Azione nonviolenta – Luglio 2004

Azione nonviolenta luglio 2004

– Un patrimonio culturale e di esperienza diretta a disposizione di tutti (di Mao Valpiana)
– Le prime azioni dirette nonviolente in Italia. Bisogna agire e studiare con sacrificio e costanza. Nostra intervista a Pietro Pinna (a cura di Pasquale Pugliese e Luca Giusti)
– Fundacia Progranicze, Premio Langer 2004.
– Obiezione di coscienza e nonviolenza arrivano in Cina, sulla cattedra dell’Università, 15 anni dopo Tienanmen (della War Resisters International)

Rubriche

Economia: Quando i diritti non entrano nel carrello (Paolo Macina)
Educazione: Aggressività e rabbia come richiesta di aiuto (Stefania Gavin)
L’Azione: In bici da tutta Europa sulla strada della Palestina (Luca Giusti)
Lilliput: Campagna “Tesorerie Disarmate” (Andrea Trentini)
Musica: Faccio nonviolenza con un’armonica blues (Paolo Predieri)
Cinema: Solo dal perdono nasce l’amore (Giuseppe Borroni)
Storia: Libertà di pensiero dopo 25 anni (Sergio Albesano)
Dibatitto: Ricchi, grassi e infelici (Marco Baleani)
Libri
Lettere

EDITORIALE

Un patrimonio culturale e di esperienza diretta a disposizione di tutti

Di Mao Valpiana

Dedichiamo gran parte di questo numero ad una lunga intervista a Pietro Pinna, fondatore con Aldo Capitini del Movimento Nonviolento. Con lui abbiamo voluto ripercorre e analizzare le prime azioni dirette nonviolente in Italia, attuate per affermare il principio di obiezione di coscienza e per sperimentare le tecniche della nonviolenza.
Ci sembra un contributo utile per il dibattito (ma soprattutto l’azione!) su quanto sta nascendo oggi nel più vasto movimento, (dalla rete lilliput a rifondazione), circa le possibilità di crescita e di sviluppo dell’azione nonviolenta. Sappiamo che la nonviolenza non si può improvvisare, che c’è bisogno di studio e formazione; e sappiamo anche che la nonviolenza non può limitarsi ad un’affermazione di idee, ma che essa deve saper agire per trasformare la realtà.
L’obiezione di coscienza, l’azione diretta nonviolenta, la disobbedienza civile, sono pratiche che devono nascere soprattutto da una profonda persuasione interiore dell’individuo. Non possono essere disgiunte dalle finalità di amore e verità, e non possono essere ridotte a mere tecniche.
Per tutto questo riteniamo che sia di fondamentale importanza conoscere la storia delle prime azioni dirette nonviolente in Italia, perché è da quelle radici che ancor oggi possiamo alimentare la crescita della nonviolenza organizzata.
Il Movimento Nonviolento, pur conscio della sua debolezza strutturale, mette però a disposizione di tutti un prezioso patrimonio culturale e di consolidata esperienza, grazie anche a chi ha saputo custodire con fedeltà e costanza la scelta nonviolenta.
Riproporre i principi ispiratori e le tecniche delle prime azioni nonviolente degli anni ’60, ci sembra il modo migliore per celebrare i 40 anni della nostra rivista e per regalare fiducia ed entusiasmo a chi oggi vuole raccogliere il testimone e rinnovare la necessità dell’ azione nonviolenta.

NOSTRA INTERVISTA A PIETRO PINNA
Le prime azioni dirette nonviolente in Italia.
Bisogna agire e studiare, con sacrificio e costanza.

Buon giorno Pietro, ci racconti come nacque l’idea di costituire un Gan?
L’idea, direi l’esigenza del GAN, nacque dall’insoddisfacente attività cui il Movimento Nonviolento veniva dedicandosi all’interno della Consulta Italiana per la Pace, la federazione delle diverse associazioni pacifiste che Capitini aveva istituita dopo l’effettuazione della Marcia della Pace Perugia-Assisi del ’61 per dare continuità alla loro occasionale collaborazione in quella iniziativa.
Per due anni consecutivi noi del Movimento ci eravamo trovati esclusivamente occupati nel lavoro per la Consulta – di cui Capitini era presidente – a tutto scapito dello sviluppo del Movimento in sé ancora del tutto in erba, essendo stato costituito in concomitanza della nascita della Consulta.

Come funzionava la consulta?
La sua attività consisteva nella riproposizione di marce della pace a dimensione regionale, convegni di studio, produzione di documenti e di un periodico mensile. Le marce si riducevano a poco più che a semplici occasioni transitorie per i partecipanti di dare voce collettiva ai loro sentimenti e auspici per la pace; i documenti non concludevano che nella esortazione ai governanti affinché vi provvedessero di dovere. Tutta un’attività che finiva per risultare di una irrilevante ed effimera portata nella sua genericità pacifista, di nessuna incidenza sul piano politico istituzionale; e capite, tanto più insignificante per noi poiché avulsa dalla specifica istanza antimilitarista, di pacifismo assoluto del Movimento Nonviolento, che nel suo statuto diceva essere costituito da pacifisti integrali che rifiutano in ogni caso la guerra, il terrorismo e la tortura.
La vita della Consulta, d’altro canto, era soggetta al soverchiante condizionamento ideologico e organizzativo del Comitato Italiano della Pace – ex Partigiani della Pace di dominanza del Partito Comunista -, a fronte delle altre ben più deboli componenti federate.
Insomma, risultò alfine indispensabile per il Movimento Nonviolento di dare avvio in proprio ad una sua specifica attività, se voleva acquisire un’esperienza ed una forza in grado di sufficientemente pesare nella più incisiva qualificazione delle iniziative della Consulta.

Nacque il Movimento e nacque la rivista “Azione nonviolenta”…
Ciò avvenne verso la fine del ’63. Al termine di un Seminario di 10 giorni che tenemmo sulle Tecniche della Nonviolenza, rimanemmo ancora riuniti alcune ore tra una dozzina di amici per discutere del possibile avvio di un’attività organizzata del Movimento. Due elementari esigenze ponemmo alla base dell’eventuale programma: il chiarimento e la diffusione dell’idea nonviolenta –allora misconosciuta per non dire avversata – , e un corrispondente impegno ad una sua pur minima esplicazione pratica. Le due cose dovevano procedere congiuntamente: non la sola teoria, che se non tradotta in atto risulta essere mera astrazione; non azione soltanto, poiché se cieca di idee chiare e definite, finisce per risultare inconcludente.
Rispetto al primo punto, decidemmo in questo modo. Fino a quella data l’unico mezzo di collegamento del Movimento era costituito da un ciclostilato di 4 pagine spedito mensilmente ad un centinaio di supposti simpatizzanti – il Movimento non disponeva ancora di aderenti iscritti. Venne deciso di passare da quel ciclostilato ad un giornaletto a stampa; dopo aver avuto assicurata dagli stessi presenti alla riunione la disponibilità finanziaria per l’uscita di almeno tre numeri mensili, Capitini ed io ci assumemmo l’incarico di curarne la pubblicazione, che uscì col titolo “Azione nonviolenta”.

Quindi il nome della rivista in qualche modo deriva dal fatto che avevate deciso di occuparvi prioritariamente dell’azione…
Non prioritariamente, ma come ho già detto, di pari passo con l’elaborazione e la diffusione delle idee: “Azione nonviolenta” per il dibattito delle idee e l’informazione sulle iniziative, ma subito affiancata dall’azione, dalla loro messa in atto. Una volta Capitini ebbe a scrivere, in relazione all’apparire in Italia del primo episodio di obiezione di coscienza politica: “Ci voleva il sorgere del caso concreto di rifiuto per dare a quell’atto tanta risonanza da far conoscere in Italia meglio di tanti discorsi e libri che cos’è l’obiezione di coscienza”.
Quanto alla nascita del GAN, in quella medesima riunione non facemmo altro che chiedere di alzare la mano a chi intendesse partecipare ad un gruppo di azione – senza peraltro saper nulla ancora di che cosa comportasse quell’idea. Quattro giovani comunque vi assentirono, io ne assunsi la coordinazione, e all’istante concordammo di fare una prima riunione alla fine della settimana successiva, dove battezzammo il gruppo col nome appunto di Gruppo di Azione Diretta Nonviolenta, da cui la sigla GAN.

A quale tema pensaste di applicarvi?
Fu quello dell’obiezione di coscienza. Ci venne in via naturale di pensarlo, perché ci apparteneva personalmente. Io ero stato obiettore, altri nel gruppo si apprestavano a divenirlo. Il punto di forza della nostra dedizione all’azione, era che non si trattava di un ideale astratto o di una realtà lontana da noi, ma che riguardava la nostra stessa vita.
Quel tema ci offriva inoltre la possibilità di dibattere la questione, strettamente pertinente all’impegno del Movimento, dell’opposizione alla preparazione della guerra, la cui minaccia in quegli anni era particolarmente avvertita dall’intera opinione pubblica sotto l’incubo di un possibile conflitto atomico.

Quale era il vostro obiettivo immediato?
Il nostro proposito era quello di sensibilizzare la comune opinione pubblica al problema appunto dell’obiezione di coscienza, con un contatto diretto attraverso manifestazioni di piazza. Il dibattito sul tema si era acceso nell’ambiente politico e intellettuale fin dal sorgere del primo caso di obiezione politica, nel 1949, ma poi era venuto stagnando. Singoli parlamentari avevano, sì, presentato dei progetti di legge in proposito, mai però discussi in Parlamento. Gli obiettori continuavano così a venir processati, con condanne al carcere tra l’altro assurdamente reiterate al medesimo obiettore. Noi intendevamo contribuire ad animare un movimento di pressione dal basso che inducesse alfine il nostro paese, perlomeno, al conseguimento democratico del riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza come da tempo vigeva in altri Stati.

Come vi formaste all’azione? Preparaste il lavoro?
Noi cinque eravamo all’inizio semplici conoscenti occasionali. Tenemmo perciò delle riunioni preparatorie per meglio conoscerci e affiatarci tra noi, per convenire su alcuni basilari principi e modalità d’azione della nonviolenza, oltreché impadronirci al meglio della storia e delle ragioni dell’obiezione di coscienza. Con l’ausilio di un amico avvocato esaminammo altresì le disposizioni di legge che regolavano le manifestazioni di piazza. Infine, dopo esserci bene accordati sulla disciplina nonviolenta da tenere al riguardo, elaborammo e predisponemmo con cura il materiale occorrente.
Merita che vi sottolinei un dato, circa queste preliminari riunioni. Ci ritrovavamo puntualmente, ogni successivo fine settimana, provenendo ciascuno da diverse città. Già questo fatto, che comportava sacrificio di denaro e di tempo sottratti alla vacanza settimanale, veniva a testimoniare e a corroborare in partenza la serietà dell’impegno. Sacrificio e costanza, due elementi essenziali della nonviolenza.
E vorrei anche sollecitarvi qui ad un altro impegno da prendere sul serio. Capita spesso di constatare come l’amico che pur ci dice del suo entusiasmo per la lettura di un buon libro di comune conoscenza, lo abbia però letto una volta sola. Ma cosa gli è rimasto, dello spirito e del contenuto di quel libro, alla sua prima lettura? È stato detto che un libro che non si legge una seconda volta, non valeva la pena di leggerlo la prima volta. Ricordo che Capitini, al quale veniva rimproverato da taluni suoi lettori di risultare un po’ troppo difficile in certi passaggi dei suoi scritti, rispose che talora lo faceva di proposito affinché il lettore si soffermasse sulla pagina con più attenzione e riflessione. E ricordo pure che noi del GAN inserivamo talvolta nei nostri cartelli e volantini una espressione inusuale e curiosa che veniva ad attrarre e a concentrare l’occhio del lettore sull’intero testo. Ho detto tutto ciò affinché anche voi, avendo per mano i libri sulla nonviolenza, non vi fermiate a scorrerli una volta sola, ma torniate a rileggerli due, tre, cinque volte, ogni volta capendo meglio e traendone sempre più ispirazione. Noi del GAN, ad esempio, venivamo alle riunioni preparatorie dopo esserci letto e riletto, per dirne uno, l’opuscoletto di Capitini “Teoria della nonviolenza”.

