• 15 Agosto 2022 12:24

Azione nonviolenta – Marzo 2004

DiFabio

Feb 3, 2004

Azione nonviolenta marzo 2004

– La sinistra fa i conti con la nonviolenza, di Mao Valpiana
– Pari opportunità: volontari Civili e volontarie militari. Le donne disertano le caserme e optano per la società civile, di Paolo Macina
– Fecero un’azione diretta nonviolenta contro la guerra. Tre suore domenicane condannate e incarcerate, di Paolo Mozzo
– Omaggio a Romesh Diwan, tributo alla mitezza economica, di Marco Gallicani
– La violenza insita nella tecnologia:la riflessione capitiniana sul rapporto mezzi-fini,di Maria Buizza
– Discuto la “religione aperta”di Aldo Capitini e il dogmatismo di un’apertura illimitata,di Enrico Antonielli
– A Scanzano abbiamo difeso la nostra terra, abbiamo fatto resistenza, abbiamo fermato la polizia con la preghiera, e abbiamo vinto, di Luciano Capitini

Rubriche

– L’azione
– Lilliput
– Economia
– Musica
– Cinema
– Educazione
– Storia
– Movimento

La sinistra fa i conti con la nonviolenza

Di Mao Valpiana

In questi ultimi mesi si è aperto nella sinistra un interessante dibattito su violenza/nonviolenza. Tutto è iniziato con un botta e risposta fra Adriano Sofri e Fausto Bertinotti sulle pagine de L’Unità (2 e 9 novembre 2003) su quale senso può avere ancora oggi la parola “comunismo”. Poi uno scambio epistolare su Carta fra Bertinotti e Marco Revelli (13 e 27 novembre).
Quindi, a partire da una presa di posizione di Bertinotti (Liberazione 13 dicembre 2003) al termine di un convegno sulle foibe “La guerra è orrore” nel quale indica la nonviolenza come il nuovo campo di ricerca dell’agire collettivo, il quotidiano di Rifondazione ha pubblicato decine di autorevoli interventi su questo tema (Ingrao, La Valle, Menapace, Curzi, Folena, Benettollo, Gagliardi, Cacciari, Russo Spena, ecc.) dal 7 gennaio fino al convegno di fine febbraio “Agire la nonviolenza” convocato a Venezia dal Partito della Rifondazione Comunista.
Nel frattempo ha fatto scalpore una presa di posizione di Sergio Segio (La Repubblica 29 ottobre 2003) sulla cultura e le pratiche violente presenti all’interno del movimento e la necessità di un ripensamento sul comunismo, sull’antagonismo, sul mito della presa del potere. In una lunga intervista (Una Città, gennaio 2004) Segio sposa la radicalità della pratica della nonviolenza.
Infine, il 22 febbraio L’unità ha pubblicato un Forum dal titolo “Le vie della nonviolenza sono infinite” con interventi di Violante, Bertinotti, Melandri, Bianchi, Colombo, Bordin, dove si parla di guerra, di potere, di eserciti, di Gandhi e Martin Luther King.
Per noi amici della nonviolenza questo è sicuramente un dibattito politico straordinario. Ce n’è abbastanza per dire, come ho scritto nell’editoriale del numero precedente, che “non si può più prescindere da un confronto con la nonviolenza”, e di questo non possiamo che rallegrarci.
Penso che il compito di una rivista come la nostra, che celebra i 40 anni di vita, sia non solo di seguire con rispetto ed interesse tale discussione interna alla sinistra, ma anche di fornire strumenti, materiali, documentazione storica sulla riflessione che la nonviolenza ha già fatto in Italia a partire da Aldo Capitini fino ad oggi. Non certo per rivendicare primogeniture, ma per evitare che il dibattito riparta ogni volta da zero. E soprattutto per far sì che si parli di nonviolenza a ragion veduta.
Se è vero, come è stato detto, che “la nonviolenza non può essere arrogante nei confronti di altre storie o di altre culture a meno di contraddire la sua stessa aspirazione”, è anche vero che chi arriva alla nonviolenza dopo aver percorso altre strade molto diverse o dopo averla addirittura contrastata, dovrebbe avere un atteggiamento di umiltà e di riconoscenza verso chi ha tenuto acceso questa fiammella, spesso in solitudine.
Un nodo che la sinistra dovrà affrontare, se si inoltrerà davvero sulla strada della nonviolenza, è quello movimento/partito.
Capitini dovette farci i conti fin dal 1943 quando decise di non aderire al Partito d’Azione né ad altro partito. Un rifiuto da collegare alla sua concezione della politica che privilegia il movimento rispetto al partito, e all’interno del movimento l’individuo e il gruppo. Capitini non rifiutò la politica, ma scelse un’altra politica. “I partiti esistono per il potere, per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragion d’essere, e tutti i loro limiti, il machiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine”. La sua critica ai partiti della sinistra è dura: “Hanno perso ogni slancio innovativo a favore di un certo politicismo, tatticismo, e pseudo-realismo machiavellico diseducatore”. Invece Captini, con il suo movimento liberalsocialista, con la sua idea di lavoro educativo dal basso, voleva agire per l’orientamento della coscienza, per mutare l’uomo, per mutare il concetto della politica. Capitini è anche per il superamento della democrazia, e conia il termine “omnicrazia”, la realtà di tutti, il potere di tutti. La sua rivoluzione omnicratica mira al deperimento dello Stato, a partire dal rifiuto assoluto della guerra e dell’esercito. E questo è il secondo nodo che i partiti della sinistra, che vogliano interrogarsi sulla nonviolenza, dovranno affrontare. La posizione nonviolenta è incompatibile con la preparazione della guerra (da cui ne deriva l’opposizione ad ogni strumento operativo che la rende possibile: industria bellica, bilanci militari, eserciti in armi, ecc.). “Io non potrei stare in un governo che può dichiarare la guerra”, diceva Capitini, lasciando aperta per gli amici della nonviolenza la strada dell’opposizione o delle amministrazioni degli enti locali.
Storicamente la sinistra si è sempre infranta sullo scoglio della guerra. L’opzione nonviolenta, se perseguita fino in fondo, può salvare la sinistra da un altro naufragio.

