Azione nonviolenta – Aprile 2003

Azione nonviolenta aprile 2003

– La nuova speranza del mondo: fermare la prossima guerra!, di Mao Valpiana
– Le vere ragioni di una guerra annunciata: una società“tossicodipendente” dal petrolio, a cura del Gruppo di Azione nonviolenta di Reggio Emilia
– Quali strumenti non simbolici contro la guerra? alcuni modi concreti per prevenire la prossima crisi, di Mariella Correggia
– Il movimento “no war”: poeti, attori, chicanos, religiosi e l’opinione pubblica dell’altra america, spine nel fianco di Bush, di Gabriele Smussi
– Amava vedere l’oceano è morta per fermare l’odio
– Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune: liberazione, di Mao Valpiana
– La giornata degli obiettori di coscienza sosteniamo i refusenik israeliani, di Andrea Speck
– Dalla piccola pieve di barbiana alla maestosità della basilica di San Pietro, di Alberto Trevisan

Rubriche

– L’azione
– Alternative
– Musica
– Educazione
– Economia
– Cinema
– Storia
– Libri

La nuova speranza del mondo: fermare la prossima guerra!

A cura di Mao Valpiana *

Le guerra annunciata è divenuta guerra reale. Con i suoi morti veri, le stragi, i lutti, le distruzioni. La guerra si sa come inizia, ma non si sa mai come e quando finirà. Si ha la sola certezza che nulla sarà più come prima: che il futuro è incerto, che l’odio, il dolore, la paura, il rancore… tutto ciò che è stato seminato prima o poi riemergerà. Ciò che si impone con la violenza delle armi non è mai duraturo, perchè non è penetrato nel profondo della coscienza, perchè la guerra può solo vincere ma non può convincere. La storia lo ha sempre dimostrato: il nemico vinto definitivamente è solo il nemico morto; altrimenti prima o poi arriva il momento della vendetta. Violenza chiama violenza, e allora sarà nuovamente guerra. Questa è la spirale che vogliamo rompere, queste sono le catene dalle quali ci dobbiamo liberare.

Questa guerra non la si poteva fermare. Non c’è riuscita l’Onu, non ci sono riusciti milioni e milioni di persone che hanno manifestato in tutto il mondo, non c’è riuscito il Papa, con i suoi appelli e le sue preghiere. L’abbiamo sempre detto: gli interessi che portano alla guerra sono così forti che nulla riesce ad ostacolarli. La macchina bellica è così potente e ricca che nessuna parola riesce ad arrestare la sua corsa. Allora non c’è nulla da fare? Tutto è vano? No, perchè sappiamo che è possibile fermare la prossima guerra, impedendone fin d’ora la sua preparazione. Noi dobbiamo valorizzare quello straordinario movimento che si è mobilitato in tutto il mondo in questi mesi, facendo cogliere la speranza e la possibilità di prevenire da subito il prossimo conflitto bellico nell’unico modo possibile: lavorare per l’abolizione degli eserciti, gli strumenti che rendono possibile l’ineluttabilità della guerra. Questa è la chiave di volta!

… e nel frattempo? Lasciamo che questa guerra faccia indisturbata la sua strage di umanità? Certamente no. Nel frattempo possiamo fare emergere le contraddizioni di chi ha voluto e sostenuto questa guerra. Possiamo evidenziare la connessione guerra/petrolio che ci interpella tutti personalmente, spingendoci a ridurre i consumi, a scegliere mezzi di trasporto non dipendenti da quei pozzi petroliferi che sono il motivo vero della guerra in Iraq (lasciare ferma l’automobile e usare la bicicletta).

***

Mesi fa, quando le nubi di guerra si stavano addensando, già potevamo presumere che, a guerra scoppiata, come era accaduto in passato, i soliti tuttologi, davanti alle straripanti manifestazioni per la pace, ci avrebbero interpellati a gran voce: “dov’erano ieri i pacifisti quando bisognava contrastare il terrorismo internazionale di Bin Laden e Saddam Hussein?”. La risposta politicamente corretta recita che “sono stati i paesi occidentali a rifornire di armi i talebani e gli irakeni; noi abbiamo sempre denunciato le dittature, lo sterminio dei kurdi, il dramma della Palestina e le profonde ingiustizie strutturali che alimentano l’area del fondamentalismo”. E giù ad elencare alcune delle cose che da anni facevamo e facciamo tuttora, intensificando il nostro impegno.

Oggi la domanda ce la facciamo da soli: “dove saranno domani gli amici della nonviolenza?”.
Domani, quando l’informazione nazionale inizierà l’operazione di rimozione, per far cessare la passione che oggi è così viva, quando tanti saranno presi dalla rassegnazione e verrà voglia di dire che a tanto impegno hanno corrisposto risultati deludenti, e quindi…,gli amici della nonviolenza – tutti, non solo quelli del nostro Movimento – tireranno le somme e si accorgeranno che la proposta nonviolenta è “passata”, che la nonviolenza ha contagiato, come ci si era proposti di fare, movimenti, partiti, e gente, tanta gente.
Gli amici della nonviolenza, tutti, sanno che nessuna lotta è mai sconfitta per sempre, che saremo sempre lì, con un obiettivo oggi necessario e possibile: consolidare e rafforzare i legami che abbiamo stretto, i contatti che abbiamo intrecciato, ribadire le proposte, avanzarne di nuove, sempre più aderenti alla realtà ed al momento.
Questo è il progetto per domattina: costruire una coscienza a livello individuale (perché sappiamo che le adesioni si conquistano una alla volta), ed aggrumarla in una coscienza collettiva.
Là dove abbiamo iniziato a scalfire certi atteggiamenti del passato (i partiti, ad esempio), proponiamo una riflessione pacata e rispettosa delle storie di ognuno.
Capiamo – noi stessi per primi – quale carica di novità corre per il mondo, accettiamola per quanto giusta e positiva, arricchiamola con l’aggiunta nonviolenta là dove esistono asperità, indecisioni.
Sappiamo di essere straordinariamente coesi, noi che siamo portatori di tante diversità, anche quando i contatti tra noi sono scarsi, o addirittura sembrano inesistenti: in realtà, e le cose avvenute sono lì a dimostrarlo, abbiamo agito in maniera straordinariamente unitaria. Sembra già questo un piccolo miracolo…..

* libera sintesi della discussione avvenuta nel Comitato di Coordinamento del Movimento Nonviolento, riunito a Verona il 22 marzo 2003
Le vere ragioni di una guerra annunciata: una società “tossicodipendente” dal petrolio

Contesto

“Nuove ricerche suggeriscono che la produzione globale di petrolio raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni addirittura prima del 2010)”. In altre parole, in quell’arco di tempo metà delle riserve stimate disponibili del pianeta sarà consumata. Una volta raggiunto il picco, i prezzi del petrolio cominceranno a crescere inarrestabilmente, mentre nazioni, aziende e consumatori faranno a gara per procurarsi la rimanente metà delle riserve.[…]. Gli Stati Uniti, per molto tempo leader della produzione di petrolio, hanno sperimentato in questo settore un costante declino a partire dal 1970, anno in cui l’estrazione petrolifera americana ha raggiunto il picco. Da quel momento è iniziata la loro sempre maggiore dipendenza dalle importazioni. Oggi, gli Stati Uniti rimangono il principale consumatore di greggio: la popolazione americana, che costituisce soltanto il 5% di quella mondiale, consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno nel mondo”.

Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington

Presupposti

“In un momento in cui la produzione petrolifera interna degli Stati Uniti conosce un calo a lungo termine mentre la domanda cresce di giorno in giorno, gli Stati Uniti dipendono sempre più dai maggiori produttori stranieri come l’Iraq e l’Arabia Saudita. Tuttavia non è l’attuale flusso di petrolio iracheno che preoccupa Washington, bensì le prospettive a lungo termine. Secondo recenti calcoli del dipartimento dell’energia, nel 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno di importare 17 milioni di barili di petrolio al giorno, sei milioni in più rispetto ad oggi. La maggior parte dovrà venire dal Golfo Persico, perché solo quest’area possiede sufficienti riserve per aumentare sostanzialmente la produzione. L’Iraq è l’unico stato oltre all’Arabia Saudita che nei prossimi dieci o venti anno possa aumentare la produzione di milioni di barili al giorno”.

Michael T.Klare, Salon, USA

Rapporti ufficiali

“Un rapporto dell’inizio del 2001, predisposto congiuntamente dal potente Council on Foreign Relations e dal James A.Baker Institute for Public Policy, metteva in luce il fatto che gli USA stanno per finire il petrolio, prospettando anche l’eventuale “necessità dell’intervento militare” per garantire approvvigionamenti petroliferi. Intitolato “Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century”, il rapporto congiunto paventa la fine del greggio abbondante e a basso prezzo. Il Council on Foreign Relations è uno dei gruppi più potenti tra quelli che influenzano la politica americana. Affermando che “non c’è alternativa. E non c’è tempo da perdere”, il loro documento prospetta in futuro l’esplosione dei prezzi dell’energia, la recessione economica e scontri sociali negli USA, a meno che non si trovino risposte. L’accesso al petrolio viene citato ripetutamente come un “imperativo per la sicurezza”. Uno dei “passi immediati” che il Rapporto chiede è di verificare se si possa modificare la politica USA in modo da velocizzare la disponibilità di “petrolio nella regione del bacino del Caspio”. Questo confermerebbe vecchie accuse secondo le quali le questioni energetiche farebbero ombra all’agenda americana sull’Afghanistan”.

Ritt Goldstein

“Gli strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l’accesso alle ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano sotto il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe, cinesi o europee. La priorità dell’amministrazione, cioè l’acquisizione di nuove riserve di petrolio in territorio straniero, è stata esplicitata per la prima volta in un rapporto del National Energy Policy Developmant Group, pubblicato il 17 maggio 2001. Questo documento, redatto dal vicepresidente Richard Cheney, mette a punto una strategia destinata a far fronte al previsto aumento dei consumi petroliferi americani nel prossimo venticinquennio. Secondo il rapporto Cheney, il greggio importato, che nel 2001 rappresentava il 52% del fabbisogno complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66%. Ma dato che è previsto anche un aumento del consumo totale, nel 2020 gli Stati Uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più.[…]. Primo obiettivo: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo persico, dove si trovano circa i due terzi delle riserve energetiche mondiali.[…]. Il progetto USA di garantirsi l’accesso alle riserve petrolifere di regioni cronicamente instabili può essere realistico soltanto a condizione di possedere la capacità di “proiettare” in queste aree la propria potenza miliare”.

Michael Klare, Università di Hampshire, Massachusetts

Interessi privati

“Con l’amministrazione Bush i giganti del petrolio americani hanno conquistato un accesso diretto alla pianificazione di operazioni militari e di intelligence, che possono influenzare a proprio vantaggio. E’ un successo della potente lobby petrolifera texana, che è riuscita a far nominare alcuni alti (ex) dirigenti di compagnie petrolifere in posizioni chiave alla Difesa e agli Esteri.
La famiglia del presidente George W.Bush ha gestito compagnie petrolifere fin dal 1950. Il vicepresidente Dick Cheney ha trascorso la seconda metà degli anni Novanta come chief executive offier della Halliburton, la maggiore fornitrice di servizi per le industrie petrolifere. Condoleezza Rice, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Chevron, che ha battezzato con il suo nome una petroliera. Il segretario del commercio Donald Evans è stato per più di dieci anni chief executive offier della Tom Brown Inc., una compagnia che possiede giacimenti di gas naturale in Texas, Colorado e Wyoming. Ma i legami non si esauriscono a livelo personale. La famiglia bin Laden e altri membri della ricchissima élite saudita (che deve il proprio patrimonio al petrolio) hanno partecipato a numerose imprese d’affari della famiglia Bush, proprio mentre l’industria energetica americana contribuiva all’elezione di Bush. Dei 10 principali finanziatori di sempre di Gerge W., sei provengono dal settore petrolifero o hanno legami con esso”.

Michel Chossudovski, Università di Ottawa

(Sintesi a cura del Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia)
Quali strumenti non simbolici contro la guerra?
Alcuni modi concreti per prevenire la prossima crisi

Di Marinella Correggia

Per distrarci dall’incubo della guerra annunciata e cominciata, proviamo a fare alcuni sogni. Immaginiamoci indietro nel tempo di qualche mese, e immaginiamo cosa si sarebbe potuto fare per prevenire la guerra preventiva.

Primo sogno. Bush sconfitto dalla “superpotenza pacifica e non compratrice”
Cinquanta milioni di persone, fra i 110 milioni che hanno manifestato il 15 febbraio, hanno “firmato” sul sito un appello a non comprare più i prodotti delle principali multinazionali Usa: dalle sigarette alle benzine, dai cibi alle bevande, dai cartoni animati ai farmaci. A proposito: decine di migliaia di medici in tutto il mondo non prescrivono più farmaci di Pfizer, Bristol Meyer- Squibb e Glaxo SmithKlein, fra i principali contribuenti alla campagna elettorale di Bush. Ben mille “città per la pace” hanno dichiarato che non compreranno più beni e servizi di compagnie statunitensi, compresi i programmi informatici. Il movimento dei giovani del mondo, che riunisce associazioni nazionali con milioni di aderenti, ha deciso di non toccare più i simboli a stelle e strisce. Dopo alcuni mesi di una simile mobilitazione mondiale, che minacciava di andare avanti fino alla fine della politica estera aggressiva degli Usa, le multinazionali hanno concordato un piano di pressione sulla cricca Bush, affinché cambi strada, per evitare rilevanti perdite di profitti e mercati. It is the economy, stupid. Alla fine, la cricca di Bush ha ceduto e deciso di lasciar lavorare gli ispettori. Ed è stato un passo verso la fine della superpotenza unilaterale.

