i sistemi che guidano le nostre società:
sistema economico-finanziario, sempre più fondato sulla competizione quantitativa di produzioni e consumi; su equilibri fittizi e rapporti di forza misurati su indici ingannevoli perché riduttivi su questioni essenziali
sistema politico, succube quando non diretta espressione di tale competizione simmetrico-antagonista.

Chi conduce le nostre società ricorda il macchinista di un treno lanciato su un binario morto:
non hanno modo di rallentare: non riuscendo a mettere in campo nuovi strumenti istituzionali e concettuali per rallentare e trasformare i processi (nonviolenza, principio responsabilità e di precauzione, ipotesi gaia)
danno fuoco alle macchine: elevando abitudini facilmente modificabili, ad assoluto (il nostro stile di vita non è negoziabile), attraverso sistemi mediatici che orientano l’opinione pubblica verso priorità fasulle e apparati tecnologici e militari che le impongono.

Anche in reazione a questa crisi di autorevolezza delle democrazie rappresentative nazionali e di sfiducia nei poteri forti multinazionali, emerge dal basso, dalle periferie e dagli individui, una tendenza all’intervento diretto e nonviolento, trasversale ai tradizionali schieramenti in classi sociali; un movimento di obiezione personale e quotidiana agli stili di vita dominanti e di opzione per economie alternative e di giustizia:
Commercio equo e solidale: fa letteralmente boom
clienti (7 milioni in Italia) e relativo fatturato raddoppiati nell’ultimo anno, anche grazie all’ingresso nella grande distribuzione.;
punti vendita (65 mila in Europa) e lavoratori a tempo pieno raddoppiati in 4 anni (3500 di cui quasi 100 in Italia), ad affiancare gli almeno 100 mila volontari;
offerta di prodotti molto ampia (almeno 7 mila) che si apre ai prodotti di largo consumo.
Gruppi di acquisto solidale: in Italia ormai 100, grazie alla progressione nell’ultimo anno, legata tra l’altro a
caduta di fiducia nel mercato alimentare dopo grandi crac e aumento dei prezzi;
collegamento in rete tra GAS dal ’97, sul modello delle Reti di economia solidale sudamericane.
Nuovi municipi: amministratori locali sostengono lo sviluppo di economie alternative
programmi di promozione di produzioni locali, d’intesa con UE e associazionismo (Slow food, AIAB);
fiere e saloni dedicati a stili di vita ed economie alternative (Sana, Fai la cosa giusta, Terra futura).
Editoria: investe come non mai in
riviste, libri, portali web a tema (EMI, Altreconomia, Terre di mezzo, Carta, Vita, Unimondo, Bandiera gialla)

Risulta evidente una pressione quantitativa sulle strutture di servizio agli stili di vita alternativi; sollecitazione che sembra orientarle nella direzione della professionalizzazione e di una sempre maggiore strutturazione.
Non solo il clima e le risorse in esaurimento, ma gli stessi paesi poveri ci chiedono di cogliere e rilanciare queste sfide. Non si possono dunque frenare o rimandare. Occorre allora accelerare un salto di qualità, senza più rinviare la risposta ad alcune essenziali domande:

Come continuare a diffondere la pratica del rinnovamento degli stili di vita?
Sono in molti ancora a chiedersi se la sobrietà non sia la contorta esigenza di anime belle o di elites alla ricerca di purificazioni etiche. Sebbene però inizialmente risulti tutt’altro che immediata e naturale, essa conduce a una condizione di sobrietà felice convincente per tutti. E’ noto infatti (cfr. Giovanni Salio Economia nonviolenta) come la qualità della vita di molti di noi (e non solo dei più benestanti e colti) risulti ridotta dal sovraccarico di beni di cui non si ha consapevolezza nè necessità. Come coinvolgere chi vede i limiti del sistema ma è distante dalla cultura dei piccoli passi quotidiani? Puntare più sul mezzo, avviando ad esempio economie locali e moltiplicando punti vendita o piuttosto sul fine, concentrando le proprie energie in lavoro su di sé e relazioni con gli altri? Quale rapporto con amministrazioni pubbliche e forze partitiche?

Come rafforzare le strutture di servizio ai nuovi stili di vita?
Come evitare che siano metabolizzate dalla logica mercantile, della moda e dell’affarismo, dai cui danni si cerca di uscire? Se tali strutture di servizio sono leggere forse è perché le loro origini e la loro sorgente profonda sgorgano sul terreno qualitativo della scelta personale e del volontariato sociale. Forse allora una migliore tenuta si ottiene con la crescita della consapevolezza della propria specificità anzichè con un appesantimento che genera retroazioni negative? Rischi simili a quelli corsi dal biologico e dai prodotti tipici e naturali: ridursi a nuovi mercati per vecchi consumatori, guidati da mode, paure, marchi. Aprire o meno le botteghe del mondo ai prodotti di consumo di massa? Adeguare le strutture degli importatori? Assumere personale? Accentuare l’apertura alle vendite nei supermercati? Estendere o no i listini dei GAS ai prodotti non essenziali?

Dibattito pre congressuale del Movimento Nonviolento
Dopo 150 anni finisce la naja obbligatoria: è un bene o un male?
Un nuovo antimilitarismo nell’epoca degli eserciti professionisti

Di Giuseppe Ramadori

Nei giorni scorsi è stato definitivamente cancellato, dall’ordinamento della Repubblica, l’obbligo del servizio militare di leva: la cosiddetta naja; dolore e sofferenza, da più di un secolo e mezzo, dei giovani italiani. E’ un bene o un male? La maggioranza della gente ritiene, per le ragioni più varie, che sia un bene; una minoranza, e non certo perché militarista, ritiene che questa abolizione non sia cosa utile per il nostro paese. Va chiarita questa posizione perché non ci siano equivoci e perché sia chiara a tutti, con le conseguenti responsabilità, la strada che il paese sta imboccando con questa riforma.
A parte il concetto molto popolare, ma non più accettabile, che il servizio militare “faccia bene” ai giovani e che comunque sia una garanzia di efficienza dei “coscritti” ( chi non è buono per il Re non è buono per la Regina!) ed il richiamo, questo più serio, ma anch’esso non più più attuale, che il servizio militare obbligatorio unisca gli italiani, con trasferimenti da Nord a Sud e viceversa, che li faccia conoscere tra di loro, che faccia conoscere il paese, che mescoli ricchi e poveri, giovani con titolo di studio ed illetterati, esistono più gravi problemi, molto seri ed attuali, che fanno dubitare della bontà di tale provvedimento, come quelli della composizione dell’esercito e quindi dell’ organizzazione militare del paese.
E’ indiscutibile, anche perché così voluto dalla legge, che l’abolizione della leva obbligatoria, comporti un esercito di volontari, di professionisti, ben pagati e ben motivati. Fare il militare diventa una professione, non più un “dovere”, un impegno di solidarietà come veniva affermato, anche se retoricamente, sarà una scelta di convenienza, come per altre professioni. Si farà il militare perché si guadagna e si ha un lavoro fisso, con una buona carriera se si è obbedienti e non si creano problemi ai “superiori”; se si eseguono senza discutere, gli ordini!
Il servizio militare di professionisti, addestrerà gli uomini ad ubbidire ai superiori non per la patria, non per un ideale, ma solo per essere efficienti, per fare carriera e guadagnare a prescindere dagli obiettivi politici e sociali, non certo discutibili dagli “assoldati”. Costoro, per fare bene il loro lavoro, non debbono avere idee e scelte politiche, saranno così usati senza problemi , in “missioni” interne ed esterne, cosiddette di pace, con grande tranquillità per chi governa, che non ha il rischio di un esercito di leva, in cui i militari rimangono sempre cittadini, non interessati alla carriera militare, ed a cui difficilmente gli si possono imporre operazioni “impopolari”, contrarie allo spirito del popolo da cui i “coscritti” provengono.
Gli atti di generosità, di umanità ed anche di disobbedienza agli ordini insensati, di cui poteva vantarsi il nostro esercito, nelle ultime guerre, non potranno ripetersi con l’esercito di professionisti, tenuti ed interessati, alla più assoluta obbedienza.
E già ci si può fare un’idea di ciò, con le ultime operazioni, in terra straniera; il soldato di leva sarebbe andato facilmente (a parte l’allettamento dei soldi) in Bosnia, in Afganistan, e soprattutto in Iraq?
Ecco perché si deve avere dubbi e sostanziose riserve sull’esercito di professionisti, e sulla facilità con cui, anche alcuni partiti di sinistra (importanti e con storie alle loro spalle) hanno plaudito e votato a favore dell’abolizione della leva. E’ vero che questa iniziativa legislativa è partita dal precedente governo delle sinistre, ma non è stata sufficientemente discussa, e valutata soprattutto per le prospettive che apre agli ambienti militari e più conservatori: un esercito distaccato dal popolo, interessato alla carriera ed ai soldi, indifferente ai problemi politici e sociali delle popolazioni e della comunità internazionale, in sostanza alla pace, quella vera. L’equilibrio, la saggezza, l’umanità che portavano i soldati di leva, gli ufficiali di complemento, i civili prestati all’esercito, non esisterà più. Non ci sarà più nessun alcun soldato che avrà, e porrà, dubbi sulle scelte militari, se queste gli consentiranno di guadagnare e di far carriera.
Gli operai delle fabbriche d’armi, sono un esempio: possono avere le opinioni che vogliono sulle armi, possono essere contrari alla guerra, ma la scelta finale sarà come quella del padrone: più armi e più guadagno; noi le produciamo solamente, l’uso è responsabilità di altri!
Così, perché tanti uomini, e i partiti, della sinistra, che parlano e manifestano per la pace, non hanno protestato e manifestato contro la costruzione, ed il recente varo, della portaerei Cavour, una delle più grandi portaerei del mondo, in violazione all’art.11 della Costituzione che “ripudia” la guerra ed i relativi armamenti “offensivi”. A cosa serve, infatti, se non a portare fuoco e distruzione in paesi lontani dai nostri confini, una nave che porta bombardieri ed aerei d’attacco? Manie di grandezza, guadagni per amici industriali (santificati dal “salario” per alcuni lavoratori!) ed altre prospettive: quelle, ad esempio, di partecipare a buon titolo e da (quasi) pari a guerre in altri continenti per l’esportazione forzata della nostra democrazia (senza intenderci su cosa s’intende per democrazia!).
Certo l’abolizione dell’obbligo al servizio militare, fondato su “sacri” principi, è una prospettiva seria, anche della sinistra, ma ben altro è favorire l’esercito di mestiere. Il problema poteva, e doveva trovare altra soluzione. Si poteva partire, ed operare per una leva mitigata, anche nel tempo, ed orientata esclusivamente alla difesa, sull’esempio della Svizzera, con prestazioni dilazionate, nel tempo (periodo estivo, di ferie od altro). Cosa questa che, però, richiedeva una adeguata attrezzatura sul territorio ed un’opportuna preparazione della popolazione alla difesa, anche non violenta (problema mai affrontato seriamente dal governo e dai partiti di ogni colore, ma che in altri paesi è ritenuto un problema essenziale ed addirittura connesso alla difesa militare). Per arrivare alla coraggiosa, ed esemplare, prospettiva dell’abolizione dell’esercito! Che non è utopia, sia perché alcuni paesi l’ hanno attuata, sia perché gli eserciti, oggigiorno, non servono alla pace, ma solo a preparare ed attivare guerre, se non c’è a monte una precisa e forte volontà popolare che li limiti a sole operazioni di difesa.
Da qui la prudenza e l’attenzione vigilante, su operazioni come l’abolizione della leva e la “promozione” dei professionisti.
Il pericolo degli eserciti privati è concreto perché composti da uomini senza scrupoli, sradicati dalla realtà sociale, da soldati di ventura che scelgono questa attività per soldi, e che vengono considerati eroi, solo perché gridano, in momenti dolorosi, o fanno credere di gridare, viva l’Italia.
Su questa linea e su queste prospettive, non si può operare per una politica di pace, svincolata dagli interessi egoistici, se non sporchi, di poteri forti, stranieri e nostrani.
Il coraggio di chiedere e battersi sin d’ora per una riduzione dell’esercito sulla via svizzera, o addirittura per fare a meno dell’esercito, è cosa necessaria ed utile per al nostra convivenza, per l’avvenire dell’Europa o della collettività. Altro che preoccuparsi dell’Esercito Europeo, per dar vita ad un altro lucroso business; altro che spendere miliardi, senza limiti, per la costruzione di portaerei e per le spedizioni militari, riducendo sviluppo, ricerca, assistenza ed istruzione. E’ assurdo, spendere miliardi di euro per operazioni militari (chiamate eufemisticamente di pace) in un paese come il nostro, con tanti bisogni e difficoltà, senza proporzionare la spesa militare a questi problemi. Ed è una precisa e dannosa scelta politica, non organizzare una cooperazione tra stati che consenta di ridurre le spese militari (quanto meno per evitare doppioni) portandole ai livelli più bassi dei paesi che riescono a spendere meno. Senz’altro ci costerebbe molto meno contribuire, per le operazioni di pace, alle spese dell’esercito più organizzato e meno costoso, più che mantenere diecimila militari nei più diversi paesi del mondo con tutte le relative spese fra cui le congrue indennità (le più alte) per Ufficiali e soldati. Le nostre operazioni di “pace” sono infatti un business per tanti: c’è la fila per parteciparvi con un buon guadagno!
E’ vecchia e non produttiva, nonché fonte di grossi guai, questa politica italiana di spendere in armi per mostrare muscoli e per far sedere i nostri governanti nei tavoli delle grandi potenze, per ottenere, quasi sempre, nulla di utile alla comunità, ma sicuri vantaggi e soddisfazioni personali ai governanti.