Vedi che un po’ lo stiamo già facendo, col libro che abbiamo in mano. E’ difficile far passare il messaggio che le cose vanno preparate con cura.
Sì, per il fatto che in tutti noi c’è una immediata tendenza, com’è nelle cose della natura, ad affrontarle col minimo sforzo. Siamo in tal modo sguarniti, all’inizio, del di più necessario a superarne le possibili asperità. Questo di più è la necessaria preparazione, se vogliamo poi venire adeguatamente a capo delle cose. A fare un buon soldato – diceva Gandhi nelle sue istruzioni alla preparazione nonviolenta – occorre un congruo addestramento; così doveva essere per un buon nonviolento, preparato con cura sul piano dottrinale, psicologico e fisico.

Come avete acquisito le modalità delle vostre azioni? Le avete apprese da qualcuno o le avete acquisite col tempo?
Sono venute da sé, spontaneamente e gradualmente. Non conoscevamo allora nessun testo che istruisse sull’azione diretta. Tuttavia, pur privi della conoscenza di tecniche specifiche, il nostro stile di manifestazione venne a maturare direi naturalmente, in concordanza dell’animo col principio nonviolento che ci ispirava e ci accomunava.

Quindi l’azione nonviolenta non è solo un insieme di tecniche ma richiede un legame tra interiorità ed esteriorità…
È l’animo, il tuo intimo di persuaso della nonviolenza che essenzialmente e preliminarmente conta – la persuasione intima della madre nei suoi rapporti con il figlio, che le detta spontaneamente il comportamento tecnico adeguato. Le tecniche senza la persuasione intima risultano di scarso valore, imperfette nell’esecuzione e di effimera portata nel successivo rapporto complessivo.
Una volta ebbi una fugace occasione di accennarne con Gene Sharp, considerato il massimo studioso dell’azione diretta. Suppongo che conosciate la sua prestigiosa opera intitolata “La politica dell’azione nonviolenta”. Ebbene, non so se abbiate rilevato che egli vi viene ad intendere per nonviolenza la semplice aviolenza, ossia l’esclusiva applicazione pragmatica – non di principio – di tecniche aliene dalla violenza. Al fine di metterne in luce l’indubbio valore, Sharp non ne considera però anche i limiti, escludendo dal prendere in considerazione l’importanza sia del principio etico sia del complessivo metodo d’azione della nonviolenza. Certamente, come egli ci scopre e illustra assai bene, sono avvenute numerose azioni storiche che hanno raggiunto il loro momentaneo obiettivo senza un dichiarato impegno alla nonviolenza. Si potrebbe però osservare, all’inverso, che altrettante e più azioni semplicemente aviolente sono degenerate e finite per abortire.
Ma – vedete – decisivamente importante è considerare non tanto la riuscita della singola momentanea azione in sé, quanto il più vasto orizzonte a cui si tende. Se l’azione che attualmente intraprendo è intesa non soltanto alla soluzione del contingente momento conflittuale, ma è rivolta a stabilire un più elevato livello morale e di giustizia tra le parti in causa, la semplice aviolenza finisce per mostrare il suo fiato corto al raggiungimento di questo traguardo. Ciò ad esempio ci viene patentemente dimostrato dal pur lodevole metodo di azione della democrazia, che aviolenta all’origine ma non nutrita dalla complessiva nonviolenza, giunge a ribaltarsi nel suo esatto contrario, con l’uso della violenza fino all’estremo della guerra. Le disastrose conseguenze qui accennate stanno sotto gli occhi di tutti.
Insomma – e chiudo il monologo – se sei veramente impegnato alla nonviolenza, non puoi farne a meno se vuoi farla vivere nel corpo morale del tuo agire, come nel tuo corpo fisico non puoi fare a meno che agiscano a dovere cuore e polmoni. È il sangue giornaliero del tuo essere, un suo fluire costante, non un frammentario intermittente episodio. Capitini, pur alieno com’era dal lasciarsi andare ad affermazioni categoriche, venne a scrivere una volta: “La nonviolenza non è un flirt, questo dev’essere ben chiaro”.

E invece, spesso questo non è ben chiaro, nemmeno nei movimenti che si dichiarano per la nonviolenza…
Sono movimenti che assumono soltanto la prima, seppur fondamentale, condizione della nonviolenza di principio, cioè a dire la sola astensione dalla violenza – quella posizione che abbiamo già definito col termine ad essa più propriamente consono di aviolenza. Manca in quei movimenti l’assunzione delle altre congiunte condizioni che rendono la nonviolenza veramente e compiutamente efficace. Poiché la distinzione tra le due posizioni è di cruciale importanza, sarà bene richiamare – pur soltanto limitandoci a nominarle – queste ulteriori condizioni altrettanto essenziali: il rispetto della verità; la disponibilità costante al compromesso onorevole; la disponibilità ad assumere un proprio maggior sacrificio rispetto a quello possibilmente derivante all’anniversario dalla situazione conflittuale; la gradualità nell’impiego progressivo dei mezzi di azione, da quelli più blandi legittimi e democratici a quelli più radicali fino alla disobbedienza civile; infine – ma contemporaneo alle altre condizioni – il programma costruttivo, volto ad avviare da subito i primi possibili tratti della nuova società liberata da instaurare, che Capitini definiva la realtà dell’unità amorevole tra tutti.
Quei movimenti dovrebbero finalmente arrivare a capire quanto la loro semplice aviolenza, applicata ad esempio al rifiuto della guerra, finisca per approdare – sia pur nobile ed impegnata quant’essa sia – ad una condizione del tutto sterile, di penosa assoluta scontata inconcludenza. Arrivare a capire che non questa o quella guerra va avversata, soltanto al momento ultimo del suo esplodere, ma che è l’idea della guerra in sé che va rifiutata, alla sua origine, nella mentalità e nelle corrispettive istituzioni che la mantengono in essere quale necessario mezzo estremo della vita conflittuale politica.
Termino dunque questa mia perorazione dicendo che quei movimenti, se veri nonviolenti nel loro impegno pacifista, non dovrebbero tornare tranquillamente ad eclissarsi una volta terminata l’ennesima guerra, per poi soltanto rimettersi in marcia agli squilli della nuova guerra – come ci è stato di vedere e di soffrire nella serie bellica di quest’ultima dozzina d’anni; ma invece, scontato l’ennesimo scacco della loro vana tardiva protesta, rimanere in campo e subito, dal giorno dopo, trovarsi impegnati per l’abolizione qui ed ora della macchina portante della guerra, l’esercito – al cui mantenimento, ahinoi!, continuano a consentire ed a collaborare anche i partecipanti di quegli stessi movimenti.

Veniamo a noi. Se tu potessi ricominciare a fare azioni dirette nonviolente, oggi su quale campo pensi sia prioritario impegnarsi?
L’ho appena detto, quello ovvio, che per me e per l’intera umanità considero il più essenziale e urgente: il campo dell’opposizione assoluta alla guerra, ossia l’azione per il disarmo unilaterale, integrale e immediato dell’esercito. Vale a spenderci tutta una vita.
Se poi volete che ne indichi un altro, altrettanto angustiante nella sua cieca tragicità quanto una vera guerra, è quello della strage quotidiana di vite umane degli incidenti automobilistici. A volte, per la morte casuale di un nostro concittadino, vediamo montare nel paese un rigurgito di emotività e di compartecipazione. Ma che invece la morte di quelle decine di persone, puntualmente, ogni giorno, sia considerata senza fiatare un dato di vita normale e quindi trascurabile, al più annotata a fine anno come mero dato statistico nel registro del dio supremo dello sviluppo – di merci e non piuttosto di valori umani – non dovrebbe sgomentare e avvilire chiunque?

Tornando al Gan, come vi muoveste concretamente?
In quegli anni, la mentalità ufficiale continuava ad essere di totale avversione all’obiezione di coscienza. Contro i nostri tentativi di parlarne in piazza, quella mentalità trovava un sostegno repressivo nei regolamenti polizieschi di pubblica sicurezza, “intruglio di fascismo e di reminiscenze borboniche”, come li definì l’allora vice-primo ministro Nenni nel nuovo governo di centro-sinistra.

Parliamo dunque del rapporto con le forze dell’ordine. Erano quelli gli anni di fatti gravi come i morti di Reggio Emilia…
Sì, infatti. Nel clima d’odio che avvelenava la vita politica di quegli anni, le manifestazioni di piazza finivano quasi sempre per degenerare in scontri cruenti con le forze di polizia. Bastava un minimo incidente, proveniente o dall’animosità e dalle intemperanze dei dimostranti o talora dalle stesse forze dell’ordine, perché la piazza si trasformasse in un campo di battaglia, con un infuriare di manganellate, caroselli, lacrimogeni e perfino, come voi accennate, fucilate omicide.
Per noi del GAN, ovviamente, non si dette mai la circostanza di arrivare a quegli estremi selvaggi, dato che – a parte il freno del nostro atteggiamento nonviolento – in quattro gatti com’eravamo non facevamo massa da disperdere senza sugo con la violenza. Tuttavia, anche se non drammatici, i nostri rapporti con la polizia si presentarono fin dall’inizio di notevole difficoltà, sul piano direi mentale e nervoso.
Da inesperti in materia quali eravamo, nel confronto con le questure zelantemente prone a vietarci meccanicamente le manifestazioni, il nostro iniziale puntello dirimente su cui poggiare fu il richiamo al rispetto preminente della Costituzione. Ne portavamo sempre appresso il testo e ne recitavamo a memoria gli appositi articoli: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola e ogni altro mezzo di diffusione. Per le riunioni in luogo pubblico, le autorità possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.” Poca cosa invero, a trattenere le questure dal loro zelo non propriamente democratico, al servizio piuttosto del potere autoritario che a quello dei cittadini.
Sta di fatto che sin dalla prima manifestazione – come dicevo – avemmo a dover confrontarci con i loro puntuali divieti. Non potevamo ovviamente contentarcene, chiudere lì la partita e restarcene a casa: che GAN altrimenti saremmo mai stati? Così, dopo aver rispettosamente replicato alla questura di non averci messi in grado di tener debito conto del suo divieto poiché non adeguatamente motivato, l’avvisammo al contempo che di conseguenza avremmo effettuata la manifestazione come precedentemente notificatale. “Effettuazione” per modo di dire. Infatti, non appena arrivati noi in piazza, non ci eran dati che pochi minuti di saluto e di dialogo con gli agenti; tradotti in questura e lì trattenuti per diverse ore, venivamo quindi denunciati per manifestazione vietata (che non c’era stata!).
La prima volta ci adeguammo di buon volere: c’era il preliminare bisogno di acquisire un’esatta conoscenza di quel modo illegale di procedere poliziesco e di fare una debita reciproca conoscenza, intanto saggiando la nostra tenuta e capacità di azione.
Ma da quei primi interventi lasciatici tranquillamente reprimere sul nascere, fu necessario passare ad una qualche resistenza a quel troppo comodo modo di fare dei tutori dell’ordine.