Insomma, à la guerre comme à la guerre. Economiche ed egemoniche sono le motivazioni vere di questa guerra? E allora, azioni economiche di massa devono reagirvi. L’unico modo per fiaccare Bush è far pressione sul mondo degli affari (non solo petroliferi) di cui il “presidente” è espressione, perché quel mondo se ne lamenti; e sull’economia statunitense, affinché i cittadini trovino che non è conveniente per il loro stile di vita permettere al presidente di fare guerra. In fondo, la ricetta economica fu suggerita fin dagli anni ’50. Durante la guerra di Corea, l’economista gandhiano J.C. Kumarappa sostenne l’idea di un isolamento economico degli Usa “per riportarli alla ragione”: “Il loro ultimo interesse è economico-finanziario. Se gli stati amanti della pace attueranno una forma di nonviolenta non collaborazione, ciò significherebbe smettere di commerciare con l’aggressore”. Ciò significa non solo boicottare le merci che danno profitti alle multinazionali Usa, ma anche smettere di investire economicamente nella borsa di quel paese; solo gli arabi mandano negli Usa 800 miliardi di dollari l’anno a titolo di investimenti, ed è così che l’economia americana può permettersi un debito estero enorme e impunito, un parassitismo ai danni del mondo. Anche il dollaro andrebbe sostituito da altre monete, per indebolirne il ruolo dittatoriale che ha assunto dal 1971. Siamo contro gli embarghi, certo, ma nel caso di un grosso paese produttore di alimenti come gli Stati Uniti e ricco di una quantità di materie prime e macchinari, l’isolamento economico non farebbe morire di fame nessuno, come invece è avvenuto con l’Iraq. Semmai, ciò potrebbe favorire un dimagrimento degli stili di vita del paese; Emmanuel Todd, autore dell’illuminante saggio Après l’Empire, ritiene che una riduzione del 20% degli stili di vita Usa sarebbe necessaria per l’equilibrio del mondo.
Ma finisce qui il primo sogno.

Secondo sogno. Illustri corpi a scopo deterrenza
Ultime notizie. In extremis, il papa Giovanni Paolo II, il Dalai Lama, il capo della chiesa anglicana, quello della chiesa metodista americana, un autorevole imam hanno deciso di partire per l’Iraq, dove intendono soggiornare a rotazione; saranno affiancati, sempre a rotazione, dai premi Nobel per la pace che tempo fa a Roma hanno lanciato un appello contro la guerra, nonché da numerosi parlamentari di tutto il mondo. L’illustre staffetta coprirà con congrue presenze a Baghdad i prossimi mesi, per fungere da deterrente. “Riteniamo e speriamo” recita un comunicato stampa dei partenti, “che l’interposizione dei nostri corpi nel paese del probabile conflitto possa agire da deterrente alle bombe”.
Finisce qui il secondo sogno.

Terzo sogno. Interporsi a migliaia
La costituzione di corpi civili di pace per la prevenzione delle guerre è da tempo oggetto di riflessione e ricerca da parte di pacifisti e nonviolenti. Ma come fare interposizione quando le guerre cadono dal cielo con le bombe? Per la prima volta, nei mesi di lunga preparazione bellica, a livello internazionale sono state preparate e organizzate le “missioni di deterrenza”. Non è stato facile convincere il governo iracheno, ma alla fine il sistema è stato messo su: per mesi si sono susseguite delegazioni di cinquanta persone ciascuna, con esponenti anche autorevoli, e disposte a rimanere sul posto anche in caso di conflitto. Quando questo si è pericolosamente avvicinato, il numero di persone è cresciuto fino a mille, arrivati con stretto preavviso in pochi giorni da diversi paesi occidentali. L’effetto “mille occidentali” è stato potente: i paesi di origine dei “mille” hanno minacciato gli Stati Uniti: in caso di attacco vi isoleremo politicamente, diplomaticamente ed economicamente, e vi riterremo responsabili di crimini di guerra. La superpotenza ha quindi rinviato le operazioni belliche, con la scusa ufficiale che la presenza intorno all’Iraq di centinaia di migliaia di militari statunitensi e inglesi ha “obbligato” il governo iracheno a collaborare con gli ispettori.
La faccenda dei mille si presenta ormai come un modello di deterrenza anche nel futuro.
Finisce qui il terzo sogno. E torniamo alla realtà.

Piccoli boicottaggi crescono: troppo tardi
Complessivamente, per mesi le manifestazioni pacifiste non hanno avuto al centro la disobbedienza economica, salvo nei paesi arabi, dove da circa un anno e mezzo molte merci simbolo degli Usa sono boicottate in appoggio alla causa palestinese; ma anche là, non si tratta di un’azione “scientifica”, bensì uno spontaneo passaparola, senza monitoraggio e senza richieste precise; più che di una pressione, si tratta di una punizione. Inoltre, il mondo arabo rappresenta una piccola frazione, il solo 3%, dell’export Usa. Se si fossero mossi gli europei o i giapponesi, e gli stessi americani dissidenti, forse le multinazionali avrebbero avuto di che temere.
Pattrice, statunitense del Maryland, si rammarica: “Bush avrebbe forse cambiato i suoi piani di guerra se le multinazionali si fossero coralmente lamentate. E sarebbe successo se i tanti milioni che marciano e protestano avessero smesso per tempo di nutrire la guerra con il loro denaro: che pressione sarebbe stata sull’economia Usa!”. Pacifista,ambientalista, animalista, coordinatrice di un’alleanza internazionale contro la fame, Pattrice ha lavorato nei mesi scorsi – come molti altri – per diffondere il verbo del boicottaggio a scopo di pressione. Con risultati che si sono visti solo negli ultimi tempi; troppo tardi. I pacifisti non padroneggiano l’arma economica, le azioni dirette di tipo economico; del resto, chi non li ha visti con una Marlboro in bocca e una Coca cola in mano, a pontificare contro l’egemonia economico-militare Usa? Lo scollamento fra l’impegno politico e lo stile di vita è in genere appariscente, nei pacifisti “di professione”; molto più che nella base. Continua Pattrice: “I leader pacifisti dovranno assumersi la responsabilità di aver ignorato, per diverse ragioni, le possibilità di pressione offerte dal cambiamento nei consumi. Bastava tenere le mani in tasca anziché allungarle su certi scaffali; esattamente come i movimenti dei lavoratori ottennero risultati incrociando le braccia”. Ancora il primo marzo scorso, a Londra, in una riunione internazionale del movimento pacifista, alcuni attivisti che proponevano un lancio internazionale del boicottaggio di multinazionali suscettibili di influenzare Bush, furono…boicottati da altri per timore di “antiamericanismo”. Idem per le missioni di pace a Baghdad: “appoggio a Saddam”. Così, il documento finale proponeva al movimento per la pace nel mondo “giornate di azioni dirette, azioni di strada, scioperi ecc.”. Molto generico. Eccetto per lo sciopero. Ah, a proposito: questa è stata la prima delle guerre Usa-alleate che ha visto uno sciopero in Italia ed Europa. Le altre volte, nessuno sciopero fu indetto se non dai piccoli sindacati non confederali. Eppure, allora l’Europa era parte in gioco. Stavolta, Italia e Spagna a parte, uno sciopero in Europa non serve contro la guerra: danneggia anzi l’economia europea, anziché quelle statunitensi.
Solo l’approssimarsi del conflitto prima, e le bombe poi, hanno dato la scossa. E gli appelli al boicottaggio adesso si sprecano. Di diverso tipo. Ma che cosa e perché si dovrebbe non comprare?

Adeguare le reazioni alle cause
La proposta più internazionale di azione economica diretta contro la guerra viene dal People’s Health Movement (Phm, www.phmovement.org) che raccoglie gruppi, medici, operatori sanitari e associazioni per la salute di 80 paesi. Nelle ore in cui cadevano i primi missili su Baghdad, il Phm lanciava la campagna di boicottaggio di prodotti di multinazionali Usa e inglesi, suggerendo liste specifiche per paese, e la tattica di comunicare il boicottaggio al negoziante e alla compagnia.

D’angoscia, la “superpotenza opinione pubblica” sembra finalmente mettere i denti: non potendo scalfire la cricca di Bush, perché non ne è elettrice, prova con il boicottaggio – a scopo di pressione – delle multinazionali Usa. Non solo chi ha interessi nella presente guerra ma chi può influenzare Bush; avendolo magari anche finanziato (la lista in www.boycottBush.net). Una pressione generale sull’economia Usa servirà a far diventare la guerra un pessimo affare, anche agli occhi dei cittadini di quel paese, così che tolgano sostegno a Bush. Per fermare almeno i prossimi conflitti.

C’è chi sul boicottaggio insiste da mesi; soprattutto il gruppo Idea – azioni economiche dirette contro la guerra (www.boycottwar.net) che agisce da clearinghouse per le varie iniziative. Ma il boicottaggio non sa di antiamericano? Macché, poteva salvarci da Bush, spiega – dagli Usa – Pattrice Jones E il veterano della guerra di Corea Sanford M. Russell, ha scritto: “Se chi è contro la guerra non comprasse più made in Usa, sarebbe una pressione decisiva”.

E’ troppo tardi per poter contare su un effetto “riduzione delle vendite”. Ma ha tuttora senso far crescere la pressione internazionale sulla comunità multinazionale Usa. Il sito www.adbusters.org ha raccolto in pochi giorni decine di migliaia di impegni a boicottare Brand America. In Italia, dopo l’avvio della campagna StopEssowar che ha unito Lilliput, botteghe del mondo e altre associazioni a una precedente azione di Greenpeace, e dopo la decisione di boicottare le benzine Usa presa a Livorno dall’assemblea dell’European Social Forum, anche il megacoordinamento “Fermiamo la guerra” ha invitato al non acquisto delle tre marche di benzine. Ma, così come Idea, il gruppo Oro nero (su www.retelilliput.it, sezione guerra) e l’associazione malamente (www.malamente.it) propongono più in generale di boicottare i vari marchi che hanno sostenuto la campagna elettorale di Bush, per una pressione globale. In Spagna il movimento antiglobalizzazione spagnolo ha lanciato la campagna no les des tu dinero para la guerra.

La Stop the war coalition inglese sostiene la campagna antiEsso di Greenpeace. Nella piccola Islanda i pacifisti volantinano liste out (“è simbolico, noi isolani siamo 200mila…” dice il musicista Elias Davidsson). Propone lo sciopero degli acquisti l’organizzazione For Mother Earth (www.formotherearth.org) attiva in Bielorussia, Sri Lanka, Belgio, Francia, Bulgaria e Finlandia; hanno aderito diversi eurodeputati. I boicottaggi più estesi sono iniziati mesi fa nei paesi arabi, in Giordania e Libano, Egitto e Siria; chi già disertava bevande e cibi yankee per protesta contro l’asse di ferro Bush-Sharon, ha aggiunto la motivazione Iraq. Qualche giorno fa da Baghdad gli scudi umani hanno chiesto un boicottaggio generalizzato del made in Usa.

Insomma: per piegare Dabliù, non compro più (e lo faccio sapere)…Exxon, Chevron, Bp-Amoco, Coca Cola, Pepsi, McDonalds, Philip Morris, Kfc, Pfizer, Glaxo e Bristol Meyers Squibb, Microsoft, Walt Disney, Nike e tecnologie assortite, General Motors, Ford. Ce n’è per tutti: ragazzi, adulti, enti locali, medici antiguerra, casalinghe. Molti prodotti “simbolo” sono facilmente sostituibili; o inutili; parte di un modello che divorando risorse è incompatibile con la pace. Contro la guerra cambia la vita.

Per una campagna “Contro la guerra cambia la vita”
Ad esempio, pedala anziché guidare. Già nell’autunno scorso alcuni militanti pacifisti statunitensi manifestavano in bici, per mostrare il nesso fra gli elevati consumi di petrolio e la conseguente avidità rispetto ai pozzi, un’avidità madre di guerre. Nei prossimi giorni a Washington i pedali contro la guerra saranno una delle azioni del movimento statunitense. In queste azioni (economiche) dirette, l’Italia non è da meno. Con il coordinamento dei gruppi azione nonviolenta (Gan) le biciclettate munite di bandiera della pace “contro la guerra del petrolio” sono iniziate in alcune città nel lontano 29 novembre, giornata del non acquisto (di benzina, in questo caso). Via via sono aumentate e ormai si svolgono periodicamente in molte città: Caltanissetta, Fidenza, La Spezia, Lodi, Lucca, Oderzo, Palermo, Pesaro, Prato, Rimini, Riccione, Reggio Emilia, Roma, Torino, Trento, Treviso, Verona (chi vuole aggiungersi o saperne di più può scrivere a: puglipas@interfree.it ). La Federazione italiana amici della bici (Fiab) sottolinea che “un uso più consapevole e razionale delle risorse, l’utilizzo di forme di energie alternative e un consumo più responsabile siano elementi indispensabili per la pace”; così anche l’associazione Ruotalibera di Bari. I Gan propongono che si svolga al più presto una biciclettata contemporanea in moltissime città, con milioni di persone, per fermare il traffico automobilistico, “lasciando tutti la macchina a casa e inondando le città e i paesi di chilometri e chilometri di bici”. Circola fra gli attivisti la vignetta che rappresenta un uomo al volante e sotto, al posto della carrozzeria, un panciuto missile.

Ma l’efficacia del “boicottaggio dell’auto” sarebbe maggiore se per un giorno lo decretassero le amministrazioni comunali di tutto il mondo; ne sono stati fatti in alcune città italiane, ma il coro sarebbe un’altra cosa. Mesi fa gruppi di attivisti lanciarono l’idea di “car free days ovunque”; farebbe un effetto “15 febbraio” piuttosto forte, oltre a provocare se ripetuto una notevole riduzione nei consumi petroliferi.

Sono molti i gruppi a proporre al popolo della pace di compiere quotidianamente azioni che rendano la guerra “un pessimo affare per chi la propugna e per chi non fa nulla per fermarla”. Il boicottaggio potrebbe essere il primo scalino per una campagna “contro la guerra cambia la vita”. Il gruppo “Oro nero” – che studia il contenuto petrolifero delle merci, presto dovrebbe essere ospitato sul sito di Lilliput – propone poi di ridurre i consumi petroliferi: non solo i trasporti ma anche l’elettricità, i riscaldamenti, gli usa e getta, gli imballaggi, gli abiti, i cibi “pesanti”. A proposito: “Ci saranno campi di battaglia finché ci saranno mattatoi”. Non ricordiamo chi lo disse, ma il concetto è chiaro. Violenza chiama violenza. Sangue chiama sangue. Allora, cerchiamo la strada di una globale economia nonviolenta.