Dibattito pre congressuale del Movimento Nonviolento
I nostri obiettivi per costruire una società sostenibile: meno armamenti, meno petrolio, meno automobili.

Di Pasquale Pugliese

Nel campo politico è sempre viva la tensione
tra le due affermazioni della libertà e del socialismo.
La nonviolenza – che porta con sé un orientamento alla democrazia più aperta,
anzi all’omnicrazia, con il potere esercitato sempre più da tutti,
nella direzione del controllo dal basso,
nella libertà di informazione, di critica, di espressione
e nel superamento di ogni sfruttamento,
di ogni potenza sugli altri per via del denaro –
fornisce il proprio punto d’incontro tra le due affermazioni,
e il metodo per una azione continua di trasformazione sociale
Aldo Capitini

I
Di fronte alla insufficienza del sistema partitico-parlamentare, a cavallo tra la fine del decennio ’60 e l’avvio del ’70 del ‘900, nell’ideale laboratorio mondiale di ricerca collettiva sulla nonviolenza, si svilupparono – studiando l’esperienza del movimento gandhiano, del movimento per i diritti civili negli USA guidato da Luther King , delle lotte di Danilo Dolci in Sicilia, e di altri ancora – alcune idee-forza sul senso e sulla prassi della nonviolenza politica.
Aldo Capitini con “Le tecniche della nonviolenza” prima e “Il potere di tutti” poi, in Italia; Gene Sharp con i tre volumi su Politica dell’azione nonviolenta negli USA; e Giuliano Pontata, dalla Svezia, con il suo fondamentale Saggio introduttivo alla prima antologia scientifica in lingua italiana degli scritti di Gandhi Teoria e pratica della nonviolenza (per citare solo alcuni dei più significativi lavori sul tema) posero i riferimenti fondamentali della politica nonviolenta.
La nonviolenza è politica, ed è politica che si svolge attraverso un metodo (il metodo nonviolento, si intitola significativamente il primo capitolo delle Tecniche di Capitini), che rispetta alcuni principi fondamentali di lotta (una modalità di lotta politica – il satyagraha – regolata da precisi principi, scrive Pontara) ed ha una propria strategia, una propria tattica, e delle proprie tecniche (secondo l’analisi di Sharp dell’azione nonviolenta, che usa consapevolmente un linguaggio non proprio…pacifista), queste ultime non stabilite una volta per tutte ma, naturalmente, arricchibili dalle concrete esperienze di prassi politica nonviolenta dei movimenti di lotta.
Pur in una prospettiva non statica ma dinamica, che tiene conto dell’insieme dei cambiamenti avvenuti in questi ultimi 40 anni, possiamo affermare, a mio parere, che questo impianto complessivo teorico-pratico allora fissato, relativamente alla politica nonviolenta, sia tutt’ora valido, anzi lo sia oggi più che mai, visto che si poneva in netto anticipo rispetto alla riflessione politica corrente – ed alle stesse lotte di massa dei movimenti di contestazione – all’epoca in cui fu elaborato. E mentre in questo giro di secolo la trasformazione del mondo e l’aumentata complessità sociale globale ha colto impreparate ed ha rapidamente fatto invecchiare molte proposte politiche vincenti del secolo scorso, ha trovato invece nella nonviolenza una visione del mondo ed un metodo di azione che vengono ri-scoperti, man mano, come i più adeguati e attrezzati a fare fronte ai molti conflitti – dalla dimensione micro a quella macro – aperti nell’epoca dell’iper-capitalismo.

II
Il Movimento Nonviolento, che ha ben saputo coniugare la teoria alla prassi della nonviolenza in alcune grandi, e vittoriose, campagne politiche nazionali fino alla fine degli anni ’80 – da quella per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, a quella contro gli euro-missili a Comiso, a quella contro le centrali nucleari – è andato successivamente incontro ad una fase di stallo nella propria capacità di iniziativa politica, seguita anche alla fuoriuscita dalla campagna per l’obiezione alle spese miltari.
Poi, un punto di svolta nella vita interna del Movimento si ha, a mio parere, a partire dal 24 settembre del 2000, quando convoca, insieme al MIR, tutti gli amici della nonviolenza italiani alla Marcia per la nonviolenza da Perugia ad Assisi, dove mette in campo una grande capacità organizzativa, oltre alla ricchezza dei contenuti culturali ed ideali di cui, da sempre, è portatore. Successivamente, il Congresso di Ferrara, il percorso delle 10 parole della nonviolenza, il cammino oltre Assisi, fino a Gubbio, dello scorso anno con l’importante convegno sull’Europa, danno al Movimento Nonviolento nuovo slancio, mettono in campo energie nuove, rinfrescano la capacità di colloquiare con i cittadini e gli Enti locali.
Contemporaneamente – come ha efficacemente ricordato Daniele Lugli, nel suo intervento “Verso il 21° Congresso del Movimento Nonviolento” – vi è stata una ripresa di iniziativa politica nei confronti del movimento dei movimenti, in particolare attraverso Rete Lilliput, tendente da un lato alla diffusione della prassi della nonviolenza attiva (con l’impulso alla costituzione del gruppo di lavoro tematico su nonviolenza e conflitti, prima, e dei nuovi gruppi di azione nonviolenta, dopo) e dall’altro al tentativo di messa in campo della campagna-quadro Scelgo la nonviolenza. Il Congresso dovrebbe essere anche l’occasione per riflettere con pacatezza sui punti di forza e di debolezza di questi tentativi che, pur con esiti diversi, hanno cercato di declinare politicamente la proposta nonviolenta tra i movimenti italiani.
Intanto nella cultura politica italiana più attenta alla trasformazione sociale e politica scoppia il confronto sulla nonviolenza, che coinvolge associazioni e reti diffuse sui territori (Rete Lilliput e ARCI), partiti al centro e in periferia (Verdi e Rifondazione Comunista), giornali (Liberazione e Carta), sindacati (FIM CISL) intellettuali (Marco Revelli, Pietro Ingrao e molti altri), che si aggiungono ai tanti movimenti di base, laici e religiosi, da sempre minoranza nel mondo culturale e politico italiano.