Pari opportunità: volontarie civili e volontarie militari.
Le donne disertano le caserme e optano per la società civile
Di Paolo Macina

E’ stato uno degli ultimi regali del governo di centrosinistra: con la legge 64 del 6 marzo 2001, veniva istituito il servizio civile femminile. Seguiva di due anni la legge che invece istituiva il servizio militare femminile (altro regalo del governo di centrosinistra) e prevede tuttora che possano svolgere servizio civile su base volontaria le donne di età compresa tra i 18 ed i 26 anni, oltre agli uomini riformati per inabilità alla leva militare.
A distanza di due anni, sono quasi 20.000 le donne che hanno optato per questa scelta (erano circa 10.000 a fine 2002), mentre le domande presentate nel 2003 raggiungerebbero le 40.000 unità. L’obiettivo del governo è quello di sostituire gli attuali 60.000 obiettori di coscienza che termineranno il servizio nel 2005 all’entrata in vigore della legge che abolisce la leva, con altrettanti volontari. Se consideriamo che in Italia le ragazze tra i 18 e i 26 anni sono circa 300.000, si può tranquillamente parlare di un successo superiore alle aspettative.
Con un compenso di 433 euro mensili netti, di poco superiori a quelli intascati dai colleghi uomini, per 25 ore settimanali, il servizio civile femminile si propone come valido sostituto di quello maschile, andato in crisi per mancanza di vocazioni dopo l’abolizione dell’obbligatorietà della leva. Caritas, Acli, Arci, Legambiente e amministrazioni locali sono in prima fila tra i promotori di questa nuova opportunità di impegno sociale, che prosegue idealmente l’anno di volontariato sociale (AVS) ideato dalla Caritas.
Era il 1976, quattro anni dopo il riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza, quando i partecipanti al convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana” fecero propria la proposta della VI commissione, rivolta alle chiese locali, di “farsi carico della promozione del servizio civile sostitutivo di quello militare nella comunità italiana come scelta esemplare e preferenziale dei cristiani e di allargare la proposta di servizio civile anche alle donne”.
La Caritas Italiana, accogliendo la proposta, costituì un gruppo di studio sull’argomento, cui parteciparono i principali gruppi e le associazioni giovanili. Nel periodo 1977-1980, mentre alcuni giovani effettuavano l’esperienza di un anno di servizio all’interno di gruppi di volontariato nei settori dell’emarginazione, si giunse a definire la proposta. Nel 1981 l’esperienza prese avvio in maniera ufficiale quando a Vicenza il vescovo, Mons. Onisto, inserita la proposta nel piano pastorale “Fare famiglia con chi non l’ha”, diede mandato a quattro ragazze di iniziare questa esperienza di vita comunitaria a servizio dei più poveri. Da allora l’AVS si espanse anche in altre diocesi, coinvolgendo non solo la Caritas ma anche associazioni e gruppi di volontariato.
Si giunse anche alla formulazione di una proposta di legge (purtroppo mai giunta alla discussione in aula) che permettesse il riconoscimento dell’AVS in modo da poter godere anche di alcuni benefici quali la possibilità di ottenere l’aspettativa in caso di lavoro e di vedere comunque riconosciuto questo anno a fini pensionistici: in Germania una esperienza analoga all’AVS era regolamentata da molto tempo.
Negli ultimi anni, anche alcuni Comuni italiani, tra cui Torino, Padova, Bologna, Massa Carrara e Roma, avevano aderito ad un’iniziativa pilota del Dipartimento Affari sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri in base alla quale alle ragazze italiane era data la possibilità di vivere l’esperienza formativa del servizio civile. Il Comune di Torino, per esempio, aveva coinvolto volontarie tra i 18 e i 29 anni per 36 ore la settimana, per dieci mesi. Alle ragazze, parificate agli obiettori di coscienza, erano corrisposti una diaria, un buono pasto per le giornate di attività e l’abbonamento gratuito ai mezzi pubblici. Interessante anche la sperimentazione promossa e avviata nel gennaio 1999 dalla Regione Emilia Romagna, la quale, tramite il presidente regionale La Forgia, aveva firmato un protocollo d’intesa con l’allora ministro della Difesa Andreatta per introdurre le pari opportunità anche nel servizio civile: fu così che 50 ragazze tra i 18 e i 26 anni svolsero il servizio civile presso il Comune di Bologna.
In futuro, secondo i proclami del ministro Giovanardi, (“purche’ ci siano le condizioni di sicurezza”), sono previste operazioni di peace keeping nelle quali impegnare volontari e volontarie a fianco dell’esercito. “Non si debbono guardare in cagnesco perchè ambedue svolgono un ruolo importantissimo”, ha aggiunto, probabilmente supponendo una sorta di rivalità che le statistiche non sembrano rilevare.

Come è andata infatti per l’altra metà del cielo che ha deciso di imbracciare un fucile per servire la patria? A giudicare dalle aspettative, pareva che casalinghe ed insegnanti, impiegate e dottoresse, non vedessero l’ora di potersi esercitare nella famosa (almeno fino a quel momento solo tra i maschi) attività di “sparare alle montagne”. Una dozzina di giovani aspiranti alla vita militare decise di fondare, nel maggio 1995, l’Associazione Nazionale Aspiranti Donne Soldato (A.N.A.DO.S.). Quattro anni dopo la donna entrava, per pari opportunità, anche nel sistema militare secondo norme molto precise: età massima 32 anni; maternità tutelata dal governo; camerate miste non permesse; aule e mense in comune concesse.
Con una votazione bulgara, (su 282 votanti, i no furono soltanto nove), l’Italia si uniformava alla prassi in uso in diversi paesi occidentali. Presidente del Consiglio era allora Massimo D’Alema, Ministro della Difesa Valdo Spini. In quel momento erano in servizio tra le forze armate della Nato 278.636 donne: 198.000 americane, 16.146 britanniche, 27.000 francesi e perfino 43 lussemburghesi. In Europa il record è dell’Olanda, che ha quasi il 13% di donne soldato, ultimo il Portogallo con il 4%. Non parliamo poi dello stato Ebraico, l’unico al mondo in cui il servizio militare è obbligatorio anche per le donne.
La presenza delle donne nell’esercito americano è per esempio aumentata negli anni in quantità e qualità. Nel 1991 la percentuale delle donne nelle Forze armate Usa era dell’11%, ora è del 15%, cioè 200mila unità su un milione e quattrocentomila soldati. Tra queste, parecchie trovano posto nelle unità ultratecnologiche incaricate di prevenire attacchi chimici, nei trasporti, nelle comunicazioni e perfino sui caccia. Il 91% delle cariche all’interno delle Forze armate Usa possono essere ricoperte, indifferentemente, da uomini e donne, percentuale che sale fino al 99% in Aviazione o Marina (resta off-limits per le donne l’ingresso in reparti d’elite, come gli incursori).
L’operazione in Iraq denominata Desert Storm fu il primo vero battesimo del fuoco per le soldatesse Usa: le donne impiegate erano il 7 per cento delle forze operative e il 17 per cento nei riservisti e nella Guardia Nazionale. Oltre 40 mila donne furono impiegate all’epoca nel golfo Persico, e proprio in quel contesto vi furono le prime due prigioniere (il maggiore dell’Aviazione Rhonda Cornum e una soldatessa dell’Esercito, Melissa Rathbun Nealy) e cinque furono le soldatesse uccise, su 390 morti totali tra le file americane.
Da più di un anno l’Italia è impegnata con militari in Afghanistan nell’operazione Enduring Freedom e Isaf. Il comando del contingente è dislocato a Baghram, dove sono presenti 300 unità, mentre il grosso della forza operativa, di circa 700 unità, staziona nella base Salerno, ad alcuni chilometri dalle località di Matun e Khost. Lì sono presenti anche 6 donne, una paracadutista e 5 alpine, che, nelle speranze dei nostri militari, “potranno, in particolare, relazionarsi con la componente femminile della popolazione locale”, dimenticando quanto una divisa incuta paura e diffidenza in luoghi di guerra.
Secondo le intenzioni e i propositi del governo al momento dell’esordio quindi, il numero delle donne avrebbe dovuto costituire nel 2007 almeno il 10%-20% degli effettivi, ovvero si prevedevano 35mila ragazze in divisa. Ebbene, nel novembre scorso lo stesso Spini, ora semplice deputato, era costretto ad ammettere che il numero di donne soldato raggiungeva a malapena le mille unità, e con un sospiro ricordava che nella legge c’è un limite del 20% imposto dai militari che avevano paura di trovarsi un esercito troppo rosa.
Sono numeri che si commentano da soli, specialmente rapportati all’evidente successo del servizio civile femminile: le pari opportunità applicate al servizio della difesa del proprio paese, hanno una volta di più dimostrato la sensibilità e l’intelligenza femminile. Sarebbe sicuramente opportuno un analogo loro impegno in ambito politico, per poter beneficiare tutti quanti di questo tipo di mentalità.