Quanto all’interposizione…
Nel 1999, prima che iniziasse la guerra del Golfo. il Gulf Peace Team (alcune centinaia di persone di diversi paesi, compresa l’Italia con i Volontari di pace in Medio Oriente – Vpmo) si piazzò nel deserto allo scopo di fare interposizione. Allo scoppio del conflitto, furono tutti trasferiti a Baghdad, poi evacuati. Missione fallita. Nel corso delle altre guerre dal cielo – Nato contro Jugoslavia nel 1999, Usa contro Afghanistan nel 2001, nessuna missione di questo tipo fu nemmeno tentata (le delegazioni di solidarietà sono un’altra cosa). Nella guerra all’Iraq del 2003, si è registrato il generoso tentativo degli “scudi umani”, una definizione invero infelice per un’idea giusta: quella che la presenza di “corpi” occidentali può fungere da deterrente; ecco dunque persone disposte a porre i propri corpi a protezione di infrastrutture civili. Come ha detto uno degli scudi umani da Baghdad prima dell’inizio della guerra: “Se venissimo qui in tanti, in migliaia, potremmo fermare questa guerra. E se si riuscisse a fermare questa guerra, le potremmo fermare tutte”. L’operazione scudi umani non ha però avuto effetto: perché solo poche centinaia di persone hanno aderito all’idea, boicottata anziché assunta dal movimento per la pace a livello internazionale, sostanzialmente per il timore di strumentalizzazioni da parte governativa; che si sarebbero potute evitare se appunto il movimento si fosse fatto carico del progetto. Invece, così non è stato; e l’impreparazione di gran parte dei partecipanti li ha esposti al dicktat del governo: niente ospedali, niente scuole, vi posizioneremo presso raffinerie e impianti (luoghi da cui la stessa popolazione irachena si tiene ben lontana).
Che il prossimo annuncio di guerra non ci colga impreparati. Occorre che il movimento per la pace vada oltre le splendide manifestazioni, le bandiere e i blocchi dei treni. La costituzione di corpi civili di pace, con squadre ben addestrate e composte anche da personalità – è da mettere al centro dell’agenda.
Il movimento “No War”: poeti, attori, chicanos, neri, religiosi
e l’opinione pubblica dell’altra America, spine nel fianco di Bush

A cura di Gabriele Smussi

Alcune considerazioni sul pacifismo statunitense
Uno dei principali ostacoli che i movimenti anti-guerra degli Stati Uniti hanno dovuto affrontare nel loro cammino è stato la grande assenza di copertura mediatica del loro movimento da parte dei grandi mezzi di comunicazione, scritti ed audiovisivi. Per fronteggiare questo ostacolo, ricorda “Los Angeles Times”, i militanti hanno dovuto finanziare, a prezzi molto elevati, spot televisivi per acquistare pagine intere di pubblicità sui giornali. Il gruppo TrueMajority, per esempio, ha recentemente speso 200.000 dollari per mettere su reti locali uno spot di 30 secondi, rifiutato alla CNN. Nella carta stampata, pagine contro la guerra sono state comprate sui grandi quotidiani da gruppi molto diversi: sindacati, istituzioni religiose, celebrità di Hollywood. Nell’ottobre scorso la prima manifestazione a Washington è stata scarsamente coperta sulla stampa ed i pochi articoli di “New York Times” e “Washington Post” erano comunque mediocri e deludenti. L’unica iniziativa contro la guerra alla quale si sono interessati i media è stata quella dei poeti. A fine gennaio la moglie del presidente Bush ha annullato un simposio di poesia che doveva tenersi alla Casa Bianca quando è venuta a conoscenza che numerosi poeti invitati intendevano esprimere la loro opposizione alla guerra. Uno di loro, Sam Hamill, aveva chiesto a 50 colleghi ch’egli inviassero dei poemi contro la guerra. Quindici giorni dopo la sua richiesta ne aveva già ricevuto più di 5.300, provenienti praticamente da tutti i maggiori poeti del paese. “La signora Bush rispetta il diritto di tutti gli americani di esprimere la loro opinione politica, ma l’oggetto dell’avvenimento era di celebrare la poesia”, affermava il portavoce della Casa Bianca. Nel “Los Angeles Times” la poetessa Grace Paley rispondeva: “In qualunque paese tutti i giornali si sarebbero burlati di lei. I poeti vivono nel mondo e il loro lavoro non può che esserne il riflesso”.

Cosa pensano gli americani della guerra?
Dopo gli attentati di New York e Washington dell’11 settembre 2001, l’ipotesi di un intervento statunitense contro l’Iraq per cacciare Saddam Hussein ha ottenuto, nei sondaggi, l’adesione della maggioranza degli americani. Mano a mano che l’amministrazione repubblicana ha precisato le sue intenzioni (dal discorso di George Bush sull’”Asse del Male” del 29 gennaio 2002 fino all’arringa di Colin Powell davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 5 febbraio 2003) l’opinione pubblica ha sempre dato il suo consenso. La spaccatura fra un’America pronta a sbarazzarsi del dittatore irakeno ed una opposta al ricorso alla forza per toglierlo di mezzo, è rimasta stabile dall’estate scorsa, se si fa fede a due sondaggi: i sostenitori dell’offensiva militare hanno rappresentato dal 52% al 59% delle persone intervistate da Gallup e tra il 56 e il 68% per i sondaggi effettati da “Washington Post” e “ABC News”.
Pur in presenza di tali cifre incoraggianti, il governo statunitense non poteva considerarsi soddisfatto nel momento in cui si stava preparando ad entrare in azione. In effetti, gli oppositori all’intervento non sono mai scesi al di sotto del 35% e sono arrivati fino al 43% delle persone intervistate da Gallup. Il discorso del Presidente sullo Stato dell’Unione del 28 gennaio e le dichiarazioni del Segretario di Stato delle Nazioni Unite avevano lo scopo di mobilitare l’opinione pubblica e scalzare lo zoccolo resistente degli oppositori potenziali. Le due inchieste mostrano inoltre che mentre i sostenitori dell’intervento sono sempre più sicuri della loro scelta, una maggioranza degli oppositori confessa di poter cambiare parere.
Il governo non poteva comunque considerarsi vittorioso. In primo luogo perché se la grande maggioranza credeva che fossero fondate le accuse del governo statunitense contro il regime di Baghdad (relativamente agli armamenti di distruzione di massa, alla dissimulazione delle prove agli ispettori dell’ONU, ai presunti legami con Al-Quaeda..), solo una minoranza (36% secondo Gallup) giudicava che l’Iraq rappresentasse una minaccia immediata per gli Stati Uniti.

Alcune voci del pacifismo USA
Decine di amministrazioni comunali o di contee hanno adottato risoluzioni che criticano la politica bellicistica del loro Presidente. Fra le città la più importante è stata Chicago. Non dimentichiamo che era stato il sindaco di Chicago, democratico, che nel 1968 aveva represso le manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Oggi suo figlio, l’attuale sindaco Richard Daley, ha dichiarato: “Tutti sono contrari alla guerra”. Il testo adottato precisa che “non è affatto chiaro che un’azione militare unilaterale statunitense sfocerà nell’installazione di un governo irakeno libero e democratico”. Carlos Montes, un militante del gruppo californiano “Latinos contra la guerra”, si ricorda ancora delle manifestazioni massicce (30.000 persone) dei chicanos contro la guerra del Vietnam il 29 agosto 1970 a Los Angeles, che anche lui aveva contribuito a preparare. Trent’anni dopo, il 7 febbraio, ha organizzato una marcia nei quartieri d’East Los Angeles, un inizio modesto, ma alla quale ha visto partecipare “giovani e donne operaie di origine messicana e chicana che non hanno l’abitudine di manifestare. Ma esse sono là perché hanno un figlio o un membro della loro famiglia nelle forze armate e non vogliono vederli partire per la guerra”. L’organizzatore della manifestazione sottolineava che gli agenti di reclutamento che passano a tappeto le scuole per conto dell’Esercito sono molto più numerosi in questi quartieri di quanto lo siano i reclutatori dell’università: “è scandaloso che l’esercito recluti da noi in modo particolarmente aggressivo. È una pratica razzista che prende di mira i giovani latinos svantaggiati. Come se il Governo si preoccupasse maggiormente di arruolarci, piuttosto che di educarci”.
Particolarmente significativo è stato anche il parere del generale Brent Scowcroft. Ex aggiunto di Enry Kissinger alla Casa Bianca, sotto la presidenza di Nixon, è stato uno dei principali consiglieri della politica estera di Gerard Ford . Nel 1989 George H. W. Bush, il padre dell’attuale presidente, lo scelse come consigliere per la sicurezza nazionale, e fu allora che si fece affiancare, per occuparsi dell’Unione Sovietica da una giovane e brillante universitaria, Coondoleeza Rice. Brent Scowcroft, prendeva posizione e già il 15 agosto 2002, in un articolo pubblicato su Wall Street Journal, si dichiarava contrario ad una guerra in Iraq. Secondo il suo punto di vista, affrontare Saddam Hussein non poteva che “mettere in pericolo la guerra contro il terrorismo”, provocando disaccordi con gli Stati Uniti e gli alleati europei ed Arabi, dei quali c’era bisogno per combattere il terrorismo islamico.

L’ostilità delle chiese
“Sarebbe una buona idea spiegare che l’America religiosa è lontana dall’essere unanime dietro Gorge Bush a proposito della guerra con l’Irak”, affermava E.J. Dionne, ricercatore alla”Brookings Insitution” e cronista al “Washington Post”.
Il Consiglio Nazionale delle Chiese (NCC), che raggruppa 36 confessioni protestanti, anglicane e cristiane-ortodosse, ha inviato delegati in Europa per esprimere la propria ostilità alla politica del Governo. Il reverendo Michael Livingstone, visitando Parigi in febbraio, spiegava che se si aggiungono i 50 milioni di fedeli del NCC ai 64 milioni di cattolici i cui vescovi respingono la guerra, si ottiene un numero considerevole di oppositori.
Robert Edgar, segretario generale del NCC, sottolineava che l’organizzazione da lui rappresentata “dal mese di agosto sta operando per impedire la guerra”. In settembre 2002 ha inviato rappresentanti in Iraq e iniziato a compiere azioni di disobbedienza civile secondo i metodi concepiti da James Lawson, discepolo di Gandhi e compagno di Martin Luther King negli anni ‘60. Il 9 dicembre oppositori alla guerra sono stati interpellati davanti alla sede delle Nazioni Unite, a New York, dove era proibito manifestare. Ex deputato democratico della Pennsylvania, il reverendo Edgar spiegava che fanno parte del NCC confessioni che praticano il pacifismo integrale come i quaccheri, ed altre che “seguono la teoria della guerra giusta” e rigettano la guerra in Iraq non per il rifiuto al principio di impiegare la forza, ma “perché la dimostrazione della sua necessità non è stata fatta”.
Le chiese protestanti classiche sono in maggioranza ostili alla guerra, ma il loro clero “è un po’ a sinistra della massa dei fedeli”. La luterana Jean Elshtain, professore dell’Università di Chicago nel libro “Guerra giusta contro il terrorismo”, spiegava che la guerra in Vietnam è stata l’esperienza formatrice per la generazione che dirige queste chiese, le quali “considerano ogni guerra non difensiva come malvagia”.
La sola confessione importante che ha preso esplicitamente posizione a favore della guerra è la Convenzione Battista del Sud (SBC), la più potente delle chiese evangeliche, con predominanza bianca, che conta 16 milioni di fedeli.
Il pastore newyorkese Al Sharpton è noto per le sue posizioni. Nell’estate 2001 è andato ad opporsi fisicamente alle manovre della marina sull’isola di Vieques, vicino a Porto Rico, e questo gli ha fatto trascorrere alcune settimane in prigione. Nella primavera del 2002 denunciava gli attentati ai diritti costituzionali commessi dal governo in nome della lotta al terrorismo. Impegnato nel movimento contro la guerra, è oggi il solo portavoce del Partito Democratico ed intende candidarsi alle presidenziali del 2004. Egli ritiene che “niente giustifichi la guerra che il Governo Bush ha deciso di scatenare contro l’Iraq”, se non la volontà dell’equipe di mascherare i fallimenti di fronte al terrorismo e nel campo economico. Egli ha inoltre accusato il potere di esporre l’esercito, nel quale i Neri sono numerosi, per proteggere gli interessi petroliferi della ricca borghesia texana.

Il pacifismo di Hollywood
La comunità di Hollywood negli ultimi tempi ha accelerato la sua presa di posizione contro la guerra. “Noi dobbiamo esprimerci e dire no. Voi non parlate per noi” dichiarava a Washington il 18 gennaio, davanti alla folla che era venuta a manifestare l’attrice Jessica Lange, che si è definita “una madre ben determinata a non trasmettere alle generazioni future un’eredità di onta, avidità e sangue”. Varie celebrità, fra cui Martin Sheen, Sean Penn, Mike Farrell, Wendie Malick, Sally Field, oltre ad attrici ed attori della nuova generazione come Kisten Dunst e Josh Lucas, Danny Glover, Janeane Garofano, fanno parte della coalizione Artists United To Win Without War (Artisti uniti per vincere senza la guerra). Per Robert Greenwald, il realizzatore che ha riunito la coalizione “Artists United To Win Without War” inviando e-mail alle star di Hollywood, “è chiaro che ormai il movimento di opposizione è grande, profondo e diversificato”. È dunque tempo di pensare a nuove strategie.
“Penso che la situazione attuale non giustifichi una guerra”, dichiarava con forza il 9 febbraio Janeane Garofano e deplorava “il rapporto nullo che Gorge Bush intrattiene con la democrazia, anche in questo paese”.