III
Per molti di questi soggetti intellettuali e collettivi la nonviolenza si sta progressivamente rivelando come un nuovo importante riferimento culturale, anche se non tutti riescono ad andare oltre all’aspetto, pur essenziale, di ripudio della violenza, per farne propria fino in fondo la proposta politica complessiva, ossia acquisirne il metodo.
Tra i più avvertiti c’è sicuramente Fausto Bertinotti che, dopo aver avviato il non facile traghettamento della maggioranza del suo partito sulla sponda ideale della nonviolenza, oggi dichiara a Mosaico di pace che “ora è anche compito nostro dimostrare che la scelta della nonviolenza è non solo auspicabile ma anche quella maggiormente efficace, oggi nel mondo globalizzato, per raggiungere gli obiettivi di liberazione”.
Questa, io credo, è anche la questione che poniamo al centro del nostro 21° Congresso, mettendo a tema nonviolenza è politica. Il nostro bagaglio di strumenti di analisi culturale – da Capitini a Sharp ed oltre – su questo tema, l’insieme delle lotte condotte nei decenni passati, la nuova energia e capacità organizzativa dimostrata in questi ultimi anni, l’interesse e l’attesa diffusi per la nonviolenza e, infine, l’autorevolezza che agli amici del Movimento Nonviolento viene universalmente riconosciuta possono, a questo punto, convergere verso la costruzione di una nuova grande nostra campagna politica nonviolenta.
Sono in campo, in questa fase, tutti gli elementi che possono portare il Movimento Nonviolento a concentrare i suoi sforzi, facendosi eventualmente elemento catalizzatore di altre forze nonviolente, verso una propria iniziativa politica di ampio respiro, che deve essere importante, paradigmatica ed educante nei confronti di tutti coloro che oggi si avvicinano alla proposta nonviolenta. Che deve rimettere in campo capacità progettuale e azioni dirette nonviolente, programma costruttivo e disobbedienza civile, ridando a ciascuno di questi elementi della lotta nonviolenta il loro significato politico. In maniera che il nostro contributo, sempre più richiesto, alla chiarificazione del metodo nonviolento possa essere di nuovo evidente nella prassi, oltre che lucido nella teoria.
Non mancano certo gli ambiti di violenza e di conflitto all’interno dei quali selezionare un campo d’intervento dove attivare una campagna articolata e complessa. E, a mio avviso sarà compito dei congressisti, in specie di quelli che parteciperanno alla commissione di lavoro ad hoc, dover riflettere e magari decidere nel merito dell’impegno del Movimento Nonviolento.
Per quanto mi riguarda voglio segnalare due ambiti, tra loro interconnessi, che a me stanno particolarmente a cuore, perché esprimono bene il nesso tra violenza strutturale del modello di sviluppo e violenza diretta della guerra, armata e non. Queste due proposte sono state esplicitate da nostri autorevoli amici: la prima, più volte, da Nanni Salio e la seconda da Pietro Pinna, nell’intervista pubblicata sul numero di luglio di AN. All’interno di esse – di una o di entrambe – si potrebbe dunque lavorare per delineare e costruire una vera e propria campagna politica del Movimento:
Nanni Salio: “una campagna per la parallela riduzione del 5% annuo delle spese militari, da riconvertire nei Corpi Civili di Pace, e del 5% annuo di consumi petroliferi, da riconvertire nello sviluppo di energie rinnovabili”;
Pietro Pinna, dopo aver ricordato il campo storico dell’opposizione assoluta alla guerra, così continua: “se poi volete che ne indichi un altro, altrettanto angustiante nella sua cieca tragicità quanto una vera guerra, è quello della strage quotidiana di vite umane degli incidenti automobilistici. A volte, per la morte casuale di un nostro concittadino, vediamo montare nel paese un rigurgito di emotività e compartecipazione. Ma che invece la morte di quelle decine di persone, puntualmente, ogni giorno, sia considerata senza fiatare un dato di vita normale e quindi trascurabile, al più annotata a fine anno come mero dato statistico nel registro del dio supremo dello sviluppo – di merci e non piuttosto di valori umani – non dovrebbe avvilire e sgomentare chinque?”.

Non rimane dunque che mettersi al lavoro col pensiero e l’azione, cioè ricominciare a fare politica nonviolenta.

Dibattito pre congressuale del Movimento Nonviolento
Andrò a Gubbio con molte speranze riposte negli amici della nonviolenza

di Alberto Trevisan

Vorrei arrivare a Gubbio pensando di rifare il sentiero di Francesco con l’animo denso di riflessioni sulle dieci parole della nonviolenza che per quasi un anno ci hanno impegnato in una profonda e significativa riflessione sulla nonviolenza e sul ruolo del nostro movimento. Un congresso sobrio, spinto e voluto dalla forza della Verità, per creare il senso della Giustizia, per ricercare un vero processo di Liberazione individuale e collettiva che sappia distribuire in maniera equa il Potere di tutti e a tutti e soprattutto che sia Bello e Felice e pieno di Amore e di Festa.
Vorrei ritrovare a Gubbio quella progressione nella radicalità nonviolenta e mi piacerebbe capire sempre di più, come ci invita a impegnarci Pietro Pinna nella sua bella intervista proposta dal numero di Luglio in Azione Nonviolenta : “Non è questa o quella guerra che va avversata, soltanto al momento ultimo del suo esplodere, ma che è l’idea della guerra in sé che va rifiutata, alla sua origine, nella mentalità e nelle corrispettive istituzioni che la mantengono in essere quale necessario mezzo estremo della vita conflittuale politica“ .
Riuscire in sostanza a “trovarsi impegnati per l’abolizione qui ed ora della macchina portante della guerra, l’esercito …”. Sono parole che vorrei sentire pronunciare da Pietro Pinna come trent’anni fa in una delle tante riunioni dove sicuramente ho maturato la mia scelta di obiettore di coscienza e tutto quello che e’ seguito nel mio cammino per la pace.
E vorrei sentire parlare dei nostri compagni di viaggio che ci hanno lasciato: primo fra tutti Alex Langer che, dopo la visita a Telves del movimento, ha ridato vitalità per “ fare quello che è giusto, per non essere tristi“ e contribuire a costruire una vera Europa nonviolenta .
Un Congresso che lasci lo spazio per la reciproca conoscenza, sempre troppo limitata a volte dalle discussioni estenuanti e per niente sobrie, per conoscere i “vissuti” di chi ci sta accanto, di chi cammina a fianco nelle varie marce, nelle commissioni e nei momenti importanti del movimento nonviolento.
Se c’è una peculiarità che ho riscoperto e apprezzato nel movimento nonviolento è proprio lo spirito della ricerca della convivialità , della familiarità, del “far festa insieme” che ne distingue la militanza così poco affettiva e spesso anonima di altri movimenti conosciuti nella mia esperienza politica e sociale.
E ancora vorrei ritornare a casa dal congresso aggiungendo alcuni tasselli che mi mancano per i nuovi stili di vita per essere sempre meno “circondati da cose brutte, ricchi, grassi e infelici“ come ci spiega l’eugubino Marco Baleani e riuscire a realizzare vere “esperienze di economia equa, ecologica e socialmente sostenibile” come ci ricorda in Lilliput, Massimiliano Pilati e appropriarsi sempre di più di mezzi di trasporto puliti come le biciclette di Luca Giusti.

Riuscire a “capire l’aggressività e trasformarla in creatività“ come ci propone Angela Marasso anche nelle situazioni più drammatiche come il conflitto israelopalestinese. Provare a “riconvertirmi alla nonviolenza” come ci porta a riflettere l ‘ultimo libro curato dal bravissimo Matteo Soccio .
Ritornare a casa dopo aver sentito, interrogati dall’infaticabile Mao Valpiana, gli esponenti politici di partiti che si definiscono nonviolenti per avere la conferma della voglia del nostro movimento di aprirsi sempre di più agli altri così come ci confermerà, io credo, il segretario Daniele Lugli nella sua relazione introduttiva del congresso.
E da ultimo contribuire a far nascere l’Europa su giusti valori che determinano la vita degli uomini e dei popoli costruttori di pace, con una costituzione che “ripudi“ la guerra e riconosca a tutti il diritto di cittadinanza.
Aspettative troppo utopistiche per un solo Congresso? se ci crediamo penso possiamo farcela, almeno come inizio di un lungo percorso nonviolento!

Il sindacato si interroga sulla nonviolenza come metodo per affrontare i conflitti sociali

