• 15 Agosto 2022 11:13

Azione nonviolenta – Giugno 2001

DiFabio

Feb 5, 2001

Azione nonviolenta giugno 2001

– A Roma il governo a Genova il vertice
– Pace e libertà per il Tibet, con la nonviolenza
– Marcia internazionale per il Tibet: 30 giugno – 6 luglio 2001
– Io, casco bianco, nel rwanda senza zebre e senza tragedie
– Nel SudAfrica che non vuole armi tra speranze e contrasti
– Per un’Italia sobria e solidale: 60 azioni per iniziare

Rubriche

– Storia
– Educazione
– Musica
– Cinema
– Economia
– Lettere
– Libri
– Euromediterranea

A Roma il Governo
A Genova il Vertice

Di Mao Valpiana

Montecitorio

Ci eravamo lasciati con “il mal di pancia”. Ora le elezioni sono passate, ed abbiamo “il volta stomaco”. Non solo per i preannunciati programmi della Casa della Libertà in materia di ambiente, immigrazione, diritti, ma anche per l’assoluta inadeguatezza dell’opposizione. E non parliamo solo dell’opposizione parlamentare (che pur ha fatto la sua pessima figura), ma anche della opposizione sociale che anziché lavorare preventivamente per rafforzare la crescita di movimento, si è limitata a “turarsi il naso”, affidando le sue sole speranze al risultato elettorale. Quel risultato (come era prevedibile) non c’è stato, ed ora ci si ritrova senza fiato e senza gambe. Gli appelli, anche accorati e in buna fede, dell’ultima ora, non servono a nulla. Quello che serve è lavorare, da oggi e per i prossimi anni, alla costruzione di un movimento che riesca ad aprire un varco nel muro gommoso della politica dei partiti. Un movimento che orienti e corregga la politica partitica. Un movimento di base che non si suicidi ad ogni tornata elettorale degenerando in partito perché ipnotizzato dal richiamo parlamentare….. come è successo anni fa con i radicali ed ora con i verdi: cosa è rimasto delle speranze aperte dal referendum sul divorzio e da quello antinucleare? Nulla, solo qualche patetica figura di deputato aggrappato allo scranno; vecchi generali malconci senza più nessuna truppa ad ascoltarli.
E allora si deve riprendere il lavoro originario. Quello che il Movimento Nonviolento, pur nell’umile coscienza dei propri limiti, non ha mai abbandonato: il lavoro politico per la crescita dal basso della nonviolenza.
Un qualche segnale di speranza viene oggi dal movimento di critica alla globalizzazione, dalla cosiddetta rete di Lilliput. Ma… anche qui c’è un ma… rappresentato dal cancro della violenza che minaccia ogni crescita di movimento.

Gì otto

Li chiamano “popolo di Seattle”, e pensano al vertice G8 come ad uno scontro epocale tra forze dell’ordine e giovani antiglobalizzazione.
Noi rifiutiamo questo scenario. Ma non basta auspicare una manifestazione pacifica, perché essa si realizzi. Purtroppo è vero che c’è chi sguazza nel fango ed è già in orgasmo da scontro con la polizia. Gli amici della nonviolenza denunciano fin d’ora chi usa Genova come vetrina per lanciare le proprie deliranti “dichiarazioni di guerra”.
Il movimento per un’economia nonviolenta ha bisogno di chiarezza. La nostra deve essere una proposta assolutamente limpida, nonviolenta: nella strategia, negli obiettivi, nella tattica, nel linguaggio, nelle alleanze. Il Movimento Nonviolento, che fa parte della Rete di Lilliput, lavora quotidianamente, da anni, per elaborare e praticare un’economia di giustizia, con le tante proposte emerse anche dal Giubileo degli Oppressi nel settembre 2000.
Le grandi manifestazioni di piazza (pacifiche e dialoganti con l’opinione pubblica) sono per noi solo un momento, e certo il meno importante, di un cammino per una società migliore.
Gli sfascia-vetrine, i cercatori di scontri con la polizia, gli sprangatori, sono lontani e diversi da noi quanto i padroni di capitali anonimi, gli sfruttatori di terre altrui, gli scienziati manipolatori di geni, gli schiavisti del lavoro minorile. I violenti non fanno parte del movimento, non sono interlocutori. Anzi, sono avversari temibili, in quanto sono coloro che più direttamente (e volutamente) danneggiano il movimento stesso. I loro vandalismi vanno denunciati all’autorità giudiziaria e non ci può essere riconoscimento politico per dei teppisti.
Gli amici della nonviolenza, al contrario, andranno a Genova non per impedire il vertice dei G8, ma con veglie, digiuni, incontri festosi, musica e convegni, presenteranno ai governi e ai popoli la difficile strada per il cambiamento verso un’economia nonviolenta (quella che Gandhi definiva come “semplicità, povertà e lentezza volontaria”).
Una strada che, come un albero, cresce lentamente e senza rumore.
Pace e libertà per il Tibet, con la nonviolenza

Oltre 50 anni or sono il Tibet fu occupato dalla Cina. Sono trascorsi più di 40 anni da quando migliaia di tibetani iniziarono la loro esistenza di profughi. Tre generazioni di tibetani hanno vissuto nel più buio periodo della nostra storia sopportando terribili difficoltà e sofferenze. Però la questione tibetana è ancora viva. Sia che il governo cinese lo ammetta o meno, il mondo è consapevole della grave situazione in Tibet, non solo nella Regione Autonoma Tibetana ma anche nelle altre aree tibetane. Il precedente Panchen Lama, nella petizione in 70.000 caratteri inviata alle autorità di Pechino nel 1962, aveva chiaramente denunciato la terribile situazione in cui versava il Tibet. Da allora, sebbene vi siano stati alcuni miglioramenti, la situazione rimane ancora molto grave. Il problema tibetano continua ad essere non solo una continua fonte di imbarazzo per la Cina a livello internazionale, ma è anche dannoso e pericoloso per la stabilità e l’unità della Repubblica Popolare Cinese.
Il governo cinese continua a mascherare la drammatica situazione del Tibet attraverso la sua propaganda. Se le condizioni in Tibet fossero come le autorità cinesi le dipingono, allora perché non permettere ai visitatori di entrare in Tibet senza alcuna restrizione? Invece di cercare di nascondere la verità considerandola “segreto di stato”, perché non hanno il coraggio di mostrarla al mondo esterno? E perché il Tibet è pieno di forze di sicurezza e prigioni? Ho sempre detto che se la maggioranza dei tibetani in Tibet fosse soddisfatta della presente situazione io non avrei nessuna giustificazione, nessun motivo e nessuna voglia di alzare la mia voce contro quello che accade in Tibet. Purtroppo ogni volta che i tibetani protestano anziché essere ascoltati vengono arrestati, imprigionati ed etichettati come controrivoluzionari. Non sono liberi di dire la verità.
Se i tibetani fossero realmente felici le autorità cinesi non avrebbero alcuna difficoltà a indire un referendum in Tibet. Numerose organizzazioni tibetane non governative chiedono che si tenga un referendum in Tibet. Ritengono che il modo migliore per risolvere una volta per tutte questo problema sia lasciare che i tibetani in Tibet possano scegliere il loro destino attraverso libere elezioni. Io ho sempre affermato che il popolo tibetano debba poter decidere il futuro del Tibet. Io appoggerei con tutto il cuore i risultati di un referendum di questo tipo.
La questione tibetana non riguarda la mia posizione ed il mio benessere ma la libertà, i fondamentali diritti umani e la preservazione della cultura di sei milioni di tibetani così come la protezione dell’ecosistema del Tibet. Fin dal 1969 ho detto con chiarezza che spetta al popolo tibetano decidere se l’istituzione del Dalai Lama, che è antica di trecento anni, debba continuare o no. Più recentemente, nel 1992, in un documento ufficiale sulla futura politica del Tibet ho affermato con chiarezza che se dovessimo tornare in un Tibet sufficientemente libero non avrei alcun ruolo nel futuro governo tibetano. Ho sempre pensato che il Tibet del futuro dovrebbe avere un sistema di governo laico e democratico. Sono certo che nessun Tibetano, in Tibet o in esilio, voglia restaurare il passato sistema sociale.
Sono sempre stato consapevole che il Tibet avesse bisogno di mutamenti sociali e avevo anche tentato di dar vita ad alcune riforme nonostante le difficili circostanze politiche. Una volta in esilio, ho sempre incoraggiato i profughi tibetani a seguire le regole democratiche. Oggi i tibetani sono tra le poche comunità di rifugiati ad aver costruito i tre pilastri della democrazia: legislativo, giuridico ed esecutivo. (…) L’enorme fiducia che il popolo tibetano mi accorda rafforza il mio senso di responsabilità. (…)
In quanto convinto assertore della nonviolenza e di un’attitudine basata sulla volontà di riconciliazione e cooperazione, fin dall’inizio ho cercato di prevenire un bagno di sangue ed arrivare a una soluzione pacifica. Ho anche una sincera ammirazione per la Cina e per il suo popolo con la loro antica storia e la loro ricca cultura. Quindi ritengo che facendo ricorso al coraggio, alla saggezza e alla visione interiore sia possibile stabilire una relazione tra Tibet e Cina che sia di benefico per entrambi e si basi sul rispetto e l’amicizia. Conseguentemente la mia posizione riguardo alla lotta per la libertà del Tibet è quella di cercare una genuina autonomia per il popolo tibetano. Nonostante le sempre maggiori critiche che ricevo e il peggiorare della situazione in Tibet, rimango legato alla mia politica della “Via di Mezzo”. Credo fortemente che una soluzione del problema tibetano legata al mio approccio, soddisferà i bisogni del popolo tibetano e contribuirà notevolmente all’unità e alla stabilità della stessa Cina. Negli ultimi 20 anni i nostri contatti con il governo cinese sono passati attraverso innumerevoli alti e bassi, qualche volta sono stati molto incoraggianti e altre veramente scoraggianti.
Lo scorso luglio, il mio fratello Gyalo Thondup, ancora una volta si è recato a Pechino e ha fatto ritorno con un messaggio del Dipartimento del Fronte Unito che ribadiva la ben nota posizione della dirigenza cinese riguardante la mia posizione. In settembre, tramite l’ambasciata cinese di Delhi, ho fatto presente a Pechino che avrei voluto inviare una mia delegazione in Cina per illustrare un dettagliato memorandum sul mio pensiero riguardo al Tibet e per spiegare e discutere il contenuto del memorandum stesso. Speravo sinceramente che questo avrebbe potuto favorire la nascita di un approccio realistico alla questione tibetana. Pensavo che attraverso un confronto diretto con la leadership cinese si sarebbero potute chiarire le incomprensioni e superare la loro sfiducia. Espressi la mia convinta opinione che, una volta superato questo punto, senza eccessiva difficoltà si sarebbe potuto trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Ma fino ad ora il governo cinese si è rifiutato di accettare una mia delegazione affermando che tra il 1979 e il 1985 Pechino aveva già ricevuto sei delegazioni dei tibetani in esilio. Quindi adesso sono restii ad accettarne un’altra. Questo è un chiaro segno dell’irrigidimento della posizione di Pechino e della mancanza di una volontà politica di risolvere il problema tibetano.
La presente linea dura della dirigenza cinese non metterà però in crisi la nostra decisione di ricercare la libertà e la pace tramite la nonviolenza. La pazienza, il coraggio e la determinazione sono valori essenziali per noi tibetani di fronte ad una sfida di tale importanza. Credo fermamente che sarà possibile in futuro discutere seriamente la questione tibetana e affrontare la realtà poiché, sia per la Cina sia per noi, non vi è altra soluzione possibile.
Se guardiamo alla situazione all’interno del Tibet, potrebbe sembrare che non ci siano speranze a causa della repressione montante, delle distruzioni ambientali, e dei drammatici tentativi di distruggere l’identità e la cultura stesse del Tibet tramite il massiccio trasferimento di popolazione cinese nelle regioni tibetane. In ogni caso però, la questione tibetana è strettamente connessa a quanto succede all’interno della Cina. E la Cina, non importa quanto potente possa essere, fa parte del mondo. E il mondo oggi si muove verso una maggiore accessibilità, apertura, libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani. La Cina in effetti sta cambiando. Nel lungo periodo non potrà evitare di confrontarsi con la verità, la giustizia e la libertà. Per noi è incoraggiante che vi sia un sempre maggior numero di cittadini cinesi, inclusi gli intellettuali e i liberi pensatori, che non solo si preoccupano di quanto accade in Tibet ma ci esprimono apertamente la loro solidarietà.
Poiché la situazione in Tibet rimane grave, come ho appena detto, ed anche perché le autorità cinesi si rifiutano di affrontare la questione tibetana la mia posizione della “Via di mezzo” è oggetto di un crescente numero di critiche. Ho sempre accolto con favore il diritto ad avere differenti opinioni politiche. Vi sono persone che credono fermamente nell’obiettivo dell’indipendenza del Tibet. Alcuni mi criticano affermando che la mia posizione divide e confonde il nostro popolo. Posso comprendere queste critiche dal momento che la Cina si rifiuta di rispondere al mio approccio della “Via di mezzo”. Inoltre non vi è dubbio che la stragrande maggioranza del popolo tibetano pensi che l’indipendenza sia un suo diritto storico e legittimo. Mentre rifiuto con fermezza l’uso della violenza come mezzo della nostra lotta per la libertà, rispetto però il diritto di ogni tibetano a discutere e approfondire tutte le opzioni politiche.
Vorrei cogliere questa opportunità per ringraziare gli individui, i governi, i parlamentari, le organizzazioni non governative e i gruppi religiosi che ci hanno sostenuto. Vorrei anche esprimere la mia gratitudine a tutti quei cittadini cinesi che appoggiano la nostra giusta causa. Ma soprattutto, a nome di tutti i tibetani, vorrei esprimere la nostra più profonda gratitudine al popolo e al governo dell’India per l incommensurabile generosità e il sostegno con cui ci hanno aiutato negli ultimi quarant’anni.
In conclusione voglio rendere omaggio alle donne e agli uomini del Tibet che con coraggio continuano a sacrificare le loro vite per la causa della libertà e prego perché al più presto abbiano fine le sofferenze del nostro popolo. Colgo anche questa occasione per ringraziare i nostri coraggiosi fratelli e sorelle cinesi per i tremendi sacrifici che compiono per portare la libertà e la democrazia in Cina.
IL DALAI LAMA