Le riserve di alcuni democratici, diplomatici e strateghi
Fra gli oppositori alla guerra c’è una parte di democratici ma anche di repubblicani e di militari in pensione. Edward Kennedy, senatore del Massachessets ed uno dei personaggi più potenti del Congresso, ha continuato a ripetere che dovrebbe essere data priorità alla lotta conto Al-Quaeda, affermando che “il popolo americano merita un dibattito completo sulle giustificazioni e conseguenze della guerra”. Josef Biden, ex presidente della commissione degli affari esteri del Senato, rimproverava al Governo di non dire agli americani “quanto rischia di costare umanamente ed economicamente, una guerra con l’Iraq”, mentre l’ex presidente della commissione della Difesa, Carl Levin, contestava le argomentazioni del Governo ha proposito di un collegamento tra Saddam Hussein e Osama Bin Laden.
Fra i democratici l’ex segretario di Stato Madeleine Albright si è dichiarata ostile al comportamento del Governo, al quale ha rinfacciato di minimizzare la questione nord coreana. Richard Lugar, il nuovo presidente della commissione affari esteri del senato, ha rimproverato al Pentagono e al Dipartimento di Stato di non aver preparato con serietà il futuro dopo l’intervento. Chi amministrerà l’Iraq? Quanto tempo dovranno restarvi le forze statunitensi? Quale sarà il ruolo dell’ONU? Si tratta di critiche analoghe a quelle che fin dall’agosto 2002 aveva sollevato Brent Scrowcroft, consigliere di Bush padre per la sicurezza nazionale, che pure sosteneva che la guerra contro l’Iraq rischiava di causare conseguenze peggiori dei mali ai quali dichiarava di voler rimediare.
L’ex presidente democratico Jimmy Carter e colui che fu il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Zbigniew Brzezinski, hanno denunciato i partigiani della guerra, in particolare coloro che da tempo insistono perché Saddam Hussein venga cacciato dal potere.
Alcuni militari in pensione costituiscono una imbarazzante categoria di avversari alla strategia di Bush. Il generale Schwarzkopf, comandante in capo durante la Guerra nel Golfo, per esempio, ha dichiarato che era stato convinto dalle argomentazioni dell’ex colomba “Colin” (Powel), il segretario di Stato che dodici anni fa era suo superiore gerarchico.

Amava vedere l’Oceano
E’ morta per fermare l’odio

Rachel Corrie, 23 anni, americana di Olympia, impegnata in azioni di interposizione con l’International Solidarity Movement a Gaza, è stata uccisa il 16 marzo da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre tentava un’azione diretta nonviolenta per impedire lo sradicamento degli alberi e la demolizione di una casa palestinese.

Pubblichiamo il triste e coraggioso messaggio dei genitori, seguito da una “lettera dalla Palestina” che Rachel ha inviato a casa due settimane dopo il suo arrivo nella Striscia di Gaza e un mese prima del suo sacrificio.

Stiamo attraversando un momento di grande dolore, e stiamo ancora cercando di scoprire i dettagli che si nascondono dietro la morte di Rachel nella Striscia di Gaza.
Abbiamo insegnato ai nostri figli ad apprezzare la bellezza della comunità e della famiglia, e siamo fieri del fatto che nostra figlia sia vissuta seguendo le sue convinzioni. Rachel era ricca di amore e di un senso di dovere verso tutti gli uomini, dovunque vivessero. E ha dato la sua vita per cercare di proteggere coloro che non sono capaci di proteggersi da soli. Rachel ci aveva scritto dalla Striscia di Gaza e noi vorremmo diffondere la sua esperienza, proprio attraverso le sue parole.

Craig e Cindy Corrie,
genitori di Rachel

Da una e-mail di Rachel, 7 febbraio 2003.
Sono in Palestina da due settimane, e ancora mi mancano le parole per descrivere quello che vedo.
Non so quanti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei carri armati nei muri e le torri di un esercito occupante che li sorveglia costantemente, dal vicino orizzonte. Anche se non ne sono completamente sicura, penso che anche il più piccolo di loro capisca che la vita non è così dappertutto (…) In ogni caso, qui ci sono bambini di otto anni molto più consapevoli di come funziona il potere globale di quanto non lo fossi io solo pochi anni fa, almeno rispetto a Israele. Comunque, penso che nessuna lettura, conferenza, documentario o discorso avrebbe potuto prepararmi alla situazione che esiste qui. Non è possibile neppure immaginarla a meno di venire personalmente, e anche allora sei sempre ben consapevole che la tua esperienza non è tutta la realtà. Io ho il denaro per comprare l’acqua quando l’esercito distrugge i pozzi e, ovviamente, ho la possibilità di andarmene. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando esco per andare a scuola o al lavoro posso essere abbastanza sicura che non ci sarà un soldato armato di tutto punto ad aspettarmi ad un blocco stradale, un soldato con il potere di decidere se posso andare per la mia strada, e se al ritorno avrò ancora una casa. Questi piccoli sanno che i bambini americani di solito non hanno i genitori uccisi e sanno che qualche volta vanno a vedere l’oceano. (…)
E dopo tutti questi pensieri un po’ sconnessi, ora mi trovo a Rafah, una città di circa 140.000 abitanti, di cui circa il 60% è composto di rifugiati – molti dei quali per la seconda o terza volta. Rafah esisteva prima del 1948, ma la maggior parte delle persone che ora vi abitano discendono dalle famiglie che si sono trasferite qui dalle loro case nella Palestina storica – ora Israele. Rafah venne spaccata a metà quando il Sinai ritornò sotto l’Egitto. Attualmente l’esercito israeliano sta costruendo un muro alto 14 metri tra la Rafah palestinese e il confine. Secondo il Comitato Popolare dei Rifugiati di Rafah (Rafah Popular Refugee Committee) seicentodue case sono state completamente abbattute. Il numero di quelle parzialmente distrutte è ancora più elevato. Oggi, mentre camminavo sulle pietre dove una volta sorgevano le abitazioni, i soldati egiziani mi hanno chiamato dall’altra parte del confine, “Vai via! Vai via!”, perché stava arrivando un carro armato.
Secondo l’ufficio municipale per l’acqua, i pozzi distrutti la scorsa settimana coprivano metà dei rifornimenti di tutta la città. Molte comunità hanno chiesto la presenza notturna di osservatori internazionali per cercare di difendere le case da ulteriori demolizioni. Dopo le 10 di sera qui è molto difficile muoversi perché i soldati israeliani trattano da oppositore chiunque passi per la strada e gli sparano contro.
Sto appena cominciando ad imparare, da quello che mi aspetto sarà una esperienza molto intensa, sulla capacità dei popoli di organizzarsi contro tutti gli odi. E di resistere contro tutti gli odi.
Rachel

Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 14 maggio 2003
La parola del mese: “Liberazione”

Nostra intervista a Padre Alex Zanotelli *

Padre Alex, perché fra le 10 parole della nonviolenza hai scelto proprio “liberazione”?
Pochi concetti sono stati così pregnanti di significato nel secolo scorso, come la parola “liberazione”, generalmente intesa come liberazione politica, sociale, economica; penso in particolare alle lotte dei popoli colonizzati dell’Africa o dell’America Latina per liberarsi dagli oppressori. In questo modo, per decenni, abbiamo perso, o tralasciato, l’aspetto più profondo, spirituale, antropologico della liberazione interiore dell’uomo.
Generalmente la liberazione sociale era associata a processi violenti (la rivoluzione armata), a causa della profonda influenza del marxismo sui movimenti rivoluzionari (pensiamo agli eserciti popolari di liberazione). Molte lotte armate in Africa, in Salvador, Nicaragua, Guatemala, risentivano dell’influenza marxista.
Per il marxismo l’Uomo è essenzialmente “buono” (il mito del buon selvaggio di Rousseau), ed infatti il suo messaggio diceva: “cambia la struttura della società, e automaticamente nascerà l’uomo nuovo”. E invece abbiamo visto che non è stato così!

Mentre la “liberazione” veniva egemonizzata dal marxismo, la Chiesa cosa faceva?
Questa grande influenza ideologica marxista sui movimenti di liberazione è potuta avvenire perché la Chiesa si è alienata su posizioni schizofreniche, puntando solo sulla liberazione personale, la liberazione in Cristo, senza preoccuparsi troppo di ciò che stava accadendo nella società; in questo modo, è ovvio, la Chiesa di quegli anni ha perso molti appoggi popolari.
La posizione della Chiesa si reggeva su una visione evangelica: la violenza non viene dalla società, ma dall’interno dell’Uomo. E’ chiaro che una conversione vera non si può imporre (i regimi che hanno tentato di farlo si sono trasformati in dittature, spesso feroci), ma deve maturare all’interno dell’individuo. Per questo la Chiesa ha continuato a dire: “cambia l’uomo e di conseguenza cambierà anche la società”, e purtroppo in venti secoli di storia abbiamo visto che anche questo non era vero!

Vuoi dire che la Chiesa è stata fuori dalla storia?
Il cristianesimo è stato capace di trasformare radicalmente le persone, come la conversione di Saulo in Paolo, ma non si è mai vista una società trasformata dal cristianesimo. Ci sono voluti addirittura tre secoli alla Chiesa per dire che l’apartheid è un peccato, e l’ha detto dopo che l’apartheid era caduto!

Dunque il marxismo e la fede cattolica si sono “giocati” la liberazione?
Queste sono le due esperienze di liberazione sperimentate nel novecento: quella ecclesiale e quella politica, con due diverse visioni dell’Uomo. E’ qui che dobbiamo riflettere: entrambe queste visioni hanno fallito.
Ovunque il comunismo sia stato imposto con la forza delle armi, con la violenza, c’è stato un fallimento tragico, come nei paesi dell’Est. Non hanno funzionato nemmeno tutte le lotte di liberazione che io stesso sostenevo: Mozambico, Eritrea… quando hanno preso il potere è stato un disastro!
Questi sono fatti, non è ideologia! La liberazione politico-economica-sociale promossa dall’ispirazione marxista non ha funzionato, perché non ha saputo risolvere il problema della violenza.
Il fronte ecclesiale, invece, ha fallito perché non prendeva in considerazione il passaggio dalla conversione personale alla conversione della società (se tu ti converti, ma restano le strutture di ingiustizia e di peccato, quelle stesse strutture poi ti riportano ed essere un pagano).
Per questo in America Latina, dopo il Concilio Vaticano 2°, è nata la teologia della liberazione, come tentativo di tradurre l’ispirazione biblica della sete di un uomo e di mondo nuovo.

Possiamo dire che la teologia della liberazione fu un tentativo di conciliare marxismo e cristianesimo?
Nella teologia della liberazione è mancata l‘analisi critica al marxismo, ed è per questo che nella teologia della liberazione c’erano alcune lacune, dovute ad una riflessione non sufficiente sul tema della violenza. Un’ambiguità che ci sarà anche nello stesso papato, che con la Populorum Progressio (che voleva in qualche modo recepire questa nuova teologia) in certe circostanze giustificava la ribellione violenta dei popoli oppressi..

Ma allora, la novità dove dobbiamo cercarla?
Una grande novità è stata rappresentata da Renè Girard quando, fra gli anni ’60 e ’70, ha scritto il suo primo libro “La violenza e il sacro”, (che Le Monde definì come il libro più importante del secolo…. eppure è stato messo subito rimosso dall’intelligenzia del tempo, ancora troppo influenzata dal pensiero marxista). Renè Girard ha analizzato a fondo la violenza che viene dall’interno dell’uomo, la mimesi, l’imitazione, la relazione con gli altri… e ha fatto una disanima durissima su tutte le culture e gli imperi, che lui definisce come nati dall’omicidio e retti sul sangue.
Nelle società primitive c’è sempre stato bisogno della vittima su cui costruire la pace sociale; poteva essere una singola persona o un gruppo. Le religioni primitive hanno sempre avuto bisogno del “sacrificio”, del capro espiatorio. Renè Girard, agnostico, ha ricordato ai credenti che l’unico testo religioso in cui questo meccanismo salta, è proprio il Vangelo. La vittima colpevole (Gesù, condannato dal Sinedrio e dai Romani) è proclamato innocente: uno scandalo!

Una vera rivoluzione antropologica…
E’ grazie a queste riflessioni che ho iniziato a capire cos’ha rappresentato Gesù nelle storia. Gandhi ci aveva sempre detto che la sua nonviolenza veniva da Gesù, ma noi non l’avevamo capito.
Nel 1991 avviene l’incontro fra Renè Girard e i teologi della liberazione. Viene indicata una via d’uscita al problema della violenza: la conversione personale deve avvenire sulla base di valori profondi, e si deve accompagnare alla riproposizione di questi valori fuori dalla persona, nella dimensione collettiva. Non nascerà l’uomo nuovo, l’uomo planetario, se non saremo capaci di dare corpo all’intuizione che la liberazione delle singole persone deve tradursi in alternative economiche, sociali, politiche. Queste alternative devono valere non solo per la comunità nella quale siamo inseriti, ma devono avere una dimensione globale. Oggi la salvezza è globale, o non è!
Dunque, non ci può essere vera liberazione se non con la nonviolenza attiva, e questo deve diventare il cuore della nuova società.

* Missionario Comboniano.
Intervista raccolta da Mao Valpiana

La liberazione di M. K. Gandhi

Tutti aneliamo alla salvezza, ma probabilmente non sappiamo bene in cosa consista.
La liberazione dal ciclo nascita-morte è, ad ogni modo, uno dei suoi significati.

La vera debolezza è interiore, non esteriore.
Dove c’è libertà di spirito, là risiede anche un’inestinguibile forza spirituale.

Chiunque si sottometta a un potere dispotico sappia che significa dover rinunciare alla libertà personale.

La liberazione di M. L. King

L’uomo è più che un animale produttivo guidato da forze economiche, è un essere spirituale, coronato di gloria e di onore, dotato del dono della libertà.

L’uomo è uomo perché è libero di operare entro la struttura del suo destino: è libero di deliberare, di prendere decisioni e di scegliere fra varie alternative.

La nostra attuale sofferenza e la nostra lotta nonviolenta per essere liberi può offrire alla civiltà occidentale il tipo di dinamica spirituale di cui ha così disperatamente bisogno per sopravvivere.