Di Matteo Soccio

Un convegno su “Nonviolenza e conflitti sociali”, organizzato dalla FIM- CISL, si è tenuto a Sotto il Monte il 29 giugno 2004, presso il Centro Congressi Giovanni XXIII. Riteniamo importante questa iniziativa, che si inserisce in una lunga serie di altre sul tema della nonviolenza, promosse da organizzazioni diverse dal Movimento Nonviolento. È di una certa rilevanza il fatto che una grande organizzazione sindacale, che rappresenta centinaia di migliaia di iscritti, abbia voluto dedicare alla nonviolenza una parte del proprio spazio culturale e formativo.
Perché, ci chiediamo, questa iniziativa? Gianni Alioti, dell’Ufficio Internazionale Fim Cisl, che è stato tra gli organizzatori, ricorda come l’idea è venuta marciando il 17 aprile per le strade di Roma e che la FIM-CISL ha già rapporti di collaborazione con associazioni che si caratterizzano per la scelta della nonviolenza. Insieme ad esse ha promosso una Rete Italiana per il Disarmo cui è stato dato il nome ControllARMI. In ogni caso dobbiamo riconoscere che la nonviolenza, per quanto non sempre esplicitata, è un valore riconosciuto nella storia del sindacalismo. Da sempre i sindacati, invece di temere i conflitti, li dichiarano apertamente allo scopo di sbloccare situazioni intollerabili e per difendere i diritti dei lavoratori. La gestione di questi conflitti è condotta facendo ricorso esclusivamente al metodo della nonviolenza, di cui, come tecnica, lo sciopero è una delle forme di lotta più diffusa. Questo tipo di conflittualità è il segno dell’esistenza e mezzo di costruzione di una vita democratica. Infatti è là dove la democrazia è carente che non si tollera il conflitto e si reprime violentemente ogni forma di protesta. È il caso dei regimi totalitari dove, per prima cosa, vengono soppresse le libertà sindacali, la contrattazione collettiva, il diritto di sciopero.
L’azione nonviolenta è uno strumento importante nel processo di trasformazione della società. Per questo sarebbe utile da parte del movimento sindacale una esplicita dichiarazione di scelta nonviolenta e uno sforzo per il recupero della sua memoria, della sua esperienza storica. Non dimentichiamo che in Occidente il patrimonio nonviolento più ricco di esperienze è rappresentato proprio dalla storia del movimento operaio e sindacale, così come in Oriente è rappresentato dal movimento gandhiano. È necessario riconoscere le caratteristiche nonviolente e valorizzare di più il vasto patrimonio di tecniche, tattiche e strategie di questo movimento risultate in passato efficaci e vincenti, proprio perché capaci di ottenere risultati significativi tenendo sotto massimo controllo la violenza.
Il convegno di Sotto il Monte, salutato da Mons. Loris Capovilla (segretario di Papa Giovanni XXIII) è stato presentato da Giorgio Capriolo, segretario generale FIM. Il convegno è stato strutturato in due momenti. Al mattino una serie di quattro relazioni introduttive al tema: Nonviolenza ed etica (Giuseppe Fornari, docente di filosofia all’Università di Bergamo); Nonviolenza ed economia (Nanni Salio, del Centro Studi Sereno Regis di Torino); Nonviolenza e politica (Paolo Finzi, della rivista «A»); Nonviolenza e gestione del conflitto (Paola Cosolo Marangon del Centro Psicopedagogico di Piacenza). È seguita, nel pomeriggio, una tavola rotonda, intitolata La scelta nonviolenta nei conflitti sociali, coordinata da Monica Lanfranco, redattrice del settimanale «Carta». Alla tavola rotonda hanno partecipato: Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo islamico all’Università di Trieste ed editorialista de «La Repubblica»; Paolo Giuntella, giornalista RAI; Brunetto Salvarani, teologo; Edo Patriarca, formatore AGESCI. La conclusione è stata affidata a Savino Pezzotta, segretario generale della CISL.
Sia il contenuto delle relazioni introduttive, sia il confronto tra i partecipanti alla tavola rotonda hanno evidenziato diversi gradi di approssimazione alla nonviolenza, diversi gradi di preparazione e approfondimento. L’arco dei temi scelti era piuttosto ampio ma era evidente una certa improvvisazione, che nella nostra attesa dell’evento non ci aspettavamo. L’assortimento dei relatori ci ha rivelato qualche incongruenza o disagio. Paolo Finzi, da buon anarchico, rifiuta di parlare del tema che gli era stato assegnato e assume il punto di vista dell’anti-politica. Recupera tuttavia parlando della vicinanza del pensiero anarchico con la nonviolenza. Anche se dotta e interessante, ci è sembrata fuori posto, non pertinente in un convegno di sindacalisti, l’analisi del conflitto fatta nella sua relazione da Paola Cosolo Marangon perché tutta centrata su aspetti scolastici e pedagogici. Tra gli altri relatori qualcuno ha ribadito luoghi comuni che pensavamo superati, almeno tra gli esperti, tipo: “la nonviolenza non è politica”, “un ideale formulato in modo negativo non basta”, “la nonviolenza non è nonviolenza se non è religiosa”, ecc. Di Capitini è stato detto che “non era laico” ma “cristiano senza chiesa”.
Ci sono stati naturalmente buoni interventi ma non possiamo riferire qui di tutti. Precisa, pertinente, sicuramente stimolante la relazione di Nanni Salio che, anche se in modo molto rapido e schematico, ha fatto vedere la differenza tra l’homo economicus capitalistico e homo gandhianus illustrando per gradi e approssimazioni la natura dell’economia nonviolenta e anche la natura della violenza strutturale che fa ogni giorno più vittime di quella diretta. Ha ribadito anche come questa violenza sia sostenuta da un altro tipo di violenza meno percettibile, la violenza culturale, che è fatta di realismo e di cinismo ma anche di manipolazione della comunicazione. Peccato che non sia stato possibile verificare quanto di quello che è stato detto avessero recepito gli operatori sindacali presenti.
L’unico intervento che ci ha permesso di tastare il polso “nonviolento” del sindacato, ed è il motivo per cui ne riferiamo più diffusamente, è stato quello del segretario generale della CISL, cui era stato affidato il compito di concludere contemporaneamente la tavola rotonda e l’intera giornata di lavori.
Savino Pezzotta ha collegato i temi del convegno ai problemi della vita quotidiana del sindacato, ricordando anche gli insulti ricevuti (“traditore”, “venduto”), ponendo l’accento sulla dimensione morale e relazionale della violenza presente anche nel modo di essere e di agire dei militanti sindacali. “Abbiamo fatto questo convegno perché c’è da chiarire la natura dei conflitti, capire la differenza tra conflitti sociali e violenza, considerare il problema del limite: fin dove possiamo arrivare?”.
La nonviolenza è vista come ricerca della verità, rispetto reciproco, moderazione, temperanza, attenzione al rapporto mezzi-fini. Pezzotta sviluppa un’estetica dei propri sogni e un’etica della responsabilità. Bisogna migliorare nel parlare come si migliora nel mangiare e nel vestire. L’estetica dei sogni richiede moderazione. Ci sono sogni sbagliati che possono far del male, se sono sogni per gli altri. L’etica riguarda il senso di responsabilità di un dirigente sindacale. Bisogna temperare se stessi. “Da un punto di vista individuale – afferma – , farei altre cose ma devo essere un moderato per le cose che faccio per gli altri. Perseguo la nonviolenza, ma faccio fatica a tenermi. Le pulsioni aggressive le abbiamo tutti e possiamo trovarci nelle condizioni di fare del male ad altri”.
Anche nel sindacato la questione più importante è il rapporto mezzi-fini. C’è ancora voglia di egemonia ma bisogna rendersi conto che la lotta di classe è finita e che bisogna fare i conti con le nuove modalità del conflitto, la frammentazione sociale e degli interessi. Pezzotta ritiene che per superare tensioni e frustrazioni nell’azione sindacale, che possono portare all’immobilismo e alla paralisi, si debba accentuare il carattere partecipativo rispetto a quello antagonistico. La voglia di egemonia e la violenza che essa genera devono essere superate riconoscendo la dimensione del pluralismo. In questa dimensione nessuno può pretendere di possedere la verità. Siamo tutti persone che cercano. Siamo in progressione. Non siamo comunque nichilisti o relativisti perché pensiamo che la verità esista e possiamo incontrarla. Solo che non la imponiamo agli altri.
Ugualmente sbagliato è restare solo sul terreno dei diritti. Qui bisogna porre l’accento sulle responsabilità, gli obblighi. Nel momento in cui riconosco l’altro, ho degli obblighi nei suoi confronti. È, questa, la dimensione della solidarietà, dove spesso i valori predicati non sono praticati perché nelle relazioni manca una tensione nonviolenta. Ci aiuta assumere uno sguardo contemplativo, aiutare gli uomini a vedere che cosa sono e ciò che impedisce loro di essere tali. Lo sguardo contemplativo, il cogliere i volti degli altri impedisce la violenza e l’assassinio. Sarà questa la nuova politica, mentre la guerra moderna, dove i volti non si incontrano mai, non è la continuazione della politica ma il suo fallimento.
Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato. Ora è il momento di cambiare noi stessi. Per far questo servono stili di vita diversi e qualche sogno in più. Non esiste nonviolenza senza sogni, senza progetti, utopie. Il sindacato, secondo Pezzotta, deve ricercare percorsi nuovi, meno violenti possibile, iniziando dalle relazioni interne. Questo richiede difficili cambiamenti nel modo di pensare e di agire, nel modo stesso di gestire i conflitti sociali. La prospettiva della nonviolenza è certamente difficile (lo stesso Pezzotta preferisce umilmente definirsi “amico della nonviolenza”) ma resta un’utopia concreta. Non può e non deve essere cancellata dall’orizzonte. In una prospettiva nonviolenta, termini come conflitto, concertazione, negoziazione, confronto, dialogo, acquisteranno una luce nuova. Ci auguriamo che non solo la CISL ma tutti i sindacati prendano coscienza del fatto che anche nel sindacato “un altro mondo è possibile”.
Per completare questo resoconto dobbiamo anche dire che il Movimento Nonviolento era stato invitato ed è stato presente con una delegazione di quattro persone. Nella sala del convegno è stata esposta la mostra sui quarantanni di «Azione nonviolenta» e allestito un tavolo di libri ed altra documentazione sui temi della nonviolenza, a disposizione dei convegnisti. Alla fine della tavola rotonda, Rocco Pompeo ha preso la parola a nome del Comitato di Coordinamento del MN, sottolineando come il sindacato sia un soggetto privilegiato nel processo sociale. Preliminarmente ha invitato i sindacalisti a considerare e superare alcuni equivoci: che “nuovo” sia sempre uguale a “meglio” o che “sviluppo” significhi sempre “crescita”. Così è da sfatare anche il mito che l’industria militare sia un bene e che crei occupazione. Se è vero che alla tradizione del mondo operaio si devono gran parte delle tecniche di lotta nonviolenta, oggi è necessaria e richiesta una precisa e programmatica scelta della nonviolenza da parte del sindacato. Qualcuno aveva detto che la nonviolenza non è politica, Rocco ribadisce il concetto che la nonviolenza che assume il punto di vista dell’escluso, è politica e ricorda che il MN ha scelto proprio questo tema per il suo prossimo congresso. La domanda è: possono grandi organizzazioni di notevole valore istituzionale come i sindacati assumere nella propria azione il criterio della nonviolenza? Non c’è dubbio che se il movimento nonviolento deve al movimento operaio le tecniche, il movimento operaio può prendere dal movimento della nonviolenza ideali e approfondimenti. La risposta del sindacato può essere data dalla progettazione nonviolenta nei propri settori di intervento. A nome del MN suggerisce allora alcune possibili iniziative:
– riconvertire le industrie militari in civili (Su questo argomento si ricorda che il sindacato ha già una tradizione e molte esperienze di lotta);
– impegnare le forze dell’ordine in un programma di addestramento alla risoluzione nonviolenta dei conflitti;
– rifiutare che i vigili urbani, nella loro funzione di promotori del rispetto delle regole civiche e stradali, siano dotati di sfollaggente e di armi da fuoco.

Pacifismo o nonviolenza?
Un dibattito sul nostro sito

Sulle pagine Web del Movimento Nonviolento si è sviluppato un interessante dibattito, aperto da una domanda di un visitatore di Bologna, che riproduciamo qui sotto. Invitiamo i lettori interessati a proseguirlo nella sezione “forum” del nostro sito (www.nonviolenti.org).