Discorso di Sua Santità il Dalai Lama in occasione del 10 Marzo 2001, 42° anniversario dell’insurrezione nazionale tibetana.
Marcia Internazionale per il Tibet: 30 Giugno – 6 Luglio 2001

Un Comitato promotore composto dalle Associazioni:
Italia Tibet-Cisl-Eurasia- AGAT-Firenze Trekking-Adepte Zanskar-Action Dolpo
con l’aiuto del C.A.I. di Bologna, garante Fosco Maraini, organizza la prosecuzione della Marcia Mondiale per il Tibet che negli anni passati si è svolta negli Stati Uniti (1997) – Australia (1998) – Francia (1999) – Francia e Svizzera (2000).
Nel 2001 il Comitato propone una breve ma significativa marcia italiana, aperta a tutti, da Bologna a Firenze, lungo la “Via degli Dei”, antica direttrice d’origine romana, recentemente ritrovata e segnalata ad uso escursionistico.
Partendo da Piazza Maggiore a Bologna, in 7 giorni arriveremo in Piazza della Signoria a Firenze.
Partenza prevista da Bologna: Sabato 30 Giugno 2001. Arrivo previsto a Firenze: Venerdi 6 Luglio 2001.
Una carovana, guidata da due degli eroi del Tibet: Ama Adhe e Palden Ghiatso, ambedue per decenni imprigionati e torturati nelle carceri cinesi, e quindi testimoni viventi dei soprusi fatti al popolo tibetano, verrà accompagnata da un centinaio di escursionisti, ognuno dei quali avrà una bandiera del Tibet libero. In testa a questa carovana dovrebbe esserci il famoso alpinista Reinhold Messner (Testimonial), a nome del Parlamento Europeo ed una rock star molto conosciuta. Ogni sera, nei paesi sedi di sosta, verranno organizzate manifestazioni, conferenze ed incontri con la popolazione.
Alla partenza da Bologna sarà organizzata una Puja (Preghiera buddhista) benaugurale per la marcia e spettacolare per la popolazione bolognese. All’arrivo, nel tratto da Fiesole a Firenze-Piazza della Signoria- si svolgerà una marcia “silenziosa” (alcune centinaia di persone con una bandiera tibetana in mano ed una fascia sulla bocca con scritto: “S.O.S. Tibet” si sederanno davanti a Palazzo Vecchio per concludere la Marcia in modo pacifico).
Grazie alla Presidenza della Giunta Regionale Toscana, nel pomeriggio del Venerdi 6 Luglio, sarà organizzato un convegno dal titolo:
“Tibet…quale futuro?” al quale hanno dato la loro adesione : Fosco Maraini – Piero Verni – Gianfranco Bracci – Antonio Attisani – Marie Claire Gentric – Marco Vasta ed altri tibetologi di fama internazionale. Ovviamente gli ospiti d’onore del convegno saranno gli eroi tibetani Ama Adhe e Palden Ghiatso. Possibile la venuta di Sua Santità il Dalai Lama e/o di un Ministro del Governo tibetano in esilio.
Il Comitato sta tentando di portare al tavolo del convegno almeno un rappresentante del Governo della Repubblica Popolare Cinese che assicurerebbe un dialogo costruttivo e bilaterale.
Motivazioni della Marcia:
politiche:
Il Parlamento Europeo ha ultimamente prodotto una risoluzione che “obbliga” la Cina a sedersi ad un tavolo per trattare con il Governo del Tibet. Altrimenti, trascorsi 3 anni, lo stesso Parlamento riconoscerà a tutti gli effetti, il Governo del Tibet attualmente in esilio.
umanitarie:
Informare la popolazione italiana con i più importanti media nazionali di quello che veramente succede ancora oggi in Tibet e raccogliere consensi ed aiuti per la causa tibetana.
escursionistico/turistiche:
Lanciare il percorso di trekking tosco-emiliano che attraversa il Mugello, denominato: “Via degli Dei” (attualmente il percorso è solo parzialmente segnalato e poco conosciuto).
Tramite l’iniziativa il percorso verrebbe conosciuto da milioni di persone.

Queste le Tappe della Marcia per il Tibet:
(n.b. il percorso definitivo verrà deciso al più presto)
1)Bologna – Sasso Marconi
2)Sasso Marconi – Monzuno
3)Monzuno – Madonna dei Fornelli
4)Madonna dei Fornelli – Santa Lucia (Passo Futa)
5)Santa Lucia – San Piero a Sieve
6)San Piero a Sieve – Fiesole
7)Fiesole – Firenze

Si consiglia, a chi vuole partecipare ma non può fare tutta la Marcia, di essere presente almeno alla partenza a Bologna il 30 giugno e/o all’arrivo a Firenze il 6 luglio.

Come fare per iscriversi alla Marcia:
La partecipazione alla Marcia è libera a chiunque abbia a cuore la causa tibetana..
Gli escursionisti, sia che percorrano una tappa o tutte le tappe della Marcia, dovranno essere completamente autonomi. Dovranno avere con se tutto l’occorrente per dormire (materassino-sacco a pelo) e per mangiare (approvvigionamento di viveri).
Il Comitato Promotore si sta attivando affinché gli enti pubblici offrano ai marciatori la possibilità di alloggiare in scuole e/o palestre o altri edifici pubblici dei paesi luogo di tappa.
Ogni partecipante è invitato ad iscriversi alla Marcia inviando la quota minima di £ 20.000 per ogni giorno di Marcia e/o £ 100.000 per l’intera Marcia (questo contributo servirà a coprire le tante spese dell’organizzazione).
I marciatori verranno guidati dalle guide del C.A.I.(Club Alpino Italiano)di Bologna e dell’AGAT (Associazione Guide Ambientali Toscane) e si impegneranno a rispettare gli itinerari e i tempi di marcia previsti di volta in volta dal Comitato Promotore.

Per informazioni:
www.inmarciaperiltibet.it
Gianfranco Bracci (Coordinatore e Portavoce della Marcia)
Tel. 0339/1181536
E-mail: gbracci@hotmail.com

Per prenotazioni, info sugli alberghi e contributi di partecipazione:
Agenzia Demidoff Viaggi
Tel. 055/848490
Per i bonifici bancari d’adesione:
c/c n. 5932/00 Agenzia di Scarperia Cab 38090 Abi 6160

 

Io, Casco Bianco, nel Rwanda senza zebre e senza tragedie

Di Luca Trevisan

Ho partecipato alla prima edizione del progetto Caschi Bianchi, un programma che prevede l’invio di obiettori di coscienza all’estero per azioni umanitarie, come prevede l’attuale legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Una iniziativa coordinata a livello nazionale dalla Caritas Italiana e resa possibile dal considerevole sostegno economico e organizzativo delle Caritas Diocesane, oltre ad un significativo e rilevante contributo da parte della conferenza Italiana (CEI).
Quest’anno il progetto Caschi Bianchi si sta sviluppando in tre paesi coinvolti in azioni di guerra: Kossovo, Bosnia e Rwanda nell’ambito di un progetto denominato “Colomba di Noè” che, promosso dalla Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di bjumba (Rwanda), ha come obbiettivo principale la riconciliazione tra diverse etnie duramente colpite da un genocidio nel 1994. La nostra esperienza durerà circa dodici mesi, due per la formazione che si svolge in Italia e dieci all’estero nei vari paesi sopracitati.
Tale periodo sarà intervallato da due rientri sia per mettere in comune le diverse esperienze sia per fissare ulteriori obbiettivi alla luce delle impressioni dei vari Caschi Bianchi.
Inoltre sto seguendo l’integrazione di futuri Caschi Bianchi a Gisenj dove la Caritas Diocesana di Padova ha da orma tre anni avviato un gemellaggio molto intenso e significativo.
In marzo siamo tutti rientrati per proseguire formazione in Italia, un rientro che mi permette oggi di tracciare un piccolo quadro su questa prima parte dell’esperienza.
E ripensando ai due mesi trascorsi in Rwanda e Rukomo il mio sguardo ritorna a monte, paradossalmente non sulle mille colline del Rwanda ma sui colli Euganei: non è tanto la loro somiglianza ma piuttosto un piccolo episodio che non credevo potesse segnare così questa mia esperienza africana laggiù nella foresta.
Mi riferisco ad un breve incontro che ebbi una sera di dicembre 2000, in cui fui chiamato a porgere un breve saluto ad un gruppo della nostra Caritas Diocesana di Padova.
C’erano gli obiettori di coscienza in servizio, le ragazze volontarie AVS come anche i volontari più adulti e maturi e la curiosità di tutte queste persone su che cosa significasse essere Casco Bianco mi diede una grande intuizione e forse proprio quella sera compresi lo spirito della missione che assieme ad altri amici mi accingevo a compiere.
Un Casco Bianco, o meglio un giovane obiettore di coscienza al servizio militare che si reca all’estero non è né un missionario né un operatore internazionale né un cooperante ma dovrebbe essere semplicemente una persona che vuole creare ponti, attraverso la sua esperienza mette le basi per avvicinare società diverse.
La figura dell’obiettore ben si presta ad assolvere quella nuova esigenza di orientare l’aiuto internazionale verso altre forme, più vicine al gemellaggio, alla conoscenza reciproca tra comunità diverse, lontane e sparse per il pianeta globale.
Con la formazione ricevuta e lo spirito acquisito abbiamo appreso maggiore consapevolezza del nostro ruolo così ancora poco conosciuto.
Siamo ormai consapevoli che non basta più l’aiuto economico o altro intervento economico strutturale per risanare le profonde ferite delle guerre ma piuttosto in questi interventi umanitari serve sviluppare al massimo la variante interculturale. I Caschi Bianchi sarebbero dunque non i primi né gli unici ma piuttosto dei nuovi tasselli su cui ristrutturare l’incontro delle comunità degli uomini, in particolare le più deboli.
Ma l’interculturalità significa dare vita a dei processi in cui due realtà diverse si avvicinano a piccoli passi, silenziosamente attraverso il rispetto reciproco e solidale.
La nostra esperienza : i criteri entro cui selezionare questa esperienza sono immediati ma si potrebbe già incominciare con il pensare non ad un viaggio o ad una semplice permanenza, anche ludica per certi aspetti, ma soprattutto formativa. Sia sul piano umano che professionale in pochi mesi abbiamo acquisito molte nozioni ambientali, cioè di conoscenza vera del territorio, come l’assenza di luce elettrica e di acqua corrente, le strade dissestate ma anche le belle piste in mezzo alla savana o tra una collina e l’altra, le attitudini particolari della gente del luogo, in sostanza abbiamo aumentato le nostre relazioni umane frequentando i mercati, facendo la spesa assieme e tra di loro.
Calati nella nostra realtà tutto questo potrebbe sembrare un quadro astratto e limitato :invece nella realtà in cui siamo immersi questo significa acquisire professionalità rispetto alle attività della Caritas in Rwanda. Gli ambiti territoriali in cui siamo inseriti sono i Microprogetti Generatori di Reddito, assistenza alle categorie svantaggiate (bambini di strada, malati di AIDS, etc.) e nella Formazione (progetti di Riconciliazione, etc.).
Le cose da fare sono molte: i primi due ambiti sono il riconsolidamento della vita sociale ed economica e l’assistenza. Appartenere alla Caritas va a vantaggio di questo importante obiettivo perché si riesce a collaborare quasi con una interfaccia comune e con una esperienza storica di questa organizzazione a favore dei paesi più deboli.
Un altro dei ruoli fondamentali della figura del Casco Bianco è quello di rendersi interprete delle dinamiche presenti sul territorio, pur tenendo conto in particolare l’Africa e in particolare la regione dei Grandi Laghi che sono territori non facili da comprendere sino in fondo.
Tutto questo è parte integrante della nostra missione che è quella appunto di portare chiarezza soprattutto a casa nostra, tra tutti noi in modo da orientare efficacemente le volontà che esistono presso la nostra gente.
Sapere che il Casco Bianco non è persona così coinvolta come un missionario o così distaccata come qualche operatore, significa affermare che questa figura agisce con entusiasmo molto diverso rispetto alle prerogative di questa nostra società che ha sempre più paura di mettere a nudo le emozioni delle persone, di valorizzare i rapporti umani, di nascondere e a volte opprimere le differenze tra i popoli. Capire cos’è l’Africa non è cosa facile: è sicuramente il problema che più di altri interesserà nei prossimi anni (circa 20 governi, strutture economiche e finanziarie di fronte alle inevitabili immigrazioni che avranno carattere epocale).
Ritornando alla nostra missione è necessario puntualizzare che stiamo parlando di Africa in generale, il primo punto di riferimento è l’Africa Centrale, la regione dei Grandi Laghi, vale a dire cinque paesi, il Burundi, la Repubblica Democratica del Congo (ex-Zaire), l’Uganda, la Tanzania e il Rwanda. Quest’ultimo paese se comparato a questa parte come al resto dell’Africa sembra essere un francobollo, ma su questa metafora mi trovo a riflettere e non vi trovo le zebre o gli ippopotami  e nemmeno le grandi tragedie. Questo paese dunque non si distingue per le consuete immagini degli animali: le zebre non si vedono, gli ippopotami sono una rarità e neppure le grandi tragedie si vedono perché, a volte, la foresta o una collina le nasconde, ma le tragedie sono nei cuori degli orfani, delle giovani vedove, delle vittime del genocidio, delle guerre dimenticate che non trovano quasi mai spazio nelle pagine dei nostri giornali occidentali.
Se siamo in Africa è perché, come gli altri amici in Bosnia e Kossovo o in qualsiasi parte del mondo dove i popoli e i loro diritti sono dimenticati o oppressi, lo dobbiamo a coloro che hanno aperto la strada in tempi non sospetti, dai missionari agli operatori di pace, dai primi obiettori di coscienza al servizio militare ai volontari delle organizzazioni non governative e del volontariato, e in particolare dalla Caritas.
Noi ora ci siamo, siamo un piccolo tassello per poter alla fine comporre tutti assieme il grande mosaico della pace e della giustizia tra i popoli della terra.