La liberazione di Aldo Capitini

Avremo cura di evitare sempre l’oppressione e lo sfruttamento, e di promuovere senza interruzione la libertà e l’uso dei beni della vita per tutti.
La liberazione non è soltanto da una società ingiusta, ma anche dalla natura che dà la morte, dalla nostra sostanza umana che dà il peccato.
Mi appassiono e là dove vedo il dolore, il peccato, la morte, i colpi della natura o della società, e mi tendo alla liberazione per tutti: solo se tocco questo orizzonte di infinità, comincia il miracolo, e questo è possibile ottenerlo, mentre la protezione richiesta dall’egocentrismo è alquanto incerta.

Per approfondire

Liberazione

Filosofia ed etica della liberazione
A. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1989.
F. Battistrada, Per un umanesimo rivisitato. Da Heidegger a Gramsci, a Jonas, all’etica di liberazione, Milano, Jaca Book, 1999.
A. Bausola, La libertà, Brescia, La Scuola, 1985.
L. Boff, Il creato in una carezza. Verso un’etica universale: prendersi cura della terra, Assisi, Cittadella, 2000.
E. Dussel, Filosofia della liberazione, Brescia, Queriniana, 1992.
A. Elenjimittam, Mukti. La liberazione nella filosofia indiana, Milano, Mursia, 1996.
E. Fromm, Fuga dalla libertà, Milano, Edizioni di Comunità, 1985.
R. Garaudy, Danzare la vita, Assisi, Cittadella, 1985.
R. Guardini, Persona e libertà, Brescia, La Scuola, 1987.
A. Heschel, Il canto della libertà. La vita interiore e la liberazione dell’uomo, Comunità di Bose, Magnano (Biella), Quiqajon, 1999.
J. Maritain, Strutture politiche e libertà, Brescia, Morcelliana, 1968.
J. Maritain, Per una politica più umana, Brescia, Morcelliana, 1968.
J. Maritain, La conquista della libertà, Brescia, La Scuola, 1981.
L. Pareyson, Ontologia della libertà, Torino, Einaudi, 2000.

Liberazione come educazione
E. Balducci, Educazione come liberazione, Firenze, Chiari, 1999.
A. Capitini, Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, Pisa, Nistri Lischi, 1953.
P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Milano, Mondadori, 1971, 2a ediz., Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2002.
P. Freire, L’educazione come pratica della libertà, Milano, Mondadori, 1977.
M. K. Gandhi, La mia vita per la libertà, Roma, Newton Compton, 1973.
E. Guidolin – R. Bello, Paulo Freire. Educazione come liberazione, Padova, Gregoriana Libreria Editrice, 1989.
M. Laeng, Educazione alla libertà, Teramo, Lisciani e Giunti, 1980.
E. Passetti, Conversazioni con Paulo Freire, Milano, Elèuthera, 1996.
L. Rossi, Paulo Freire profeta di liberazione, Torre dei Nolfi, Edizioni Quale Vita.
V. Zangrilli, Pedagogia del dissenso, Firenze, La Nuova Italia, 1973.

Teologia della liberazione
Aa.Vv., Verso una teologia della violenza?, Brescia, Queriniana, 1969.
J. M. Aubert, Diritti umani e liberazione evangelica, Brescia, Queriniana, 1989.
L. Boff – E. Dussel – F. Betto, La chiesa dei poveri. Venticinque anni di teologia della liberazione, Roma, Datanews, 1998.
L. Boff – C. Boff, Come fare teologia della liberazione, Assisi, 4a ed., 1986.
L. Boff, La grazia come liberazione, Roma, Borla, 1978.
L. Boff, Grido della terra grido dei poveri. Per una ecologia cosmica, Assisi, Cittadella, 1996.
I. Ellacurìa – J. Sobrino, Mysterium liberationis. I concetti fondamentali della teologia della liberazione, Roma, Borla, 1992.
G. Gutiérrez, Teologia della liberazione, Brescia, Queriniana, 1a ed. 1972, 5a ed. 1992.
I. Jesudasan, La teologia della liberazione in Gandhi, Assisi, Cittadella, 1986.
B. Mondin, I teologi della liberazione, Roma, Borla, 1977.
J. Ramos Regidor, Gesù e il risveglio degli oppressi, Milano, Mondadori, 1981.

Violenza o nonviolenza?
Aa. Vv., Violenza e non violenza, Roma, Città Nuova, 1969.
Aa.Vv., Nonviolenza e marxismo, Milano, Libreria Feltrinelli, 1976.
Aa.Vv, Marxismo e nonviolenza, Genova, Editrice Lanterna, 1977.
Aa. Vv., Violenza o nonviolenza, Milano, Linea d’ombra, 1991.
A. Arendt, Sulla violenza, Milano, Mondadori, 1971.
A. Arendt, Sulla rivoluzione, Milano, Comunità,1983.
*A. Capitini, Teoria della nonviolenza, “Quaderni di Azione Nonviolenta”, Verona.
M. K. Gandhi, Teoria e pratica della non violenza, Torino, Einaudi, 1973.
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*J. M. Muller, Il vangelo della nonviolenza, Genova, Editrice Lanterna, 1976.
P. Ricoeur, La questione del potere. L’uomo non-violento e la sua presenza nella storia, Lungro (Cosenza), Marco Editore, 1992.
K. Satish, Non-violenza o non esistenza, Roma, Città Nuova, 1970.
J. Sémelin, Per uscire dalla violenza, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1985.
*G. Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, 3 voll., Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1985-1997.

Liberazione della donna
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C. Gilligan, Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, Milano, Feltrinelli, 1991.
L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991.
Osho, La donna. Una nuova visione, Arona, New Services Corporation, 1997.
A. Seroni, La questione femminile in Italia 1970-1977, Roma, Editori Riuniti, 1977.
S. Ulivieri (a cura di), Educazione e ruolo femminile. La condizione della donna in Italia 1945-1990, Firenze, La Nuova Italia, 1992.

Liberazione animale
P. Singer, Il movimento di liberazione animale, Torino, Sonda, 1989.
P. Singer, Liberazione animale, Milano, Mondadori, 1991.

Liberazione come risveglio interiore
E. Barella, La via della consapevolezza: un cammino senza sentieri, Torino, Psiche, 1997.
J. Brosse, Satori, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1994.
P. Confalonieri, La saggezza che libera, Milano, Mondadori, 1995.
T. Gyatso (Dalai Lama), Il sentiero per la liberazione, Pomaia, Edizioni Chiara Luce, 1997.
T. Gyatso (Dalai Lama), La via della liberazione, Milano, Pratiche editrice, 2000.
J. Krishnamurti, Verso la liberazione interiore, Parma, Guanda, 1998.
A. M. La Sala Batà, La via della liberazione dalla sofferenza, Roma, Edizioni Armonia e Sintesi, 1998.
C. Maccari, Liberazione buddhista e salvezza cristiana, Leumann (Torino), LDC, 1995.
Osho, Tecniche di liberazione, Arona, New Services Corporation, 2000.
U. P. Sayadaw, Proprio in questa vita. Gli insegnamenti del Buddha sulla liberazione, Roma, Astrolabio, 1998.
A. W. Watts, La via della liberazione. Saggi e discorsi sull’autotrasformazione, Roma, Astrolabio, 1992.

(a cura di Matteo Soccio)

* Le opere contrassegnate con un asterisco sono disponibili presso “Azione Nonviolenta”.

La Giornata degli obiettori di coscienza
Sosteniamo i Refusenik israeliani!

Il 15 maggio è la Giornata Internazionale degli Obiettori di Coscienza. La War Resisters’ International organizza una mobilitazione in Israele.

In febbraio War Resisters’ International ha pubblicato un rapporto per la Commissione ONU per i Diritti Umani, che descrive dettagliatamente la situazione degli obiettori di coscienza in Israele1. In sintesi, tale rapporto mostra che:
agli uomini è negato il diritto all’obiezione di coscienza, e per le donne questo diritto non è completamente garantito;
la procedura per garantire il diritto all’obiezione di coscienza per gli uomini non è di dominio pubblico e – per quanto riguarda la prassi – iniqua;
l’incarcerazione di obiettori di coscienza (uomini) costituisce una violazione del diritto umano all’obiezione di coscienza, derivato dall’Articolo 18 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici;
la pratica comune delle ripetute incarcerazioni è una violazione dell’Articolo 14, paragrafo 72;
il tentativo di indebolire gli obiettori di coscienza attraverso la procedura di ripetute incarcerazioni – come testimoniato recentemente – viola l’Articolo 14, paragrafo 7 e la Risoluzione 2002/45 della Commissione ONU per i Diritti Umani .

Successivamente alla pubblicazione di questo rapporto, la situazione è addirittura peggiorata: è stata introdotta una nuova strategia che consiste nel deferimento alla corte marziale degli obiettori di coscienza che hanno scontato ripetuti periodi di incarcerazione. Il primo ad essere inviato alla corte marziale è Jonathan Ben-Artzi, che ha già scontato 200 giorni di prigione, in 7 diversi momenti. Seguito da Haggay Matar e Matan Kaminer, mentre Uri Ya’acobi è stato improvvisamente ed inaspettatamente congedato.
Negli ultimi due anni, War Resisters’ International ha diffuso più di 200 “CO-alerts” (“Allarmi-OdC”), messaggi di allarme sugli obiettori di coscienza (messaggi di posta elettronica in inglese3), tutti riguardanti l’incarcerazione di obiettori di coscienza israeliani. Dall’inizio della seconda intifada, più di 180 obiettori di coscienza hanno scontato periodi di detenzione – la maggior parte (circa 150) è costituita dai cosiddetti refusenik, coloro che si rifiutano di prestare servizio nei Territori Occupati. Complessivamente gli obiettori di coscienza israeliani hanno trascorso più di 6.500 giorni in carcere negli ultimi due anni.
Il nuovo sviluppo consistente nel deferimento alla corte marziale, che arriva dopo un incremento considerevole delle condanne al carcere, peggiora la situazione. Attualmente WRI sta cercando di organizzare una delegazione con lo scopo di controllare alcuni dei casi deferiti alla corte marziale per mostrare l’interesse e la solidarietà internazionale (se desiderate prendere parte a tale delegazione, vi preghiamo di mettervi in contatto con l’ufficio di WRI).

E’ necessaria la solidarietà!
Per migliorare la situazione degli obiettori di coscienza israeliani, è importante fare pressione a diversi livelli. War Resisters’ International sta collaborando con l’Ufficio delle Nazioni Unite dei Quaccheri a Ginevra per fare pressione dal lato della Commissione Onu sui Diritti Umani. E in collaborazione con EBCO (European Bureau for Conscientious Objection – Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza) stiamo lavorando anche sulle istituzioni europee. Ma più importante è la pressione internazionale dal basso – dalla base.
Una possibilità – accanto all’invio di lettere e fax in risposta ai vari messaggi di allarme CO-alert di WRI – è quella di “adottare” un refusenik, come suggerito da Yesh Gvul. Questo comporta il sostegno diretto ad un refusenik da parte di un gruppo, il quale può usare ciò per accrescere la consapevolezza nella sua comunità locale4. Ma il punto centrale delle attività di WRI quest’anno sarà il 15 maggio. Per questa giornata WRI sta organizzando un’azione nonviolenta internazionale in Israele – in solidarietà con gli Odc israeliani e con la resistenza nonviolenta all’occupazione israeliana, e per la coesistenza e la collaborazione. Nella settimana antecedente al 15 maggio avrà luogo un seminario/training in Israele, per uno scambio di esperienze sull’obiezione di coscienza, e per preparare l’azione del 15 maggio.
War Resisters’ International chiama/invita inoltre ad azioni locali, decentrate per il 15 maggio, di fronte ai consolati o alle ambasciate israeliane, o in altri luoghi pubblici ovunque nel mondo. Deve essere sottolineato che le azioni non sono rivolte contro lo Stato di Israele in sé, ma contro la politica del governo israeliano nei confronti degli obiettori di coscienza e nei Territori Occupati. I principali partner di WRI sono gli stessi gruppi di obiettori di coscienza israeliani, soprattutto New Profile, the Shministim e Yesh Gvul.