La progressione nella radicalità delle azioni del GAN

1° fase: “Fase di approccio iniziale con la polizia”
Di fronte al divieto di svolgere la manifestazione di cui si è data notifica, si opta per una forma minima di intervento, basata sostanzialmente sulla diffusione di volantini

Milano, 4 novembre ’63 – manifestazione vietata, poi immediatamente repressa

2° fase: “Estensione dell’azione con l’aggiunta dell’installazione di cartelli”
Di fronte al divieto si avvia comunque la manifestazione nel luogo e nelle modalità notificati, con l’intenzione di effettuarla in pieno, acconsentendo comunque a seguire volontariamente i poliziotti in questura al momento del fermo

Milano, 26 gennaio ’64 – manifestazione vietata, poi repressa all’esibizione dei cartelli

3° fase: “Resistenza ai divieti polizieschi”
Il GAN non si sarebbe più assoggettato a seguire volontariamente gli agenti al momento del fermo, attuando invece una resistenza passiva sedendosi compostamente a terra e lasciandosi trasportare a corpo morto

Milano, 6 dicembre ’64
Roma, gennaio ’65

…È la ricostruzione a posteriori di come andarono le cose o la progressione fu programmata?
No, la progressione nella maggiore radicalità della nostra azione conseguì in via necessaria da come andarono le cose – come voi dite -, così assurdamente arbitrarie da imporci il dovere di contrastarle foss’anche soltanto a tutela di un fondamentale diritto democratico, prima ancora della possibilità negataci di esprimere liberamente le nostre idee.
Attuammo così un secondo stadio di azione, che venne a consentirci di rimanere e farci vedere in piazza per un sufficiente lasso di tempo prima dello scontato intervento della polizia e ne documentasse l’arbitrio sullo svolgimento della nostra legittima e più che tranquilla manifestazione.
La cosa si svolgeva così. Alcuni di noi, sparsi qui e là nella piazza, cominciavano a distribuire volantini, altri ad assestare in giro dei cartelli. Questo ci dava modo di iniziare ad attrarre l’attenzione di un discreto numero di passanti e trattenerli a scambiare qualche battuta. La polizia altresì si trovava costretta ad indugiare nel suo intervento, dovendo prima riprendersi dal nostro inaspettato dispiegamento, e poi al momento dell’intimazione del fermo trovarsi alquanto imbarazzata con attorno una schiera di cittadini, fatti attoniti e riluttanti da quel suo procedere contro pacifici e rispettosi dimostranti quali noi eravamo. Poi comunque consentivamo a lasciarci andare ancora una volta alla trafila del fermo che vi ho descritto per le prime manifestazioni, soddisfatti stavolta di avervi potuto dare un minimo inizio.
Ma c’era bisogno per noi di non stare più a quel gioco, così tanto scorretto. Troppo comodo e facile era per la polizia di stroncare la manifestazione sul nascere, e per noi poco utile sprecar energie, oltre che tempo e denari, a quel ridotto livello. Decidemmo pertanto di passare ad un terzo stadio di azione, che comportava la renitenza a sottostare volontariamente al fermo ingiustificato – tanto più che nel frattempo eravamo stati assolti nel primo dei processi intentatici dalla polizia.

Cosa dunque faceste? Che cosa vi accadde?
Organizzammo per una stessa giornata, e nel medesimo posto, due manifestazioni separate tra loro di alcune ore. All’inizio del mattino, ancora deserto di passanti, quattro dimostranti solitari si presentarono in piazza senza esporre alcun cartello, subito abbordati da alcuni funzionari della questura da noi preavvertita. All’accenno dei dimostranti ad iniziare la manifestazione, ecco scattare l’immancabile denuncia. La cosa venne a risultare d’una arbitrarietà talmente plateale che – per dirla in breve – quella questura ebbe a ricordarsene. Infatti nel conseguente processo, che fu ovviamente di assoluzione, il giudice non si limitò a smentirne l’operato, ponendone altresì in evidenza il ridicolo.
Poche ore dopo, preavvisata la questura che saremmo comunque tornati senza tregua a manifestare nella stessa piazza di prima, un altro gruppo di dimostranti entrò in azione, nell’ora di punta del mezzogiorno, disponendosi tranquillamente a sedere sul piedistallo del monumento al centro della piazza, ed esibendo alcuni cartelli che riproducevano gli articoli della Costituzione sulla libertà di manifestazione. Furono subito attorniati da un drappello di agenti in divisa, a loro volta attorniati da un nugolo di curiosi. Gli agenti, dopo vani tentativi di farli allontanare, vi desistette: la situazione era talmente tranquilla ed attraente, che la folla non se ne dava per inteso. Addirittura una ragazza venne a sedersi accanto ai dimostranti, e contro le intimazioni degli agenti a scostarsi da lì, vi persistette dicendo che non ne vedeva il motivo da pacifica cittadina qual’era e che quei dimostranti le erano simpatici. Così il tempo passava, col comandante delle forze dell’ordine che non sapeva che fare, di fronte all’inatteso rifiuto dei dimostranti al suo ordine di sgombero, a cui essi rispondevano che vi avrebbero senz’altro aderito, non appena fossero stati loro precisati i comprovati motivi richiesti dalla Costituzione. Ricordo ancora l’episodio di una persona che si trovava in prima fila nella folla accalcata intorno, e che all’indirizzo del dimostrante che si era così espresso gridò bravo!, e sporgendo il figlioletto che reggeva sulle spalle al di sopra di quelle degli agenti lo incitò a dire: “Stringi la mano al signore”, tra uno sgorgare di applausi.
Venne infine l’ordine superiore del questore di procedere al fermo con lo sgombero forzato. I dimostranti vi si erano ben preparati, sul piano fisico ed anche giuridico: abbandonarsi passivamente all’azione di sgombero non comporta per legge il reato di resistenza a pubblico ufficiale. L’inusitata operazione per i poliziotti viene a farsi alquanto complicata e psicologicamente intrigante. Ad uno ad uno i dimostranti, lasciatisi andar sdraiati inerti a terra, vengono strascinati per decine di metri al furgone di polizia ai lati della piazza, essi tranquilli e gli agenti sbuffanti, ai quali l’atteggiamento pacifico dei dimostranti e il clima altrettanto disteso e interessato che – come fosse uno spettacolo teatrale – s’era instaurato tra le centinaia di cittadini tutt’intorno, non dava appiglio alla loro più familiare e sbrigativa pratica di sgombero a base di manganellate.
Da quella dimostrazione che inaugurava il terzo grado di azione con la resistenza passiva al fermo, non avemmo poi più nessun impedimento a manifestare liberamente, perlomeno da parte della questura di Milano dove essa avvenne.

A un certo punto il Gan si scioglie… perché?
Soltanto nominalmente, non nella sostanza. Già durante il periodo delle sue azioni di piazza, il GAN aveva esteso la propria attività ad altri tipi e settori di iniziativa, che non comportavano le troppo usuali complicazioni poliziesche. In tal modo si dava agio ad una più ampia partecipazione ad esse di persone e associazioni simpatizzanti, allargando così l’interesse al lavoro più generale del Movimento Nonviolento, nel cui nome quelle iniziative venivano indette: campi di lavoro-studio-addestramento alla nonviolenza, convegni, seminari sulla nonviolenza, marce, eccetera.
Inframmezzate a queste, il GAN proseguiva peraltro nelle sue specifiche manifestazioni di piazza, che per la loro originalità e il positivo costrutto andavano suscitando un vivo interesse in diversi movimenti della contestazione. E al termine della serie di azioni dirette di cui abbiamo prima parlato, il GAN dismise definitivamente il suo nome ma ne mantenne lo spirito e il metodo, trasferendoli poco dopo ad un’altra modalità di azione diretta, quella delle marce antimilitariste, che suscitarono la partecipazione di centinaia di persone e di gruppi i più diversi, sospinti dall’entusiasmo di portarsi ora a più confacenti azioni dirette sullo stile di quelle del GAN, allontanandosi così dal disastroso tipo di manifestazione tendenzialmente turbolenta e rissosa corrente in quegli anni.

Già, le marce antimilitariste…un’altra stagione straordinaria… puoi farcene almeno un cenno?
Poiché in questa chiacchierata vi interessa eminentemente parlare dell’azione diretta, non starò a dilungarmi sui tant’altri aspetti di quelle marce, di grande valore educativo: sia nei riguardi delle migliaia di cittadini che le marce (ciascuna della durata dai 10 ai 15 giorni) nei loro vari momenti della giornata ti davano la possibilità di avvicinare, cittadini tra i più diversi che, attratti da quell’originale tipo di manifestazione pacifica e dialogante, vi trovavano ogni agevolezza, anche se dissenzienti dalle idee dei marciatori, di colloquiare con loro in modo semplice e franco, contenti di vedersi inseriti in quell’ambiente civile e democratico in cui poter esprimere come mai pubblicamente le proprie idee, fuori dalle lambiccate astruserie dei loro vertici politici e confessionali; educative le marce per le stesse forze dell’ordine, che dalla disciplina nonviolenta dei marciatori e dal grande interesse e simpatia della popolazione che li attorniava, erano condotte a rimanere sul piano per esse più dignitoso di effettive garanti dell’ordine pubblico democratico che non su quello più abitualmente repressivo; ed educative pur anche le marce per gli stessi accaniti oppositori di destra, ripiegati a riflettere sullo smacco di inerzia e di silenzio cui veniva ad approdare il loro programmato intento di far naufragare le marce attraverso l’arma consueta della vociferante provocazione e dello scontro violento.

Vuoi dirci qualcosa di più proprio a quest’ultimo riguardo?
Ma sì, per finire, vi cito uno soltanto tra i moltissimi episodi, avvenuto durante una marcia in quel Friuli-Venezia dove da tempo si distinguevano gruppi di giovani della destra fascista notoriamente dediti alla provocazione ed alla aggressione nei confronti degli avversari di sinistra.
Al termine della camminata giornaliera di una ventina di chilometri i marciatori si erano seduti compostamente in terra al centro della piazza principale di Codroipo, in attesa di iniziare il loro consueto comizio-dibattito con la popolazione. A un lato della piazza, affollata di paesani, vi era già ad accoglierli un folto manipolo di baldi fascisti, e ingenti forze dell’ordine attruppate al lato diametralmente opposto. In questo spazio della piazza così sgombro, i fascisti ebbero campo e agio di esibirsi a lungo contro i marciatori con urla, insulti, minacce, lancio di uova e ortaggi.
Insulti e minacce venivano tranquillamente ricambiati dai marciatori con ampi sorrisi, e i pomodori accolti e perfino sollecitati con applausi, così ristoratori com’erano della sete patita nella lunga camminata della giornata. Di più, i marciatori invitavano civilmente i fascisti schiamazzanti a prendere la parola all’altoparlante della marcia, dove potevano più distintamente esprimere al meglio e quanto volevano le ragioni del loro dissenso. Ma, poverelli, educati com’erano a poco più che alla gazzarra e alla rissa, non seppero fare null’altro che continuare a prodursi in quella loro penosa esibizione, sempre speranzosi di farne sprigionare in qualche marciatore anche soltanto un guizzo esasperato che accennasse ad un gesto di sfida, con finalmente l’atteso pretesto di scatenarsi al loro beneamato scontro violento.
La gazzarra fascista incalzava da oltre mezz’ora, con le forze dell’ordine sempre immobili all’estremità della piazza – i loro comandanti occupati a scambiare gioviali battute con gli stessi fascisti tra i quali si erano amichevolmente ritrovati fin dall’inizio. Ma all’opposto di quanto sperato, l’intera indecorosa provocazione venne alfine a miseramente sgonfiarsi. In un momento di particolare tensione, il coordinatore della marcia riuscì a farsi sentire in tutta la piazza parlando scanditamente dal proprio altoparlante. Disse prima di voler tralasciare il fatto delle forze dell’ordine lì immobili a non bloccare com’era loro dovere la chiassata fascista, che comunque per quanto fastidiosa poco caleva alla tenuta pacifica dei marciatori; poi – rivolto particolarmente alla folla di cittadini che attentamente continuavano a sostare agli angoli della piazza – li invitò a ben osservare peraltro come l’assurda disposizione dei poliziotti schierati alle spalle dei marciatori lasciava completamente libero il campo ai fascisti di far precipitare la situazione da un momento all’altro verso un possibile tafferuglio da cui anche un parapiglia generale. Talmente plateale venne a risultare la tolleranza e quasi la compiacenza poliziesca alla provocazione in corso, che il comandante degli agenti dovette alfine risolversi a farli schierare di fronte al gruppo dei fascisti – che si trovarono ridotti a zittirsi e a rodersi in un ghetto di sovrana inettitudine. Prese quindi avvio senza più alcun disturbo il comizio-dibattito, con un concorso eccezionale di pubblico.

È tempo veramente di concludere, non vi pare? A voi di aggiungere un qualche altro possibile capitolo all’esperienza del GAN, che, persuasi come siete della sua attuale validità, vi interessa riproporla anche alla approfondita considerazione dei presenti movimenti della contestazione globale, impegnati nella possibile attuazione di una società un po’ più umana e civile, più di pace, di nonviolenza.