 

Nel Sud Africa che non vuole armi tra speranze e contrasti

Di Franco Perna

L’impegno dei quaccheri nel campo della mediazione e la pace in Sud Africa è abbastanza noto all’estero, un po’ meno in Italia. Già da tempo nutrivo un certo interesse per questo Paese, traumatizzato da decenni di Apartheid. Fu, però, un articolo del settimanale The Friend sul lavoro del Centro quacchero per la pace a Città del Capo che mi entusiasmò al punto di coinvolgermi direttamente andando lì per un periodo. In seguito ad un breve scambio telefonico con Jeremy Routledge, direttore del Centro, decisi, quindi, di partire all’inizio di quest’anno per circa un mese (febbraio/marzo).
Una buona ventina di persone vi lavorano, più alcuni volontari o studenti/ricercatori, soprattutto in scienze sociali, che utilizzano il Centro per informarsi e organizzare le proprie attività. Insomma c’era un via vai di gente, masse di documenti, i pochi computers disponibili sembravano impazzire… un’atmosfera frenetica. Esattamente l’opposto di quello che mi aspettavo, per cui la mia prima impressione fu piuttosto negativa. Il terzo giorno, una lunga chiacchierata con Asma Haywood, assistente di Jeremy (ed in seguito anche con quest’ultimo), sulle mie impressioni ed aspettative, si rivelò utile a ridimensionare la mia critica. Ci accordammo su un programma di visite ai vari progetti/attività di cui il Centro è responsabile accodandomi ad alcuni operatori e coinvolgendomi più concretamente nel lavoro quotidiano nella Provincia del Capo.
Questo viaggio mi offrì, inoltre, la possibilità di partecipare ad alcune manifestazioni popolari per chiedere al Parlamento un taglio alle spese militari e di stanziare più fondi per i servizi sociali; alla campagna per un Sud Africa senza fucili (a sedici anni tutti possono averne uno, durante l’Apartheid l’età minima era appena 14, diritto, però, concesso solo ai bianchi); infine, la Corte mondiale delle donne contro la guerra, per la pace (5-10 marzo), cui partecipavano circa 3500 donne, e alcuni uomini, da una cinquantina di Paesi del Sud del mondo. Di particolare interesse fu la presenza fianco a fianco, in una tavola rotonda, di una palestinese e di un’ebrea che precedentemente avevano condiviso la cella in una prigione israeliana per il loro impegno in azioni di pace. I quaccheri del Sud Africa collaborano attivamente e direttamente a questo tipo di iniziativa anche perché una di loro, Nozizwe Madlala, militante del movimento di liberazione delle donne e moglie di Jeremy Routledge, è ora vice-ministro della difesa. Fu lei, infatti, ad aprire la giornata dell’8 marzo con un discorso che si unì al coro delle donne per chiedere una trasformazione delle forze armate del suo paese. Anche se a prima vista una quacchera in un posto chiave al ministero della difesa sembrerebbe paradossale, di fatto non lo è quando si è convinti di poter contribuire al cambiamento delle strutture dall’interno. Io glielo auguro di tutto cuore!
Durante il mio breve soggiorno (purtroppo per via di un biglietto speciale non fu possibile rimanere più a lungo) ebbi altresì modo di visitare alcune iniziative di sviluppo dal basso in cui persone che altrimenti non avrebbero un’occupazione, e quindi potenzialmente destinate a commettere crimini di strada per sopravvivere, possono essere formate ed incoraggiate a coltivare un pezzo di terreno messo a disposizione dalla comunità per raggiungere un certo grado di autosufficienza e di dignità. Il Centro organizza, inoltre, i corsi di formazione alla mediazione comunitaria in vari quartieri. Ho potuto partecipare ad alcuni di questi, nonché ad uno stage AVP (progetto di alternativa alla nonviolenza), un organismo internazionale fondato da quaccheri americani e che opera attualmente in vari paesi del mondo, per preparare operatori sociali che desiderano introdurre la pratica nonviolenta nelle prigioni. Un altro giorno Jeremy ed io ci aggregammo ad un gruppo di amici per sgomberare le macerie di una casa di campagna distrutta da incendio (doloso?) e che doveva servire anche come centro d’incontri.
Infine, una volontaria di origine olandese mi chiese di accompagnarla fino a Swellendam (220 km. da Cape Town) per visitare una fattoria con convento più centro d’incontri che si trova in cattive acque perché manca di una gestione efficace. Si tratta di una grande proprietà che, se ben gestita potrebbe dar lavoro e da vivere a oltre 100 persone. Giuridicamente la fattoria appartiene alla diocesi cattolica di Oudtshoorn il cui vescovo sarebbe disposto ad affittarla per 99 anni per una somma simbolica di 1 Rand (300 lire !) all’anno ad un gruppo gestionario ben qualificato, di cui farebbero parte anche rappresentanti degli operai e del convento. La zona è molto bella e il suolo molto fertile. Potenzialmente potrebbe diventare un centro di formazione rurale per tutta la regione e oltre. Si cercano persone interessate anche all’estero. Forse si organizzeranno lì alcuni campi di lavoro internazionali per avviare alcuni progetti di trasformazione e di risistemazione (su richiesta potrei fornire ulteriori dettagli).
Un’ultima esperienza, che ha confermato le mie prime impressioni sul Sud Africa quale paese di molta bellezza e altrettanti contrasti, fu un giro delle township (favelas) organizzato e condotto da un gruppo conosciuto cool nome di WECAT (Western Cape Action Tour) secondo cui perdono e riconciliazione non significano dimenticare, ma comportano elementi di pentimento e di giustizia. A differenza di altri tour operators, WECAT ti porta nel cuore della resistenza all’Apartheid e in posti dove avvennero massacri di innocenti. Benché il coordinatore, ben conosciuto nelle zone visitate, spesso facesse riferimento a ciò che il governo sta facendo per migliorare le condizioni socio-economiche dei meno abbienti, non mancava di sottolineare il grande divario tra ricchi e poveri. Il gruppo mette l’accento sulla necessità di dialogo e di scambio inter-culturale per promuovere iniziative dal basso nelle aree più svantaggiate della regione del Capo.
L’importanza del Centro quacchero per la pace di Città del Capo si estende anche all’utilizzo che ne fanno alcuni studenti/ricercatori in scienze sociali quale punto di riferimento per meglio pianificare i loro programmi. L’appellativo di mini-università per la pace e lo sviluppo umano, credo, non sarebbe troppo fuori luogo. Tale è stata l’impressione che ho avuto parlando a lungo con una studentessa ungherese, attualmente iscritta alla Cornell University (USA), che cerca di coinvolgere un gruppo di giovani (Rainbow Youth Group), che s’incontrano settimanalmente presso il Centro, in un progetto di azione comune. Il QPC intende, inoltre, rafforzare i legami con l’AVP, col “Trauma Healing & Reconciliation Centre” del Burundi (che aveva inviato quattro persone perché venissero ulteriormente formate per meglio gestire, una volta rientrati in Burundi, il THRC. Il Sud Africa ospita un grande numero di profughi provenienti dai paesi della regione dei grandi laghi dell’Africa centrale.
Ci sono poi i contatti con altre agenzie (quacchere e non) che operano nel resto dell’Africa. Ciò aggiunge una dimensione internazionale al Centro. Viste da vicino molte delle attività organizzate/coordinate, o in cui il QPC è coinvolto, anche indirettamente, e osservando l’impegno dei suoi dipendenti, dentro e fuori del Centro, mi sento obbligato a ricredermi sulle mie prime ed affrettate impressioni che mi ero fatto all’inizio del mio soggiorno. Purtroppo il QPC come tante altre iniziative non-profit, manca di mezzi finanziari adeguati per far fronte alla grande quantità di lavoro, nonostante l’apporto dei volontari e la buona volontà di tutti.

 

Per un’Italia sobria e solidale: 60 azioni per iniziare

Cancellare il debito estero dei paesi sottosviluppati

1.Attuare subito alla lettera quanto previsto dalla legge n.209 del 28 luglio 2000
2.Correggere in base a quanto detto nella legge e nelle indicazioni delle due Commissioni parlamentari, il regolamento di attuazione ancora da approvare, e quindi liberare le decisioni dell’Italia dal consenso degli altri paesi creditori
3.Cancellare tutti i restanti crediti di aiuto verso tutti i paesi sottosviluppati indebitati verso l’Italia
4.Individuare un secondo gruppo di paesi, cioè tutti gli altri “non IDA”, non compresi tra quelli più poveri e maggiormente indebitati, ed estendere ad essi le norme della legge n.209 del luglio 2000
5.Chiedere alla Banca d’Italia di elaborare una formula che favorisca la cancellazione della maggior parte dei crediti delle banche italiane verso i paesi più poveri, ivi inclusa, senza compensazioni di alcun genere, la cancellazione totale dei crediti concessi per l’acquisto di armi.
6.Vietare le conversioni di ogni tipo di crediti verso i paesi più poveri in finanziamenti che comportino investimenti di imprese o organismi italiani
7.Creare un Fondo nazionale per finanziamenti a condizioni di estremo favore(ad esempio restituzioni in 30 anni e tassi di interesse dell’1%) per i 52 paesi più poveri e più indebitati, alimentato dalla parte dell’8 per mille dell’Irpef che resta allo Stato e da parte dei proventi delle nuove lotterie.
8.Organizzare ad ottobre del 2001 una Conferenza dei paesi africani più indebitati in modo che possano presentare le loro richieste per la soluzione della loro drammatica situazione debitoria.