Le informazioni sul servizio civile possono essere reperite sul sito www.serviziocivile.it o al call center 848800715.

Fecero un’azione diretta nonviolenta contro la guerra
Tre suore domenicane condannate e incarcerate
di Paolo Mozzo

Pregano nelle loro celle. Tre suore in clausura forzata, offerta dal governo degli Stati Uniti. Ne avranno di tempo per invocare la mano benevola del Padreterno sulle storture del mondo. Se migliaia di firme non smuoveranno George W. Bush, se non arriverà il presidential pardon, passeranno mesi, da 30 a 41, prima che rivedano Fratello Sole. Per tre anni, poi, saranno in libertà vigilata. «Colpevoli», sentenzia il 25 luglio 2003, la Corte Federale di Denver: armate di fialette piene del loro sangue e di un paio di martelli il 6 ottobre 2002 violano un sito nucleare nel Nordest del Colorado. Tracciano croci rosse su un missile Minuteman III (20 volte più devastante di quello di Hiroshima), lo prendono a martellate. Poi si lasciano ammanettare. Processo, sentenza, prigione. Per legge degli uomini (il Patriot Act di Bush), accettata «in nome di Dio e della pace». Il raid «terroristico» delle tre domenicane di Grand Rapids (danneggiamento, interferenza e ostacolo alla sicurezza nazionale è l’accusa che poteva valere 30 anni, ndr ) farebbe sbellicare dal ridere una recluta di Al Qaida . In tuta bianca, di notte nella campagna del Colorado, Ardeth Platte, 67 anni, Carol Gilbert, 56 e Jacqueline Hudson, 69, tagliano con un tronchese la rete metallica del «sito nucleare». Il Minuteman III è lì: bastano l’ordine del presidente e 15 minuti (e non è una «bufala» alla Tony Blair) per lanciarlo. Segnano sei croci col sangue, il loro, sul metallo. Prendono simbolicamente a martellate il mostro, che non fa una piega. Intervengono prontamente, 44 minuti dopo, vigilanza dell’esercito, uomini dello sceriffo e dell’Fbi. Le ammanettano, le costringono a sdraiarsi a terra e le lasciano lì per tre ore. La notte finisce nella Clear Creek County Jail ; in quelle celle restano per sette mesi, in attesa del processo. Sorella «Jackie» Hudson, della comunità Ground Zero for Noviolent Action di Bremerton, il 25 luglio affronta, con Ardeth e Carol, il giudice Robert Blackburn. Un tipo obiettivo quasi come il Moreno di Italia-Corea del Sud. Vieta alla giuria, con 32 pagine di proprie «opinioni» predibattimentali, di rifarsi alla giurisprudenza internazionale; e alza un fuoco di sbarramento su ogni eccezione della difesa. Al punto di costringere la giuria a chiedere chiarimenti sul come «muoversi» tra tanti paletti. «Siamo andate al “silo” nucleare dopo aver studiato i trattati internazionali che dichiarano illegale la minaccia di impiego oltre che l’uso di armi atomiche», incalza la poco remissiva suor Jackie. E tira in ballo i Princìpi di Norimberga e del Tribunale di Tokyo «nella cui stesura dopo la seconda Guerra Mondiale il nostro governo ebbe molta parte». Riprende parole di un processo, quello ai criminali nazisti, che pesano. O dovrebbero pesare: «Gli individui – scandisce di fronte all’allibito Blackburn e ai giurati – hanno doveri internazionali che trascendono gli obblighi di obbedienza nazionali. Anche di violare le leggi del proprio Paese per prevenire crimini contro l’umanità e la pace». Non c’è storia con quel giudice: oltre ai mesi di cella ci sono da pagare anche i 1000 dollari per il taglio della recinzione (valore circa un quinto). «Stanno bene, ma non è un’esperienza facile», riferisce delle «prigioniere» una portavoce della Jonas House di Baltimora. «Le carceri – spiega – sono varianti delle installazioni militari e preferiscono i criminali ai contestatori nonviolenti». Le tre suore ricevono intanto dalla Germania il premio Nuclear Free Future Award . «Informate, cominciate altre campagne, volantinate, esponete striscioni, convertite, dimostrate, occupate, resistete», esorta Ardeth Platte dal carcere di Danbury. «Smascherate le imprese del dipartimento della guerra, di uno “stato di guerra” e trasformatele in ciò che è buono e giusto per una nazione in pace. Che sia un modello di nonviolenza, compassione, stile di vita più sobrio e vita serena». I movimenti americani e la «rete» mondiale della nonviolenza si mettono in moto. Viene inoltrata alla Casa Bianca la richiesta di «perdono presidenziale». Comincia la raccolta di firme, anche via Internet (www.petitiononline.com – www.coloradopeace.org) . Suor Carol Gilbert, dal penitenziario di Alderson, come le altre, non ha intenzione di cedere: «Possono mettere dietro le sbarre il resistente, non la resistenza». Pacifisti americani ai tempi delle «guerre preventive». «Condannati da una corte assurdamente scorretta», mettono in chiaro i sottoscrittori dell’appello. Tocca a George W. Bush decidere, adesso. Chissà se farà davvero, come aveva promesso, qualcosa di «compassionevole». Sarebbe la prima volta.