Andreas Speck
War Resisters’ International

War Resisters’ International
5 Caledonian Rd, London N1 9DX, Britain
tel +44-20-7278 4040, fax 7278 0444
email andreas@wri-irg.org
http://wri-irg.org
Dalla piccola Pieve di Barbiana alla maestosità della Basilica di S.Pietro

di Alberto Trevisan

L’8 marzo il Papa ha ricevuto in udienza gli obiettori e le volontarie del servizio civile.
Quando il 4 novembre 2000, molti obiettori di coscienza sono saliti a Barbiana, luogo simbolo per gli obiettori, risalendo a piedi le curve sinuose che portano al poggio del Monte Giovi, riflettevo a lungo e in silenzio e confrontandomi con un carissimo amico le ragioni per cui il giubileo degli obiettori non poteva essere celebrato a Roma.
Da anni avevamo chiesto di essere ricevuti dal Pontefice, da quando con l ‘Enciclica “Gaudium et Spes” la Chiesa del dopo Concilio Vaticano II° aveva definitivamente cancellato il concetto di “guerra giusta” e aveva riconosciuto con rispetto “quanti per motivi di coscienza chiedevano di servire la Patria non in armi ma con un servizio civile alternativo”: avevamo proposto la nostra partecipazione assieme al Giubileo dei militari per far capire che il metodo nonviolento non considera nessuno come nemico ma cerca soprattutto di capire le ragioni dell’altro.
Certo l’ex Vescovo di Firenze, card. Piovanelli, nel suo intervento, oltre a confermare la validità dell’insegnamento di Don Lorenzo Milani, ci aveva accolti con parole toccanti e piene di significato, sino a chiamarci “sentinelle del mattino” , richiamandosi al Profeta Isaia.
Ci aveva chiesto di ripensare il nostro passato, gestire al meglio il presente ma soprattutto organizzare il futuro perché mancavano ancora “molte ore al mattino”.
Con questi pensieri, siamo partiti l’8 Marzo 2003 per essere ricevuti da Giovanni Paolo II°: forse il Papa aveva voglia di vederci in tanti, obiettori delle varie generazioni, le nuove ragazze del servizio civile volontario, i rappresentanti degli enti di servizio civile e del volontariato le persone con disabilità, i volontari della Croce rossa, delle varie Misericordie, della Protezione civile e via molti altri soggetti.
La voglia di “esserci tutti” ci ha portato a riempire gli 8 mila posti della sala Nervi a fianco della Basilica di S.Pietro in attesa della udienza del Papa in una sala piena di colori delle bandiere della pace e delle sciarpe bianche e blu con il nuovo simbolo del Servizio Civile Volontario con musiche e canzoni. Ogni sedia aveva già la propria sciarpa bianca o blu, quelle che, assieme alla bandiere della pace hanno accompagnato i momenti più emozionanti di tutta l’udienza.
Non era giusto chiedere al Papa che si dilungasse più di tanto, nel ricordare la lunga storia dell’obiezione di coscienza, dato che ogni giorno “tuona” contro il pericolo della guerra.
La sua voce mi è parsa ferma e forte. I suoi occhi, i suoi gesti erano rivolti alla sala strapiena, alle sciarpe e alle bandiere che hanno salutato la sua uscita: una persona che non si vergogna di farsi aiutare dalla carrozzina, forse proprio per risparmiare le forze e gridare sempre più forte che “Spes contra Spem”, malgrado tutto, se si vuole la pace, la guerra si può evitare subito e sempre.
Molte persone con disabilità, di cui siamo amici per i rapporti intensi costruiti in anni di lavoro nel sociale, erano accompagnati da parenti o volontari e si inserivano pienamente in tutta l’atmosfera dell´incontro. Sono stati proprio loro, che hanno il motto di vivere una “Vita Indipendente”, i primi ad arrivare a fianco del Papa per salutarlo, per donare, ad esempio, il loro cappellino della associazione o il loro sorriso corrisposto come non mai.
Ho ricordato una scena molto simile quando in una delle sue ultime uscite, prima di lasciarci, Padre David Maria Turoldo, il poeta della pace, di fronte all’Arena di Verona strapiena di tutto il movimento della pace unito da un grande cartello “Anch’io ripudio la guerra” chiese con la sua voce roboante ai potenti della terra, ai signori delle armi “Cessate il fuoco!”
Il sole di Roma, l’enorme piazza S.Pietro ci ha riaccolto dopo un bagno di speranza e di grandi emozioni e ci è voluto tempo perché alla spicciolata la piazza fosse abitualmente lasciata ai turisti: sembrava che il popolo della pace non si volesse staccare da quell´incontro.
Credo di dover dire che il Papa, con il suo “Mai, mai, mai più la guerra” ci ha messo d’accordo tutti, almeno per una volta, abbattendo quegli steccati che a volte ci impediscono di andare avanti. Personalmente aspettavo questo momento da oltre trent’anni e sarò contento di dire in futuro “c’ero anch’io!”.

L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Un teatro contro la mostruosa mostra d’armi EXA 2003

Dal 12 al 15 aprile si terrà a Brescia Exa2003, fiera di armi leggere. Presentiamo l’azione teatrale di controinaugurazione realizzata l’anno scorso nell’ambito della campagna “Disarmiamo EXA”. Ne abbiamo parlato con Floriana Colombo del GAN di Milano.

Che risultato vi proponete per la campagna?
A medio termine: modificare il regolamento di EXA “in direzione di una stretta coerenza con quanto dichiarato nel marchio “Mostra di armi sportive e da caccia”
A più lungo termine: attivare/rafforzare il processo di riconversione industriale e culturale; avviare un percorso verso la costruzione di un osservatorio permanente sulle armi leggere (OPAL).

Che risultato per vi proponevate per l’azione?
Dare visibilità ai contenuti della campagna sui mass-media e smascherare l’ambivalenza dell’esposizione, aumentando la consapevolezza delle famiglie che vanno visitare la mostra così da condizionare gli organizzatori della mostra

Ed ecco l’Azione Teatrale!
La gran parte delle 40 persone coinvolte nell’azione si posizionano in riga, da un lato, con la maschera neutra. Dieci passi più in là viene tirato un nastro tricolore, al di là del quale la voce fuori campo, col megafono, fa la cronaca dell’inaugurazione:
“Signore e signori buon giorno! Benvenuti a Exa 2002, la grande fiera che fa di Brescia la patria indiscussa dell’arma sportiva italiana. Oggi è un giorno di festa per tutti gli appassionati del settore…”
Le maschere si muovono lentissimamente verso il nastro camminando in riga; al di là del nastro di fronte a loro vengono proposti in sequenza 4 “quadri viventi” (stile “statue” del teatro dell’oppresso) di finti partecipanti all’inaugurazione: la famiglia di sportivi, il poliziotto, il commerciante d’armi, il sindaco.

I° quadro:
“Vediamo infatti avvicinarsi l’allegra famiglia sportiva, il Sig. Rossi valido e rispettabile cacciatore delle valli, con sua moglie e suo figlio si appresta a visitare gli stand dei migliori espositori da tutto il mondo… ma ecco che STOP! La Famiglia Rossi viene assalita da un dubbio inquietante“.
Allo “stop!” dello speaker le maschere si congelano in una statua di gruppo ….. voce fuori campo:
“E se gli espositori non si occupassero solo di armi sportive e da collezione? (…) Forse la famiglia Rossi non sa che … secondo i dati di Amnesty International le armi leggere ogni anno uccidono 150.000 persone, fra uomini donne e bambini… forse la famiglia Rossi non sa che spesso queste armi ad uso civile finiscono nelle mani sbagliate, non sa che l’Italia è il terzo esportatore mondiale di armi di piccolo calibro, e che fra i destinatari si trovano stati coinvolti in conflitti armati come India, Pakistan, Eritrea, Etiopia, Uganda, Sierra Leone, Congo, o paesi che sono teatri di violazioni dei diritti umani come Turchia, Arabia Saudita, Cina e Indonesia. Forse non lo sa… oppure lo sa?!”
Lo schema si ripete una seconda e una terza volta:

2° quadro:
“Ma vediamo chi altro c’è. Ah sì c’è anche il Sig. Bianchi, valente poliziotto in borghese, (…) Saranno tutti onesti servitori dell’ordine pubblico coloro che poi imbracceranno questi ultimi ritrovati della tecnologia?” Forse il sig. Bianchi non sa che(…) sono di fatto utilizzati in molti conflitti sia in regimi autoritari che in regimi democratici, con un incidenza tale di vittime da spingere il segretario delle Nazioni Unite, Kofhi Annan, a definirle a tutti gli effetti ” ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA ” Forse il sig . bianchi non lo sa…oppure lo sa?!”

3° quadro:
“Brambilla, onesto instancabile lavoratore, espositore orgoglioso della qualità delle sue lavorazioni (…) un senso di inspiegabile malessere (…) col nuovo disegno di legge 1927 non verrà esercitato alcun controllo governativo sui trasferimenti di armi ad uso civile , né monitorato l’utilizzo di questo materiale una volta che ha lasciato l’Italia. Non ci sarà alcuna garanzia che i destinatari di quest
e armi non le riesportino o le usino per scopi “non civili”: ma non dovevamo mica combattere il terrorismo?. …per questo da un po’ di tempo il Sig. Brambilla ha iniziato a soffrire d’insonnia…

4° quadro: la voce fuori campo presenta il sindaco che taglia il nastro…
Comunque i nostri amici che ci possono fare, è gente normale, è sabato, c’è una bella fiera che sta per cominciare… ed ecco la deliziosa maestra di cerimonia, che si appresta al taglio del nastro! Cinque, quattro, tre, due ,uno, VIA!”
Parte la sirena e le maschere bianche crollano a terra restando immobili.

Finale. Le statue si scongelano e dopo essersi calate una maschera da soldato sulla faccia, attraversano l’area dove c’era il nastro per entrare alla mostra, camminando indifferenti tra le vittime. Il buon poliziotto ripassa le sagome di vittime con una vernice bianca ad acqua che l’amministrazione potrà cancellare ma che rimarranno nelle coscienze di tutti.

Per informarsi
GAN Milano: casapace@tiscalinet.it ; www.mademake.it/gdaforg8
BSF: www.bresciasocialforum.org/disarmiamoexa
EXA: (www.exa.it) (notare il logo)

(1° Parte. Continua)

ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Dietro a quelle bandiere c’è il movimento arcobaleno

Torno in Italia agli inizi di marzo, e insieme alla primavera scopro le bandiere del movimento per la pace sventolare da tanti balconi. A Firenze, Roma, Milano il volto delle nostre città è cambiato. C’è una tensione nuova, che non ricordo di avere mai vissuto, neppure nei tempi lontani in cui ci si mobilitava contro l’installazione dei missili nucleari a Comiso. Allora i nonviolenti erano pochi, e la massa dei manifestanti scendeva in piazza su invito dei grandi partiti. Oggi la nonviolenza è diventata una componente decisiva di un movimento maturo e che cresce dal basso.
Invece la politica ufficiale latita (il Governo), oppure è indecisa e ha paura di schierarsi in maniera netta, “senza se e senza ma”, contro la guerra annunciata (buona parte dell’opposizione).
Due immagini mi vengono in mente in questo momento. La prima è di “battere il ferro finché è caldo”: i nonviolenti, e chi intende costruire una nuova politica di pace, devono lavorare a breve scadenza per far crescere la consapevolezza che la pace non è solo un pio desiderio di anime belle, ma anche il frutto di concrete scelte politiche. E’ il tempo di far sentire alla società civile e a chi ci governa che occorrono scelte precise. Durante la prima guerra del Golfo, dodici anni fa, Alex Langer invitava a cambiare la vita per fermare la guerra. Le sue parole rimangono attuali – e il mese scorso abbiamo provato a renderle concrete nella situazione di oggi.
Lavorare per l’attivazione della società civile per un lavoro di pace è indispensabile, ma non basta. Ora bisogna ricondurre alla propria responsabilità anche i vertici politici. Governo e opposizioni devono dirci se e in quale misura vogliono impegnarsi per una nuova politica di pace; per il rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione; per il sostegno alla prevenzione della violenza, alla soluzione negoziata dei conflitti internazionali; per il rilancio delle organizzazioni internazionali, in particolare per rispondere alle minacce delle armi di distruzione di massa e al terrorismo internazionale; per l’istituzione dei Corpi civili di pace e il sostegno a tutti gli strumenti civili di risoluzione dei conflitti internazionali; per la messa in pratica di forme di difesa nonviolenta, come previsto dalla legge sul servizio civile del 1998.
Oggi la società politica è forse più ricettiva a idee nuove, e noi dobbiamo articolare il nostro programma costruttivo con chiarezza. Tra un anno, quando l’onda di piena di questo movimento si sarà affievolita, non sarà più così. E a qualche politico potrebbe venire di nuovo in mente di chiedere – senza assumersi impegni – il sostegno di chi lavora per la pace. Non dimentichiamo la lettera aperta ai marciatori della Perugia-Assisi dei “leaders” del centrosinistra, nell’autunno del 2001!

La seconda immagine che vorrei proporre ai lettori riguarda il mare di bandiere che sventolano da tanti balconi in tutta Italia. Mi sono chiesto, come forse molti, dietro quante di queste bandiere ci sia un impegno reale e duraturo per la pace. Ho già sentito qualche voce lamentarsi di questa che corre il rischio di diventare una nuova moda.
Ma forse siamo fuori strada. A me piace pensare che ognuna di quelle bandiere sia un seme, una promessa di un percorso che forse ancora non è stato compiuto, ma che si preannuncia nel futuro prossimo. Non sottovalutiamo il coraggio che per tante persone è necessario a esporre pubblicamente la propria opinione su questo tema. Allora è anche qui compito dei movimenti per la nonviolenza e la pace incoraggiare nuovi passi su questo cammino, attivare le persone che prima non si sarebbero mai sognate di interessarsi ai problemi della guerra, all’obiezione di coscienza, agli strumenti della pace, alle patologie dello sviluppo che sono alla radice di tanti conflitti. E che dire degli annunci nelle parrocchie dove i fedeli si riuniscono per recitare il rosario per la pace? Non potrebbero i nonviolenti trovare forme di dialogo anche con chi esprime una sensibilità così diversa?
La gioiosa esplosione del “movimento arcobaleno” ci impegna a fare di più e meglio per attivare un dialogo con tutta la società. La sfida che abbiamo di fronte è trovare un equilibrio tra questo lavoro di attivazione nel costruire la pace e il rispetto per le diverse sensibilità accomunate oggi dal ripudio della guerra e della violenza terrorista.