Favorire il commercio estero dei paesi più poveri

9.Emanare una legge che elimini dazi e restrizioni non tariffarie per il commercio verso l’Italia dei 52 paesi più poveri
10.Sostenere la stessa proposta in tutte le sedi internazionali, in particolare in quelle europee
11.Creare una Agenzia che assista e promuova la vendita di prodotti dei paesi più poveri sui nostri mercati

Tassare i movimenti internazionali di capitale

12.Introdurre una imposizione fiscale dello 0,25% su tutti i movimenti transnazionali di capitali, in particolare su quelli da e verso i “paradisi fiscali”
13.Introdurre una imposta sulle operazioni a breve termine di carattere speculativo (Tobin Tax) dello 0,75 %
14.Sostenere le stesse proposte in tutte le sedi competenti dell’Unione Europea
15.Eliminare tutte le norme (leggi, regolamenti, direttive e decreti ministeriali, a livello nazionale e regionale) che hanno riconosciuto e agevolato i “paradisi fiscali”, ad esempio autorizzando il pagamento di “commissioni” (tangenti)
16.Proporre nelle sedi internazionali norme dirette a sottoporre a controlli e tassazioni tutti i “paradisi fiscali”, coerenti con quanto la Banca d’Italia dovrà imporre in virtù dei suoi poteri di sorveglianza agli istituti di credito italiani relativamente alle operazioni riguardanti tali “paradisi”

Fondo Nazionale per la lotta alla povertà

17.povertà dei paesi più poveri (IDA) fortemente innovativi rispetto a quelli ancora previsti dalla cooperazione bilaterale e multilaterale per lo sviluppo.
18.Costituire un Fondo Nazionale per la Lotta alla Povertà, in grado di elaborare e finanziare strategie innovative di intervento volte a garantire la soddisfazione dei bisogni essenziali delle fasce di popolazione al di sotto delle soglie di povertà e la diffusione di attività di lavoro per la realizzazione di prodotti adatti ai consumi locali. A tale fondo devono essere destinati per legge i proventi delle tassazioni dei movimenti finanziari, le entrate delle Fondazioni bancarie, i premi non ritirati di lotto e lotterie, una quota della parte destinata allo Stato di lotto e lotterie e del bingo, nonché i proventi di apposite raccolte di fondi promosse da organismi privati e dalle televisioni
19.Promuovere presso le organizzazioni internazionali dell’ONU la costituzione di un Fondo analogo a dimensione internazionale, al quale dovrebbero essere destinate cifre non inferiori al 2% del prodotto interno lordo dei paesi industrializzati.

Norme di recupero e salvaguardia dell’ambiente

20.Ratificare immediatamente il Protocollo di Kyoto e adottare le misure necessarie per rispettare i tempi previsti o per conseguire alcuni degli obiettivi di abbattimento delle emissioni anche prima delle scadenze internazionali.
21.Emanare una legge che finanzi i Comuni intenzionati a sostituire i trasporti pubblici attuali con mezzi a trazione elettrica, già ampiamente sperimentati, oppure a metano, biodiesel, olio di colza,ecc.in misura sufficiente a ridurre drasticamente le emissioni entro tre anni.
22.Prevedere un contributo dello Stato per almeno tre anni sugli acquisti di auto di cilindrata non superiore a 1500 a bassa emissione di inquinanti
23.Programmi per favorire la mobilità ciclabile e dissuadere dall’uso dell’automobile (agevolazioni a chi usa la bicicletta; aumento progressivo del prezzo della benzina fino a ricomprendere in esso tutti i costi indiretti provocati dal traffico e dall’inquinamento, con eventuali sconti per portatori d’handicap et similia; sistemi di car-pooling, bike-renting, ecc.integrati con i trasporti pubblici);
24.Uso della leva fiscale (ad esempio, aliquote Iva differenziate, Carbon Tax, ecc.) per penalizzare i prodotti ad alto impatto ambientale e favorire quelli a forte incidenza di manodopera;
25.Pianificare il passaggio di tutti i sistemi informatici della pubblica amministrazione, sia a livello centrale che periferico (ministeri, enti locali, università, scuole, ospedali, ecc.) verso programmi e sistemi operativi ‘open-source’ e ‘royalties-free’ (tipo Linux); incentivare i privati a fare altrettanto.
26.Emanare una normativa organica e misure di incentivazione per tutti gli enti locali che decidono e realizzano norme e interventi di riduzione dei consumi, di recupero e salvaguardia delle risorse naturali del loro territorio, di sostegno alla riduzione degli sprechi e ad un miglioramento della qualità dei consumi privati delle famiglie e che adottino bilanci ecosostenibili.

Interventi di recupero e protezione del Mediterraneo

27.Emanare provvedimenti per la eliminazione di scarichi non depurati in mare, per il divieto della pesca a strascico e con altre reti dannose per le specie non commestibili a rischio, per la per la periodica delimitazione di aree di divieto di pesca e traffico per favorire il ripopolamento.
28.Finanziare e realizzare tutti i parchi marini approvati e previsti
29.Decidere uno stanziamento consistente per contribuire alla realizzazione di parchi marini sulle coste dei paesi della sponda Sud del mediterraneo
30.Sorvegliare via satellite e GPS la rotta delle petroliere per evitare il lavaggio delle cisterne in alto mare e dei pescherecci di altura per evitare trasbordi di pescato

Per la salvaguardia del bene acqua

31.Emanare entro il 2001 un piano organico di revisione e recupero del sistema idrico nazionale
32.Emanare norme vincolanti per garantire il rispetto del diritto di accesso all’acqua per la soddisfazione dei bisogni essenziali su tutto il territorio nazionale
33.Emanare entro il 2002 un piano organico, dotato di adeguati finanziamenti, per la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua più a rischio e per la riforestazione dei bacini idrici più disastrati.
34.Prima di approvare, finanziare o partecipare alla realizzazione di nuove dighe in cemento armato nel Sud del mondo, deve essere attuato un processo di revisione ,effettuato da esperti indipendenti, per verificare il grado di funzionalità attuale dei progetti di irrigazione e di produzione elettrica basati su dighe realizzate in tutto o in parte da imprese italiane o al cui finanziamento ha comunque partecipato l’Italia.Su tale base si dovrà lanciare entro il 2002 un programma di interventi diretto a portare le aree dominate dalle dighe a produrre rendimenti standard.

Assistenza e formazione degli immigrati

35.Eliminazione dei centri di accoglienza temporanea forzata e creazione di una rete di Centri qualificati per una accoglienza anche di lungo periodo, per la formazione professionale e l’orientamento al lavoro, per l’assistenza sanitaria e legale, alla cui gestione debbano partecipare le organizzazioni del volontariato sociale e della società civile.
36.approvare una legge che riconosca il diritto di asilo, oltre che per motivi politici, anche per motivazioni umanitarie (guerre, catastrofi ambientali, crisi economiche, ecc.);
37.regolarizzazione di tutti gli stranieri presenti in Italia; avvio di programmi per l’emersione del lavoro nero, della schiavitù e della clandestinità; liberalizzazione degli ingressi;
38.Organizzare nei paesi di origine dei potenziali emigranti corsi di formazione che però garantiscano una collocazione lavorativa in Italia e non costituiscano sistemi di blocco e selezione dei flussi migratori.
39.Garantire agli immigrati presenti in Italia una formazione professionale e culturale bivalente che faciliti il loro inserimento lavorativo e che fornisca loro delle qualificazioni e specializzazioni che possono avere un particolare valore al momento del rientro nel paese di origine
40.Emanare una legge che finanzi progetti e organismi anche non italiani che predispongano possibilità di reinserimento di emigrati nel paese di origine
41.Emanare una legge organica per la assistenza al popolo rom, che preveda la creazione di una rete di campi attrezzati, dotati dei servizi per garantire la frequenza scolastica, lo svolgimento di attività con reddito minimo e di laboratori per la formazione professionale.

Interventi innovativi di cooperazione allo sviluppo

42.Emanare entro il 2001 la nuova legge per la cooperazione allo sviluppo, che non deve avere più alcun collegamento con gli interessi commerciali e di investimento delle imprese italiane e che deve riferirsi in tutti i paesi dove esistono direttamente con le organizzazioni popolari e contadine. A tal fine deve essere garantita l’autonomia dell’Agenzia per la cooperazione anche da specifici interessi della politica estera italiana, ogni volta che lo richiedano le esigenze più urgenti delle popolazioni immerse in condizioni di povertà estrema.
43.Le organizzazioni non governative per lo sviluppo italiane devono poter utilizzare esperti e cooperanti di nazionalità non italiana ed essere finanziate in modo tale che possano a loro volta finanziare direttamente progetti realizzati da organizzazioni popolari e non governative locali
44.Gli interventi governativi di emergenza devono poter contare su personale qualificato, mezzi di trasporto e materiali in quantità tali da poter costituireuna presenza significativa nei casi di calamità in altri paesi. Un apposito provvedimento deve essere emanato entro il 2001.

Per il sostegno delle produzioni e dei consumi innovativi

45.Emanare un provvedimento organico per il sostegno finanziario e l’esonero delle imposte per i prodotti ecologici contraddistinti da Ecolabel, per quelli provenienti dal Sud del mondo distribuiti dalle Botteghe del commercio equo e solidale, e per quelli realizzati dalle cooperative sociali.
46.Emanare una legge che riconosca e sostenga , con finanziamenti, esenzioni ed incentivi, le attività dei gruppi di acquisto organizzati
47.Emanare entro il 2001 il disegno di legge sugli Acquisti Trasparenti, da tempo presentata al Parlamento e creare il marchio di garanzia sociale contro lo sfruttamento e il lavoro minorile e la agenzia di controllo entro i primi sei mesi del 2002.

Per il ritorno alla natura delle produzioni di alimenti

48.Emanare una legge per la riconversione irreversibile entro il 2001 di tutti gli impianti per lo stoccaggio e la lavorazione delle farine animali
49.Adottare una moratoria di 5 anni per la utilizzazione delle piante geneticamente modificate e finanziare in modo adeguato le ricerche atte a verificarne la assoluta non pericolosità. In ogni caso, anche al fine di impedire importazioni fuori controllo, deve essere adottato immediatamente un sistema di etichettatura, sottoposto a rigorosi controlli, che evidenzino la eventuale presenza di OGM e i possibili effetti sulla salute, in tutti i prodotti a rischio.
50.Adottare entro il 2001 un provvedimento analogo a quello di recente approvato in Germania, che preveda di stimolare e sostenere le produzioni biologiche(verificate da rigorosi controlli, da marchi e certificazioni), fino a raggiugere il 20% della poduzione agricola complessiva entro il 2010.

Per la riduzione degli armamenti

51.Approvare una legge che preveda il divieto di produzione, l’uso, il transito e lostoccaggio sul territorio nazionale di armi basate sull’uranio impoverito e qualunque suo altro impiego, la distruzione delle mine ancora conservate in Italia, maggiori controlli sull’applicazione rigorosa della legge n.185 sulle esportazioni di armi.
52.Vietare i prestiti delle banche diretti a sostenere le esportazioni di armi italiane
53.Il Fondo per lo sminamento approvato di recente prevede solo una spesa in due anni di trenta miliardi, che è assolutamente inadeguata dato l’alto costo della eliminazione di ciascun ordigno e il mostruoso numero di mine che infestano migliaia di ettari di terra coltivabile. Un nuovo provvedimento da approvare entro il 2001, volto a pianificare un intervento più razionale ed efficace, basato sulle tecnologie più avanzate, (che riducono il rischio per gli operatori) deve prevedere un aumento del Fondo da 15 a 50 miliardi all’anno per i prossimi cinque anni.
54.sospendere e/o annullare i programmi di acquisizione di nuovi sistemi d’arma, in particolare EFA2000 (EuroFighter) e seconda portaerei;
55.avviare la costituzione di un corpo civile di pace (“Caschi Bianchi”) da utilizzare per azioni di peace-building ed interposizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite;

Per sostenere la creazione di posti di lavoro fuori dell’economia formale

56.Deve essere emanata una legislazione organica per stimolare e sostenere iniziative per la riduzione delle diverse forme di povertà e della disoccupazione di lunga durata. Deve riguardare settori dove l’intervento pubblico è particolarmente carente (restauro dei danni ambientali, sorveglianza di parchi, flora e fauna, salvaguardia della biodiversità, recupero e valorizzazione di risorse artistiche deteriorate o in stato di abbandono, arredo urbano e risanamento di quartieri degradati, autocostruzione di abitazioni popolari, rivitalizzazione di comuni in fase di abbandono, attività culturali e recupero delle tradizioni locali, formazione e inserimento immigrati, ecc.).Deve essere previsto un sostegno pubblico transitorio per la fase di avvio a cooperative e altre forme associative di adulti in condizione di povertà riconosciuta, di giovani e di disoccupati, che possono dimostrare il sostegno anche finanziario della popolazione locale.
57.Tutte le forme di prestiti di onore, sostegni formativi e contributi per l’avviamento di attività, ecc., nazionali e regionali, devono esser trasformati in microcrediti, di cui si deve esigere la totale restituzione, onde evitare irregolarità e stravolgimenti. Devono essere invece previste delle accurate attività di orientamento e sostegno, in particolare per quanto riguarda la collaborazione tra le diverse iniziative in corso.