(Intervista a cura di Pasquale Pugliese e Luca Giusti)

Fundacja Progranicze
Premio Langer 2004

Pogranicze, Grenzland, Terra di confine, Borderland. E’ una Fondazione sorta nel 1990 a Sejny, una cittadina di seimila abitanti situata nel nord-est della Polonia, nei pressi del confine con la Lituania, un crocevia di popoli, religioni e antiche tradizioni. E’ stata creata da un piccolo gruppo di animatori culturali che aveva partecipato attivamente all’attività clandestina di Solidarnosc negli anni ’80 e che, in questo luogo apparentemente periferico, ha avviato un lavoro minuto e paziente di ricostruzione delle memorie dimenticate o negate. Per questo la scelta di andare ad abitare, vincendo consolidati pregiudizi, nel quartiere ebraico della città distrutto (che raccoglieva prima della guerra il 30% della popolazione), di far rivivere – loro non ebrei – la vecchia sinagoga bianca, di ridare spazio alle tradizioni tzigane e di vecchi credenti ortodossi, di ricostruire le tracce di ormai piccole minoranze le cui propaggini arrivano in Bielorussia, Ucraina, Lituania e nella regione russa di Kaliningrad.
Dopo un lungo lavoro di ricerca, insegnamento, formazione artistica, teatrale e musicale, Pogranicze è divenuto negli anni un importante punto di riferimento, soprattutto in Europa Centrale e Orientale (ma anche Bosnia, Kossovo, Macedonia, Albania, Transilvania, Bukovina), per associazioni e istituzioni che si pongono il problema di contrastare ricorrenti tentazioni nazionaliste, razziste e antisemite.
Ne sono testimonianza e strumento il Centro di documentazione sulle arti culture nazioni, la Scuola europea, il Café Europa in cui si incontrano e si confrontano artisti ed intellettuali, il Centro Teatrale e la Band di musica Klemzer arrivata alla terza generazione, una Casa editrice e la Rivista “Krasnógruda” che prende il nome da una vicina località dove è situata una casa di campagna loro donata dal premio Nobel per la letteratura 1980 Czestaw Milosz , loro amico e padre spirituale, dove intendono costruire un Centro internazionale per il dialogo tra le culture.

Pogranicze mette al centro della sua attenzione il tema della frontiera, intorno alla quale ruota la storia della Polonia, invaso e spartito più volte, paese dai confini sempre mobili e incerti, spostati di alcune centinaia di km più a ovest dopo la seconda guerra mondiale, subendo i traumi di massicce migrazioni e reinsediamenti di popolazioni. Partiti o espulsi la maggior parte dei tedeschi ad ovest, dei bielorussi ed ucraini a est, trasferiti i polacchi dalle terre orientali della Polonia cedute all’Unione Sovietica verso quelle occidentali “riconquistate” dalla Germania, massacrati o dispersi la quasi totalità degli ebrei, ne era risultato un paese di grande omogeneità etnica, un fattore considerato in genere nelle cancellerie mondiali come portatore di pace e tranquillità.
Pogranicze ha voluto compiere il cammino inverso e si è andata a installare proprio in una zona di frontiera, seguendo il principio che la coesistenza di diversi popoli, tradizioni e credenze non rappresenta un problema o una difficoltà, bensì un potenziale occasione di arricchimento per tutti.
Per ulteriori informazioni: www.pogranicze.sejny.pl
E-Mail fundacja@pogranicze.sejny.pl  Tel.+ Fax 0048 87 516 27 65

Il Premio verrà consegnato a Bolzano il 4 luglio 2004 alle ore 10, nell’ambito della manifestazione internazionale “Euromediterranea” dedicata all’”Europa dei 25, esempio Polonia”.
Saranno presenti i membri della Direzione e Fondatori di Pogranicze Krzysztof Czyzewski, Malgorzata Sporek-Czyzewska, Bozena Szroeder, Wojciech Szroeder, accompagnati della Klezmer Band di Sejny.,

Il presidente: Helmuth Moroder

Il Comitato scientifico e di Garanzia della Fondazione Alexander Langer Stiftung che ha deciso dell’assegnazione del premio è composto da Renzo Imbeni (presidente), Gianni Tamino (Vicepresidente), Anna Bravo (relatrice), Ursula Apitzsch, Patrizia Failli, Annamaria Gentili, Liliana Cori, Pinuccia Montanari, Margit Pieber, Alessandra Zendron

 

Obiezione di coscienza e nonviolenza arrivano in Cina sulla cattedra dell’università, 15 anni dopo Tienanmen

E’ ormai quasi ovunque sempre più difficile riuscire a formare coscienze libere di esprimersi e in grado di opporsi all’omogeneità di pensiero, di azione e di parola. Questo è ancora più vero in un paese come la Cina, paese dalle forti contraddizioni politiche ed economiche, repubblica popolare a libero mercato, di contadini e di megalopoli ormai in grado di competere con la grande mela statunitense, di ricchi e di poveri disoccupati, ma soprattutto anche tristemente famosa per gli atti di censura dell’informazione, per le denuncie per violazione dei diritti umani, sia verso cinesi che verso i tibetani, in particolare monaci.
Quando anche l’educazione viene monopolizzata da un pensiero monolitico allora è difficile potere parlare di libertà di coscienza.
Questa riflessione nasce e si rafforza di fronte ad una lettera ricevuta da Howard Clark della War Resisters International (l’Internazionale dei resistenti alla guerra, di cui il Movimento Nonviolento è sezione italiana).
Parla di un suo viaggio in Cina per tenere delle lezioni al Dipartimento di Storia dell’Università di Nanjing insieme al direttore del Centro Studi per il Perdono e la Riconciliazione dell’Università di Coventry.
Le lezioni hanno avuto al centro due temi: obiezione di coscienza e strategia politica nonviolenta.
L’obiezione di coscienza è stata analizzata ponendola in relazione alle catene di comando/obbedienza che sono implicate nei crimini di guerra.
Il professore ha poi fatto dividere gli studenti in piccoli gruppi e ha fatto loro preparare dei discorsi sia di difesa che di accusa, per la corte marziale, per Camilo Mejia, il disertore statunitense, che ha ricevuto la scorsa settimana una sentenza di detenzione per un anno. Howard Clark sottolinea come nessuno avesse sentito parlare di questo caso.
I discorsi degli studenti si sono focalizzati, per quanto riguarda l’accusa, su quanto intollerabile fosse che qualcuno potesse cercare di indebolire la volontà dell’esercito e del bisogno dello stato di avere la piena autorità in tempo di guerra.
Per quanto riguarda invece la difesa gli studenti si sono concentrati sull’illegalità dell’occupazione in Irak e sulle attività criminali menzionate da Mejia in un’intervista su un giornale fatto circolare in aula.
Clark evidenzia come la difesa non abbia cercato di sostenere che la libertà di coscienza fosse un diritto anche in tempo di guerra, sebbene avesse spiegato il concetto di obiezione di coscienza e, grazie all’ufficio dei Quaccheri delle Nazioni Unite di Ginevra, avesse anche distribuito la versione in cinese dell’ultima risoluzione sull’Obiezione di Coscienza della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
Per affrontare il tema dell’azione nonviolenta è stato mostrato ad una classe una parte del film di R. Attenborough su Gandhi riguardante la marcia del sale.
Il professore riferisce che nessuno l’aveva visto prima e che tra tutti i dvd in vendita non c’era, anche se certamente c’erano documenti nel 1989 che rivelavano come questo film avesse inspirato gli studenti di Tienanmen.
Gli studenti di Nanjing fanno fatica ad apprendere ed assimilare il concetto di libertà di coscienza e di azione nonviolenta anche se così intimamente connesso ai drammatici avvenimenti di piazza Tienanmen, importante pezzo di storia cinese, ma allo stesso tempo, come sottolinea ancora Clark, “vedono come poco più di un gioco” il training militare che al primo anno di studi hanno come obbligatorio. C’è anche chi vede come un onore e un’ opportunità essere chiamato nell’esercito, ad ormai trent’anni, per portare avanti una propria specializzazione tecnica o artistica che sia, e chi, come i contadini poveri, ne vedono un allettante impiego.
Quanto riporta Clark della sua esperienza in aula in un università cinese, in uno dei posti più colpiti dai massacri giapponesi del 37-38, in cui quindi la nozione di crimini di guerra dovrebbe essere familiare e ben impressa nelle menti e nei cuori delle persone, ancor più di chi studia ad un Dipartimento di Storia, fa riflettere molto sull’importanza che la memoria storica può avere nel rendere critiche e libere le menti, soprattutto quelle dei giovani.
Ma quando la memoria e gli eventi storici vengono rimossi, cancellati o se ne vieta la possibilità di leggerli da differenti punti di vista, allora diviene fondamentale sostenere progetti educativi, come quelli promossi da WRI e dal Centro per la Riconciliazione e il Perdono, che portano studenti a ragionare sulla possibilità di potere obiettare ad ordini imposti che si scontrano con la coscienza individuale e sulla possibilità di adottare metodi nonviolenti di lotta per potere sostenere quel diritto ad obiettare.
Ancora di più lo diventano in una Cina in cui, come un documento presentato a Bruxelles dal coordinatore di Amnesty International Robert Parker1 ricorda, “la situazione dei diritti umani presenta ancora un quadro terrificante: centinaia di migliaia di persone continuano ad essere arrestate in tutto il paese, in violazione dei fondamentali diritti umani; condanne a morte ed esecuzioni hanno luogo regolarmente al termine di processi irregolari; i maltrattamenti e le torture sono tuttora diffusi e sistematici; la libertà di espressione e di informazione resta fortemente limitata…decine di persone si trovano ancora nelle carceri cinesi a seguito della brutale repressione abbattutasi nel giugno 1989 su chi manifestava per chiedere riforme politiche… Solo due settimane fa, tre esponenti delle “Madri di Tiananmen” (un gruppo di oltre 130 famiglie delle vittime della repressione del 1989) sono state tenute arbitrariamente agli arresti per diversi giorni. Le autorità cinesi continuano a ignorare le richieste di indagini esaurienti e imparziali sui fatti del 1989. Chi sostiene queste richieste o critica il comportamento delle autorità, anche solo via posta elettronica o su siti internet, viene mandato in galera”.
Parlare di obiezione di coscienza e di nonviolenza può essere utopia in contesti in cui il forte senso dell’autorità e dell’obbedienza così inculcato e radicato fanno sì che una persona non le contempli nemmeno come possibili “agire”, perché non pensa di potere nemmeno avere il diritto ad esercitarle. Educare e fare vedere altre realtà può essere forse la risposta.

(Traduzione e adattamento a cura di Giulia Allegrini)

Se mio figlio fosse vivo….
di Ding Zilin *
… Allora aveva solo 17 anni…Quella notte é uscito da casa, determinato più che mai…Non é più tornato. “Se cadrai prenderemo il tuo posto!” Questo era lo slogan che i ragazzi gridavano per appoggiare gli studenti in sciopero della fame. Era il 17 maggio…Lui era nella prima fila, teneva lo striscione dell’Alta scuola dell’Università del Popolo. E poi é caduto, pagando con la sua giovane vita la coerenza ai propri ideali. La sera prima di uscire di casa mi disse: “Se tutti i genitori del mondo fossero egoisti come voi, che speranza avrebbe la nostra nazione?” Quello che noi adulti non osavamo fare, o per cui non volevamo assumerci la responsabilità, era ben saldo sulle spalle di questi ragazzi… Se oggi fosse vivo, credo che non smetterebbe di lottare per la libertà…E poi penso: cosa sarei io se mio figlio fosse ancora vivo? .…Oggi sono io ad essere ancora viva e per di più mi sono risvegliata dall’ignoranza e dall’apatia. Ho riconquistato la mia dignità a spese della vita di mio figlio. * E’ una delle madri dei ragazzi di Tienanmen, che lavora per tenere viva la memoria.
Premio Langer

Progetto – Scuola

Regione: KHAM-Tibet (Qinghai-Cina)
Distretto di Nangchen Dzong, contea di Yushu.