Le suore salesiane del don Bosco fanno voti
di obbedienza, di povertà, di castità e anche… di nonviolenza

E’ una scelta educativa strategica – spiega la portavoce del Capitolo generale che l’anno scorso ha deciso di inviare una lettera alle 15 mila suore FMA sparse nel mondo – contro la guerra in Iraq e contro tutte le guerre.

Un voto di nonviolenza secondo la formula proposta da Pax Christi per diventare discepole di Gandhi ma ancor più di Gesù che nel discorso della montagna espone la sua morale rivoluzionaria rispetto alla mentalità mondana.
Lo hanno deciso e approvato le 200 suore, Salesiane di Don Bosco, riunite nel loro Capitolo generale sul tema della cittadinanza evangelica, che hanno scritto una lettera aperta, tradotta in 25 lingue, alle 15mila consorelle del mondo e chiedono, quale gesto di pace, di fare voto di nonviolenza contro la guerra in Iraq e contro tutte le guerre.
La proposta, senza precedenti, si è delineata nel corso dei lavori di un capitolo generale dell’Istituto che deve sancire anche l’impegno delle religiose per affermare nel mondo una economia solidale.
“Nei giorni scorsi, – recita il testo della lettera inviata a tutte le Figlie di Maria Ausiliatrice del mondo e ai 3 mila indirizzi interessati ai lavori del capitolo, tra cui gli stessi Salesiani – mentre discutevamo in assemblea su come impegnarci concretamente per una vita secondo il Vangelo, è sorta la proposta che come religiose potessimo dare un segnale forte e immediato a favore della pace. Infatti, i conflitti presenti in tante parti del mondo ci inducono a pensare e ad agire in modo alternativo.
Non vogliamo fare soltanto dichiarazioni o appelli, che spesso cadono nel vuoto. Raccogliamo il grido delle madri che assistono impotenti alla morte dei loro figli e il grido dei bambini e dei giovani che non conoscono il volto della pace. Per rispondere a questo grido, facciamo nostro un gesto proposto dal movimento cattolico internazionale per la pace “Pax Christi”: esprimere con la vita il voto di nonviolenza.
Si tratta di un impegno personale. È una via da percorrere giorno dopo giorno, sulla quale i cristiani camminano da secoli nella memoria delle parole di Gesù: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. Proponiamo – conclude la lettera delle suore capitolari alle consorelle – di coinvolgere in questa scelta di uno stato di nonviolenza anche tutte le donne, gli uomini, i giovani e le giovani delle nostre comunità educative.Pensiamo così di poter diventare, tutti insieme, come il sangue nuovo del mondo, una linfa di pace che può far rifiorire la vita”.
E si è optato per la scelta di un voto di nonviolenza come era stato proposto dal movimento cattolico per la pace, Pax Christi. Secondo questa indicazione si tratta di “un voto privato, un impegno personale; non è ricevuto da alcuna autorità e non comporta alcun obbligo canonico; il voto si può fare per un determinato periodo, esempio un anno; lo si può rinnovare periodicamente o può diventare un impegno per la vita; il voto di nonviolenza deve liberare la persona e non farla sentire in colpa. Non significa acquisire un animo nonviolento da un momento all’altro, ma percorrere una via giorno dopo giorno”.
E’ un voto che ha una solida tradizione e prevede alcuni impegni: “vivere la pace ed essere costruttore di pace nella vita quotidiana; accettare la sofferenza piuttosto che infliggerla; rifiutare di reagire alla provocazione e alla violenza; perseverare nella nonviolenza nelle parole e nei pensieri; vivere coscienziosamente e semplicemente, per non fare torto a nessuno; operare in modo nonviolento per sopprimere le cause di violenza, in me e nel mondo”.
Il Capitolo ha anche dato indicazione che ogni 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, operatore di pace, le Figlie di Maria Ausiliatrice vivranno l’intera giornata in preghiera e digiuno per invocare il dono della pace.

Omaggio a Romesh Diwan, tributo alla mitezza economica

Di Marco Gallicani *

Fa poco scalpore e probabilmente a molti non dirà granchè il suo nome, poco conosciuto negli ambienti in cui la massima correttezza è il rispetto delle poche e sempre meno stringenti leggi di regolamentazione dell’economico, ma a metà di Gennaio – dopo una lunga malattia dovuta ad un male purtroppo ancora incurabile – è morto Romesh Diwan, professore di econometria presso il Rensselaer Polytechnic Institute di Troy (NY) e consulente delle Nazioni Unite (UNCTAD) per lo sviluppo di quelli che lui stesso chiamava World Souths (nel tentativo di ampliare la definizione geografica abbinandovi quella sociologica), personaggio fuori dalle righe e massimo esperto mondiale di economia gandhiana, grande amico della finanza etica italiana, che conosceva ed apprezzava.

Fuori dall’urgente commozione per la perdita di una persona prima di tutto meravigliosamente a suo agio nelle relazioni genuine, possiamo provare – nella speranza di omaggiarlo anche così – a riassumere il valore di un insegnamento che è stato testimonianza di un altro modo di intendere l’economia e la sua sempre più aggressiva finanziarizzazione; nulla di nuovo per chi s’intende di nonviolenza, ma forse qualche spunto di riflessione per la quotidianità delle nostre agende. È noto infatti ai molti che si occupano di pacifismo che – per dirla con Nanni Salio – «[…] l’anima teorica, della riflessione interiore, e quella pragmatica della rivoluzione nonviolenta non si escludono tra loro, ma […] gran parte delle lotte non violente nel corso della storia hanno spesso avuto un carattere pragmatico. […] tanto che possiamo sostenere che entrambe le dimensioni si rafforzano l’un l’altra.»