Per la riforma delle istituzioni internazionali

58.Chiedere di ricondurre le competenze del Fondo Monetario a quelle esclusivamente monetarie ed escludere che il WTO possa occuparsi di servizi e di brevetti
59.Chiedere la costituzione presso l’ONU e presso le sue principali Agenzie, con statuto consultivo, di un organo rappresentativo delle associazioni di tutte le società civili del Nord e del Sud

60. incominciare da oggi, non da domani…

Promemoria e cura della Rete di Lilliput
“Cambiare il mondo è possibile”
“Rompere gli equilibri, modificare le logiche”

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Il passato che guarda al futuro
Il futuro che guarda al passato

Oltre alla domanda: “Perché?”, lo storico si pone anche l’altra: “Verso dove?” Secondo alcune concezioni, il significato della storia risiederebbe al di fuori di essa, mentre secondo altre essa sarebbe priva di significato o ancora avrebbe molteplici significati tutti egualmente validi o non validi. Con il cristianesimo la storia, che prima era ciclica e non aveva una meta, acquistò un fine. Gli illuministi concepirono la storia sotto forma di evoluzione progressiva, avente per fine la miglior condizione possibile dell’uomo sulla terra. Decidere se la storia stia vivendo una fase di progresso o di decadenza dipende dal punto di vista che si assume. L’essenza dell’uomo in quanto essere razionale è di sviluppare le sue potenziali capacità accumulando l’esperienza delle generazioni passate. L’ipotesi di una fine della storia ha un timbro escatologico più adatto al teologo che allo storico e ci riporta all’erronea credenza in una meta situata al di fuori della storia. La storia è una scienza fondata sul progresso, intendendo quest’ultimo come un processo il cui contenuto specifico è dato dalle condizioni dei successivi periodi. Un gruppo che ha una funzione di guida nel progresso della civiltà in un periodo difficilmente avrà una funzione analoga nel periodo successivo e ciò per la ragione che sarà troppo profondamente imbevuto delle tradizioni del periodo precedente per essere in grado di adattarsi alle necessità del periodo successivo. Lo sforzo necessario a far procedere una civiltà cessa in un luogo per essere ripreso in un altro luogo, cosicché ogni progresso riscontrabile nella storia è indubbiamente discontinuo nel tempo e nello spazio. Il progresso non procede in linea retta, ma ha ritorni, deviazioni e soluzioni di continuità. Credere nel progresso non significa credere a un processo automatico o inevitabile, bensì allo sviluppo progressivo delle potenzialità umane.
Lo storico che contesta il giudizio di uno dei suoi predecessori, lo rifiuta non perché assolutamente falso, ma perché inadeguato o prodotto da un punto di vista che fatti ulteriori hanno dimostrato superato. Il fatto che il passato getti luce sul futuro e il futuro getti luce sul passato è insieme la giustificazione e la spiegazione della storia. Uno storico obiettivo ha la capacità di proiettare la sua visione nel futuro, in modo tale da acquisire una comprensione del passato più durevole di quella raggiunta da uno storico la cui visuale è limitata alla situazione immediata. La storia è un dialogo tra gli eventi del passato e le prospettive future emergenti a poco a poco. In un’età di straripante fiducia nel futuro, qual era il positivismo, gli storici affermavano l’esistenza di un moto della storia verso il positivo, mentre l’instaurarsi dell’odierno stato d’animo pessimistico ha aperto la strada a coloro che cercano il significato della storia al di fuori di essa e a chi non scorge nella storia alcun significato. Lo storico parte dalla volontà di dimostrare una sua teoria; l’onestà intellettuale sta nell’accettare di abbandonare tale teoria quando le fonti analizzate dimostrano che essa non è vera.
Lo storico si occupa di coloro che, vittoriosi o sconfitti, compirono qualcosa. Soltanto i popoli che sono riusciti a organizzarsi in qualche modo dal punto di vista sociale cessano di essere selvaggi e fanno il loro ingresso nella storia. Ciò che in un’età era appropriato, in un’altra è diventato un solecismo e perciò condannato. In centocinquant’anni la schiavitù, che prima era considerata moralmente indifferente, è diventata immorale. Al tempo stesso le apparenti sconfitte di oggi possono risultare in definitiva contributi decisivi ai successi di domani. Ricordiamoci che i profeti nascono prima del loro tempo.
L’obiettività storica non esiste e si può parlare di obiettività soltanto allorché si stabilisce un rapporto coerente tra il passato e il futuro. La storia è per sua natura mutamento, movimento e anche progresso. Dunque la storia può essere scritta unicamente da coloro che rintracciano una direzione nel processo storico e l’accettano. Pertanto assumere un paradigma nonviolento per analizzare la storia è una base concettuale possibile.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
Il Linguaggio Giraffa, con un cuore grande così…

Per comprendere questo linguaggio del cuore possiamo riferirci a situazioni in cui noi stessi abbiamo detto o fatto qualche cosa per contribuire a far sentire bene un altra persona e l’abbiamo fatto spontaneamente, nessuno ci ha obbligato a farlo, l’abbiamo fatto perché questo soddisfaceva il nostro stesso bisogno di rendere bella la vita anche per l’altro. Se l’abbiamo fatto sulla base di questa motivazione probabilmente ci siamo sentiti bene nel farlo, e ancora adesso se ci pensiamo probabilmente ci sentiremo bene.
Parliamo il Linguaggio Giraffa quando facciamo qualche cosa per gli altri, non perché siamo costretti, non per ottenere un premio, non per evitare vergogna o senso di colpa, ma per quello che io ritengo essere un modo naturale di dare l’uno all’altro, perché non c’è niente che noi come essere umani amiamo di più che non dare dal cuore. (MBR, idem)
Vogliamo influenzare l’altro a dare dal cuore, a cambiare il suo comportamento, non per paura o senso di colpa, vergogna o per dovere, ma perché amerà renderci la vita più bella.
Come realizziamo questo? Attraverso quattro passaggi che sono alla base della Comunicazione Nonviolenta.
Innanzitutto chiariamo all’altra persona che cosa ha fatto che non ha contribuito a rendere la nostra vita bella. E’ molto importante non inserire nelle nostre parole alcuna critica, perché se le persone sentono qualche cosa che suona come una critica le nostre possibilità di vedere soddisfatti i nostri bisogni diminuiscono, le possibilità invece di incrementare le situazioni per le quali pagheremo più tardi aumenteranno.
Quando parliamo la lingua giraffa siamo molto onesti nell’esprimere che cosa c’è nel nostro cuore, senza criticare o insultare l’altro. Riveliamo onestamente, senza usare nessuna parola che implichi che c’è qualche cosa di sbagliato da parte dell’altro, e questo richiede un’abilità, che è quella di mostrare esattamente che cosa è stato fatto, senza mescolarvi nessuna critica.
Il filosofo Krishnamurti, afferma che la forma più alta di intelligenza umana è la capacità di osservare senza valutare, di essere specifici sulle cose che non ci piacciono, senza mescolare diagnosi, e questo è molto difficile per le persone alle quali è stato insegnato a parlare sciacallo, perché il nostro modo di pensare molto facilmente trasforma i fatti in diagnosi.
La Comunicazione Nonviolenta è un linguaggio della vita, invita ad esprimere che cosa c’è di vivo dentro di noi senza criticare l’altro, e questo richiede la capacità di poter esprimere due cose chiaramente. Dopo avere osservato che cosa la persona fa , esprimiamo che cosa noi sentiamo quando la persona fa quello che fa. Diciamo all’altra persona quali sentimenti sono vivi dentro di noi quando compie una determinata azione.
Forse ci sentiamo arrabbiati, o forse frustrati oppure amareggiati.
Ma non ci fermiamo qui, andiamo avanti e al terzo punto accettiamo la responsabilità per i sentimenti che proviamo.
Sono andato a scuola per 21 anni, non riesco assolutamente a ricordarmi di una sola volta che mi sia stato chiesto come mi sentivo, sono andato a scuole sciacallo e a loro non interessava sapere quali erano i sentimenti dei ragazzi. L’unico gioco era sapere cosa voleva l’autorità. E ho imparato bene a svolgere quel ruolo, non è tanto difficile imparare quel gioco, basta essere una persona morta, una bella persona morta, scollegata dai propri sentimenti e vivere semplicemente solo nella testa, cercare semplicemente di fare quello che le persone d’autorità pensano sia giusto che tu faccia. Ma essere liberi richiede una consapevolezza di emozioni, richiede la consapevolezza di sapere perché ci sentiamo nel modo in cui ci sentiamo Che cosa ci fa sentire nel modo in cui ci sentiamo? (MBR, idem)
Quello che vediamo sotto il nostro sentimento è sempre un bisogno. Se proviamo sentimenti piacevoli è perché il nostro bisogno in quel momento è soddisfatto. Se invece proviamo dei sentimenti dolorosi significa che uno dei nostri bisogni non è soddisfatto. Questa è la cosa più importante di cui essere consapevoli. Quali sono i nostri bisogni. Questo è il nostro modo più diretto per rimanere in contatto con la vita. Collegarci alla vita attraverso i bisogni, i bisogni degli uomini, bisogni umani. Impariamo a collegarci con i nostri bisogni e successivamente vedremo come collegarci con i bisogni dell’altro. Perché quando siamo collegati al livello del bisogno, i bisogni di entrambi possono essere soddisfatti. Ma quando perdiamo il collegamento al livello del bisogno e cominciamo ad andare su nella mente ad analizzare cosa c’è di giusto e di sbagliato allora abitiamo il luogo in cui comincia la violenza.
Qualunque bisogno noi sentiamo vediamo che tutti gli esseri umani hanno gli stessi bisogni indipendentemente dal paese in cui vivono, indipendentemente dalla religione. Siamo creati tutti dalla stessa energia, ecco perché è importante avere una consapevolezza dei bisogni, perché sulla base del bisogno vediamo la nostra natura comune. (MBR, idem)
Come quarto punto chiariamo che cosa desideriamo che l’altro faccia per contribuire a soddisfare il nostro bisogno, perché naturalmente viviamo in un mondo di interdipendenze, e quindi per ottenere un soddisfacimento dei nostri bisogni spesso abbiamo bisogno che gli altri collaborino, ma è importante tenere il bisogno separato dalla strategia che noi utilizziamo per soddisfarlo.
Quindi non è sufficiente che noi sappiamo parlare giraffa, è importante che noi impariamo a parlare giraffa anche quando l’altra persona continua a parlare sciacallo. La parte più importante di tutto questo non è il linguaggio stesso, non sono le parole, ma è la chiarezza spirituale che ci permette di essere consapevoli del modo in cui scegliamo di comportarci come esseri umani; quindi dobbiamo far si che sia molto chiaro dentro di noi che cosa significa essere esseri umani.
Facciamo delle osservazioni chiare, andiamo dentro al nostro cuore ed esprimiamo il sentimento, ed andiamo dentro al nostro cuore per esprimere il bisogno, le tre cose insieme esprimono che cosa è vivo dentro di noi, ed ecco perché io lo chiamo il linguaggio della vita, il linguaggio del cuore. Dobbiamo essere vivi per riuscire a parlare questa lingua. Poi proseguiamo con una chiara richiesta. (MBR, idem)
Vorremmo che l’altra persona sapesse con esattezza che cosa potrebbe fare per soddisfare il nostro bisogno. Due cose sono importanti nel formulare la nostra richiesta, prima di tutto la chiarezza, essere molto chiari sulle cose che chiediamo, e in secondo luogo presentare la richiesta come una richiesta e non come una pretesa. Vogliamo assicurarci che l’altra persona non percepisca mai quello che chiediamo come una pretesa, perché tutte le volte che una persona percepisce una pretesa, ha due possibilità: sottomettersi o ribellarsi, e noi non vogliamo nessuna delle due. Vogliamo far si che l’altra persona percepisca di avere una scelta e che noi rispettiamo la sua scelta. Quindi formuliamo la richiesta e non la pretesa. Utilizziamo inoltre un modo di comunicare legato alla realtà, molto concreto. Usiamo dei verbi molto chiari, di azione, concreti.
Un marito e una moglie sono venuti ad un seminario: la moglie mi ha detto o: il mio bisogno di comprensione non è soddisfatto quando parlo con mio marito. Allora gli ho detto: rivolgiti a lui e fagli la tua richiesta.. “ Voglio che tu mi ascolti quando io ti parlo.” “Lo faccio, ti ascolto”. “No, non è vero!.”
“Si è vero”. E mi hanno detto che hanno avuto una conversazione di questo tipo per undici anni. Il problema è con la parola ascoltare. Che cosa significa?
Quindi se esprimiamo la nostra richiesta con un linguaggio vago non riusciremo ad ottenere quello che desideriamo.
Una parte della Comunicazione Nonviolenta consiste nell’esprimere le quattro informazioni chiaramente, verbalmente oppure in altri modi. L’altra parte consiste nel ricevere le medesime informazioni dagli altri. Ci colleghiamo all’altro percependo ciò che egli osserva, sente, ciò di cui ha bisogno, poi, ricevendo la quarta informazione, cioè la richiesta, scopriamo che cos’è che arricchirebbe la sua vita. Se manteniamo la nostra attenzione centrata su queste aree ed aiutiamo gli altri a fare la stessa cosa, stabiliamo un flusso di comunicazione, in entrambe le direzioni, fino al punto in cui ci incontriamo come esseri umani, rivelando la nostra naturale compassione ed empatia. La CNV ci invita ad ascoltare quello che gli altri osservano, sentono, hanno bisogno e richiedono, anche quando sono nascosti dietro a una comunicazione alienata, scollegata dalla vita, fatta di critiche, giudizi moralistici , pretese.
Sviluppiamo la consapevolezza che “ogni giudizio moralistico, ogni critica sono soltanto l’espressione alienata, tragica e maldestra di sentimenti e di bisogni”

Vilma Costetti (2° parte – fine)

Per informazioni su corsi e seminari tenuti in Italia da Vilma Costetti si può chiamare il Centro Esserci
Tel/ fax 0522 307404
e-mail : info@centroesserci.it
sito web: www.centroesserci.it

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Intervista impossibile a Fabrizio De Andrè

Incontriamo Fabrizio De Andrè in un momento di riposo nella sua casa e azienda agricola di Tempio Pausania, nel cuore della Sardegna, consapevoli del privilegio di questa chiacchierata. Lontano dal palcoscenico e dai clamori della folla, Fabrizio è accogliente, allegro. Finalmente a casa.