1) Ma che differenza c’è tra pacifismo e nonviolenza? qualcuno me lo può spiegare? Io pensavo fossero la stessa cosa, invece visitando il vostro sito intuisco che sono idee diverse.
Attendo chiarimenti e ringrazio chi me li darà.
Ivan – Bologna

2) Premetto di non essere forse la persona più indicata a toglierti ogni dubbio data la mia parziale conoscenza dell’argomento. D’altronde le letture che ho intrapreso e che ti consiglio nel caso tu voglia approfondire la questione (parlo di Gandhi, Capitini, Tolstoj… ) mi hanno permesso di farmi un’idea, seppur incompleta, della differenza che intercorre per l’appunto tra nonviolenza e pacifismo.
Inizierei prima di tutto col definire la nonviolenza, l’ahimsa gandhiana. Nell’accezione gandhiana, nonviolenza sta a definire una filosofia di vita, quella di colui che nella risoluzione dei conflitti si attiene alla verità e non fa uso della violenza in qualsiasi forma, dalla minaccia, alla tortura, all’uccisione. Nella lotta nonviolenta l’obiettivo é di raggiungere lo scopo che ci si prefigge facendo in modo da arrecare il minor danno possibile all’avversario sacrificando se stessi alla causa.
A questo proposito Gandhi distingueva la nonviolenza del forte da quella del debole. Il nonviolento non é un debole che rifiuta la violenza per paura o opportunismo. Il nonviolento dev’essere forte, anche più coraggioso del violento, conscio delle conseguenze del suo agire tanto da essere pronto a subirle senza problema alcuno (una delle tecniche nonviolente é non a caso la disobbedienza civile).
Non a caso Gandhi coniò per definire la resistenza passiva il termina lotta “satyagraha” , letteralmente “attaccamento alla verità”. Questo perché in primo luogo riteneva riduttivo l’aggettivo “passivo” e anche per sottolineare il collegamento che intercorre tra lotta nonviolenta e satya (la verità). La verità é infatti la legge morale ultima che il nonviolento deve seguire. In ossequio a questa legge egli nn ingannarà l’oppositore, non gli userà violenza, porterà avanti la sua lotta con trasparenza. Detto ciò comprenderai come Gandhi nn trascuri la violenza, egli anzi la considera componente inalienabile della realtà. La sua nonviolenza nn é quindi astratta ma praticabile e funzionale ad una riduzione in massima parte della violenza nel mondo, riduzione che é poi l’unico vero obiettivo del nonviolento.
In questo senso il nonviolento é ovviamente un pacifista ma per l’appunto un pacifista nonviolento.
Per il nonviolento, a quanto ho capito, l’ottenimento della pace é l’obiettivo ultimo al quale egli é dedito con tutto se stesso in uno sforzo di coerenza con le proprie idee, sacrificio personale (molti nonviolenti morirono in India durante le grandi campagne di Gandhi e non so lì) e dedizione alla Verità.
Non so se sono riuscito a darti un’idea di quello che ho compreso dalle mie letture. In ogni caso scusami per le inesattezza che saranno sicuramente presenti in ciò che scritto anche perché so di essermi avventurato in un campo di discussione alquanto arduo. Spero di esserti stato d’aiuto. In ogni caso ti consiglio la lettura di “Teoria e pratica della non-violenza”, Einaudi Tascabili. La prefazione di Pontara é davvero chiara e illuminante.
Fabrizio

3) Comunque penso non ci sia bisogno di scomodare Gandhi per capire che esistono anche dei pacifisti di comodo. Gli -ismi hanno sempre qualcosa di ideologico, di…cose fatte “in grande”. Qualcuno ha detto che è facile voler la pace nel mondo, il difficile è stare in pace col prossimo (proprio in senso fisico, il contrario di..remoto).
Per quanto riguarda la nonviolenza ATTIVA, personalmente devo la sua comprensione a una citazione del Vangelo di Alex Zanotelli : se qualcuno ti ha percosso con mano DESTRA, cioè ti ha dato un “manrovescio”, tu esponi la guancia sinistra alla stessa mano che, essendo ora aperta, può darsi che ascolti la voce del cuore e ti dia …una carezza.
Vince – Pisa

4) Anch’io considero la nonviolenza una filosofia di vita, un modo per affrontare i rapporti con gli altri uomini, con la natura, gli animali. Un amico della nonviolenza e’ contro la guerra ma non solo, cerca di affrontare tutte le situazioni producendo meno violenza possibile. Questi concetti mi sembrano abbastanza condivisi.
Perchè lo fa? Qui il discorso si fa più difficile e le opinioni sono diverse. Io do per me una spiegazione simile al buddismo: questo atteggiamento, tendenzialmente nonviolento, compassionevole (nella interpretazione buddista),mi fa vivere meglio, più sereno.
Alcuni pensano che la nonviolenza sia solo una tecnica di lotta più efficace o più giusta di altre, altri sono convinti che la scelta nonviolenta sia la logica conseguenza del credere in una religione e secondo me fanno un po’ di fatica ad accettare che si possa amare la nonviolenza ed essere agnostici. Ma secondo me la nonviolenza non e’ solo questo, e’ anche una chiave di lettura della realtà migliore di altre anche se non l’unica.
Gli amici della nonviolenza hanno capito meglio e prima di altri il rapporto tra uomo e natura, la fragilità e le contraddizioni dei due imperi contrapposti al tempo della guerra fredda, la violenza e l’ingiustizia del rapporto Nord-sud del mondo, che il progresso tecnologico va giudicato con senso critico e non e’ una religione sempre inattaccabile, e’ un mezzo e non un fine.
Marco

5) Ottima la spiegazione di Fabrizio. Aggiungo appena che Aldo Capitini, in Italia, ha distinto la nonviolenza dal pacifismo accusando quest’ultimo di essere superficialmente ottimistico (mentre la nonviolenza è, dal suo punto di vista, una posizione tragica) e di non avere strumenti per opporsi alla violenza: una posizione “borghese” ed irresponsabile.
Per Marco: Credo che la nonviolenza comporti almeno tre atti fondamentali. Il primo è la cura di sé, che possiamo chiamare spiritualità. Il secondo è l’apertura all’altro, che è l’etica. Il terzo è l’apertura alla trascendenza, che può essere Dio o, laicamente, una realtà liberata (concetto capitiniano). Queste tre dimensioni sono collegate tra loro ed al tempo stesso indipendenti, e portano tutte alla quarta dimensione della politica. La nonviolenza è dunque quella politica che si alimenta di spiritualità, di etica e di religione, senza ridursi a nessuna di esse. Ed è anche quella spiritualità che si fa politica, etica e religione, senza per questo cessare di essere spiritualità. E così via.
Antonio Vigilante – Foggia

“La nonviolenza non è una giustificazione per il codardo, ma è la suprema virtù del coraggioso, richiede molto più coraggio delle pratiche delle armi e presuppone la capacità di colpire. Essa è un cosciente e volontario freno imposto alla propria volontà di vendetta. Ma la vendetta è sempre superiore alla passiva, imbelle e impotente sottomissione. Il perdono però è ancora superiore. Nella mia concezione, la nonviolenza è una lotta contro l’ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione, il cui effetto è solo quello di aumentare l’ingiustizia. Io sostengo un’ opposizione mentale, e dunque morale, all’ingiustizia. La resistenza morale che io opporrò servirà a disorientare l’avversario tiranno. Dapprima lo frastornerà, e alla fine lo costringerà al riconoscimento dell’ingiustizia, riconoscimento che non lo umilierà, anzi lo nobiliterà”.
M. K. Gandhi (Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di G. Pontara, Einaudi, Torino, 1973).

Campi estivi del Movimento Nonviolento
Borgo Pace: “Conoscere le montagne, conoscere la nonviolenza”

Luciano Capitini e Anna Semeraro, che si sono assunti l’impegno dell’organizzazione il soggiorno-campo “Conoscere le montagne, conoscere la nonviolenza” (dal 24 al 31 luglio), hanno scelto Parchiule, una delle numerose frazioni del piccolo Comune di Borgo Pace in provincia di Pesaro, situato sulle colline al confine tra le Marche e la Toscana.
Immerso nel verde e in posizione strategica, questo piccolo borgo di appena 35 abitanti ha accolto un campo estivo che ha riunito una quindicina di giovani e meno giovani, in una fascia d’età che va dai 20 agli 85 anni, provenienti prevalentemente da centro e nord Italia. Nonostante la differenza di esperienze le persone che hanno scelto di prendere parte a questo campo non hanno avuto difficoltà ad instaurare da subito uno stretto legame, senza dubbio dovuto non solo alla grande disponibilità e apertura dei partecipanti, ma anche al comune forte interesse verso il metodo nonviolento e alle sue concrete possibilità di applicazione.
Il soggiorno si è svolto fin dall’inizio all’insegna della massima libertà soprattutto per quel che riguarda le attività giornaliere (una menzione d’onore per la nostra cuoca Angela che ci ha allietato con i suoi piatti energetici). Non essendoci schemi precostituiti da rispettare, il programma è stato rivisto giorno per giorno, secondo la volontà del gruppo, alternando le visite ai pittoreschi borghi medievali dei dintorni e le escursioni naturalistiche ai momenti di approfondimento sui temi della nonviolenza.
Anche gli argomenti introdotti da Luciano Capitini e discussi dal gruppo sono stati individuati in base al livello di conoscenza della teoria e pratica della nonviolenza di ciascuno. Si è parlato dei principi della nonviolenza negli incontri sul Satyagraha, la forza della verità, sull’approccio verso la controparte, e sulla questione della violenza come extrema ratio ma anche di pratica nonviolenta, quando ci è stato illustrato il metodo del consenso come tecnica di mediazione e il metodo Gordon per la risoluzione dei conflitti. Al fine di arricchire l’approfondimento teorico durante il soggiorno sono stati inoltre invitati Mao Valpiana, Luciano Benini e Pasquale Pugliese, che hanno messo a disposizione del gruppo le proprie esperienze e conoscenze sul Movimento Nonviolento, sul MIR e sul rapporto tra religione e nonviolenza, sull’azione nonviolenta e sulla teoria dei conflitti.
Si è così riusciti a costruire in questa settimana un percorso di introduzione alla teoria e alla pratica nonviolenta insolito e per nulla cattedratico.
Come è emerso dalla verifica dell’ultimo giorno di campo, l’esperimento di Borgo Pace è stato positivo per tutti coloro che hanno potuto parteciparvi non solo dal punto di vista umano, grazie ai legami che si sono costruiti tra le persone e al senso di convivialità, ma anche dal punto di vista dell’approfondimento della conoscenza della nonviolenza.
I risultati soddisfacenti ottenuti in questa occasione dimostrano allora che la formula qui applicata (numero ridotto di partecipanti, libertà e varietà delle iniziative, disponibilità al dialogo e clima conviviale) è efficace. Essa dovrebbe essere usata come modello per il futuro.