Romesh Diwan aveva ben chiara l’urgenza di coltivare entrambe le dimensioni e portava a termine quest’esigenza nello studio di forme e sistemi economici che fossero di stimolo e non in contrasto con gl’insegnamenti di Gandhi, primo fra tutti quello della “unità di tutti gli esseri viventi” e della “coerenza dei mezzi coi fini”. Lo studio della finanza etica viveva quindi come forma di contrasto alla cosiddetta “sindrome di Penelope” quella particolare forma di eterogenesi dei fini per la quale molte battaglie pacifiste si sono ridotte ad essere inserite nel contesto folcloristico dei sistemi dominanti perché sostanzialmente tollerate dalla benevolenza di chi sa che a lungo andare “non avranno alternative, e il conto lo gestiranno poi con una banca delle nostre”. Diwan aveva capito che il problema non stava tanto nell’esplicita arroganza del sistema dominante – in realtà sempre meno visibile e comunque addomesticata dall’assopimento della cittadinanza – quanto piuttosto nella sua convinzione di essere il “migliore proprio perché tanto liberale da permettere l’esistenza – e a volte il finanziamento – di coloro che lo combattono”, come disse l’ex ministro Ruggiero ai manifestanti di Genova; abbiamo avuto l’onore di averlo ospite durante i lavori della “2° Giornata nazionale della Finanza Etica e Solidale” tenutasi nel Novembre del 2002 a Bologna e proprio in quell’occasione aprì la sua lezione dicendosi certo di come «[…] una delle caratteristiche dell’economia moderna è quella di aver trasformato dei mezzi in fini. I fini in se stessi un mezzo che diventa un fine indipendentemente dal fine dichiarato […]».

«Ho studiato alla Dehli School of Economics in India – ci raccontava – poi ho conseguito il dottorato a Birmingham, in Inghilterra e mi sono trasferito in America. Tutto normale, tutto regolare nella formazione di un indiano di buona famiglia. La mia impostazione era neoclassica e, per anni, seguendola ho scritto saggi soddisfacenti, diventando presto professore. Ad un certo punto, però, mi sono reso conto che sotto il profilo intellettuale rischiavo di cadere in una modellistica sterile. Inoltre, come indiano, sapevo poco o niente del mio Paese. Per questo ho iniziato a leggere Gandhi, in cui ho trovato molti spunti di riflessione su cosa è l’economia per l’uomo. Ho poi studiato l’organizzazione dei quattro ashram, le quattro comunità che Gandhi fondò in Sud Africa e in India […]». Un pensiero ed una pratica in profonda antitesi rispetto agli innumerevoli studi che parlano delle comunità come un insieme d’individui, ciascuno dei quali egoisti razionali, che cercano di massimizzare la propria utilità individuale, e che a volte nel far questo trovano conveniente considerare anche il benessere dei familiari.

La nonviolenza economica è quindi – e non poteva essere diversamente – una parte di un tutto, una declinazione del principio di risoluzione dei conflitti non distruttiva: per questo Diwan sosteneva di fronte agli ospiti di Bologna che «[…] la finanza etica può trovare piena realizzazione forse solo nell’ambito dell’economia gandhiana, che si fonda sulla spiritualità intesa come consapevolezza di sé e della relazione con gli altri e con la natura, indipendentemente da ogni specifica confessione o religione. Il modello gandhiano si fonda sull’assunto che gli uomini non sono solo fatti di materia (nelle forme del corpo fisico e della mente) e che i valori umani e spirituali producono in modo essenziale un ordinamento e mira a promuovere “il pieno potenziale umano” attraverso la condotta morale. Esso, pertanto, rappresenta un modello economico radicalmente alternativo rispetto al modello economico dominante, nelle sue varianti liberista e marxista, perché aggiunge all’asse orizzontale, che rappresenta le relazioni economiche tradizionali, un asse verticale, che rappresenta la dimensione spirituale (e con essa l’etica e la solidarietà etc.).»

Diwan studiava ed insegnava la ricchezza relazionale contro il dominio dell’individualismo ontologico, il radicamento nella cultura contro l’astrazione dal territorio, l’enfasi sulla responsabilità piuttosto che sui diritti, la minimizzazione contro la massimizzazione degli scambi di mercato, la condivisione e la cooperazione contro l’equilibrio e la competizione perfetta. Era l’approccio stesso ad essere differente, era la necessità di un nuovo modello economico imposta dalla circostanza che, negli ultimi 50 anni, a fronte dell’aumento esponenziale del PIL nelle economie più avanzate, il tasso di progresso reale – misurato ad esempio dal genuine progress index – non era progredito.

«L’operatività di questo sistema è estremamente concreta: le sue politiche presuppongono i valori della famiglia e della comunità e stigmatizzano l’eccesso di consumo privato; questi nuovi valori devono diventare il parametro di giudizio della politica economica, sostituendosi al profitto, all’occupazione, alla crescita. L’idea più alta di sviluppo implica lo sviluppo delle relazioni umane e deve essere improntata ai valori della solidarietà e della fiducia in ogni ambito della vita quotidiana, perché solo così è possibile un ripensamento della società.»

In Italia esiste da ormai 25 anni un vasto movimento d’opinione che si rifà a questi principi e che si incontra sul convenzionale termine di “finanza etica” e che si è dotato anche di una rappresentanza collettiva attraverso la creazione dell’Associazione Finanza Etica; la finanza etica non è beneficenza, né sviluppo assistito, né economia di nicchia, è piuttosto un sistema di recupero della strumentalità del denaro nei confronti delle esperienze di “autosostenibilità economica”, meccanismi di sollecitazione della creatività sociale collettiva, di tutti coloro che maneggiano il denaro perché impegnati in progetti di editoria alternativa, volontariato, cooperazione internazionale, auto-produzioni, tutela ambientale ecc. Non è quindi una metodologia solo relativa a “dove si depositano i propri soldi – anche se già sarebbe l’inizio di un percorso evitare le “banche armate” – ma piuttosto un percorso di ricerca della sintesi tra una gestione che sia economicamente efficiente, umanamente efficace e massimamente rispettosa delle risorse ambientali che ne sono il presupposto. Tutto per far circolare i liquidi da chi ne ha in esubero (potenziali risparmiatori) a chi ne ha bisogno (l’impresa sociale, chi ha in programma un investimento). Un movimento che vive di contaminazioni e che cerca – anche grazie agli insegnamenti di maestri come Romesh Diwan – continue occasioni di confronto, producendo strumenti multimediali (visitate www.finanza-etica.org per averne un idea), tradizionali (come questo articolo o come i tanti altri e gli speciali scritti per le riviste del settore, alcuni richiedibili anche a domicilio) sociali (l’Afe è un organizzazione di secondo livello che vive del contributo dei suoi soci) e financo personali (la Giornata nazionale della Finanza Etica e Solidale ne è l’esempio festivo più illustre).