Uno dei motivi per cui sei tanto amato, è proprio il tuo rifiuto per l’etichetta del cantautore, per l’ostinazione con la quale hai mantenuto riserbo sulla tua vita e sui tuoi pensieri. Eppure attraverso la musica, forse più di ogni altro autore italiano, sei entrato nel vivo di tante questioni sociali. Quanto vale una canzone?
“Io credo che in qualche maniera possa influire sulla coscienza sociale, almeno a livello epidermico. Tante persone vengono nel camerino alla fine di ogni spettacolo e mi dicono: siamo cresciuti con le tue canzoni. Non so fino a che punto sia una cosa giusta. Io non ho nessuna verità assoluta in cui credere, non ho nessuna certezza in tasca e, quindi, non la posso regalare a nessuno e va già molto bene se posso regalarvi qualche emozione. Però credo che in qualche misura le canzoni possano orientare le persone a pensare in un determinato modo e a comportarsi di conseguenza”.
In Italia la cultura pacifista e antimilitarista deve molto alle tue canzoni. La guerra di Piero è quasi un inno, ma ce ne sono molte altre ed è quasi impossibile ricordarle tutte, dalle più vecchie – Fila la lana, Geordie, La ballata dell’eroe, Fiume Sandr Creek – fino agli ultimi dischi: Disamistade, Korakhanè… Hai detto più volte che il tuo pacifismo affonda le radici nel pensiero anarchico.
“Come mai si diventa libertari? O hai frequentato un ambiente libertario, cosa che ho fatto fin dai diciotto anni, o altrimenti perché hai un impulso a pensare che il mondo debba essere giusto, che tutti debbano avere come minimo le stesse condizioni di opportunità per potersi esprimere ed evolvere. Quando avevo quattro anni, in campagna, ero sempre dai contadini, assimilavo molto più da loro che dai miei genitori, ero in mezzo alle bestie, volevo bene sia ai contadini sia alle bestie, ci stavo bene, li sentivo parte di me, più veri. Il discorso poi si è evoluto quando ho cominciato a chiacchierare con persone che erano dichiaratamente di fede anarchica”.
Prima di questo c’è stata la guerra. Tuo padre, Giuseppe De Andrè, fuggì da Genova nel 1944 per sfuggire alle persecuzioni razziali, perché era di origine ebrea.
“Era una persona con l’animo nobile… Ci ha educato a essere persone per bene, quindi mai essere raccomandati, ma farsi strada nella vita attraverso i propri meriti… Eh, guai se lui mi avesse raccomandato a scuola, non si sarebbe più guardato nello specchio e io sicuramente gliene avrei dette di tutti i colori. Questo si è ripetuto da parte mia anche nei confronti di mio figlio Cristiano, mai che io sia intervenuto per facilitargli il compito. Sennò sarei un camorrista…”
E, se non sbaglio, un tuo zio venne rinchiuso in campo di concentramento in Germania, perché aveva disertato.
“Sì, forse a livello infantile la coscienza è stata smossa dallo zio Francesco, poi anche dalla frequentazione della Genova povera dei bassifondi. Di questa esperienza terribile di due anni a Mannheim ci ha raccontato pochissimo, bisognava tirarglielo fuori con le tenaglie, non voleva parlare, era chiuso come un cassetto ammuffito. Comunque, quelle poche cose che gli sono uscite dalla bocca, magari con l’aiuto di un po’ di vino, erano proprio terribili”.
Proviamo a ripercorrere la tua carriera attraverso alcune canzoni molto conosciute, legate al tuo percorso politico e culturale. Incomincerei proprio dalla Guerra di Piero.
“Quando uscì rimase praticamente invenduta; divenne un successo solo cinque anni dopo, con il boom della protesta, con Dylan, Donovan e compagnia. Nel ‘68 dissi che avrei finito per scrivere una canzone in favore della guerra, che naturalmente avrei venduto nel 1980 per qualche ‘guerra sacra’ in nome di un non meglio identificato ideale… Non potevo sapere che cosa sarebbero stati gli anni Ottanta…”.
La buona novella
“Compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco anacronistico. Non avevano capito che La buona novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone tra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ‘68 e le istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico-sociale direi molto simili che, 1969 anni prima, un signore aveva fatto contro gli abusi del potere, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”.
Mi soffermo su quest’album, che è tra i miei più amati e rivela una dolcezza ed un’intimità davvero commovente, soprattutto quando parli di Maria, una Madonna così umana, finalmente…
“Io mi ritengo un religioso, e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato, e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché secondo me l’equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in tutto ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a individuare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica, e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari anche dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri”.
Un altro album: Storia di un impiegato. C’è la questione del ‘68. La canzone del maggio: “Anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti…”
“Il ‘68 l’ho vissuto a contatto con questi gruppi di estrema sinistra, partecipando al tentativo di rinnovamento; non li ho seguiti, perché di solito un artista, indipendentemente dall’ideologia, è un coniglio individualista. Mai avrei fatto la lotta armata, ma condividevo quasi tutti quelli che oggi vengono definiti gli eccessi sessantottini, anche perché li avevo quasi promossi, attraverso le mie canzoni. Se alle manifestazioni un autonomo sgangherato iniziava a tirare pistolettate, questo non lo condividevo sicuramente, ma condividevo la rivolta contro un certo modo di gestire la società che non teneva minimamente conto della società stessa. Volevamo diminuire la distanza tra il potere e la società. Abbiamo ottenuto diverse vittorie. Certo, ho anche fatto concerti in mezzo a bombe molotov e a lacrimogeni. Ma il ‘68 è stata una rivolta spontanea, e il fatto che non sia riuscita forse è un bene, se è vero che il grosso problema di ogni rivoluzione è che, una volta preso il potere, i rivoluzionari cessano di essere tali per diventare ammaestratori”.
La Domenica delle salme, con i suoi molti riferimenti alla politica e non solo, è un po’ il funerale degli anni Settanta, celebrato nel decennio successivo.
“Volevamo esprimere il nostro disappunto nei confronti della democrazia. Democrazia reale non lo è mai stata, ma almeno si poteva pensare che resistesse come democrazia formale e invece si sta scoprendo che è un’oligarchia. Lo sapevamo tutti, però nessuno si peritava di dirlo”.
“La piramide di Cheope volle essere ricostruita, masso per masso, schiavo per schiavo, comunista per comunista”.
“Un monumento aberrante, inutile, direi berlusconiano”, ride. “Io sono un libertario, quindi non un comunista e non sono mai stato marxista, ma quando vedo trattare Marx così male da gran parte della stampa estera e nazionale mi si drizzano culturalmente e storicamente i capelli in testa. Uno come Marx, un economista e un filosofo, che all’inizio dell’Ottocento faceva un’analisi così precisa su città operaie invivibili, sfruttamento minorile, dilagare della prostituzione, problemi ancora oggi di attualità. Non comprendo la demolizione del comunismo e del marxismo dalle fondamenta, perché comunque la teoria del plusvalore è alla base delle socialdemocrazie. Mi pare che questo nostro tempo sia proprio quello giusto per studiare con attenzione l’analisi che Marx fece della società proto-industriale della metà Ottocento, e mi sembra altresì il tempo di incominciare a rileggersi Gramsci”.
Tu sei stato molto vicino al movimento “Sardinna e libertade” e, in generale, alle spinte per l’autonomia della Sardegna.
“Questi movimenti sono portatori della coscienza che può rompere il condizionamento sociale. Do per scontato che la vera definitiva e completa liberazione sia possibile solo a una condizione: l’appropriazione del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte dei lavoratori. Per quanto riguarda il popolo sardo io ho notato una cosa senza scomodare grandi teorie; loro hanno molto rispetto per i vecchi e i bambini, rispettano il passato e quindi direi che è una popolazione molto sana, molto più sana di quella delle grandi città del continente. Io qui mi ci trovo benissimo”.
Dopo aver compiuto tanta strada, che cosa potresti dire di te?
“Ho degli ideali precisi, quelli libertari che ho sempre avuto. Dare una definizione è difficile perché sono tante cose; sono anche un allevatore di bestiame, sono una persona innamorata degli alberi, dell’acqua pulita”.
Traspare, come dalla tua musica, un grande attaccamento alla vita ed una consapevolezza dolorosa del limite, la stessa di cui è intrisa tutta la condizione umana.
“Innanzitutto l’uomo deve superare i grandi disagi, il primo quando nasce e deve imparare a convivere con elementi a lui estranei; il secondo quando scopre la paura della morte e, infine, la solitudine. Accettandoli tutti e tre si arriva a una profonda maturazione spirituale. Soltanto chi è davvero solo, è libero”.

A cura di Elena Buccoliero

Citazioni da:
Signora libertà, signorina anarchia – numero speciale di “A”, rivista anarchica.
A. Franchini, Uomini e donne di Fabrizio De Andrè, Palermo, 1997, ed. Demos,
L. Viva, Vita di Fabrizio De Andrè, Milano, 2000, Feltrinelli

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Le armi di ieri e la violenza di oggi

TITOLO: IL MESTIERE DELLE ARMI
Regia e Sceneggiatura : Ermanno Olmi
Italia/Francia/Germania 2000
Con: Hristo Jivkov, Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Sandra Ceccarelli