Vogliamo aiutare la popolazione di due villaggi, Pathaka e Jamar: i Druk-Pa; sono pastori semi nomadi che a causa dei rapidi cambiamenti climatici ma anche politici stanno diventando stanziali.
Ci sono almeno 700 bambini che in futuro avranno bisogno di una scuola che in questa zona non è mai esistita. Cominciamo con una scuola residenziale per 100 bambini. La selezione è fra i più poveri e gli orfani. Vivranno nella scuola per 10 mesi all’anno. E per questo dobbiamo sostenere anche i costi di funzionamento, il personale insegnante e staff che vivrà lì, oltre ai costi di mantenimento dei bambini. Abbiamo il permesso delle autorità cinesi e la loro approvazione.
Il progetto un costo totale di 44.000 €. Abbiamo già raccolto ed inviato 24.000 €. La costruzione è iniziata nell’autunno 2003. Entro il primo di Luglio la scuola inizierà la sua attività, come da regolamento del Governo Cinese. Stiamo inviando un nostro rappresentante, Dhondup Tsering, in loco e dobbiamo raccogliere, prima dell’inverno, 10.000 €, per garantire il pagamento della manodopera che ha contribuito alla costruzione, del personale fisso che ci lavorerà, l’acquisto dei rifornimenti e provviste, vestiti e altro materiale didattico. In seguito organizzeremo una campagna di adozioni a distanza per garantire il mantenimento di tutte le attività. Lanceremo anche una campagna acquisti per un gregge di yak, in modo da fornire il fabbisogno annuo di burro alla scuola.

Per maggiori dettagli contattate Mirta Bonometti, 3400864487 o 0471 810540 oppure mipam4000@yahoo.it

c/c 000301027093 intestato a “HIMALAYAN SEEDS”
RAIFFEISENKASSE di Ora (BZ) Italy
IBAN: IT 080 08033 58670
SWIFT-BIC RZSB IT 21104

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Quando i diritti non entrano nel carrello

Periodicamente, alcune associazioni denunciano il comportamento poco elegante o, a volte, scorretto tenuto da Coop nello svolgersi della sua attività. Coop Italia, ricordiamolo, è il più grande distributore commerciale nel nostro paese. Nei suoi scaffali viene ospitato circa un quinto di tutta la merce venduta nei supermercati, ed assieme ad altre cinque aziende (Auchan-Rinascente, Esselunga, Carrefour, Metro e Conad) detiene più del 90% del mercato della distribuzione.
A volte, per sapere come una situazione potrebbe evolversi (o degenerare) in futuro, basta volgere lo sguardo oltreoceano e studiare cosa accade negli Stati Uniti, dove la vox populi sostiene che “laggiù sono sempre dieci anni avanti”. Ebbene, negli USA l’analogo della Coop si chiama Wal Mart, e risulta di gran lunga la più grande azienda del mondo, con un fatturato superiore a quello di colossi come Exxon, General Motors, General Electric, Microsoft e del PIL della Svezia.
Partito con una drogheria nel 1950 in Bentonville, un paesino di 20 mila anime dell’Arkansas, mr. Sam Walton ha portato la sua creatura ad aprire 4.500 supermercati ai quattro angoli della terra. Ecco i numeri da capogiro di questo moloch del capitalismo: un milione e mezzo di dipendenti, quanti ne ha il più grande datore di lavoro in Italia (il Ministero dell’Istruzione); diecimila aziende che producono, nel mondo, per i suoi megastore; nel solo 2002 ha importato merci prodotte in Cina per un valore di 12 miliardi di dollari, il 10% di tutte le importazioni americane da quel paese (sale al 14% per il Bangladesh). Nei suoi punti vendita passano 138 milioni di consumatori alla settimana, per comprare il 32% dei pannolini e il 26% dei dentifrici, il 20% di video e cd e il 15% dei libri venduti in America. Il suo impegno nella vendita può garantire il successo o fallimento di qualsiasi prodotto, tanto da vantare il titolo di “guardiano morale”, per aver chiesto e ottenuto da Hollywood versioni ripulite dei prodotti culturali.
A che prezzo l’azienda è riuscita ad ottenere questi risultati? Per diventare uno dei suoi fornitori e aggiudicarsi così gigantesche ordinazioni, bisogna sottostare a inflessibili richieste di costi bassi, così bassi da rendere impossibile l’uso di mano d’opera occidentale. I concorrenti che non si adeguano a questa politica sono destinati a chiudere: la Safeway, la più grande catena di supermercati alimentari a ovest del Mississipi, per difendersi dalla concorrenza della Wal-Mart ha deciso di ridurre l’assistenza sanitaria dei suoi dipendenti. Figuriamoci i piccoli spacci di quartiere.
La Wal-Mart paga i dipendenti, in media, 14 mila dollari, contro i 18 mila dei concorrenti e i 15 mila che il governo ha posto come “linea della povertà” per una famiglia con tre persone. Lo scorso ottobre gli agenti federali hanno fatto irruzione in 61 ipermercati americani e circa 250 lavoratori clandestini sono finiti in manette, dopo avere lavorato 60 ore alla settimana, pagati sei dollari l’ora, senza un giorno di vacanza, senza straordinari, senza assicurazione sanitaria, senza contratto.
Naturalmente, tra gli scaffali del colosso i sindacati sono visti come un segno di infelicità (parole della portavoce) e quindi da contrastare, nonostante la presenza di misure anacronistiche come il lock-in, la chiusura a chiave dei dipendenti del turno di notte all’interno degli stabilimenti. Una strategia volta, ufficialmente, a minimizzare i rischi di rapine, ma anche i furti da parte dei lavoratori, nell’unico paese del mondo industrializzato dove chi sciopera può essere sostituito da altri assunti a termine.
Wal Mart tutela semplicemente, secondo la dottrina attualmente prevalente, gli interessi dei consumatori USA (ed i propri) «ovunque essi si trovino», e non a caso risulta sostenitrice della campagna 2004 di Bush con 850 mila dollari (contro i 150 mila destinati ai democratici). Nessuna attenzione al tessuto sociale nel quale opera, all’impatto degli iperbolici consumi americani sulle risorse mondiali, alle condizioni di vita dei suoi lavoratori.
Non è detto che noi italiani non avremo mai a che fare con questi signori: da tempo infatti si vocifera di un interessamento dei “Walmartiani” per Esselunga. E per non trasformarci tutti quanti in Walmartirizzati, forse è meglio se cominciamo ad apprezzare il comportamento dialogante di Coop, che pur con tutti i suoi limiti, ha permesso in passato la vittoria in diverse battaglie del mondo alternativo.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Aggressività e rabbia come richieste di aiuto

Un alunno ha preso in giro verbalmente una compagna, che ha reagito chiudendolo in un angolo e spingendogli contro più volte con violenza lo spigolo di un banco e così ha continuato finché l’insegnante non l’ha bloccata. A quel punto la bambina si è messa ad urlare e si è chiusa in bagno colpendo a calci e pugni tutto ciò che le stava intorno. Dopo aver atteso che si calmasse, l’insegnante ha chiesto all’alunna, da sola senza la presenza di altri compagni (che in quel momento non tollerava), di riflettere sull’accaduto.
Lavorando su questa situazione, raccontata dalle insegnanti come tutte le situazioni di conflitto o aggressività riportate in questa documentazione, le insegnanti hanno sottolineato la difficoltà di trovare delle motivazioni a questa esplosione di aggressività e la difficoltà di poter lavorare con i bambini dopo il litigio perché entrambi pensavano di essere dalla parte della ragione.
A questo proposito possiamo sottolineare come la reazione di rabbia “esagerata” possa rappresentare l’espressione di un’emozione nata da un’altra parte, che il bambino non riesca ad affrontare. “Spesso la rabbia, l’irritazione e l’aggressività da parte di bambini e adolescenti insorgono quando i loro bisogni non vengono soddisfatti, quando le loro attese e i loro obiettivi non vengono raggiunti. Se l’aggressività non può essere sfogata contro ciò che realmente l’ha provocata, si può arrivare ad una reazione aggressiva contro persone o cose che non c’entrano assolutamente”. R. Portmann
Il primo passo quindi è quello di provare ad attribuire un significato al comportamento, per poi provare ad utilizzare modalità di intervento che da una parte permettano al bambino l’espressione dell’emozione in maniera non distruttiva per sé e per gli altri, ma al tempo stesso gli diano strumenti per non sentirsi “impotente” di fronte alla situazione che ha causato la sua aggressività.

L’EDUCAZIONE AI RAPPORTI,
LA VALORIZZAZIONE

La situazione che mi crea sempre difficoltà è quella in cui un bambino/a si lamenta della non amicizia di un compagno/a.
Solitamente succede nelle prime classi oppure rispetto ai nuovi inserimenti, per cui i bambini oltre alla nuova realtà, devono affrontare anche la difficoltà di non avere relazioni.
E’ successo ultimamente che una bambina abbia scambiato per amicizia la normale disponibilità di qualche compagna che, nei primi giorni di inserimento si era maggiormente attivata per coinvolgerla: pensava perciò di poter avere un legame duratura; alla scoperta che così non era la sua reazione è stata violenta in più episodi ed io mi sono trovata spesso in difficoltà, perché non vedevo soluzioni a breve termine. Il mio intervento si è limitato a stimolare il rispetto reciproco, ma sono consapevole che la bambina in questione ha sofferto molto….

Le radici per una gestione dei conflitti positiva si trovano in alcune caratteristiche dei rapporti tra le persone che i percorsi di educazione ai rapporti cercano di sostenere: la conoscenza tra i bambini, la fiducia in sé e negli altri, la valorizzazione di sé e degli altri, l’ascolto e la cooperazione.
Nella situazione sopra riportata traspare una possibile causa dei comportamenti aggressivi, che sembrano essere una risposta a vissuti di solitudine e isolamento.
La scelta di lavorare con i bambini, attraverso attività specifiche, sulla valorizzazione reciproca può contribuire a creare relazioni positive tra compagni che diminuiscono il livello di tensione presente nella classe e rendono non necessario il ricorso a comportamenti aggressivi per potersi “affermare” e sentirsi riconosciuti dagli altri. Come scrive la Portmann “una positiva autostima ridimensiona le paure e le insicurezze, riducendo con ciò anche la tendenza al comportamento aggressivo… Dare la possibilità, sia pure con cautela, di fare nel gioco l’esperienza del proprio valore e di sviluppare l’autostima, è perciò una misura importante per la riduzione del comportamento sociale aggressivo”.

Le valutazione delle insegnanti che hanno proposto nelle loro classi le attività di valorizzazione sono state positive: “Il fiore personale è andato bene. I bambini chiedevano di potersi esprimere… E’ stato utile, come insegnanti abbiamo documentato tutti gli apprezzamenti positivi che hanno fatto… E’ stato fatto l’ultima ora, nelle attività di educazione al benessere. E’ legato al cosa fare per stare meglio insieme.”

Stefania Gavin

2° parte – continua

L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
In bici da tutta Europa sulla strada della Palestina

Londra – sabato 14 agosto 2004, ore 13: una comitiva si mette in marcia da Trafalgar Square. Attraverserà l’Europa per incontrare a Firenze altri due gruppi, partiti da Oslo e Madrid. Con loro discenderà l’Italia fino all’imbarco per la Terra Santa.
Le affinità con i pellegrini finiscono qui: spazio alle più diverse culture e religioni: Mussulmani, Ebrei, Cristiani..; spazio a nuovi mezzi e fini: pedalare attraverso le capitali e coinvolgere altre persone per un tratto di strada o fino alla meta; magari solo per una sera di festa per gridare insieme che credono nella pace e nella giustizia per tutti i popoli del Medio Oriente; che la vogliono agire in prima persona. Una sfida dentro di sè e insieme agli altri… prendendosi il tempo (sei settimane) per aprirsi alle differenze, per attivare cicli di pace e portarli dove c’è la guerra.
“Ogni atto di violenza conduce a un altro atto di violenza come ogni atto di pace conduce a un altro atto di pace. End the cycle of violence. Join the cycle for peace”; questo il forte appello; e forte è stata la risposta, da diversi credo politici e religiosi: The Palestine Solidarity Campaign, The International Solidarity Movement, The Muslim Association of Great Britain, The Holy Land Trust in Bethlehem, The Annur Youth Association in Bethlehem, Arab Media Watch, Al-Awda Right of Return Coalition, Jews Against Zionism, The Coalition for Palestine.