Raffaella Mendolia

Cilento: “Pratiche nonviolente e conflitti in genere”

Coordinato dall’ottimo Sergio Albesano in questo campo ci siamo trovati in 17 persone (9 maschi e 8 femmine) ed abbiamo affrontato e discusso con Monica Lanfranco (coautrice del libro “Donne Disarmanti”) di nonviolenza e femminismo ed è stato bello scoprire come la nonviolenza politica e pratica quotidiana si sia enormemente estesa coinvolgendo strati sociali, movimenti, associazioni. Questo vuol dire che nel nostro piccolo, come Movimento nonviolento abbiamo seminato bene.
La vita nel campo è stata suddivisa dedicando la mattinata al lavoro manuale: pulitura del sottobosco, verniciatura persiane, costruzione di un muretto a secco e di tre zanzariere, ripristino di uno scolo per l’acqua ecc.. Il primo pomeriggio alla discussione con Monica, bagno in mare o passeggiata dalle 17,30 alle 20,30.
Due giornate sono state dedicate a gite, una in montagna e una sul mare mentre una serata è stata dedicata ad ascoltare Carlo Palumbo (un barbiere del luogo) che ci ha raccontato delle “storie vissute” e insegnato a creare mazzetti di lavanda. Carlo Palumbo oltre a esercitare la professione di barbiere si dedica anche alla riscoperta di antiche tradizioni e alla conoscenza del territorio tramite passeggiate, gite ecc..
La casa dove si è tenuto il campo è nel Parco del Cilento a tre chilometri da S. Mauro La Bruca, il proprietario (Beppe Amorelli) è un appassionato di cicloturismo, e il prossimo anno sarebbe contento di ospitare un campo “per conoscere il Cilento, le sue tradizioni e il suo territorio” e far conoscere ai cilentani il Movimento Nonviolento.
Per quanto riguarda i pranzi e le cene sono stati un momento di grande gioia culinaria in cui tutti ci siamo sbizzarriti a creare qualcosa di personale.

Piercarlo Racca

ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Nel Kosovo dimenticato c’è chi vuole il dialogo

L’attenzione dell’opinione pubblica europea per il Kosovo, dopo la guerra del 1999, è andata rapidamente calando. I riflettori dei media si sono accesi di nuovo per un breve momento quando, il 17 marzo scorso, in tutto il Kosovo si è scatenata un’ondata di violenza. In quell’occasione estremisti albanesi hanno attaccato la minoranza serba e le strutture della missione delle Nazioni Unite. Le violenze erano evidentemente orchestrate da una direzione politica e non frutto di un moto spontaneo. Il bilancio è stato pesante, con diversi morti, migliaia di serbi e rom costretti ad abbandonare le loro case, incendi e saccheggi.
Durante la crisi è apparso chiaro che i soldati della missione militare KFOR nella quasi totalità dei casi non hanno mosso un dito per impedire le violenze. Il rappresentante delle Nazioni unite Holteri si è distinto per il suo silenzio. La missione internazionale è oggi invisa a tutta la popolazione del Kosovo: agli albanesi perché la vedono come un ostacolo sulla strada dell’indipendenza; ai serbi, ai rom e alle altre minoranze perché la presenza militare non è in grado di tutelare i loro diritti più elementari. A cinque anni dalla guerra della NATO, l’impressione è di un fallimento completo delle politiche dell’occidente in questa regione: la situazione oggi è solo rovesciata rispetto al passato, con serbi e rom privati di diritti e libertà.
Negli scorsi anni nella società civile si erano pian piano costituiti gruppi di persone interessate a perseguire la strada del dialogo tra i diversi gruppi etnici e linguistici, opponendosi alle rispettive leadership nazionaliste. Tra questi progetti vanno ricordate le iniziative italiane dell’Associazione per la pace, presente da alcuni anni nella città divisa di Mitrovica, del Tavolo Trentino per il Kosovo e dell’Operazione Colomba, i cui operatori vivono e lavorano rispettivamente a Pec-Peja e nella piccola enclave serba di Gorazdevac.
Dopo i fatti di marzo i progetti di dialogo e di convivenza hanno subito un serio colpo: l’ondata di violenza ha minato la fiducia in un graduale miglioramento della situazione. Serbi, rom e altre minoranze nel Kosovo hanno visto confermati i loro sospetti nei confronti della comunità albanese.
Gli operatori locali coinvolti nei progetti dell’Associazione per la pace hanno espresso l’esigenza d i far ripartire comunque un canale di dialogo a livello di società civile tra persone provenienti da Mitrovica nord (serbi e rom), e abitanti di Mitrovica sud (albanesi). Questa esigenza era condivisa anche dalle persone impegnate nei progetti promossi dal tavolo trentino per il Kosovo a Pec e Gorazdevac.
Agli inizi di luglio si è tenuto quindi un seminario intitolato “ritorno al dialogo”:per l’impossibilità di vedersi sulle sponde del lago di Ohrid in Macedonia. A facilitare l’incontro sono stati chiamati Natascia Berlincioni (che nel passato ha lavorato in Bosnia-Erzegovina con il Quaker Peace and Service) e io stesso. Per noi si è trattato di un’esperienza di grande importanza: nonostante il peso delle sofferenze e delle ingiustizie, abbiamo provato ammirazione per la capacità di ascolto e di accoglienza dimostrata dai partecipanti, anche di fronte a opinioni ed emozioni “scomode”. Diverse persone hanno menzionato la necessità di arrivare al perdono e alla riconciliazione. Gli albanesi hanno espresso chiaramente la propria contrarietà alla politica portata avanti dagli estrmisti della propria etnia. Al termine delle quattro giornate di lavoro insieme, il gruppo ha espresso il desiderio di continuare un percorso di lavoro comune.
Il seminario ha avuto successo anche perché si innestava sul lavoro svolto nell’arco di anni da Associazione per la pace e Tavolo trentino per il Kosovo. L’Assopace, lavorando in particolare in progetti di educazione alla pace con i bambini e di sostegno agli sfollati di Mitrovica ha sempre marcato la propria differenza rispetto alle grandi organizzazioni donatrici, sottolineando la necessità di un approccio capacitante nei confronti dei collaboratori locali. Il Tavolo trentino per il Kosovo ha fatto la scelta di investire molte energie nella costituzione di due gruppi di studio – uno a Pec-Peja e l’altro a Gorazdevac – che portassero avanti un lavoro di approfondimento sulla natura del conflitto, sull’esempio di altri paesi che hanno vissuto situazioni simili e sulle possibilità di una soluzione di pace per il Kosovo. Su queste basi l’incontro tra i quattro gruppi – Mitrovica sud e nord, Gorazeevac e Pec-Peja – ha potuto essere fruttuoso.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Conflitti in casa nostra
Le liti di condominio

Pacifisti e nonviolenti, operatori e costruttori di pace, volete impegnarvi nella risoluzione di conflitti sanguinosi, che si prolungano per anni e per generazioni, dove l’interposizione nonviolenta, la riconciliazione e la mediazione sarebbero preziose medicine, senza muovervi dalla vostra città e, a volte, senza nemmeno uscire della vostra casa? Occupatevi delle liti di condominio.
Già i romani dicevano “communio est mater rixarum”. E Amos Gitai, nel film presentato in concorso alla mostra del cinema di Venezia lo scorso anno (Alìla), ha messo in scena ironicamente le liti condominiali nella tormentata Tel Aviv, per auspicare una normalità in un paese devastato dalla guerra e dagli attentati.
Nel nostro paese, tredici milioni e mezzo di famiglie italiane vivono in condominio, l’ottanta per cento di queste è anche proprietaria dell’appartamento (la percentuale più alta d’Europa). Questi due fattori, sommati ad una litigiosità nazionale universalmente riconosciuta, fanno sì che la conflittualità all’interno dei condomini e fra condomini e imprese esterne appaltatrici dei lavori e della manutenzione, raggiunge un tasso estremamente rilevante in Italia: il 40% delle cause minori che pendono nei tribunali, sono dovute a dispute che nascono all’interno degli stabili.
Secondo una recente indagine del Censis, le cause civili tra condomini hanno raggiunto il numero di 850 mila all’anno. «Se consideriamo – ha spiegato Umberto Anitori, segretario generale dell’Anaci – che in Italia ci sono 831.177 condomini, ogni anno viene intentata in media una causa civile per ogni condominio, con una spesa complessiva che supera tre miliardi di euro».
Nello specifico, nei condomini si litiga principalmente e nell’ordine: per i rumori molesti, per i cattivi odori nelle scale o nei cortili, per questioni relative ai confini di proprietà, per la divisione delle spese e per le contestazioni all’amministratore sui conti, per l’utilizzo delle parti comuni (ad esempio i cortili); nuovo ingresso nella hit parade, la decisione se accettare o no l’installazione dei ripetitori per i telefoni cellulari, sulla cui innocuità tutti sono disposti a giurare, salvo quando vedono erigersi i minacciosi pennoni sull’edificio di fronte o, peggio ancora, sul proprio.
La frequenza con la quale si manifesta il fenomeno delle liti e le continue tensioni tra condomini durante le riunioni, creano non pochi problemi agli amministratori: il 49,6% di questi ha chiesto alle associazioni di categoria di integrare i corsi di aggiornamento sulla normativa italiana con corsi sulla gestione delle conflittualità. E sono quindi partite le prime offerte: www.conciliazione.org e www.mediazioni.org/10/101.asp sono siti che si occupano dell’argomento, mentre l’associazione “Prevenire è possibile” illustra i risultati ottenuti con una interessante applicazione di tecniche di counseling (www.prepos.it/LO%20STRESS%20DA%20CONDOMINIO.htm). Il Gruppo Abele invece se ne è gia accorto da diversi anni, tanto da aprire due centri di mediazione in Torino che si occupano anche di questi problemi (www.gruppoabele.org/casadeiconflitti), mentre il comune di Bologna, come sempre all’avanguardia, gestisce un centro analogo nel quartiere Reno.
Riusciranno le tecniche nonviolente applicate in Kosovo e in Albania, nei paesi dell’Est e in Sudafrica, a ridurre le tensioni che minacciano le nostre città? Sicuramente questo àmbito può costituire un valido banco di prova, e altrettanto sicuramente potrebbe costituire una fonte di reddito per molti trainer e faiclitatori, viste le dimensioni ormai raggiunte dal fenomeno.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso.