Ermanno Olmi compie settant’anni e li festeggia con un film che solo apparentemente “tradisce” le tematiche solitamente care al regista bergamasco: la riflessione sulla contemporaneità, sul significato storico dei piccoli gesti quotidiani indagato a partire dai suoi protagonisti più umili. Il mestiere delle armi si spinge, infatti, nel passato remoto della nostra civiltà: racconta, attraverso i volti e le voci dei “grandi” protagonisti di quel tempo, (Pietro Aretino, Matteo Cusastro e Luc’Antonio Cuppano interpellano lo spettatore con frequenti sguardi in macchina carichi di una solennità capace di travalicare qualsiasi barriera spazio-temporale), li ultimi fatti d’arme dello illustrissimo signor Joanni da le Bande Nere, ovvero, gli ultimi giorni di vita del giovane e valoroso cavaliere della “nobile” arte della guerra, capitano di un’armata pontificia nella campagna contro i Lanzichenecchi di Carlo V. Ma lo fa perché, come afferma lo stesso Olmi: «…invecchiando si cerca di individuare le radici della realtà che ci circonda e così lo sguardo si rivolge al passato…».
Ciò che non cambia mai, invece, nel cinema del “maestro”, sia che si occupi della realtà a lui più prossima, sia che tenti di dipanare i fittissimi intrecci religioso-politici del Basso Medioevo, è la potenza e la profondità del suo sguardo, l’atto del guardare inteso come principio autentico del disvelamento e della conoscenza dei lati più oscuri e trascurati della realtà. Il cinema di Olmi, in quest’epoca di iper-pervasività dell’immagine – del suo essere ovunque, in ogni ambito e in maniera profondamente acritica – ci aiuta a recuperarne la valenza sacrale, la sua capacità di andare oltre l’apparente, il superficiale, e restituire quindi dignità e valore alla realtà che essa stessa rappresenta.
Ma con questa pellicola Olmi non si limita solo a questo; nel titolo c’è un preciso riferimento alle armi che diviene, nel corso della narrazione filmica, affermazione del loro essere, nelle mani degli esseri umani, negazione della vita e strumento di morte; significativa in questo senso risulta essere la citazione che apre il film: «Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre; si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che ci diede per difenderci dalle feroci belve. (Tibullo – I sec. a.c.)»
Attraverso la descrizione delle vicende di questo “campione” dell’eroismo bellico, eroe non tanto quando sfida la morte in guerra, quanto soprattutto, quando si confronta con la morte che gli si pone accanto al letto durante una lunga agonia dopo che è stato ferito, il regista bergamasco introduce ad una più ampia riflessione sull’uso delle armi, dal Medioevo ai giorni nostri, sulla base del principio Hobbesiano che afferma come sia la forza e non il diritto l’elemento fondamentale della politica:
«Ancora al principio del Rinascimento, era l’uomo medesimo, col suo stesso corpo, macchina da guerra. La sua potenza stava unicamente nella forza dei suoi muscoli e nell’abilità del duellare… La spada del guerriero altro non era che un prolungamento del suo proprio braccio. I contendenti si affrontavano con le cosiddette armi bianche. Posti l’uno di fronte all’altro, dovevano misurarsi con l’avversario guardandolo negli occhi e nello scontro diretto ciascuno cercava di affermare la propria forza, abilità e coraggio. Nella guerra d’arma bianca – uomo contro uomo – si erano configurate delle regole che i belligeranti si compiacevano di rispettare. Un modello esemplare di comportamento della nobile arte della guerra. Ma la comparsa delle bocche da fuoco hanno portato a distanziare sempre più i contendenti in campo, tanto da non potersi più riconoscere tra loro.
Oggi, il soldato del nostro millennio non vede e non sa chi uccide, né da chi viene ucciso. Oggi, sono guerre di tecnologie sempre più impersonali. Oggi, più che in ogni passato, gli uomini, per gli uomini, non sono più uomini, ma soltanto obiettivi da annientare. Il nemico da abbattere non ha volto, né voce. Si fa sempre più distante e muto il sentimento della sofferenza e della pietà (Note di regia – Ermanno Olmi).»
Riflessione che indirettamente (al di là del film) dovrebbe aprire le menti delle società cosiddette civili ad una semplice quanto inoppugnabile e paradossale verità: nei conflitti di oggi, l’unico soggetto veramente al riparo da qualsiasi rischio è forse proprio il soldato, interprete moderno del Mestiere delle armi.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Vacanze fantozziane “fai da te”con le pinne, fucile ed occhiali

Mare o montagna? Ad agosto, prima o dopo? E con viaggio organizzato oppure “fai da te”? Quello che dovrebbe essere un momento di svago rincorso durante l’anno rischia sempre di trasformarsi in un veicolo di ansia. Ai classici tormenti che precedono la scelta delle vacanze, il buon consumatore critico ne aggiunge un altro: quale vacanza mi dà la certezza di non alimentare, con i miei soldi e magari contro la mia volontà, un regime dittatoriale, oppure il lavoro minorile, o ancora uno sfruttamento ambientale?
Con sei miliardi di spostamenti all’anno (594 milioni nei soli voli internazionali: nel 1950 erano 25 milioni), il turismo è una delle prime industrie del mondo, e rappresenta un fenomeno le cui conseguenze in termini di impatto ambientale, culturale, sociale ed economico non possono più essere ignorate. Il turismo è talora responsabile, o comunque ha il pregio di mettere in evidenza, gravi forme di degrado materiale e morale dettate dalle dure leggi dell’economia globale, con la complicità e la responsabilità dei vari governi dell’Occidente. Basti pensare al turismo sessuale, capace di sviluppare ormai un giro d’affari di 5 miliardi di dollari l’anno.
Esiste da tempo un modo di viaggiare più consapevole, rispettoso dei paesi e della gente cui va incontro, della natura e delle usanze che vi trova: sono state 30 mila le persone (triplicate negli ultimi cinque anni) che, nel 2000, hanno deciso di rivolgersi ad associazioni e organizzazioni non governative per viaggiare seguendo precisi criteri responsabili: conoscenza del luogo visitato, minimo impatto ambientale e sociale, rispetto di usi e costumi del luogo.
Capostipite di questa nuova via è l’AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile), fondata dal genovese Renzo Garrone in collaborazione con ACU, MLAL, Terre di Mezzo e altre associazioni. Forte della conoscenza diretta di diversi paesi meta di viaggi (ha pubblicato guide su Thailandia, India, Nepal e Birmania), l’AITR di Garrone organizza viaggi prevalentemente in Asia, destinando il 2,5% del costo di ogni viaggio al progetto che si visita. Ha coordinato negli scorsi anni il boicottaggio del turismo in Birmania raccogliendo la richiesta della leader nonviolenta Aung San Suu Kyi, con notevole successo.
A Torino Enrico Marletto, un lungo passato nella impegnata Radio Flash e nel Folk Club ad essa connesso, ha aperto l’agenzia Viaggi&Solidarietà, dove convergono le proposte di cinque ONG e della sede locale delle ACLI. Insieme pubblicano un catalogo contenente le proposte di questa estate e sponsorizzano i viaggi di conoscenza di Vittorio Castellani, alias Chef Kumalé, proveniente anch’esso dall’emittente piemontese.
A Brescia invece si stanno unendo due realtà (l’altra è veneta) sotto la guida di Riccardo Sudati, ex cooperatore ONG. Nella Tures, attiva dal 1998, si possono anche organizzare viaggi di nozze responsabili.
Ma il primo tour operator di turismo responsabile, nato ormai cinque anni fa a Milano come filiazione della Rete Radié Resch, è Pindorama, che nella lingua Tupì del Brasile significa “terra delle palme”. Le proposte sono raccolte in due cataloghi semestrali ed inviate a chi ne fa richiesta: chi partecipa al viaggio inoltre riceve uno schema che mostra quanto incidono sul prezzo del viaggio le singole voci di spesa, in modo da constatare quanto del prezzo pagato rimane alla comunità che ospita.
Si può anche prendere contatto diretto con chi elabora concretamente i progetti, rivolgendosi alle ONG che hanno una lunga tradizione in questo campo: Manitese, CISV, MLAL, WWF o Legambiente; oppure, chi preferisce un approccio più attento alla religiosità, può contattare i Missionari della Consolata, i Comboniani o l’AIFO.
Infine, per la cronaca, rispondiamo alle domande di inizio pagina: un italiano su due preferisce il mare, quasi altrettanti partono ad agosto o a cavallo del mese, uno su cinque con destinazione casa di parenti o amici, ma più di quattro su cento affollano i villaggi turistici ponendosi ben poche delle domande che assillano i turisti responsabili. E se quest’anno in quei posti piovesse a dirotto?

AITR V. Mortola 15 16030 S. Rocco di Camogli (GE) 0185/773061 www.solidea.org
TAM TAM Viaggi V. Sacchi 34 10100 Torino 011/5621605 www.arpnet.it/tam
CISV C.so Chieri 121/6 10132 Torino 011/8993823 www.arpnet.it/cisv
Manitese P.za Gambara 7/9 20146 Milano 02/4075165 www.manitese.it
Tures V. Tosio 1 25121 Brescia 030/9951115 www.unimondo.org/tures
Viaggi&Solidarietà C.so Regina Margherita 205 Torino 011/4379468 www.viaggisolidali.it
Pindorama V. Veniero 48 20148 Milano 02/39218714 www.pindorama.org
AIFO V. Borselli 4/6 40135 Bologna 051/433402 www.aifo.it
Missionari della Consolata C.so Ferrucci 14 10100 Torino 011/4400400
Missionari Comboniani V. Dante 87 36016 Thiene (VI) 0445/381848
Lettere

Adriano Celentano e la legge sui trapianti

Gentile redazione,
bene ha fatto Celentano a riaprire il dibattito su una questione per nulla scontata, come è quella della legge sui trapianti. E’ impossibile realizzare l’intento di stimolare la solidarietà umana usando mezzi che ribaltano il principio del rispetto e della libera decisione! E’ indubbio che il dispositivo del cosiddetto silenzio-assenso estorce preventivamente il consenso del cittadino, salvo che questi non si esponga a precisa ed esplicita diffida. Gioca indubbiamente un ruolo suggestivo la supponenza dello stato secondo cui “il corpo di ciascuno è il corpo di tutti”, in una società dove, per il resto, non si perde occasione per affermare che valori e privilegi non possono seguire principi egualitari (basti pensare al mondi del lavoro!).
Inoltre, sono sempre più numerose le persone consapevoli che hanno maturato la convinzione che gli eventi del destino, compresi gli incidenti e la morte delle persone, sono eventi spesso (o in tutti i casi?) influenzati più o meno consapevolmente dalla stessa natura umana e dalla natura profonda delle circostanze che li favoriscono. E’ possibile accettare l’idea che, come già nell’economia, anche in questo campo dell’umana salute e dignità debba instaurarsi una legge della domanda che produce e governa l’offerta? In questo modo, che non lascia il principio del libero arbitrio come centrale e sovrano, non si rischia di vanificare l’intento della solidarietà, per favorire istinti primordiali (mors tua vita mea) e gli interessi delle aziende che prosperano sulla malattia sociale?

Sergio Martella
Padova

La Banca armata si è disarmata

Il gruppo bancario Unicredito ha deciso di sospendere i crediti concessi all’industria bellica. La notizia era già stata pubblicata nel numero di aprile di “Nigrizia”, la rivista mensile dei Missionari Comboniani che insieme a “Missione Oggi” (rivista dei Missionari Saveriani) e a “Mosaico di pace” aveva lanciato alla vigilia del Giubileo la campagna di sensibilizzazione sul tema del coinvolgimento delle banche italiane nel commercio degli armamenti.
Come risulta dall’annuale Relazione del Governo sull’import-export di armamenti del nostro Paese (prevista dalla legge 185 del 1990), Unicredito figura al primo posto nella classifica delle banche che nel 1999 (ultimi dati forniti) avevano supportate le operazioni dell’industria bellica. Proprio da Unicredito sono infatti transitati i 1.247 miliardi di una fornitura eccezionale di armi italiane verso gli Emirati Arabi Uniti
La campagna “Banche armate” invita tutti i risparmiatori a scrivere alla propria banca, qualora questa figuri nell’elenco ufficiale degli istituti di credito coinvolti nel commercio di armi (erano 26 nel 1999), anzitutto per “chiedere conto” di tale attività e, nel caso, per decidere di spostare i propri risparmi presso altre banche non “armate”.
Non va dimenticato che nel 1999 sono state autorizzate operazioni di import-export per un valore complessivo di 2.596 miliardi di lire, a fronte dei 1.838 miliardi del 1998, con un incremento di oltre il 40%. Né va dimenticato che solo il 23% delle autorizzazioni è diretto verso paesi europei o comunque (28%) verso paesi alleati, mentre il restante 72% supera i confini della Nato e va a finire in paesi come Cina, Turchia, Algeria e Colombia che sono in guerra o che violano le convenzioni internazionali sui diritti umani.
Se d’altronde il 53% dell’export di armi italiane è diretto verso l’Africa e il Medio Oriente, si capisce benissimo il rapporto tra la pace nel mondo e il proprio conto in banca.
Mentre conferma che la campagna “Banche armate” continuerà, “Mosaico” auspica che la decisione di Unicredito sia emulata da altri istituti bancari italiani.

Pax Christi – Italia

Azione nonviolenta, che ha sostenuto la campagna “Banche armate”, si associa alla soddisfazione, ancor maggiore perché la Cassa di Risparmio di Verona, presso cui, per vicinanza e comodità, abbiamo un conto, fa parte del gruppo Unicredito. Appena ne siamo venuti a conoscenza abbiamo insistito molto presso Cariverona per una sua dissociazione dal commercio d’armi, sollecitati anche da alcuni abbonati. Ora questa vicenda ha avuto un esito positivo. Ne siamo contenti.