Ecco, il valore della mitezza economica di Romesh Diwan stava probabilmente proprio nella felice predisposizione all’incontro, quella volontà d’arricchimento reciproco che – ad esempio – non si fermava ad immaginare un sistema che ripagasse dei principi e dei criteri gandhiani, ma che affrontava prima di tutto il disagio di riconoscere che «[…]un’economia con altri criteri che più si avvicina al modello non violento è già largamente presente negli altri quattro quinti del mondo, diffusa molto più di quanto non si sappia: l’economia del dono e della gratuità di cui parla Latouche per l’Africa e non solo, esempi di economia non violenta presenti tutt’oggi in molte regioni dell’India e presenti in gran parte di quelle culture altre che noi spesso non conosciamo.»

* Associazione Finanza Etica

La violenza insita nella tecnologia: la riflessione capitiniana sul rapporto mezzi-fini

Di Maria Buizza *

<< In se stessi i prodotti della scienza moderna non sono né buoni né cattivi; è il modo in cui vengono usati che ne determina il valore: e’ questa la voce dell’attuale sonnambulismo.>>1.
Così si esprimeva Marshall McLuhan ne Gli strumenti del comunicare opera che, negli anni Sessanta, insegnava un nuovo approccio ai mezzi di comunicazione di massa: il sociologo americano iniziava a valutarli non più soltanto in base al loro contenuto ma anche per il loro stesso essere strumenti, forme formanti nuove relazioni sociali. Spiegava ciò attraverso un esempio prossimo la vissuto di ognuno: la luce elettrica. Essa, usata per qualunque scopo, appare come mezzo e, come tale, funzionale alla comunicazione, all’espressione di contenuti. Se la luce è uno strumento dunque, la partita di calcio che illumina ne è, per così dire, il contenuto. Proprio in ciò sta l’evidente dimostrazione che il
<< medium è messaggio>>: senza luce non ci sarebbe partita notturna, forse ci sarebbe altro, o forse non ci sarebbe niente, ma certamente qualcosa sarebbe diverso. <<E’ il medium che controlla e plasma le proporzioni e le forme dell’associazione e dell’azione umana>>2.
La luce, ma anche l’energia elettrica, entrano nella realtà e nella società in modi diversi a seconda dell’uso che ne viene fatto ma, altresì, esse per se stesse modificano fattori di spazio e di tempo influenzando così le relazioni tra gli uomini e tra uomini e mondo.
Pertanto, premessa essenziale di una riflessione sul binomio violenza e tecnica è proprio quanto McLuhan insegnò quarant’anni fa con la sua opera. <<Gli effetti della tecnologia non si verificano, infatti, al livello delle opinioni e dei concetti ma alterano costantemente, e senza incontrare resistenza, le reazioni sensoriali e le forme di percezione>>3 .
Se, allora, la tecnologia non è solo mezzo ma anche messaggio, la riflessione sul binomio tecnica-violenza assume una propria, profonda legittimità. Aldo Capitini, pur non avendo mai scritto di tale nesso, se ne avvicinò molto scrivendo in Educazione aperta: << Il disagio dell’uomo moderno sta nel prendere ciò che dà la tecnica accettando l’educazione che ne consegue (…) se una macchina si guasta questa si butta via; ma una persona?>>4. Nelle parole del filosofo perugino si profila l’idea che la tecnica diventi, in qualche modo, educatrice dell’umanità, che essa influenzi la società al di là della sua tradizionale accezione di “mezzo”. C’è un chiaro riferimento, nel percorso capitiniano, all’opera plasmante della tecnologia, plasmante le relazioni ma anche la stessa considerazione dell’essere uomo.
Premesso ciò è, allora, importante chiarire cosa è possibile intendere con il termine “tecnica”. Tecnica è l’insieme dei mezzi ma anche della razionalità che presiede al loro uso. Razionalità che si riferisce a criteri di efficienza o di funzionalità.
Il limite insito nell’essere umano ha imposto di cercarne e trovarne un rimedio: nasce così la tecnologia. Con nuovi mezzi l’uomo, come corpo spesso inadeguato all’ambiente, fugge dal suo essere “cosa-nel-mondo” per tendersi verso “il possibile”, ciò che non è ma può essere. L’uomo, così, trascende l’ambiente naturale cercandone uno nuovo, a misura. << Il senso della tecnica è tutto qui, nel riconoscere al di là dell’ambiente attuale un ambiente possibile, un ambiente che si profila non per un’intuizione dell’anima, ma perchè ad esso conduce la catena degli strumenti costruiti>>5.
Se, però, nell’era pre-tecnologica la tecnica era usata per soddisfare bisogni, nell’epoca teconologica è la tecnica ad usare l’uomo per il suo proprio potenziamento.
Nell’Ottocento Marx invitava gli operai a ribellarsi ad un sistema produttivo che non rispondeva più alle logiche del “valore d’uso” (il prodotto legato alla soddisfazione di bisogni) ma che, sempre più, si legava alle dinamiche economiche guidate dal valore di scambio in cui il soggetto principe diventava il mercato, il capitale per il capitale. Il comunismo additava le conseguenze di tale processo con il termine “alienazione”: l’operaio da dominatore dello strumento ne diventava servo, assimilato ad esso come sua appendice.
L’ottica comunista, però, era parte di un’epoca pre-tecnologica in cui, seppur nelle innumerevoli degenerazioni, l’uso della macchina rimaneva punto nodale di ogni dinamica economica rivolta al profitto personale del padrone. Il padrone rimaneva, pertanto, signore della tecnica ed essa era subordinata alle sue finalità.
Ciò era nell’epoca pre-tecnologica. Oggi, però, si apre un nuovo sistema, quello tecnologico: la tecnica non ha più alcuno scopo che non sia quello del suo potenziamento. La convinzione che ogni obiettivo possa essere raggiunto tramite la tecnica porta ad un rafforzamento sempre maggiore dell’apparato, rafforzamento che finisce per diventare l’unico fine. Nella situazione attuale, dunque, non si parla più di alienazione ma, ben più pericolosamente, di identificazione <<dell’uomo con la tecnica che, assunta a soggetto, traduce i presunti soggetti umani in suoi predicati>>6. In tale situazione ogni possibilità di rivoluzione è annullata poiché se nella società pre-tecnologica l’alienazione di alcuni avvieniva per volontà di altri (i padroni), oggi la sottomissione dell’umanità è in favore della stessa razionalità tecnologica, unica vera protagonista imperante della storia.
Se, dunque, la tecnica domina il mondo attraverso il costante potenziamento di sé, quale autonomia ideologica rimane oltre essa?
Analizzando il concetto di ideologia risulta evidente come esso abbia fuori di sé, come elemento qualificante, l’idea di verità. Ogni ideologia nasce come approssimazione alla verità e se ne ritiene, meglio di altre, portavoce. Il binomio ideologia-verità è, allora, indissolubile ed è proprio a partire da tale premessa che è possibile rispondere alla domanda posta sopra: nell’era della tecnica non c’è spazio per alcuna ideologia per il fatto che nessuna verità assoluta è concessa. Il vero è diventato l’efficace e, così, ciò che è più efficace è più vero, pertanto, l’unica verità è che ogni verità di oggi è, per principio, superabile domani. Ogni idea diventa ipotesi, la misura della verità è data dagli effetti concreti sulla realtà, dal principio dell’efficacia. In questa prospettiva si fa strada la riflessione di Emmanuele Severino che pone la sicura fine del capitalismo nell’imperio tecnologico. Questo, infatti, come tutte le altre ideologie, soccombe al potenziamento incessante della tecnica, motore della realtà. Il capitalismo usa la tecnica per il profitto, dunque per uno scopo personale, ma qualora tale finalità osteggiasse lo sviluppo della tecnica dovrebbe essere certamente l’ideologia a ridimensionare i suoi scopi, a sacrificarli, non la tecnica che è condizione per il realizzarsi degli obiettivi attuali e dei futuri. Così scrive Severino:<< E’ in rapporto a questa situazione di conflittualità ideologica che diventa inevitabile la subordinazione degli scopi ideologici alla potenza e all’efficacia dell’Apparato, ossia alla sua capacità di realizzare scopi. Tale subordinazione è il modo specifico in cui la civiltà della tecnica spinge al tramonto tutte le ideologie>>7.