Una visione: il viottolo oltre il muro
Immaginiamo il gruppo attraverso la West Bank, le città e i villaggi palestinesi, fino a Gerusalemme e oltre, alla Manger Square di Betlemme. Cercare i varchi tra i muri delle case distrutte, senza protezioni, in sella a disarmanti biciclette. Lenti e con i pori bene aperti ai minimi segni di speranza. Soavi così da non stancarsi per la strada ancora lunga. Profondi, per saper accogliere la sofferenza e il pericolo di morire per ciò in cui credono, senza pensare nemmeno per un momento di uccidere né ferire altri per esse. E se non basta ancor più lenti, più soavi e più profondi finchè non si riuscirà a sovvertire muri e guerre, a raggiungere questa pace urgentissima per i popoli palestinese ed ebreo e per tutto il mondo.
Sperando di non forzare troppo gli organizzatori, evidenziamo un simbolo che sia un buon viatico: la strada unisce ciò che è distante; il muro divide ciò che è vicino; il viottolo trova il varco tra i muri, riavvicinando ciò che può essere vicino.

Come aderire
Il sito Internet dell’iniziativa www.thepeacecycle.org cerca volontari interessati a pedalare o a impegnarsi in: preparazione del percorso, pubblicità, copertura mediatica, accoglienza e ospitalità, organizzazione eventi (i cui proventi saranno interamente devoluti al popolo palestinese visto che l’organizzazione è su base volontaria)
Contattare per l’Italia Assopace ( assopace.nazionale@assopace.org ) (per Genova e La Spezia giustiluc@libero.it  ) o direttamente direttrice e coordinatore del Tour: Laura ( ThePeaceCycle@aol.com tel.07941056616); Bryan (brian.thepeacecycle@ntlworld.com  tel.07866 754270).
Per l’Italia al momento segnaliamo le seguenti tappe: 28/08: gruppo3 Sestri – La SPEZIA; 29/08: gr.1 Parma – BOLOGNA; gr.2 Padova – BOLOGNA; gr.3 La Spezia – LUCCA; 30/08: gr.1/2 Bologna – PRATO (incontro) – FIRENZE; gr.3 Lucca – PRATO – FIRENZE; 31/08: tutti a Firenze; 1/9 Firenze-Motepulciano; 2/9 Montepulciano-Viterbo; 3/9 Viterbo-Roma; 4/9 pausa; 5/9 Roma-Frosinone; 6/9 Frosinone-Cassino; 7/9 Cassino-Campobasso; 8/9 Campobasso-Foggia; 9/9 Foggia/Bari; 10/9 Bari/Brindisi; 11/9 Brindisi-Ferry boat.

Tecniche – la marcia in bicicletta: tipica della marcia di più giorni è la gradualità con cui ci si avvicina alla meta preparando poco a poco il terreno alle fasi finali, dove il conflitto agisce, latente o emerso: la progressione di una campagna nonviolenta.

Gene Sharp, nella dettagliatissima elencazione di applicazioni della modalità “corteo” compresa tra pag.50 e 54 del volume 2 del suo “Politiche dell’azione nonviolenta” cita varianti come la “sfilata motorizzata”, sempre meno diffuse, proabilmente per gli stessi motivi (emergenza ecologica ed energetica) per cui stanno prendendo piede i cortei e le marce in bicicletta, che Sharp non annovera, a conferma che la nonviolenza attiva è prassi che si rinnova nel tempo.

Su AN di marzo dello scorso anno questa rubrica rilanciava le biciclettate nonviolente in fila indiana di Reggio Emilia come variante locale della modalità corteo.
Nel numero dello scorso maggio avevamo detto di come la formula della rete di biciclettate locali convergenti e appoggiate alla ferrovia potesse funzionare anche a livello nazionale.
In questo numero sottolineiamo come la tecnica funzioni anche a livello internazionale. Speriamo che ciò possa rispondere alle esigenze di un movimento (e di un’Unione) europei che sappiano davvero preparare la pace durante la pace.

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Campagna “Tesorerie Disarmate” rivolta agli enti locali per la pace

Rete di Lilliput promuove una campagna di pressione per l’inserimento nei prossimi bandi per le gare d’appalto per le tesorerie degli enti locali e pubblici non territoriali di una voce relativa al finanziamento del commercio di armi.
La Campagna “Tesorerie Armate” è rivolta in particolare verso quegli enti locali d’Italia che da diversi anni compiono dichiarazioni ed azioni concrete volte al sostegno dell’ideale della pace.
Rete di Lilliput è convinta che un’azione efficace per cancellare la guerra dalla storia sia l’interruzione dei canali attraverso i quali le armi dai Paesi industrializzati, nei quali vengono prodotte, arrivano nelle zone di conflitto, finendo nelle mani di governi belligeranti, fazioni o, peggio ancora, gruppi terroristici. Autorizzati dalla legge italiana, diversi istituti bancari operanti sul territorio nazionale offrono i loro servizi ad imprese e governi coinvolti in questo mercato. Certamente il comportamento delle banche, pur essendo legale, non può definirsi moralmente virtuoso. Come cittadini attenti riteniamo che le nostre istituzioni, amanti della pace, dovrebbero intrattenere rapporti di servizio con enti che il meno possibile si muovono in direzione contraria rispetto allo spirito che anima le istituzioni stesse. Crediamo, inoltre, che gli enti pubblici abbiano il dovere e l’onore di promuovere gli ideali dei cittadini anche nell’impresa privata.
La proposta si sostanzia nell’inserire una voce relativa al finanziamento del commercio di armi, nei prossimi bandi per le gare d’appalto per le tesorerie comunali, provinciali e, per quanto di loro competenza, degli enti pubblici non territoriali.
Iniziative analoghe sono già realtà in alcune parti d’Italia. Il comune di Pavia, per esempio, nel bando per la tesoreria comunale (periodo 1/1/2004 – 31/12/2007) ha inserito tra i criteri di aggiudicazione il seguente punto:
Volume transazione bancaria in materia di esportazione – importazione e transito di materiale di armamento come definito dall’ art. 2 della legge 185 del 09/07/1990. Punti 3 a favore degli istituti di credito che nell’ultimo biennio (2001-2002) non abbiano effettuato transazione bancaria in materia di esportazione – importazione e transito di materiale di armamento come definito dall’art. 2 della legge 185 del 09/07/1990. Punti 0 per gli istituti di credito che abbiano effettuato transazione bancaria in materia di esportazione – importazione e transito di materiale di armamento come definito dall’art. 2 della legge 185 del 09/07/1990.
Rete di Lilliput confida nel fatto che l’idea qui presentata sia solo un primo passo verso una riconsiderazione del criterio dell’offerta “economicamente” più vantaggiosa. Tale avverbio non deve essere necessariamente interpretato in termini strettamente monetari.
Una amministrazione lungimirante potrebbe seriamente valutare l’opportunità di attribuire nelle gare per servizi economico-finanziari un maggiore punteggio per le offerte tecniche degli istituti di credito che concedono condizioni favorevoli di credito nei confronti delle piccole e medie imprese, dei soggetti non-profit o ad associazioni onlus e che considerano anche l’elemento della compatibilità ambientale come condizione necessaria per il finanziamento di attività ed iniziative. Nell’attribuzione dei detti punteggi dovrebbero essere considerati come elementi negativi: l’avere sede o appartenere ad holding con sede in Stati riconosciuti come paradisi fiscali, l’aver subito condanne per violazione dello Statuto dei lavoratori o delle norme anti-riciclaggio, per posizione dominante, per pubblicità ingannevole. Un’amministrazione attenta all’eticità delle proprie scelte economiche dovrebbe impegnarsi ad attivare i propri eventuali rappresentanti nei consigli di amministrazione delle fondazioni bancarie o società finanziarie allo scopo di sensibilizzare le stesse istituzioni in direzione di un’etica nel settore finanziario, nonché valutare la fattibilità tecnica di una campagna di sensibilizzazione al risparmio etico e di forme di sostegno dell’imprenditoria sociale.
Da registrare i primi risultati della Campagna “Tesorerie Armate” che nel Comune di Pavia ha dato vita a un bando di gara che comprendeva la voce relativa al finanziamento dell’esportazione di armi. Il bando approvato e una sintesi delle azioni avviate sono disponibili sul sito: http://nodi.retelilliput.org/pavia
Sul sito della Campagna “Banche Armate” www.banchearmate.it è invece scaricabile l’ordine del giorno e mozioni da sottoporre nei vari enti locali.

Andrea Trentini

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Faccio nonviolenza con un’armonica blues

Fabio Treves, armonicista milanese, nel 1974 ha dato vita alla Treves Blues Band, il gruppo storico del blues made in Italy. Da allora la TBB è arrivata ad essere supporter nei concerti di gente come Charlie Mingus, Peter Tosh, James Cotton, Stevie Ray Vaughan, Little Steven. Fabio Treves ha avuto l’opportunità di suonare assieme a musicisti come Mike Bloomfield, Alexis Korner, Gordon Smith, Eddie Boyd e addirittura con suo grande mito, Frank Zappa. La sua armonica è presente nei dischi di numerosi musicisti italiani: Branduardi, Bertoli, Finardi, Conte, Mina, Cocciante, solo per citarne alcuni. Fra i dischi più importanti della TBB vanno ricordati “Sunday’s blues” del 1988, “Jeepster” del 1999, “Blues again” del 2001. Quest’anno la TBB ha festeggiato i primi 30 anni di attività pubblicando “Bluesfriends”, con numerosi ospiti importanti come Chuck Leavell, Willy De Ville, Roy Rogers, Linda Gail Lewis e un’inedito documento storico con Mike Bloomfield. Il titolo è la sintesi del Treves-pensiero: semplicemente “amici del blues”, di chi ha voluto suonarlo, di chi lo ha amato, di chi ancora con tenacia lo diffonde, con la voglia di sentirsi parte di una musica bellissima e intramontabile…

Musicista,educatore, politico… dopo tanti anni di impegno personale a tutto campo, qual è il tuo punto di vista sulla nonviolenza?
Credo che sia un doveroso impegno di tutti, ma mi sembra che a volte, se non spesso, ci siano degli atteggiamenti “ideologici” travisanti, per cui paradossalmente si è “nonviolenti” quando “politicamente” fa comodo.. La nonviolenza è come il Blues, è un modo di vivere e di intendere i rapporti tra la gente di ogni parte del nostro mondo martoriato da guerre di interesse. Le guerre sono tutte brutte, il terrorismo è sempre devastante, sia di destra, di sinistra, di stato o religioso.

Grandi leader nonviolenti come Martin Luther King hanno sempre dato molta importanza alla musica, personaggi come Woody Guthrie hanno fatto musica dentro alle lotte popolari, sul banjo di Pete Seeger c’è scritto “questo aggeggio circonda l’odio e lo costringe alla resa”…
La storia del Blues lo insegna molto bene: il Blues è solidarietà, tolleranza e convinzione che si possa battere ciò che non va con una musica che ti entra subito dritta al cuore…e non è un caso che anche in quel film capolavoro che è i “BLUES BROTHERS”, contrapposti ai fratelli blues c’erano i neonazisti ariani che facevano la figura dei cretini…Quando anni fa c’erano fabbriche e scuole occupate, feste autogestite, chiamavano gruppi di Blues, non solo perchè eravamo d’accordo con gli organizzatori, ma perchè il Blues, nel suo spirito libertario, esprime il senso di nonviolenza allo stato puro…

Ci sono pezzi musicali che ritieni particolarmente significativi in questo senso?
Beh, molti brani di J.B.Lenoir, grande bluesman a cavallo degli anni 50/60 morto tragicamente in un incidente stradale, che ha scritto diversi brani contro la politica del governo americano e poi, ovviamente, i Blues di Leadbelly, detenuto/musicista degli anni trenta…insomma sono tanti quelli che oltre l’amore, la protesta, la droga, il lavoro hanno cantato la sofferenza, la guerra e la relativa depressione che ne è scaturita…