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Le canzoni per la pace contro le armi della guerra

L’attacco all’Iraq, nonostante tutto, è cominciato. I “balconi di pace” con le bandiere arcobaleno hanno continuato a moltiplicarsi in tutta Italia. Mtv Italia, nel primo giorno di guerra, ha stravolto il palinsesto e cancellata la pubblicità per dare spazio ai messaggi dei ragazzi contro l’attacco all’Iraq e ai video-clip più in sintonia, come “Untitled” dei Sigur Ros , “Boom!”dei System of a down, “Everybody hurts” dei Rem, “The Grave” di George Michael e “Out of time” di John Hardwick. Fra il 21 e 23 marzo si sono tenuti oltre 50 eventi musicali in 16 Paesi, coinvolgendo 500 musicisti e gruppi di base coordinati dal Global Music Festival for Peace and Charity, che ha fra i sostenitori Phil Collins. Alle manifestazioni di Roma del 22 marzo,“Parole e musica per la pace” hanno avuto una notevole rilevanza, con interventi illustri sui due palchi (De Gregori, Ruggeri e Mirò, De Sio, Mannoia da una parte e Modena City Ramblers, Gang, Bandabardò dall’atra) e sorprese come “Il disertore” cantata da Massimo Di Cataldo…
Nelle settimane precedenti le risonanze musical-pacifiste non si sono contate. Al Festival di San Remo, per esempio, nonostante tentativi di censura del direttore Rai, il messaggio pacifista e addirittura nonviolento ha trovato notevoli spazi! Si è partiti con le bandiere messe su due poltroncine del teatro (biglietti acquistati da Agnoletto e don Vitaliano). Fra gli ospiti Peter Gabriel, prima di cantare ha detto “No war”, rincarando la dose nelle interviste di rito:“la guerra è sempre una risposta barbara adoperata per risolvere una questione già difficile in partenza” e Tara Gandhi, nipote del Mahatma che, dopo aver presentato alla cittadinanza sanremese il pensiero e la filosofia del nonno con proiezione di filmati, sul palco del festival ha detto: “sono qui con voi per urlare pace a tutti e penso che da questa città dei fiori e della musica partirà un messaggio al mondo intero”. Fra i cantanti c’è chi si è esibito indossando magliette o bandiere della pace, molti dei partecipanti hanno aderito al digiuno indetto dal Papa e Pippo Baudo ha colto numerose occasioni per lanciare battute a favore della pace. Considerando la gara, un bel quarto posto è stato raggiunto da Ruggeri e Mirò con la canzone “Nessuno tocchi Caino”.
Non solo dentro ma anche fuori: a cento metri dal teatro Ariston era allestita durante gli ultimi tre giorni del festival una tenda della pace, con proiezione di filmati e performance musicali che, la sera della finale hanno visto presenti gli Inti Illimani. Quest’ultima iniziativa era collegata a “Salaam Baghdad-Artisti contro la guerra”, aggregazione nata dopo “Il cielo sopra Baghdad” (ne abbiamo parlato nel numero di dicembre) che ha dato vita a una serie di appuntamenti basati sulla presentazione del film (“Sotto il cielo di Baghdad”), delle mostre fotografiche e del cd coi concerti realizzati in novembre in Iraq e a una serie di concerti a Orvieto, Bologna, Roma, Ancona e Asti con M. Bubola, A. Parodi (ex-Tazenda), P. Capodacqua, G. Kuzminac, P. Pollina, C. Lolli, M. Gazzè e molti altri.
In precedenza, “Parole e musiche contro la guerra” è stato un notevole appuntamento il 10 febbraio a Milano, in preparazione alla memorabile manifestazione che si è poi tenuta a Roma. Ne hanno fatto parte fra gli altri: V. Capossela, M. Ovadia, Jovanotti, Paolo Rossi, D. Fo e F. Rame.
A livello internazionale l’opposizione alla guerra ha ricompattato i musicisti. Oltre a singole iniziative come quella di Madonna che ha prodotto un video contro la guerra, vanno segnalati i “Musicisti Uniti per Vincere Senza la guerra” che si sono presentati con una intera pagina a pagamento sul New York Times. Fra i promotori: Brian Eno, i Rem, Lou Reed, Caetano Veloso, Sheryl Crow, Suzanne Vega, Natalie Imbruglia. Da questa mobilitazione è nato il doppio cd “Peace, not war coalition” che contiene alcuni dei nuovi inni pacifisti: “The bell” di Stephan Smith, “The price of oil” di Billy Bragg, “Self evident” di Ani Di Franco. Le parole di John Lennon sono state ancora una volta occasione per numerose azioni nonviolente per la pace. Due esempi su tutti: in Italia il 22 febbraio migliaia di persone, cantanti, radio, scuole di musica, associazioni, circoli e scuole, alle ore 17 (“La pace all’ora del TU”) in tutto il Trentino hanno cantato, suonato, trasmesso, ascoltato “Imagine”, su proposta del Centro Musica e del Comune di Trento; negli Usa la scritta “Give peace a chance” è comparsa su magliette che, degne delle azioni dei GAN anni sessanta di Pinniana memoria, si sono improvvisamente moltiplicate fra i clienti di un centro commerciale di New York nonostante espressi divieti e l’arresto della prima persona che l’aveva indossata pubblicamente.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Educare i cittadini alla pace per trasformare i conflitti futuri

La dimensione educativa ci chiede un più avanzato livello di riflessione e di impegno a costruire adeguati percorsi di pace. Tre mi sembrano le direzioni di maggiore interesse.

Educare alla cittadinanza attiva. Sono state già fatte diverse osservazioni sulla parola d’ordine della “disobbedienza”, usata in diverse azioni di opposizione alla guerra, discusse e diversamente valutate. Credo non sia superfluo ribadire che:
a) occorre distinguere tra “illegalità” e “violenza” (non necessariamente un’azione contro la legge è un’azione violenta); se si assume il concetto di “legge” nella sua accezione più alta, cioè come “la forza del debole”, come scriveva don Dilani, è evidente che educare alla cittadinanza significa educare alla legalità. Tuttavia, “non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate” (dall’autodifesa di don Lorenzo Milani, pubblicata in “L’obbedienza non è più una virtù, Movimento Nonviolento, Perugia, 1991, pag.13) Si può lottare in tanti modi per cambiare un legge ingiusta, anche con l’obiezione di coscienza, con la non collaborazione, con la disobbedienza civile, pagandone le conseguenze ( “chi paga di persona testimonia che vuole la legge migliore, cioè che ama la legge più degli altri”, scrive ancora don Milani sulla scia di Gandhi). E’ il nocciolo della teoria nonviolenta del potere e della strategia di lotta satyagraha, che comportano precise indicazioni di comportamento per essere sostenibili ed efficaci;
b) vanno ripensate e ridefinite le stesse forme della “politica”, in un contesto nel quale il quarto potere (quello mediatico) assume un ruolo sempre più invasivo e la potenza delle lobbies oligarchiche tende a minare la sovranità stessa dei soggetti e delle istituzioni democratiche, nello scenario globale interdipendente, di cui ciascuno è partecipe, sia nel senso che subisce gli effetti di processi che avvengono a livello planetario, sia nel senso che, con il suo modo di vivere e con le sue scelte, più o meno consapevoli, tali processi contribuisce a creare. Legge, Obbedienza/Disobbedienza, Responsabilità , Potere, potrebbero essere dunque le parole chiave su cui articolare un percorso di educazione alla cittadinanza attiva.

Educare al conflitto.
Percorsi di educazione al conflitto sono già abbastanza diffusi. Ciò che vorrei evidenziare è l’importanza di riconoscere e saper collegare i diversi livelli di conflitto, perché spesso si lavora solo a livello di conflitti interpersonali o solo sui macro-conflitti, mentre mi sembra fondamentale riconoscere l’incidenza di problemi strutturali in situazioni a livello micro e il ruolo di dinamiche relazionali e psico-sociali nei macro-conflitti, ad esempio. Inoltre, nell’attuale scenario mondiale, è importante diventare consapevoli di come agiscono le dinamiche di escalazione violenta dei conflitti, di come dinamiche dello stesso tipo si possano riconoscere ad altri livelli e di cosa implica concretamente cercare un’alternativa alla guerra. Lotta nonviolenta, corpi civili e forze nonviolente di pace, processi di riparazione/riconciliazione, empatia, dialogo, comunicazione nonviolenta, creatività, assertività, interdipendenza sono alcune delle parole chiave per percorsi di educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti.

Educare ai futuri
Spesso i comportamenti violenti dei giovani (e non solo) derivano dal senso di impotenza, dalla percezione di non contare nulla, dalla perdita di orientamento e di speranza nella propria esistenza. Ragionare sui diversi scenari futuri e comprendere come questi scenari si connettono con le nostre scelte quotidiane, capire come stili di vita, di produzione e di organizzazione politico-sociale diversi portano a futuri diversi, può essere un potente strumento di empowering e di attivazione delle risorse personali, pur nella consapevolezza dei limiti e dei condizionamenti esistenti. Vedere differenti scenari che rappresentano le previsioni al calcolatore di quanto potrebbe accadere allo stato del mondo se il ritmo di crescita di popolazione, consumi, produzione industriale, inquinamento fosse quello che riproduce l’andamento attuale o se si introducessero cambiamenti tali da incidere su queste variabili è di solito piuttosto efficace per stimolare un discorso di riflessione/azione su cosa può essere cambiato, a partire da sé e dai propri comportamenti quotidiani.
Quali sono le nostre immagini del futuro? Come possiamo immaginare futuri diversi? Come influenzano il nostro modo di agire nel presente le idee che abbiamo sul/i futuro/i? Sono alcune domande utili per sviluppare nuove visioni e aiutare le persone a diventare più attive nel cercare di perseguire il futuro desiderato.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Se un imprenditore “di sinistra” finanzia la dittatura birmana…

Marco Boglione è certamente una figura emergente nel panorama economico torinese. Eletto in gennaio presidente dell’ITP (agenzia che agevola gli investimenti in Piemonte) al posto di Andrea Pininfarina, azionista de L’Unità di Furio Colombo, è dall’estate del 2000 presidente della Film Commission, cioè la fondazione che si occupa di creare le condizioni per consentire ai cineasti di girare film in Torino, utilizzando come naturale scenario le piazze e i palazzi che la città racchiude.
Grazie al suo impegno, il 20% dei film e delle telenovele girati in Italia sono ripresi a Torino, per un totale di circa 30 all’anno. Muccino, Calopresti, Lizzani, Faenza e Ferrara hanno portato nella capitale sabauda attori famosi e scenari suggestivi, contribuendo a cambiare l’immagine un po’ grigia ed austera che da sempre avvolge la città della Fiat.
Per il movimento dei consumatori critici però, Boglione non è ricordato per questi motivi, tantomeno per essere stato finanziatore della campagna per il sindaco del centrosinistra Chiamparino; i consumatori lo ricordano come presidente ed amministratore delegato, in quanto maggior azionista di Basicnet, l’azienda proprietaria dei marchi Robe di Kappa e Jesus. E non si capacitano di come una persona così estroversa ed attenta alle tematiche di sinistra possa avere una parte della produzione, seppur limitata al 2%, nella Birmania del dittatore Than Shwe.
Il regime militare che governa attualmente quel paese infatti, per poter disporre di danaro sufficiente ad opprimere con le armi la popolazione, obbliga tutte le aziende estere a stipulare accordi (le famose “joint ventures”) direttamente con il Ministero della Difesa, permettendo così l’afflusso del 50% dei profitti da essi ottenuti alla oliatissima macchina militare del generale.
Da quando il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi (democraticamente eletta ma da anni costretta agli arresti domiciliari per la sua attività politica) ha implorato le aziende estere di interrompere questo flusso, diverse multinazionali hanno accettato l’invito interrompendo temporaneamente la loro produzione nel paese: dapprima la Levis, poi la Triumph, cui hanno fatto seguito Heineken, Pepsi, Compaq, Kodak, Seagram, Texaco ed Ericcson.
Basicnet non ha stabilimenti propri in Birmania: si rivolge ad una ditta cinese, che ha stipulato un accordo del tipo sopra menzionato con il Ministero Birmano, alla quale affida la produzione della collezione estiva, che per quest’anno è stata completata nel febbraio scorso. In questo momento è in produzione la collezione della prossima stagione invernale, nella Cina dove Basicnet concentra il 50% della sua produzione diretta.
Sollecitata in Italia dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo ad aderire a questa forma di pressione, l’azienda di Boglione ha ricevuto in poco tempo 2.500 lettere e più di 5.000 e-mail, alle quali ha risposto personalmente il presidente con una lettera dai toni pacati ma fermi: la produzione in Birmania non viene interrotta finché i monitoraggi interni dell’azienda, che ha istituito un proprio codice di condotta, garantiscono l’applicazione dei diritti umani e salariali.
Certo è un po’ difficile garantirli in un paese dove vigono ancora le punizioni corporali e il salario minimo non raggiunge il mezzo dollaro al giorno. Il comitato Biancaneve di Torino, cartello di associazioni unite nella richiesta di sponsor etici per le Olimpiadi di Torino 2006 (di cui Robe di Kappa potrebbe essere parte), ha invitato Boglione e Francuccio Gesualdi intorno ad un tavolo davanti ad una platea di circa 200 persone, per cercare di superare le incomprensioni e i pregiudizi tra le due parti. Diciamo subito che Gesualdi non ha avuto difficoltà a mettere il suo interlocutore con le spalle al muro: una video-intervista ad alcuni sindacalisti birmani e la precisione dei dati in possesso del Centro di Vecchiano hanno chiaramente evidenziato come anche le più belle intenzioni possano naufragare in contesti così ostili.
Al termine del confronto, visibilmente colpito dal composto ma esplicito disappunto dei partecipanti nei suoi confronti, Boglione ha voluto aprire uno spiraglio per il futuro: giocando sul fatto che la produzione in Birmania non ricomincerà fino al prossimo autunno, avendo quindi alcuni mesi di riflessione nei quali studiare tecnicamente varie possibilità, il presidente di Kappa non ha escluso di trasferire la produzione in altri luoghi, aderendo così alle richieste della campagna. Se così fosse, il risultato non sarebbe che un’ulteriore conferma della ormai riconosciuta influenza del movimento e del Centro di Vecchiano nei meccanismi dell’economia globalizzata.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Avere sedici anni ed essere già senza futuro