Tecnica, allora, è Soggetto della Storia. Tecnica è la fine di ogni ideologia ma anche di ogni verità assoluta.
Addentrandoci in un’analisi più profonda del fenomeno sarà necessario approfondirne alcune della caratteristiche che maggiormente hanno implicazioni antropologiche, implicazioni in cui si fa visibile quell’ “educazione” della tecnica sull’umanità di cui Capitini era profeta.
Com’è noto l’epoca tecnologica vive sulla circolarità consumo-produzione: la merce è prodotta per soddisfare quei bisogni che, poi, la consumano. Se, però, condizione del progresso è il consumo allora si profila la paradossale immagine di un “consumo forzato” in cui la tecnica stessa produce bisogni continui forzando l’uomo a consumare quanto più possibile per lasciare spazio al “nuovo”. Il concetto di moda è strumento principe di tale “consumo forzato”: essa, infatti, si oppone alla resistenza dei prodotti e, così, arriva a rendere inutilizzabile ciò che rimane materialmente utilizzabile. L’uomo, dunque, impara a distruggere l’oggetto per lasciare spazio al migliore, al nuovo, al moderno: <<L’umanità che tratta il mondo come un “mondo da buttare via” tratta anche se stessa come “un’umanità da buttare via”>>8.
Tutto ciò che si può fare nell’età della tecnica si deve fare: un nuovo imperativo categorico che impone di produrre continuamente senza uno scopo imposto dall’uomo ma, semplicemente, da un meccanismo di potenziamento continuo dell’apparato.
<< Nell’età della tecnica l’uomo non è, come lo era il primitivo, un essere indigente con dei bisogni che chiedono di essere soddisfatti, ma un essere di cui occorre aumentare l’indigenza>>9. Muta, pertanto, la stessa concezione dell’uomo, muta il rapporto fini-mezzi, muta l’idea di storia e di mondo. L’uomo totalmente es-posto, pubblicizzato, guarda un mondo che non possiede ma del quale è appendice, un mondo che è condizionato solo dalla tecnica fine a se stessa. E la tecnica è figlia della scienza moderna, scienza che nasceva dalla morte della filosofia nata dalla ricerca di una verità assoluta. Sia per la cultura borghese che per quella marxista, l’idea di una verità definitiva era qualcosa di pericoloso, minante le basi della libertà e della democrazia. Il venir meno, però, della sicurezza in un “vero” ultimo ed assoluto apre la strada all’emergere della “forza”: <<Nell’assenza della verità il significato autentico dei grandi contrasti culturali dell’Occidente è quindi uno scontro di forze, dove la “ragione” e la “verità” competono alle forze che riescono a imporsi e a soffocare le altre>>10. Nell’assenza di una “verità metafisica” le certezze di ognuno rimangono semplici “fedi” e << la fede come pura fede interiore è una prevaricazione che vuole che il mondo abbia un certo senso e che fa tacere gli altri sensi possibili>>11. Se ogni cosa diventa fede, se scompare l’idea o anche solo l’anelito ad una verità unica e definitiva, cresce lo spazio in cui chi è più forte, urlando di più, impone se stesso. La tecnica che, fondandosi sul presupposto della superabilità continua di ogni risultato, ha portato a rompere la tensione da cui nasceva la filosofia, ora impone se stessa grazie a quella stessa rottura. Poiché un riferimento ultimo e definitivo viene meno e tutto rimane in balia di fedi più o meno efficaci, il sapere tecnologico impone sé e la sua visione del mondo. Un’imposizione inevitabile data l’evidente efficacia ed efficienza dell’apparato che mostra al mondo un’indefettibile sicurezza. Dunque: fede assoluta nella tecnica ed apertura alla realtà plasmata dal progetto tecnologico.
<< La forza suprema che oggi domina incontrastata sulla terra è l’azione scientifico-tecnologica. In essa si realizza il progetto di una produzione e distruzione senza limite della totalità della cose>>12. All’umanità che crede più nei miracoli tecnologici che in quelli di Cristo, tale “forza suprema”porta un messaggio profondo: tutto è prodotto, tutto può essere distrutto. Quella casa prima di essere costruita non c’era: nella sua essenza, in quanto casa, è passata dal niente all’essere e, se ora la brucio, passerà ancora al niente. L’atto demiurgico dell’uomo evoca il regno del niente, ne è intriso. L’oggetto, la cosa, passa dal niente all’essere: <<l’Occidente è la persuasione che qualcosa passando diventa un niente. Diventare un niente significa che, ad un certo punto, si è niente>>13.
Tale è l’essenza del nichilismo da anni teorizzato da Emanuele Severino, nichilismo che è l’elemento fondamentale del binomio tecnica-violenza. L’uomo attraverso la tecnica progetta morte e vita delle cose, ma c’è di più: nell’illusione di dominio, l’uomo attraverso la tecnica progetta la sua stessa morte e vita e, allora, nella tecnica risiede la radice suprema della violenza.
Potremmo, a questo punto, proseguire oltre addentrandoci nel non sempre accessibile pensiero di Severino, potremmo proseguire per trovare la premessa fondante di tutto ciò nella metafisica greca post-Parmenide, ma ciò significherebbe entrare in approfondimenti affrontabili solo con strumenti adeguati ed a lungo coltivati. E’ d’obbligo, pertanto, fermarsi qui.
Se, come è stato più volte ribadito, la tecnica è l’essenza stessa dell’Occidente, allora l’Occidente lamentando la violenza che lo attraversa, contraddice se stessa. Forse, però, nemmeno ne è cosciente ed è questa la malattia più profonda e grave. La tecnica è lo specchio più grande del nichilismo, è l’espressione più forte di una civiltà in cui “tutto è niente”. Come si affermava in precedenza, se la verità è data dalla superabilità di ogni ipotesi e dunque dall’assenza di ogni verità definitiva, allo stesso modo quella superabilità è oscillazione tra essere e niente: tutto può morire, niente è degno di rimanere.
Ma quale direzione, allora, può condurre al sovvertimento di un tale, ormai naturale, meccanismo? Scorriamo ancora le parole di Severino:<< La verità dell’essenza delle cose è l’oltrepassamento del nichilismo: in essa le cose non vengono separate dall’essere per essere affidate la niente, bensì a tutte conviene la natura del sole, la cui esistenza continua a brillare anche quando a sera si sottrae lo sguardo. (…).Contrariamente a quanto siamo convinti da più di duemila anni, gli dei sono invidiosi: tentano di tenere per sé la natura del sole e di lasciare alle cose la nascita e la morte, l’uscire e il ritornare nel niente. (…). Si tratta di capire che affermare: “quando la cosa era un niente” o “quando la cosa sarà un niente” è come affermare: “quando il cerchio era quadrato” o: “quando il cerchio sarà quadrato”.>>14.
Uscire dal meccanismo culturale della razionalità tecnologica è, allora, trovare un nuovo senso all’essere o, quanto meno, agire secondo la concezione di un essere diverso da quello strumentalmente costruito dalla tecnica.
A questo punto, credo sia inevitabile compiere un salto nuovo nella riflessione: le parole di Severino richiamano i pensieri capitiniani della “compresenza”. Compresenza è il superamento dell’annientamento, anche della morte: compresenza è la certezza della permanenza di tutto e di tutti nella produzione del valore. Con tale pensiero Capitini fondava la fiducia nell’agire nonviolento: rispettare l’esistenza di ognuno (uomo o no) è tendenza all’Assoluto, al valore attraverso la cooperazione di ognuno. Alla dinamica “consumo-distruzione” si sostituisce la permanenza dell’essere. <<L’apertura alla compresenza serve ad accertare che esiste un realizzarsi diverso da quello per opera del lavoro e della scienza (prassi della tecnica). (…). La compresenza è la realtà di tutti, morti e viventi, uniti nella produzione del valore>>15 .