Nel 1987 ci siamo trovati insieme a coinvolgere il mondo musicale italiano in un’iniziativa antinucleare che non è riuscita a completarsi: tanti artisti importanti hanno dato la loro disponibilità, il referendum che ha bloccato il nucleare in Italia è stato vinto, ma il concerto “no nukes” italiano non c’è stato, per mancanza di sostegno soprattutto da parte degli ambienti politici. Oggi come vedi il mondo musicale nei confronti dell’impegno sociale e politico?
In America, pur non essendo così “politicizzati”, i musicisti anche famosi erano consapevoli dell’importanza sociale di un evento simile…qui da noi i musicisti impegnati spesso sono sconosciuti o molto pallosi, quelli famosi non rischiano certo la faccia per un concerto, ergo la nostra bella idea è rimasta lì, abortita. Forse oggi potrebbe riuscire con i moltissimi gruppi giovani, emergenti e di “rottura” con il sistema… ma ho i miei dubbi… la logica discografica e quindi del business non è cambiata con gli anni… basta vedere cosa è il concertone del 1° maggio… una coda discografica del Festival di Sanremo e nulla più…

E in questa situazione come si colloca Fabio Treves?
Sono rimasto il “polemico” di sempre, me ne rendo conto, ma secondo me la coerenza è alla base della vita di ogni individuo, anche per questo credo, tanta gente, musicalmente parlando, segue la TREVES BLUES BAND che ha sempre percorso a testa alta la strada del BLUES…

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Solo dal perdono nasce l’amore

IN MY COUNTRY
(GB) 2003
durata 99’
regia J. Boorman
scenegg. Ann Peacock
prod. J. Boorman
distrib. Lucky Red
interpreti: Juliette Binoche
Samuel L. Jackson

Sabato 15 maggio la FIFA ha assegnato l’organizzazione dei campionati del mondo di calcio del 2010 (i primi che si disputeranno in Africa) al Sudafrica. Le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato uomini bianchi e neri insieme che festeggiavano cantando e ballando nelle strade di Johannesburg, Pretoria, Città del Capo. Mi sembra questa una simbolica occasione, offerta dalla cronaca, per introdurre la frase di Nelson Mandela: «solo dal perdono nasce l’amore» che campeggia sui manifesti del film di John Boorman “In my country”, nelle sale dal 7 maggio.
Si potrebbe affiancare quest’altra frase «Senza giustizia, nessuna pace». Questi sembrano i cardini del film che narra la storia dell’incontro tra due giornalisti: il nero americano Langston Whitfield (Samuel L. Jackson) e la bianca sudafricana Anna Malan (Juliette Binoche), inviati a seguire, per i rispettivi giornali le udienze della Commissione di Riconciliazione Nazionale contro i crimini avvenuti durante il regime dell’apartheid. Questa commissione fu voluta, dopo la democratizzazione del Sudafrica dal presidente Mandela e dal vescovo anglicano Tutu (entrambi Nobel per la Pace).
È un film – diciamolo subito – necessario come lo fu a suo tempo Cry Freedom di R. Attenborough, sulla vita dell’altro leader nero Steven Biko. Poco importa che la storia si sviluppi alternando la ricostruzione storica (il film è tratto dal libro di Antjie Krog “Country of my skull”, scritto dopo aver seguito per tre anni i lavori della TRC), con le conseguenti crisi di identità per entrambi i protagonisti e la (inevitabile?) storia d’amore tra i due. Sembra questo un artificio drammaturgico per catturare sia il pubblico “politico” , sia il pubblico “romantico”.
Anche se quest’ultimo aspetto può portare in sala un pubblico meno attento al tema, è inevitabile che si esca dalla proiezione in qualche modo diversi da come si era entrati. Non lascia indifferenti il disvelamento di un mondo fatto di sopraffazione e soprusi, nel quale la parte più “evoluta”, “moderna”, “occidentale”, brutalizzava, torturava e uccideva l’altra, colpevole solo di reclamare il diritto ad essere maggioranza nella propria terra; invocando cioè uno dei cardini (un uomo, un voto) del sistema “democratico” teorizzato dai primi. E questa rivelazione non risparmia nessuno, nemmeno i parenti dei protagonisti, che, increduli, assistono al trasformarsi dei fratelli in torturatori assassini.
Varie sono le riflessioni che un film come questo provoca. Anzitutto un richiamo all’attualità abbondantemente infarcita di “democrazie torturatrici”; e se da un lato questo ci ricorda che questi metodi non sono una novità per la nostra “superiore civiltà occidentale”, dall’altro ci deve essere di monito perché testimonia che la brutalità della violenza fine a se stessa è ben lungi dall’essere debellata, ma dorme nell’animo umano e, al bisogno, si risveglia.
Un altro aspetto si potrebbe definire la “verità dei coraggiosi”. Questi tribunali sudafricani giudicarono chi si era macchiato di crimini razziali, non tanto con l’intento vendicativo di farla pagare ai potenti d’un tempo ora diventati minoranza, ma con la convinzione che dall’accertamento della verità storica riconoscibile con nomi e cognomi, si potesse giungere alla chiusura di quella fase, alla “elaborazione del lutto” di tanta gente, per porre poi le basi di un paese unito e riconciliato. Si basava infatti sulla tradizione tribale dell’“Ubuntu”, che assegnava alla comunità il ruolo morale di composizione dei conflitti: chi danneggia una persona danneggia tutta la comunità e quindi, in definitiva, se stesso. Confessare davanti alla comunità è dunque il mezzo per ottenere il perdono dell’offeso, la riammissione nella comunità e la pace con se stessi.
Questo paese riconciliato si trova ora anche nei simboli della nazione: la bandiera che unisce i colori della vecchia bandiera del Sudafrica dell’apartheid e quelli dell’Africa (il nero, il verde, l’oro) e l’inno che alterna l’inno boero a “Nkosi sikelele Africa” (Dio benedica l’Africa), il canto della tradizione nera. In pratica si è assistito al contrario della “damnatio memoriae”: una esaltazione della memoria che ha superato l’orrore guardandolo negli occhi.
Quanto avrebbe da imparare chi ancora oggi in Italia vorrebbe riconciliare le anime postbelliche equiparando le scelte fatte allora dai partigiani e dai repubblichini… Dovrebbe imparare che non è rimuovendo un passato doloroso che si costruisce il futuro, ma che solo riconoscendo fino in fondo torti e ragioni si può giungere alla giustizia, alla pace, e anche al perdono.

Giuseppe Borroni
FuoriSchermo – Cinema & Dintorni

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Libertà di pensiero dopo venticinque anni

L’approvazione della legge sul’obiezione di coscienza avvenuta il 16 giugno 1998 fu vista in maniera positiva anche dall’ARCI, che la definì “un atto da europei”. Per il relatore del disegno di legge, Rocco Loreto, dei Democratici di sinistra, con questa legge “finalmente l’obiezione di coscienza è espressione della libertà di pensiero e non più concessione”; aggiunse che adesso si apriva “la possibilità per molti giovani di servire la patria anche producendo sicurezza sociale, protezione dai rischi ambientali, tutela della salute, integrazione sociale”. Sul fronte opposto, Alleanza Nazionale parlò di “truffa lassista e inopportuna”. In proposito i senatori Mario Palombo e Piero Pollicini sostennero che il loro partito “non è contrario al principio dell’obiezione, ma a coloro che lo usano come espediente per evitar gli obblighi di leva e che sono aiutati da questa legge che consente a un obiettore di non fare neppure il servizio civile”.
Infatti, spiegavano, l’art. 14 prevede una sentenza di condanna (fino a due anni di reclusione per chi rifiuta anche il servizio civile), “ma non l’esecuzione della pena”. Il popolare Renzo Lusetti, a nome del suo partito, espresse “doppia soddisfazione” per l’approvazione, dopo tanti anni, del provvedimento. Il verde Stefano Semenzato rilevò che nell’ordine del giorno presentato dal suo gruppo “il governo viene impegnato a prevedere nelle convenzioni con gli enti che il tempo di formazione per gli obiettori non possa superare i trenta giorni. Si è risposto così alle critiche delle associazioni degli obiettori sul testo varato dalla Camera”. Osservava inoltre che questo era “uno degli atti più alti di questa legislatura”. Massimo Brutti, sottosegretario alla Difesa, aggiugeva: “E’ una legge civile e giusta ed è stato battuto l’ostruzionismo della destra”. Ma nelle file del Polo per la libertà molti furono i pareri favorevoli. Soddisfatto si dimostrò Vincenzo Manca di Forza Italia, che però riteneva “un grave errore esaminare questo provvedimento prima della riorganizzazione delle Forze Armate su base professionale e volontaria e della riforma della leva”. Con una considerazione pressoché analoga il vicecapogruppo della Lega a Palazzo Madama motivò l’astensione del Carroccio. Ivo Tarolli, del C.C.D., sottolineò come “il testo varato è frutto del lavoro congiunto di maggioranza e opposizione”. A favore della nuova legge prese posizione anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che nel 1992 aveva rinviato alle Camere la proposta approvata. “Allora ero contrario”, affermò Cossiga “ma ora in un’epoca diversa sono d’accordo anch’io. Ormai è mutato il clima politico e si può stare sicuri che il controllo delle forze della sinistra sul Ministero della Difesa sarà di tale rigorosità che non ci saranno contraccolpi negativi nell’applicazione della legge. Sono certo che le forze di sinistra come è loro consuetudine quando conquistano il potere, saranno efficienti e rigorose e non verranno commessi gli abusi che si potevano prevedere anni fa”.
Nei ventisei anni di vita della legge n° 772 le domande per svolgere il servizio civile furono trecentoquarantamila. La maggior parte di queste proveniva dal nord del Paese (49,27%), con una netta predominanza di giovani in possesso di una laurea (58%) contro un numero scarso di obiettori con la sola licenza media (7%) (1).

(19 – fine)

DIBATTITO
Circondati da cose brutte, ricchi, grassi e infelici

Di Marco Baleani

Secondo l’insegnamento del Buddha, ogni cosa dipende per la sua esistenza da una catena di altri eventi interconnessi. Non saremmo qui a discutere se non fossimo circondati da tante bruttezze che sono il risultato della violenza che usiamo nei confronti della biosfera in cui ci troviamo a vivere. Una violenza che a sua volta deriva dalla nostra incapacità di vedere le interrelazioni esistenti tra tutti gli esseri viventi, umani e non-umani, e quelle esistenti tra essi e l’ambiente in cui vivono. L’atteggiamento di dominio e di sfruttamento dell’uomo sulla natura ha origini lontane ma può essere rintracciato anche nelle pagine dei filosofi meccanicisti come Francis Bacon, Cartesio o Kant, che tendono ad escludere la natura dall’orizzonte etico e a conferire piena titolarità di diritti morali unicamente agli esseri umani. In altre parole animali, piante e paesaggi non hanno alcun valore se non strumentale, in relazione a scopi e valori umani. Si va allora, in un crescendo di comportamenti incivili, dall’uccisione di esseri viventi per sport o per soddisfare il nostro palato, all’uso sconsiderato dei mezzi di trasporto, alla rapina delle risorse naturali, alle devastazioni della grande industria e infine alla guerra, necessaria per mantenere il benessere di una parte largamente minoritaria di persone. Non è un caso che nella nostra società sono considerati privi di valore o marginali lo studio, l’educazione, la cultura, uno stile di vita improntato alla semplicità e l’ambiente stesso, mentre vengono privilegiati al massimo grado i consumi, lo spreco e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali (solo per fare alcuni esempi: il 75% delle risorse ittiche è sfruttato oltre i limiti; 94 milioni di ettari di foreste sono stati tagliati o bruciati negli ultimi 10 anni, con conseguente perdita di numerose specie animali; il 95% del greggio è sprecato per il trasporto su ruote). Gli abitanti dell’occidente sono ricchi di beni materiali, anzi sono soverchiati dall’offerta incessante di nuovi beni materiali, che però non servono a soddisfare i bisogni veri delle persone. All’accresciuto benessere materiale infatti corrisponde un progressivo deterioramento della qualità della vita con l’aumento dello stress, delle malattie e dei suicidi, specie tra i giovani. Ma la centralità del mercato come unico mezzo per il raggiungimento del benessere porta con sé anche altre gravi conseguenze, prima fra tutte i cambiamenti climatici in atto. La fede nel consumismo spinge irresistibilmente verso la catastrofe ambientale: un quarto della superficie terrestre è oggetto di desertificazione; i terreni fertili sono in riduzione; i ghiacciai sono in scioglimento. Mi limito solo ad alcuni più eclatanti esempi, ma l’elenco sarebbe molto più lungo anche se possiamo sempre fingere di non vedere.
Cosa fare allora per abbassare il livello di violenza che usiamo nei rapporti con “l’altro” e con l’ambiente? Cosa fare per alleggerire la nostra impronta ecologica? Secondo me dobbiamo iniziare con il prendere coscienza che le devastazioni ambientali e le guerre fanno parte integrante del nostro modo di vivere. Se ci rende conto di ciò, diviene allora indispensabile che i comportamenti quotidiani degli individui nei confronti dell’ambiente naturale siano dettati da valutazioni diverse da quelle economiche. Ciò significa, come diceva Alex Langer, che bisogna trovare il coraggio della disobbedienza civile “ad un ordine economico, politico, sociale, ecologico e culturale che rende necessarie le guerre che lo sostengono”. Ma soprattutto bisogna pensare gli uomini come elementi di una comunità biotica in cui tutti gli interessi, umani e non-umani, hanno pari dignità e devono trovare dunque pari considerazione. In altre parole, diventa indispensabile intervenire “a monte” , mettendo in discussione questa nostra società del benessere e dello spreco a partire da noi stessi. E partire da noi stessi significa cambiare il nostro stile di vita in uno più sobrio che, oltre ad abbassare il grado di violenza che usiamo nei confronti della biosfera, ci permette di ritrovare il senso più profondo della nostra esistenza. Un po’ come è successo a Tommasino Unzio della novella di Pirandello, che ha ritrovato il senso profondo della sua vita in un filo d’erba. E’ un ripiegarsi nel nostro interno per far pulizia di odio e violenza, per poi aprirsi al mondo e agli altri con occhi diversi. Meglio di me l’ha scritto Etty Hillesum nel suo diario (25 settembre 1942) e che cito come conclusione: ”Abbiamo così tanto da cambiare in noi stessi che non dovremmo nemmeno preoccuparci di odiare quelli che chiamiamo i nostri nemici. Siamo già abbastanza nemici gli uni degli altri. Non vedo altra soluzione, se non che ognuno di noi si ripieghi in se stesso ed estirpi ed annienti in sé tutto quello che crede di dover annientare negli altri. Ogni atomo di odio che aggiungiamo in questo mondo, ce lo rende più inospitale di quanto non lo sia già”.