Crescono le iniziative di pace in una rete europea

Nonostante la conclusione pessimista della lettera di Riccardo Baldinotti (AN, maggio 2001) e ricollegandomi a quanto già scritto precedentemente, vorrei far notare che di fatto varie iniziative civili di pace stanno man mano prendendo forma anche con contributi governativi in vari paesi. Certo, in Italia si rischia, però, di rimanere in coda in questo campo, soprattutto con le nuove forze politiche in atto! Se i segni di crescita sono evidenti, essi hanno anche bisogno di sostegno e d’impegno per essere efficaci, ed è per questo che una 15na di associazioni hanno creato la Rete europea dei corpi civili di pace, in seguito all’Appello dell’Aia, maggio 1999, quando venne altresì lanciata l’idea di una Forza civile di pace globale. La Rete europea potrebbe essere l’espressione regionale di tale Forza (si cerca attualmente un nome più idoneo!). Di queste cose e di tante ancora si è parlato al secondo incontro della Rete, tenutosi a Holstein/Basilea (4-6 maggio). Presenti erano una 20na di delegati di associazioni affiliate, più alcune persone specialmente invitate, come Peter Reinhardt, reppresentate del governo svizzero incaricato della promozione per la pace in collaborazione con le ONG, e Thania Paffenholz, direttrice del ‘Centre for Peacebuilding’ svizzero. I due gruppi italiani affiliati alla Rete, Associazione per la pace e il Centro studi difesa civile non avevano dato segno di vita. Ci si è chiesto perchè il Movimento nonviolento o, per esempio, Operazione Colomba non facciano parte della Rete. Mancanza d’informazione, comunicazione? Per saperne di più: Web site: www.4u2.ch .

Scopo principale dell’incontro: come coniugare iniziative private e pubbliche in questo settore e promuovere il dialogo tra governi e civili. Si possono fare compromessi? A questa domanda molti hanno risposto di sì, ma senza dimenticare gli ideali e le caratteristiche delle associazioni private… i governi hanno bisogno di noi per operare in certe zone di conflitto e noi abbiamo bisogno di loro per finanziare le strutture logistiche necessarie perchè un intervento sia il più efficace possibile. In tal senso vari paesi hanno già fatto alcuni passi discreti (Austria, Germania, Gran Bretagna, Svezia, Svizzera ecc). Abbiamo poi parlato dell’importanza della formazione, che per ora viene organizzata e finanziata soprattutto a livello nazionale (Germania, fino a 4 mesi di corso, Austria, alcune settimane), ma anche qui l’apporto privato è di grande aiuto, utilizzando l’esperienza di ex volontari per la pece. Intanto qualche centinaio di persone operano nel mondo per promuovere la pace dal basso, dalla Bosnia al Burundi, dal Ciad alla Cecenia, pur sotto simboli diversi, con o senza finanziamenti governativi. Anche nel vicino Kossovo esistono due progetti organizzati e finanziati, con fondi pubblici e privati, dalla Germania e dalla Svizzera.

Siamo poi passati a discutere di questioni organizzative, strutturali, e in che modo la Rete può contribuire al lavoro della nuova agenzia stabilitasi a Bruxelles: European Peace Liaison Office (EPLO), promossa inizialmente dal QCEA (Quaker Centre for European Affairs) e composta da 17 ONG internazionali che si ispirano alla pace e ai diritti umani. EPLO mira a raccogliere e diffondere infomazioni circa gli sviluppi dell’UE relativi alla prevenzione dei conflitti e alla promozione di ‘peacebuilding initiatives’, nonchè interpretare presso le istituzioni dell’UE le esigenze delle ONG che operano per la pace. Manca lo spazio (e il tempo!) qui di presentare altre iniziative, non meno interessanti, quali l’ISIS (International Security Information Service) che lo scorso dicembre ha organizzato un grosso colloquio a Bruxelles con circa 200 esperti da tutte le parti del mondo su come sostenere e sviluppare gli sforzi pacifici dell’UE per prevenire i conflitti armati. C’è poi la Piattaforma europea per la prevenzione e la trasformazione dei conflitti, ‘International Alert’, e tante altre organizzazioni che direttamente o indirettamente contribuiscono alla concretizzazione dei corpi civili di pace. In conclusione, passo dopo passo, le acque incominciano a muoversi, ma non bisogna scoraggiarsi e saper cogliere i segni positivi per sostenerli e farli crescere.
Il potenziale c’è. Sarò lieto d’ indicare fonti per ottenere ulteriori informazioni su almeno alcune delle organizzazioni impegnate in questo campo a chi è interessato (meglio se si conosce l’inglese o il tedesco). Email: perna.franco@tiscalinet.it

Franco Perna – Padenghe sul Garda

LIBRI

A cura di Silvia Nejrotti

L. CEDRONI, P. POLITO (a cura di), Saggi su Umberto Campagnolo, Aracne, Roma 2000, pagg. 149, £ 30.000.

Il libro raccoglie gli atti del seminario su Umberto Campagnolo che si tenne all’Università La Sapienza di Roma il 15 marzo 1999 e in esso si trovano, tra gli altri, testi di Norberto Bobbio, Luigi Bonanate e Arrigo Levi.
Umberto Campagnolo fu un filosofo della democrazia nato ad Este nel 1904 e morto a Venezia nel 1975. Non ci occuperemmo di questo testo se l’amico Pietro Polito, oltre a curare la redazione del volume, non si fosse occupato in un apposito capitolo del pacifismo del personaggio.
Campagnolo prese le distanze da quello che definiva pacifismo sentimentale o assoluto, umanitario e generico, per avvicinarsi ad un pacifismo giuridico prima e poi etico.
L’ispirazione giuridica emerse dalla ricerca delle cause della guerra, che a suo avviso trova la sua spiegazione profonda non nella volontà dispotica dei singoli Stati, secondo la lezione del pacifismo politico, non nelle varie forme dei rapporti di produzione, come sostiene il pacifismo economico, bensì nella natura dello Stato, ente sovrano che non riconosce al di sopra di sé alcun potere.
Negli ultimi anni di vita si avvicinò ad un pacifismo etico, convincendosi che, anche se storicamente la guerra è sempre stata un affare degli Stati, sia ora giunto il tempo che essa diventi un affare dei popoli. Ma egli, uomo di cultura, si rivolse, più che ai popoli, agli altri uomini di cultura, i quali avrebbero dovuto farsi espressione cosciente e razionale dell’azione dei popoli.
Forse, più che di pacifismo, si trattò di una scelta delle élites come protagoniste della cultura di pace.

R. NOURY (a cura di), Non sopportiamo la tortura, Rizzoli, Milano 2000, pagg. 128, £ 39.000.

Pubblicare un libro contro la tortura rischia di ottenere un effetto diverso da quello che si vuol produrre. Infatti, mentre si cerca di colpire l’indifferenza collettiva per suscitare un moto d’indignazione contro una pratica inumana, si rischia di solleticare le pulsioni sadiche che stagnano in ognuno di noi. Il pericolo è quello di presentare fotografie sconvolgenti, testi provocanti, pagine che il lettore sfoglia, razionalmente disturbato da quelle esperienze, ma anche attratto, perché colpiscono la sua libido. Infatti spesso è presente un aspetto di attrazione sessuale nella tortura, che porta ad esempio alcuni ad avere erezioni mentre leggono i dettagli delle torture inflitte.
Il rischio contrario è invece quello di offrire un documento freddo, colmo solo di statistiche, ma senza alcun afflato umano.
Il libro pubblicato ora da Amnesty International, in occasione della nuova campagna contro la tortura, evita questi due eccessi. Si ha infatti di fronte un testo molto ben curato nella veste grafica, elegante persino, che riesce a fornire i dati di un triste fenomeno senza annoiare e che nel contempo spiega la tragica realtà senza indulgere in pruriginose descrizioni. Anche le fotografie, affidate all’agenzia Magnum, illustrano il problema con crudezza, senza però essere morbose.
Spaventoso è il numero dei Paesi in cui la tortura è prassi, dal Cile di Luis Sepulveda, che firma la prefazione, alla Cambogia, al Sudafrica, al Congo. Ma è con raccapriccio che scopriamo che la SOA, la migliore scuola di addestramento alla tortura, è stata chiusa negli Stati Uniti solo nel maggio 2000. Così insieme a Guatemala, Sierra Leona, Sudan, Algeria, Russia e Turchia, troviamo, seppur con le dovute differenze, anche Giappone, Cina, Belgio, Austria, Ungheria, Germania e Romania, dove basta il furto di un gelato per far torturare un bambino. A significare che la tortura purtroppo non è un residuato storico e non è neppure limitata a poche entità regionali.
Per opporsi a questo sistema disumano, Amnesty International propone il metodo della denuncia, della consapevolezza. Questo libro, quindi, diviene un viatico per conoscere e per opporsi.

Sergio Albesano
Euromediterranea 2001: E X O D U S

Bolzano- Nuovo Teatro Comunale – 2-8 luglio 2001

Sarà “EXODUS” il filo conduttore dell’edizione 2001 di “Euromediterranea”, l’annuale incontro internazionale, che si snoderà a Bolzano dal 2 all’8 luglio attraverso dibattiti pubblici, seminari, teatro, musica, cinema, convivialità e con l’assegnazione del premio intitolato anche quest’anno alla memoria di Alexander Langer.

Esodo, anzi esodi al plurale, come si vede dal programma. Quello dei milioni di esseri umani che vengono in Europa, fuggendo guerre o povertà o semplicemente per costruire nuove ragioni di vita; quello dei francesi d’Algeria di cui ha molto sofferto e testimoniato l’Albert Camus del “primo uomo” e della “tavola rotonda”; quello dei 250 mila profughi istriani dopo la fine della seconda guerra; quelli di cui si è appassionatamente occupato Alexander Langer. Non sarà un processo alla storia, ma una buona occasione fornita a chi vuol guardare oggi, in libertà di spirito e senza rancori, ad alcune pagine tragiche del secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

Lunedì 2 luglio – ore 15-17.30- I. Sessione. Istituzione di una Corte internazionale per l’ambiente.
La tutela dei cittadini dai danni ambientali.
Introduzione pubblica al seminario internazionale 2001, con interventi sulle convenzioni internazionali, e sulle normative italiane ed europee.

Ore 18-20 – II sessione: – Processo simulato all’autostrada del Brennero
Vincenzo Franco, Emanuela Fronza, Andrea Lollini, Amedeo Pallotta illustrano metodologia e obiettivi della simulazione di un processo alla Società Autostrada del Brennero, per danni alla salute provocati a persone che risiedono lungo il tragitto Bolzano-Innsbruck. Lettura e presentazione del capo d’imputazione.

martedì 3 luglio- ore 21.00: – TV-ARTE: lezioni di storia –
Inaugurazione della rassegnazione di documentari realizzati da ARTE nei luoghi e sui temi che hanno caratterizzato i Premi Alexander Langer: l’Algeria di Khalida Messaoudi, il Ruanda di Yolande Mukagasana e Jacqueline Mukansonera, la Cina di Ding Zilin e Jang Peikun, il Kosova e la Serbia di Vjosa Dobruna e Natasa Kandic e altro ancora.

mercoledì 4 luglio – ore 17.00 – 20.00: Alle radici del leghismo alpino – Convegno
Da dove nasce una così diffusa ostilità verso gli stranieri, il rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di chi complica e disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente.

Giovedì 5 luglio – ore 17.00 – 20.00 – Italiani d’Istria, tra verità e conciliazione
“Come vive, e cosa pensa, prove, soffre, anche senza raccontarlo neppure a se stesso, chi è stato sradicato dalla propria terra e allontanato dalla propria gente, dalla propria casa?

venerdì 6 luglio – ore 17.00 – 20.00: Albert Camus: orfano d’Algeria
A quarant’anni dalla morte del premio Nobel della letteratura nuovi documenti e pubblicazione raccontano del suo strenuo impegno per impedire (all’inizio degli anni ’50) la degenerazione della lotta anticoloniale in Algeria, che porterà alla sua indipendenza e all’esodo di un milione e mezzo di francesi, franco-algerini e anche arabi moderati.

Sabato 7 luglio – ore 10 – 13 –
Assemblea annuale degli amici e sostenitori/trici della Fondazione Alexander Langer, Onlus

ore 17.00- 20.00; Alexander Langer e don Lorenzo Milani: le lingue della convivenza.
Un seminario.
Il filo rosso che unisce don Lorenzo Milani, Alex Langer e le destinatarie dei premi internazionali fino ad oggi assegnati dalla Fondazione: Khalida Messaoudi, Yolande Mukagasana, Ding Zilin, Natasa Kandic, Vjosa Dobruna.
Interventi: Giorgio Pecorini, giornalista e biografo di don Milani; Francuccio Gesualdi, uno dei ragazzi di Barbiana, oggi animatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, Stefania Cavagnoli, Bolzano, collaboratrice dell’Università di Bolzano, Christoph Baker, Roma (autore del libro “ozio, lentezza e nostalgia, decalogo mediterraneo-EMI) Roberto Dall’Olio, Ferrara, insegnante

Domenica 8 luglio- ore 10.30 – 12.30
Assegnazione del premio internazionale Alexander Langer 2001

Via Portici 49 Lauben, I – 39100 BOLZANO/BOZEN
Tel.+Fax. +39 0471 977691 –
www.alexanderlanger.org
E-Mail: langer.foundation@tin.it