SWEET SIXTEEN
di Ken Loach, Gran Bretagna 2002

Ken Loach torna a scrivere un film in Scozia con Paul Laverty e vince il premio per la sceneggiatura a Cannes. Notevole questo Sweet Sixteen. Un film che nasce dalla lavorazione di My name is Joe: “… Immaginate una situazione – racconta Laverty – in cui dozzine di personaggi reclamano attenzione e ognuno grida ‘Scegli me! Scegli me!’ Non potevamo ovviamente occuparci di tutti loro, altrimenti la storia sarebbe crollata. Tuttavia c’era un personaggio che non voleva assolutamente rassegnarsi. Quel personaggio era Liam…” Liam che vive di piccoli espedienti coadiuvato dall’amico Flipper: dal vendere sigarette al noleggiare per pochi minuti un telescopio ai bambini di Inverclyde (cittadina poco distante da Glasgow ubicata lungo il fiume Clyde) così che possano ammirare stupefatti lo spettacolo del cielo stellato. Liam una stella che brilla nel firmamento privo di affetti della sua esistenza di adolescente “disagiato” (come direbbero gli assistenti sociali) ce l’ha: è sua madre. “…Ciò che mi ha colpito – afferma Laverty – quando ho parlato con molti assistenti che lavorano con i bambini, è stato che, a prescindere dai problemi legati alla vita familiare, la maggior parte di loro desidera ancora un legame con la madre.” E la madre sta in carcere per problemi di droga. Per quasi tutto il film lo spettatore non la vede (a parte quando Liam la va a trovare in carcere) ma, nonostante ciò, la sua assenza/presenza forza in ogni istante i margini dell’inquadratura, rappresentando l’autentico “motore” della vicenda. Liam compie con inaspettato talento il salto di qualità nella sua attività criminale passando dal piccolo contrabbando allo spaccio di eroina, unicamente in funzione di un futuro felice con la madre. Dove la felicità, come in tutte queste realtà diseredate, è associata esclusivamente all’acquisto di beni. Ed eccolo allora proiettato a sviluppare il giro economico dei propri “affari” malavitosi per acquistare un idillico villino prefabbricato sulle rive del Clyde, nel quale riunire un giorno tutta la famiglia (compresa la giovane sorella “madre”) e mettere contemporaneamente fuori gioco Stam, l’“antagonista”, il losco e violento compagno della madre. Naturalmente, come in quasi tutta la cinematografia di Loach, questo coraggioso tentativo di riscatto declina in tragedia, perché per Liam, per sua madre, per tutti i sottoproletari di Glasgow come di ogni altra parte del mondo non c’è possibilità di redenzione, e compiere sedici anni non rappresenta che la presa di coscienza della sistematicità di uno scacco inesorabile. E’ il “sistema” sociale, prima di tutto, che crea le condizioni di una tale irreversibilità: “A Inverclyde dal 1981 oltre 6000 persone sono state licenziate dal settore ingegneristico e navale. Accanto al settore pubblico, i maggiori datori di lavoro sono i call center, caratterizzati da contratti a termine e cambiamenti stagionali. Fra il 1991 e il 1996 Inverclyde ha sperimentato la maggiore perdita di popolazione di qualsiasi autorità locale scozzese, dieci volte il tasso medio della Scozia…”. Ma qui le “Istituzioni” non ci vengono presentate come in precedenti lungometraggi del regista britannico impotenti nella loro grottesca inadeguatezza, bensì nella loro assordante assenza. Le forze dell’ordine si manifestano in situazioni farsesche e caricaturali (come nell’investimento del motorino del poliziotto) oppure quando devono andare a prendere il malcapitato di turno per portarlo in prigione. Così i protagonisti della vicenda (Liam, la sorella e la madre) si stagliano nel quadro in tutta la loro disperata solitudine; e ciò permette alla regia asciutta ma, allo stesso tempo, nervosa di Loach di concentrarsi quasi esclusivamente sull’analisi psicologica di essi. Ne emergono tre grandi ritratti: quello di Liam, quindicenne un po’ “border” ma di straordinaria umanità, caparbio e ostinato nel perseguire l’obiettivo di una esistenza “normale” per sé e per tutta la sua “famiglia”, mosso esclusivamente da una sorta di “mozione degli affetti” che lo spinge fino all’autolesionismo (“… come può importarti di me – gli chiede la sorella – se non ti importa niente di te stesso…); quello di Jean, la madre, tossica impenitente incapace di amare e di assumersi qualsiasi tipo di responsabilità e soverchiata da problemi che appaiono più grandi di lei; e, infine, quello di Chantelle, la giovane sorella ma già “ragazza madre”, l’autentico riferimento etico-valoriale per Liam l’unica vera presenza affettiva per il fratello, anche quando nella sequenza finale, il destino si compie, il coltello a scatto regalatogli dal “boss” si manifesta in tutta la sua natura di strumento di morte e la solitudine lo attanaglia gelida sulla spiaggia con tutto il peso degli appena compiuti sedici anni.

Gianluca Casadei
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Quando gli obiettori scoprirono un nuovo alleato: Giulio Andreotti

Il 22 marzo 1995, con centotrentotto voti favorevoli, trentasei contrari e sedici astenuti, il Senato licenziò e inviò alla Camera per la seconda lettura il testo di riforma dell’obiezione di coscienza. Si espressero a favore del provvedimento la Lega Nord, il Partito Popolare Italiano, il Partito Democratico della Sinistra (P.D.S.), i Verdi, la Rete e Rifondazione Comunista (R.C.), mentre con­trari furono Alleanza Nazionale e il Centro Democratico Cristiano; Forza Italia lasciò invece libertà di voto. In dissenso dal gruppo della Lega Nord il senatore Erminio Boso votò contro, mentre l’on. Claudio Regis uscì dall’aula al momento della votazione. Il disegno di legge, pur avendo subito alcune modifiche rispetto a quello approvato dalla Com­missione difesa del Senato, manteneva le caratteristiche principali del testo originario rinviato da Cossiga alle Ca­mere nel 1992 e cioè il riconoscimento dell’obiezione come diritto soggettivo e la smilitarizzazione del servizio ci­vile. Infatti l’obiezione veniva considerata un diritto sog­gettivo “incomprimibile” del cittadino, a meno che non sus­sistessero precise cause ostative previste dalla legge, quali la detenzione del porto d’armi, la condanna in primo grado per atti di violenza e l’aver presentato domanda per essere arruolato in corpi armati dello Stato. Contemporaneamente la gestione del servizio civile sarebbe passata dal Ministero della Difesa a un costituendo Ufficio per il ser­vizio civile nazionale presso il dipartimento degli affari sociali della presidenza del Consiglio. Gli obiettori e i militari avrebbero avuto gli stessi diritti e uguale sa­rebbe stata anche la durata dei due servizi. Erano allargati i campi d’intervento degli obiettori; infatti si sarebbe potuto prestare servizio civile nei Paesi dell’Unione Europea, in quelli in via di sviluppo e in missioni umanitarie fuori dai confini nazionali, anche in appoggio a organismi internazionali come l’O.N.U.; in quest’ultimo caso al termine del servizio civile si sarebbe potuto chiedere un’ulteriore rafferma di sei mesi. Tra le novità del testo c’era anche il contestato emendamento presentato dalla Lega Nord, che prevedeva che gli esuberi del servizio militare svolgessero il servizio civile, ma tale decisione fu par­zialmente corretta da un emendamento del senatore di R.C. Domenico Gallo, che stabiliva che gli esuberi potessero es­sere assegnati agli enti convenzionati soltanto con il con­senso di questi ultimi, mentre in tutti gli altri casi fossero assegnati alla Protezione civile e ai corpi dei Vi­gili del fuoco. Era però anche prescritto che le assegna­zioni degli obiettori al servizio civile sarebbero avvenute nella “misura consentita dalle disponibilità finanziarie di cui all’articolo 19, che costituiscono il limite massimo di spesa globale” e che per il 1995, 1996 e 1997 era fissato in settanta miliardi di lire per anno. Forse era troppo poco per garantire lo svolgimento del servizio civile a trenta­tremila obiettori e diciassettemila esuberi.
Due giorni dopo il ministro alla Difesa Domenico Corcione espresse un pesante giudizio sulla legge di riforma approvata dal Senato, dicendo: “E’ una legge che francamente non mi piace. Adesso tutti i giudizi che avevo espresso a carico del disegno originario sono aggravati.” Per il mini­stro la legge era anticostituzionale e troppo onerosa; in­fatti secondo Corcione “il disegno di legge rende facolta­tivo un servizio militare che l’articolo 52 della Costitu­zione dichiara obbligatorio”.
Nel numero di aprile della rivista “30 giorni” il direttore Giulio Andreotti pubblicò un interessantissimo ar­ticolo intitolato “Difendere l’obiezione”, nel quale il se­natore a vita ripercorreva la vicenda dell’obiezione dagli albori degli anni Cinquanta fino alle ultime proposte di ri­forma della legge n° 772. La rilevanza dell’articolo è data dal fatto che molti episodi che hanno costruito la storia dell’obiezione di coscienza in Italia vi sono descritti dal punto di vista di chi stava dalla parte governativa e aveva come interlocutori privilegiati le massime gerarchie militari. Al riguardo ricordiamo che Giulio Andreotti ricoprì dal 1959 al 1966 l’ufficio di ministro della Difesa. Dall’articolo l’on. Andreotti descrive se stesso come figura equilibrata e moderata, intenta sull’argomento dell’obiezione di coscienza a lottare contro gli opposti estremismi costituiti da un lato dalle gerarchie militari, spalleggiate da un settore di quelle ecclesiastiche, e dall’altro da alcuni facinorosi, in particolare padre Erne­sto Balducci, a cui egli non riusciva a far accettare i suoi pacati consigli. La figura di se stesso che Andreotti de­scrive è quella di un uomo di governo ragionevole, con l’udito attento agli impulsi provenienti dalla società, ma al tempo stesso estremamente cauto nel muoversi (1).

(7 – continua)

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

J. HILL, Ognuno può fare la differenza, Corbaccio, Milano 2002, pagg. 210, € 13,00

“Se sei convinto di essere troppo piccolo per essere efficace, allora non ti sei mai trovato nel letto con una zanzara.” All’esempio della zanzara hanno creduto tante persone, come ad esempio Erin Brockovich, portata da Julia Roberts sul grande schermo. Ci ha creduto l’infermiera statunitense Terri Swearingen, che per opporsi a un dannosissimo inceneritore di rifiuti nell’Ohio ha seguito per mesi il governatore di quello Stato, George Voinovich, definito dalla stampa “un salsicciotto sui rifiuti”. Usando spirito creativo e senso dell’ironia, Terri ha disseminato le strade percorse dal governatore di salsicciotti, distribuendoli ai passanti e riproducendoli su volantini e manifesti. In un’occasione è riuscita persino a far desistere Voinovich dal tenere un discorso, sommerso dal senso del ridicolo. Alla fine sono state emesse severe norme che regolano l’emissione dei fumi tossici dagli inceneritori.
All’esempio della zanzara ha creduto il contadino giapponese Masanobu Fukuoka, che con il suo metodo senza fertilizzanti e senza erbicidi è riuscito a far rinascere terreni desertici in Africa, Asia ed Europa. Tra l’altro le sue colture hanno rese pari a quelle che utilizzano gli erbicidi. All’età di ottantaquattro anni Fukuoka ha ricevuto il premio Magsaysay, il Nobel asiatico, per il suo contributo al benessere dell’umanità.
All’esempio della zanzara ha creduto la stessa autrice del libro, che fino a qualche anno fa si preoccupava soltanto di quanti soldi riusciva a guadagnare. Poi un incidente stradale l’ha portata a riflettere sulla sua vita e su come va male il mondo. Ha allora scoperto che negli Stati Uniti il 97% delle foreste di sequoie sono state distrutte e ha iniziato a pensare che la sua inattività contribuiva all’ingiustizia del mondo. Così è andata in una di queste foreste in fase di disboscamento da parte della multinazionale Maxxam-controlled Pacific Lumber Company ed è salita su una sequoia millenaria. Pensava di restarci qualche giorno; invece ci si è fermata settecentotrentotto giorni, senza mai rimettere piede a terra! Alla fine la multinazionale ha rinunciato ad abbattere la sequoia.
Certo, sono azioni “all’americana” e viene da chiedersi se vale la pena restare per due anni su una pianta (come non ricordare il barone rampante!) per impedire che sia divelta, quando i problemi che affronta l’umanità sono immensi e più gravi. Ma guardando agli Stati Uniti è meglio lasciarsi ispirare dagli esempi di Thoreau che ai manager della Enron o ai cowboy che consigliano Bush. Ed è comunque meglio che restare inattivi a scuotere la testa lamentandosi del male, senza però muovere un dito per contrastarlo.
Questo libro è quasi un manuale con tanti consigli e indirizzi utili per impegnarsi direttamente in maniera nonviolenta a favore dell’ambiente e fornisce molti suggerimenti di piccoli gesti che possiamo compiere ogni giorno per rendere migliore lo nostra vita e quella degli altri.

A.CASTELLI, Una pace da costruire, Franco Angeli, Milano 2002, pagg. 159, € 17,00

Alberto Castelli, ricercatore in storia presso l’Università di Pavia, è conosciuto nel Movimento in quanto ha collaborato alla realizzazione del libro Le periferie della memoria. Ora si presenta con questa sua opera monografica, di taglio squisitamente storico, dedicata all’analisi di quella parte del movimento socialista britannico che si occupò di elaborare una teoria federalista che, con la sua realizzazione, avrebbe condotto alla pace fra le nazioni. La suggestione non è nuova, in quanto anche in casa nostra ci furono personalità che concepirono una federazione fra gli Stati come un antidoto al ricrearsi di situazioni belliche; fra tutti ricordiamo il premio Nobel per la pace del 1907 Ernesto Teodoro Moneta.
Ogni idea tendente a costituire un gruppo, insieme alla sua vocazione includente, ha una conseguenza escludente. Si può persino dire che un gruppo deve la sua identità non solo alla volontà di chi vi partecipa, ma anche alle caratteristiche di coloro che, per loro scelta o per rifiuto di altri, non vogliono o non possono farne parte. Così, se si riuscisse a costituire un’Europa davvero unita anche dal punto di vista politico, oltre a quello economico, ciò non significherebbe automaticamente l’aver superato il pericolo di guerre; si sarebbe semplicemente spostato il problema dal piano degli Stati nazionali a quello delle federazioni di Stati. In altre parole, con l’unione dell’Europa forse non ci saranno più guerre tra Francia e Germania, ma ci potranno essere guerre fra l’Europa e altri Stati extraeuropei, come in effetti purtroppo sta capitando. I socialisti britannici avevano intuito questo pericolo e infatti essi non propugnavano una semplice federazione europea, ma si battevano per realizzare un’unione aperta a ogni Stato democratico del mondo. Ciò avrebbe condotto, secondo loro, attraverso vie istituzionali, a risolvere le tensioni che tendono a esplodere in maniera violenta. Si tratterebbe di una pace frutto di alte decisioni politiche, che si limiterebbe ad affrontare il problema, pur enorme, della violenza fra gli Stati, dimenticando che la violenza ha anche tante altre forme oltre a quella militare. Giustamente Castelli parla infatti di “pacifisti” e scrive “non violenza” con due parole staccate, in quanto qui non ci si occupa della nonviolenza integrale.

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