L’ARTE DELLO SPIAZZAMENTO

Walter Wink (“Rigenerare i poteri, discernimento e resistenza in un mondo di dominio”, edizioni EMI – sezione biblica) ci aiuta a comprendere cosa Gesù intendesse offrire ai suoi interlocutori attraverso i suoi racconti: la possibilità di uscire dagli schemi, spiazzare l’oppressore e aprire nuovi orizzonti possibili. La lotta nonviolenta per il cambiamento sociale richiede una forte creatività da parte delle vittime.
In questa e nelle prossime puntate affronteremo tre esempi.

Giorgio Barazza

SE UNO TI PERCUOTE LA GUANCIA DESTRA,
TU PORGIGLI ANCHE L’ALTRA.

Perché la guancia destra? In un mondo di destri, un pugno dato con la mano destra avrebbe colpito la guancia sinistra dell’offeso. Lo stesso sarebbe accaduto con un schiaffo a mano aperta.
Per colpire la guancia destra con un pugno si sarebbe dovuto usare la mano sinistra, la quale però era riservata esclusivamente a compiti impuri.
Presso la comunità monastica di Qumram il solo gesticolare con la mano sinistra era sanzionato con 10 giorni di punizione.
L’unico modo in cui è possibile colpire in modo naturale la guancia destra di qualcuno usando la mano destra è con il dorso della medesima. Siamo allora di fronte a un insulto, non a una rissa.
L’intenzione prima del manrovescio non era quella di fare male, ma di umiliare, di rimettere un inferiore “al suo posto”.
Normalmente non si colpiva in questo modo un proprio pari. Nel caso il risarcimento che si rischiava di pagare era esorbitante. Il trattato mishnaico “Baba Kamma” elenca i risarcimenti dovuti nel caso si colpisse un proprio pari: con un pugno, un giorno di paga; con schiaffi 50 giorni di paga, col dorso della mano 100 giorni di paga.
Il manrovescio era un mezzo abituale per ammonire gli inferiori.
I padroni colpivano in questo modo gli schiavi; i genitori i figli piccoli; gli uomini le donne; i romani i giudei. Abbiamo qui un insieme di relazioni di disuguaglianza, in ciascuna delle quali una reazione avrebbe provocato una punizione certa.
Fra gli uditori di Gesù c’erano uomini e donne che erano soggetti a queste umiliazioni , costretti a reprimere la loro rabbia nei confronti del trattamento disumanizzante riservato loro dal sistema gerarchico di classe, razza, genere, età, status sociale e dalla situazione politica derivante dall’occupazione imperiale.
Perché allora Gesù consiglia a questa gente così umiliata di porgere l’altra guancia?
Perché questo gesto depriva l’oppressore del suo potere di umiliare.
Chi porge la guancia sinistra dice di fatto: “Prova ancora. Il tuo primo schiaffo non ha ottenuto l’effetto che si proponeva. Io non ti riconosco il potere di umiliarmi. Sono un uomo proprio come te. La tua posizione sociale non modifica questo stato di fatto. Tu non puoi offendere la mia dignità.”
Una reazione di questo genere mette l’offensore in grave difficoltà.
In termini semplicemente fisici, come può colpire ora, la guancia sinistra che gli viene offerta?
Non certo con un secondo manrovescio destre (provate a simulare la situazione per rendervene conto). Se chiude la mano o ne usa l’interno, è costretto a trattare l’offeso come un suo pari. Ma aveva appena usato il manrovescio proprio per ribadire la propria superiorità istituzionalizzata. Anche se dovesse reagire facendo flagellare l’offeso per la sua reazione, questi avrebbe in ogni caso ottenuto il suo scopo; fare notare al superiore la propria uguaglianza naturale.
In un mondo di onore e di umiliazioni si è impedito a un pre-potente di svergonganre un “inferiore” in pubblico.
Gli è stato sottratto il potere di disumanizzare l’altro.
Come insegnava Gandhi, “il principio dell’azione nonviolenta è la non cooperazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare”.
Questo stesso schema di reazione era già stato sperimentato proprio ai tempi di Gesù. Appena dopo essersi insediato come procuratore della Giudea (26 D.C), Pilato fece introdurre nottetempo in Gerusalemme ”i busti dell’imperatore che adornavano le insegne militari; gli ebrei ritennero questa una profanazione della città santa.
Una grande folla invase il quartier generale di Pilato a Cesarea, per implorarlo di togliere le insegne. Al suo rifiuto essi si prostrarono a terra e rimasero così per cinque giorni e cinque notti. Il sesto giorno, con la promessa che avrebbe dato loro una risposta, Pilato riuscì a farli radunare nello stadio, ma li fece circondare dalla milizia. Pilato dopo averli minacciati di sterminio se non avessero accettato le insegne ordinò ai soldati di estrarre le spade. Gli ebrei allora, come per un segnale convenuto, si gettarono a terra come un solo corpo, scoprirono la loro nuca e proclamarono di essere pronti a morire piuttosto che trasgredire la Legge. Stupefatto da uno zelo religioso così intenso, Pilato ordinò di rimuovere immediatamente le insegne da Gerusalemme. Gesù non suggerisce un comportamento del tutto estraneo alla sua gente, ma lo innalza da reazione occasionale e spontanea a elemento centrale dell’impegno al servizio del Regno.
-1 (segue)

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Bagliori estivi
Inni per la pace

“Le canzoni possono fare ben poco contro guerre, ingiustizie e torture, ma so anche che sono buone fiancheggiatrici dello spirito e piccole portatrici di consolazione, di conforto e perfino di speranza. Non è poco. L’onere di opporsi agli orrori del mondo, rimane da sempre nelle nostre mani e nelle nostre volontà”. Lo ha detto Ivano Fossati, premiato per la canzone “Pane e coraggio” da Amnesty International nell’ormai consueto appuntamento annuale di “Voci per la Libertà”.
Una volontà simile deve aver portato Carlos Santana a dedicare un’intera serata (15 luglio) del Montreaux Jazz Festival agli “Inni della Pace”: assieme a un nutrito e qualificatissimo gruppo di musicisti (per fare solo qualche nome: John McLaughing, Herbie Hancock, Wayne Shorter, Chick Corea, Idrissa Diop, Steve Winwood…) ha eseguito canzoni di John Lennon, Bob Dylan e Bob Marley. Un’occasione prestigiosa con grande musica, grandi autori, grandi interpreti, rivolti verso un grande obiettivo! “Il presidente Bush – ha detto Santana – manovrato da qualcuno persino più ricco di lui, vende paura. Noi siamo per la gioia”.
Da anni non si registravano prese di posizione così nette da parte di artisti solitamente defilati rispetto all’arena politica. Non solo i musicisti underground, ma anche molti dei cosiddetti “celiberal” (cioè in gergo: celebrità-liberal) si sono esposti in questo senso. “I musicisti – secondo Don Henley degli Eagles – hanno il dovere di prendere posizione”.
C’è quindi una netta inversione di tendenza all’allineamento favorevole o quantomeno silenzioso, nei confronti della cosiddetta lotta globale al terrorismo proclamata da Bush in seguito agli attentati dell’11 settembre, che si era espresso in particolare nell’ambiguo “Tribute to Heroes” che esaltava i salvatori delle vittime delle Twin Towers, accettando implicitamente l’avvio della guerra. Rari casi all’inizio, come Patti Smith, i Pearl Jam e Ani Di Franco sono usciti dal coro solidale con l’Amministrazione Usa per sostenere una prospettiva di pace costruttiva. Ma dall’attacco in Afghanistan in poi l’opposizione ha comiciato a moltiplicarsi creando a tutt’oggi una vera e propria carica dei musicisti contro Bush, il presidente più contestato dai tempi di Nixon. L’ondata di protesta ha prodotto canzoni pacifiste, a volte apocalittiche, in molti casi decisamente arrabbiate. I musicisti che si espongono vanno incontro anche a difficili conseguenze, dalla censura presso alcuni network radiofonici, alle distruzioni pubbliche di cd da parte dei fanatici nazionalisti, fino alle minacce di morte e agli atti di vandalismo presso le loro abitazioni (è il caso delle Dixie Chicks). In questo clima diversi artisti statunitensi hanno difficoltà ad esibirsi negli States e pubblicano i loro dischi su etichette europee. E’ il caso di Mark Olson e Victoria Williams col cd “Political Manifest”.
Bruce Springsteen in concerto ha chiesto di urlare più forte per chiedere l’impeachment del presidente, così come Morissey e Linda Ronstand. Canzoni molto dure contro Bush sono state scritte da Rickie Lee Jones (“Ugly Man”), Eminem (“We as americans”), John Mellencamp (“To Washington”), Willie Nelson ( “Whatever happened to peace on earth” ) e interi cd come quelli dei Beastie Boys (“To the 5 Boroughs”) o di Steave Earle (“The revolution starts…now”).
Ad appoggiare Bush restano vecchie glorie come i Beach Boys, i Ramones, ZZ Top, Meat Loaf e Dolly Parton, mentre elogi interessati arrivano da Bono e Bob Geldof, in nome di un supposto pragmatismo, avendo strappato all’Amministrazione Usa (almeno a livello di delibera) aiuti economici per i Paesi africani colpiti dall’aids.
Di contro fa piacere notare come Paul Mc Cartney, che dopo l’11 settembre sembrava aver preso le distanze dal pacifismo, abbia deciso ultimamente di non eseguire più “Freedom” (“combatterò per il mio diritto alla libertà…”) dichiarandosi quantomeno “dubbioso sui motivi della guerra in corso”.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi