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

ZENONE SOVILLA, Bicicrazia. Pedalare per la libertà, Nonluoghi Libere Edizioni, pagg. 156, € 10,00.

Si tratta di un breve saggio nel quale si dà uno sguardo alle problematiche dei trasporti nel quadro generale del sistema di mercato e dei costi sociali che generano.
Il volume, che ha una prefazione di Michele Boato, nella prima parte affronta sommariamente le questioni della velocità degli spostamenti e del consumo energetico.
Le politiche di promozione della bicicletta sono al centro di un lungo capitolo.
Il libretto descrive alcune forme di impegno civile per una mobilità libera e pulita e una serie di esempi concreti di follia politica, tecnica e amministrativa in termini di mobilità e di spazi negati alle biciclette. Inoltre c’è un accenno al trasporto merci su gomma in Europa, un altro dei fenomeni generati da un modello economico irrazionale e dannoso.
Nella parte finale sono descritte alcune esperienze di percorso urbano (a Roma, a Napoli e altrove) e in appendice si trovano alcune note utili a chi va in bicicletta e un manifesto statunitense per l’urbanistica sostenibile.

Autori Vari – Un tè a Ramallah , Diario di sei mesi di interposizione pacifica in Palestina.
Con le schede dei Movimenti Pacifisti israeliani e palestinesi. I Libri di Terre di Mezzo –editrice Berti, Piacenza.

In questo momento particolare dell’inenarrabile conflitto israelo-palestinese sono molte le pubblicazioni che escono per far capire ai lettori la complessità del conflitto.
Questo libro ha il grande merito di raccogliere il diario di alcuni ragazzi, esponenti di associazioni pacifiste italiane, europee ed americane, che attraverso una vera azione di peacekiping hanno provato di persona ad entrare nel pieno del conflitto attraverso testimonianze, azioni di solidarietà e interposizione nonviolente non prive di pericolo.
Pur essendo più rilevante l’aspetto del conflitto dalla parte degli oppressi ,nello specifico il popolo palestinese, non è stato tralasciato l’intervento umanitario dei vari movimenti per la pace sorti in questi ultimi tempi in Israele.
Oltre al diario puntuale e molto” vissuto “ di ragazzi e ragazze italiane nel libro di fitte 170 pagine ma leggibili con facilità perché spontanee e coinvolgenti per il lettore, notevoli le interviste riportate da personalità famose di tutte le due parti in conflitto. Di notevole interesse l’intervista a Mustafà Barghouti, medico e politico,fondatore del Medical Relief e responsabile dell’Associazione palestinese Hdip, più volte incarcerato dal governo di Israele perché ritenuto personaggio di spicco della nuova Intifada e in particolare amato dal suo popolo e indipendente anche dalle posizioni di Jasser Arafat.
La sua intervista apre uno spiraglio assai importante per la lotta nonviolenta quando Barghouti afferma testualmente: “quando parlo alla mia gente dico quanto sarebbe importante , e utile, una resistenza nonviolenta” . Di fronte al dilagare delle scelte disperate dei kamikaze questo è un granello di sale assai importante. E Barghouti aggiunge ancora: “ la nonviolenza, ne sono convinto, è l’unica via possibile. Spiazzerebbe gli israeliani che non sono abituati , e non possono concepire una lotta, una guerra senza violenza”.
Noi del Movimento Nonviolento non possiamo non considerare con entusiasmo queste aperture, che definirei epocali, che cercano di riportare il conflitto sulle motivazioni della prima Intifada e non sulla guerra che in questi anni si sta duramente combattendo.
Il libro si chiude con un ottimo strumento di informazione: l’elenco di tutti i movimenti pacifisti e israeliani con tanto di indirizzo. Uno strumento che ognuno di noi può utilizzare nella consapevolezza di saperne di più e nella speranza della fine di questo lungo e drammatico conflitto mediorientale .

Alberto Trevisan

Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre, pagine 256, Edizioni Esserci, 2003

Una comunicazione di qualità con se stessi e con gli altri è oggi una delle competenze più preziose. Attraverso un processo di quattro punti Marshall Rosenberg ci mette a disposizione uno strumento molto semplice nei suoi principi, ma estremamente potente per migliorare radicalmente e rendere veramente autentica la nostra relazione con gli altri.
Grazie a racconti, esempi, semplici dialoghi, questo libro ci insegna principalmente:
a manifestare una comprensione rispettosa per tutti i messaggi che riceviamo,
a collegarci alla ricchezza della vita agli schemi di pensiero che portano alla collera e alla depressione,
a dire ciò che desideriamo senza suscitare ostilità,
a comunicare utilizzando il potere curativo dell’empatia.
Molto più che un processo, è un percorso di libertà, di coerenza e di lucidità che qui ci é proposto. Questo straordinario linguaggio, la Comunicazione Nonviolenta, consente di cambiare le relazioni tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, e più in generale permette a ciascuno di noi di cambiare le modalità con cui ci relazioniamo con gli altri e persino con noi stessi. E’ un linguaggio preciso, disciplinato e fortemente empatico.

LETTERE

Fiat-Iveco coinvolta nella pena di morte

Nella Repubblica cinese, popolar-capitalistica, con l’incremento dell’industrializzazione e del reddito e con la maggiore funzionalità dell’apparato statale, si è avuta un’idea brillantissima per eseguire con celerità le condanne a morte (ben 1600 nel 2000) riducendone i costi. Il condannato non dovrà più essere trasportato nel luogo dell’esecuzione, ma sarà il patibolo che andrà da lui. Le condanne capitali saranno infatti eseguite mediante speciali iniezioni in appositi furgoni, attrezzati allo scopo dalla casa costruttrice. A tal fine ogni Tribunale della Repubblica popolar-capitalistica acquisterà uno o più “furgoni della morte” da utilizzare con facilità e rapidità presso le carceri della propria giurisdizione.
Chi fornirà tali furgoni? I primi prototipi, ben 17, sono stati già forniti dallo stabilimento Fiat-Iveco
di Nanchino al prezzo di 40000 € (400000 yuan) l’uno, come riferisce l’agenzia France-Press.
Un bell’affare con il governo locale, come in Italia, durante le passate guerre, con la costruzione di cannoni e carri armati!
Una lettera appello di Amnesty International, indirizzata al Presidente della Fiat, ha denunciato questa grave violazione della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che impone a tutti gli individui, alle organizzazioni societarie, ed alle imprese, di fare la loro parte per garantire il rispetto dei diritti umani in qualsiasi parte del mondo. Amnesty ha pertanto sollecitato il Presidente della Fiat a non rendersi complice di tale violazione e ad intervenire presso il governo di Pechino per la commutazione della pena di morte in pena detentiva ed a dare precise istruzioni, ai propri dirigenti, come quelli della controllata Iveco in Cina, affinchè non siano forniti ai governi ed alle loro istituzioni, veicoli ed attrezzature utilizzabili per violazioni dei diritti umani.
L’addetto stampa dell’Iveco si è dichiarato al corrente di tale appello, ma si è rifiutato di far alcun comunicato o dichiarazione.
Il principio, che ha ormai inquinato il nostro paese, con il far soldi comunque a prescindere da qualsiasi scelta etica, è che l’arricchirsi è un merito, anzi una qualità. Per cui se il “made in Italy” è in calo per certe produzioni, si sono trovate produzioni nuove più redditizie: esportare i furgoni della morte ed i guardaspalle (quelli che a pagamento, profumato, proteggono chiunque li tratti bene, personalità, uomini d’affari, puliti o no, malavitosi ecc., senza alcuna scelta).
Il denaro non puzza, basta gridare viva l’Italia al momento giusto, per avere dedicate piazze (a Genova) e monumenti (palazzo della Regione a Roma). Questa è l’Italia che i nostri governanti vogliono con tanta bolsa retorica patriottarda, che i più anziani di noi hanno ben conosciuto, con tutte le conseguenze!

Giuseppe Ramadori
Roma

Continuare con Tom in ciò che è giusto

Un mondo migliore è possibile. Ora, che Tom Benetollo ci ha lasciati, immaginarlo e contribuire a costruirlo è diventato un po’ più difficile e faticoso ma ancora di più necessario.
Peserà, e non poco, l’assenza della sua passione civile e sociale. Non solo per la mole del suo lavoro, per la competenza con cui da decenni si spendeva senza risparmio in percorsi di impegno. Ma anche per quell’equilibrio, sapiente e privo di calcoli, con cui Tom sapeva e voleva cucire pezzi, anime e culture diverse dei movimenti e della sinistra. Anime e culture in apparenza poco conciliabili e troppo spesso riottose e insofferenti le une alle altre. Eppure, tutte indispensabili per trasformare lo slogan in percorso reale, in cambiamento concreto.
Pochi giorni fa, avevamo presentato con lui a Roma il volume “Rapporto sui diritti globali 2004”. In quell’occasione, Tom aveva di nuovo insistito sull’esigenza che i partiti e la politica tradizionale sappiano rimettersi in sintonia con la società: «C’è un fossato sempre più largo tra i milioni in piazza e la rappresentanza nelle istituzioni. E non basta la volontà per costruire un ponte che lo superi. Né c’è la fiducia necessaria per costruirlo, questo ponte. Creare nuove condizioni, ecco il punto. Se i movimenti riusciranno in questo con sufficiente forza civile – non per un proprio vantaggio, ma per quello della democrazia – una trasformazione sarà possibile. La strada giusta mi pare quella imboccata proprio negli ultimi anni».
Su quella strada maestra, fondata sull’autonomia del sociale, sulla riforma della politica e sulla partecipazione ora, con la morte di Benetollo, è caduto un masso enorme. Pure, Tom ci lascia in eredità una trama, ancora fragile ma delineata, di quelle nuove condizioni.
Superare l’ostacolo, continuare in ciò che è giusto e necessario per costruire un mondo in cui siano globalizzati i diritti e la cultura della pace, è tanto più possibile se i movimenti e la politica, la sinistra sociale e quella istituzionale, sapranno tenere alta e salda non solo la memoria di Tom ma anche i suoi insegnamenti, la sua coerenza, i contenuti su cui ha speso la sua vita.

Sergio Segio
Torino

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