IL FILM, LA REALTÀ
LE DONNE DELLA ROSENSTRASSE

Ai nostri più attenti lettori non sarà sfuggito il fatto che, per la seconda volta a distanza di pochi mesi, riproponiamo una recensione del film “Rosenstrasse” di Margarete von Trotta, presente nelle sale cinematografiche durante la stagione appena conclusa. A differenza della prima, questa recensione è molto critica nei confronti del modo in cui la regista analizza la vicenda storica che ebbe luogo nella “Rosenstrasse”, e poichè la tematica è di grande interesse per gli “amici della nonviolenza” abbiamo ritenuto importante dare spazio a questa “polemica”, tanto più che chi scrive è persona degna di grande stima, sempre molto acuta e accurata nelle sue osservazioni e critiche, nonchè preparata sull’argomento.
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Nella Rosenstrasse (la Via delle Rose) a Berlino, da 2000 a 6000 donne tedesche assediarono giorno e notte, 24 ore su 24, dal 27 febbraio al 6 marzo 1943, l’edificio in cui erano detenuti 1700-2000 uomini ebrei, loro mariti o congiunti, esigendone la liberazione, in quanto non avevano violato nessuna legge. Göbbels, per timore che si estendesse la protesta civile e pubblica, consultato Hitler, rinunciò alla repressione contro le donne e liberò tutti gli uomini, 25 dei quali furono addirittura riportati indietro dal lager. Il dittatore e il ministro speravano di semplicemente rinviare l’operazione, ma non vi riuscirono più.
Il fatto è raccontato in alcuni libri: Nathan Stoltzfus, Resistance of the Heart: intermarriage and the Rosenstrasse protest in Nazi Germany (1996; Paperback, April 2001, Rutgers University Press); traduzione francese: La Résistence des Coeurs, (Phoebus, 2002); Gernot Jochheim, Frauenprotest in der Rosenstrasse. Gebt uns unsere Männer wieder, Rasch und Röhring, Berlin 1993 (Protesta delle donne nella via delle Rose. Restituiteci i nostri mariti). In italiano c’è il libro di Nina Schröder, Le donne che sconfissero Hitler, Pratiche editrice, Milano 2001. Al termine del suo libro Stoltzfus scrive: “Cosa sarebbe successo se un numero maggiore di cittadini tedeschi avesse osato protestare contro la guerra?”.
Margarethe von Trotta (Anni di piombo, 1981; Rosa Luxemburg, 1986) è la regista tedesca del film Rosenstrasse, presentato a Venezia nel settembre 2003. Il produttore del film, Richard Schoeps, dichiara: “A lungo ci è stato detto che la resistenza sotto i nazisti era impossibile e rischiosissima. Le donne di Rosenstrasse hanno resistito, e con successo” (La Stampa, 7 settembre 2003). Anche il regista Pierre Sauvage e la Fondazione Chambon, in Francia, preparano un documentario su
quell’avvenimento.
Andato in programmazione a Torino il 27 gennaio 2004, giornata della memoria della Shoà, il film punta più sugli aspetti psicologici, personali, privati, che su quelli storici. Subito mi ha sorpreso negativamente che il fatto risolutivo nel film sia la concessione drammatica di favori sessuali da parte di Lena von Eschenbach (una delle mogli di ebrei, di famiglia altolocata berlinese) a Göbbels. Lena sembra anche cercare in più momenti la soluzione privata, in aiuto al proprio marito, più che la soluzione collettiva, con tutte le altre donne.
Lo storico Ekkehart Krippendorff (Freie Universität di Berlino), interpellato, mi informa il 31 gennaio che in Germania c’è una forte polemica per questa concessione della regista ad aspetti pruriginosi, riducendo la realtà storica dal politico al personale privato. Il direttore del “Zentrum für Antisemitismusforschung” della Technische Universität, Wolfgang Benz, ha scritto un articolo molto aspro contro il film e ha fatto riferimento a un’analisi molto approfondita sul caso fatto dal suo istituto
che contraddice l’interpretazione sentimentale.
Ho interpellato anche, a Parigi, Jacques Semelin, il principale storico europeo delle lotte nonviolente contro il nazismo, autore di Senz’armi di fronte a Hitler (Ed. Sonda, Torino 1993) e di altri studi. Egli mi risponde il 14 febbraio che quell’aspetto del film, a giudizio di tutti gli storici con cui è in contatto, è fantaisite, fantasioso e non storico, come invece afferma la versione italiana del film. Anna Maria Bruzzone, autrice torinese di pregevoli ricerche di storia orale sulle donne nella guerra e nella Resistenza, conferma questi giudizi.
È un vero peccato che un’azione fortemente nonviolenta ed efficace, di donne tedesche contro il nazismo, venga ridotta da una brava regista, tedesca e donna, allo stratagemma sessuale di una donna a servizio di un gerarca assassino, per salvare il proprio marito, e solo indirettamente gli altri mariti ebrei rivendicati da tutte le altre donne.

Enrico Peyretti

STORIA
A cura di Sergio Albesano
In viaggio nel Far West verso gli indiani delle praterie

Dopo la “Storia dell’obiezione di coscienza in Italia”, affrontata nei mesi precedenti, da questo numero iniziamo a ripercorrere la storia degli indiani d’America, o meglio dei nativi americani, gli indigeni pellerossa, vittime di uno dei più grandi genocidi del millennio appena concluso. Il cinema ha creato il genere western per raccontare i conflitti fra cowboy e indiani. Quei film sono comunque serviti a salvare gli indiani dall’oblìo.

Un artista incontra il West

Come ha tramandato l’arte il ricordo degli indiani d’America? All’inizio dell’Ottocento non esisteva ancora la fotografia e fu dunque la pittura il mezzo che ci permette oggi di avere la documentazione visiva di come vivevano quei popoli. Prima che nell’America settentrionale l’invasione dei bianchi dall’est distruggesse la civiltà indigena, un pittore in particolare si ripromise di tramandare ai posteri il ricordo di una cultura che stava scomparendo per sempre. Si chiamava George Catlin.
George Catlin nacque nel 1796 in Pennsylvania e, a causa delle precarie condizioni economiche della sua famiglia, fu costretto a frequenti trasferimenti. Diventato adolescente, studiò legge nel Connecticut e divenne procuratore, ma ben presto si rese conto che la sua vera inclinazione era più per i pennelli che per le leggi e i codici. A venticinque anni espose le sue opere nella pre­stigiosa Accademia di Belle Arti di Philadelphia e qui entrò in contatto con un gruppo di scienziati che avevano l’obiettivo di esplorare e catalogare l’affascinante nuovo mondo che li circondava, prima che esso fosse per sempre mutato dalla civiltà a cui loro stessi appartenevano. Fu allora che nella mente di Catlin si concretizzò l’idea di fissare sulla carta e preservare per i posteri la cultura degli indiani d’America. A trent’anni si trasferì a New York, dove ebbe l’occasione di ritrarre Red Jacket, una capo indiano Seneca. Catlin sperava che quello fosse il primo di una serie di dipinti storici, ma per i suoi gusti Red Jacket era troppo assimilato e troppo civilizzato, nella sua baracca di legno con il camino di pietra. Catlin voleva fermare sulla carta lo stile di vita di una razza in via di estinzione. Iniziò a rendersi conto che i ritratti che disegnava per mantenersi non lo soddisfacevano più; in una lettera scrisse che stava sprecando la sua vita e la sua sostanza per la pura sopravvivenza.
Catlin non aveva uno stile in grado di competere con altri artisti e forse fu per ritagliarsi un suo spazio nel campo dell’arte e per non finire dimenticato da tutti come un qualsiasi ritrattista fallito che cercò il modo per dipingere qualcosa di unico e di farsi quindi un nome nel mondo dell’arte. Nel 1828 si sposò e negli anni seguenti ebbe alcune occasioni per dipingere ritratti di indiani che venivano in delegazione a New York, ma si rendeva conto di non riuscire né a coronare il suo sogno, né ad entrare nel grande giro artistico. Nel 1830 si decise e, a dispetto dei desideri della moglie e della famiglia, andò a St. Louis. Qui venne a contatto con una realtà che da New York non poteva vedere. I commercianti di pellicce sfruttavano gli indiani per la loro abilità come cacciatori, adescandoli con whisky e cianfrusaglie. Gli euro-americani scrutavano con avidità le terre indiane, chiedendosi se nascondessero tesori minerari, e quando gli indiani sembravano riluttanti ad accettare i “benefici della civiltà”, i bianchi erano pronti a spostarli dai loro territori, sempre più ad ovest, negoziando trattati per far posto ai coloni. Il sovrintendente agli affari indiani William Clark lo prese a benvolere e gli concesse di accompagnarlo in una missione per sedare le annose dispute con le tribù Sioux, Sac e Fox, Omaha, Iowa, Oto e Missouri. A Cantonment Leavenworth, che era allora l’avamposto più occidentale dell’esercito degli Stati Uniti, Catlin iniziò a completare alcune tele. Tornato per un breve periodo all’est, si sentiva ormai pronto per dare inizio ad una grande avventura: un viaggio nel Far West per ritrarre gli indiani delle praterie nel loro ambiente naturale.

(1-continua)

Addio a Tiziano Terzani, un esploratore dell’anima

Il 28 luglio scorso è scomparso Tiziano Terzani, giornalista e scrittore.
I suoi libri, le sue riflessioni, i suoi contributi, la sua stessa vita ce lo rendono caro.

Ci piace ricordarlo con questo suo piccolo scritto:

Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro
di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura,
l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità…
Lentamente bisogna liberarcene.
Dobbiamo cambiare atteggiamento.
Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano
gli altri sulla base di più moralità e meno interesse.
Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene.
Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi.
E’ il momento di uscire allo scoperto;
è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede.
Una civiltà si rafforza con la sua determinazione
morale molto più che con nuove armi.

(Tiziano Terzani: “Lettere contro la guerra”)
Addio a Enzo Baldoni, viaggiatore nei conflitti

Con tristezza ci stringiamo attorno alla famiglia per la tragica morte di Enzo Baldoni, giornalista assassinato da combattenti fanatici che amano la morte (altrui) più della vita.
Qualcuno ha scritto che si è trattato di un sequestro assurdo e che il suo tragico epilogo non risponde a nessuna logica. Purtroppo non è così. Questa morte, come tutte le altre che avvengono e avverranno in Irak, risponde alla logica della guerra: una logica spietata, che cerca solo violenza e distruzione di cose e di persone, la cui unica regola è quella di ammazzare prima di essere ammazzati.
“L’esercito islamico irakeno” che ha annunciato l’esecuzione di una brava persona innocente come Enzo Baldoni, è lo specchio di ciò che dice di combattere: la violenza assassina delle forze di occupazione dell’Irak. La guerra tutto travolge e tutto distrugge, anche chi –come Baldoni- era lì solo per documentare e portare aiuto.
Rendere omaggio a Baldoni e a tutte le altre vittime del conflitto, innocenti o colpevoli, significa impegnarsi ancor di più contro la guerra e gli strumento che la rendono possibile, armi ed eserciti.
La spirale di violenza va spezzata con il ritiro delle truppe dall’irak e l’impiego di forze Onu per la soluzione del conflitto.

Movimento Nonviolento

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