Voglio, dunque, riprendere sinteticamente quanto fin qui detto: il binomio tecnica-violenza pone il suo presupposto nel concetto introdotto da McLuhan per il quale “il medium è il messaggio”, lo strumento, dunque, condiziona lo stesso contenuto per cui si adopera. La tecnica, pertanto, ha un’influenza specifica sulla società e le relazioni fino ad essere, di fatto, unica protagonista della storia proprio per il suo essere mezze per una potenza sempre maggiore. Potenza che l’uomo stesso asseconda diventando sempre più servo e sempre meno padrone. La logica insita nella tecnica è quella del “superamento” per il miglioramento continuo: l’unica verità è che ogni verità è superabile per qualcosa di più vero, ossia di più efficace. Si fa avanti, pertanto, quel meccanismo di “consumo-distruzione” che domina lo sviluppo tecnico e del quale lo stesso concetto di “moda” è espressione palese.
Assenza di verità ultime e continuo movimento di “consumo-distruzione” sono le caratteristiche essenziali della realtà plasmata dalla tecnica, realtà che Severino chiama “nichilista”. L’idea che tutto debba necessariamente cambiare nell’ottica del miglioramento è il fondamento della violenza. Cambiare strada significa ritornare a riflettere sull’essere, significa pensare che le cose non possano diventare niente… tutto è permanente e compresente. Una strada da percorrere , una strada già iniziata da Capitini e che oggi chiede di essere chiarita e illuminata da nuove riflessioni.

* Laureata in Lettere e Filosofia

Discuto la “religione aperta” di Aldo Capitini e il dogmatismo di un’apertura illimitata

Di Enrico Antonielli *

Il concetto di apertura religiosa si configura in Aldo Capitini in modo non sempre univoco, apparendo talvolta come metodologia creativa di nuovi valori, assumendo un significato profetico, talaltra come imperativo morale che postula un’apertura assoluta e come tale illimitata.
Ora, mentre la prima modalità ci sembra criticamente corretta, la seconda ci sembra adatta a suscitare qualche perplessità.
Intesa tradizionalmente, la formulazione “religione aperta” sembra una contraddizione in termini: in quanto religione indica un termine di fede in un valore assoluto e apertura invece tradizionalmente attiene al relativo, cioè alla critica di valori intesi come assoluti, perciò chiusi ad evoluzioni ed aperture ad altro diverso da sé.
La critica che Capitini rivolge alla religione tradizionale è quella di rappresentare valori di chiusura, assoluti appunto, dogmatici, non discutibili, intolleranti dell’altro da sé, mentre la nuova religiosità esigerebbe apertura alla creazione di nuovi valori.
Certo, ciò che è aperto è non assoluto, non definitivo, dubitabile o almeno ipotetico, e sembra ben strana una religione che si fondi su un valore dubitabile, salvo il solo movimento dell’apertura, che sarebbe di metodo e che dovrebbe essere non dubitabile, dal momento che trattasi di un atto di volontà pura e semplice, ma dal contenuto sempre modificabile e in discussione, quello dei valori, che, non prodotti una volta per tutti (come pretende la chiusura della vecchia religione dogmatica), sono in continua evoluzione produttiva del nuovo, anzi, del completamente diverso e aggiunto.
Se l’apertura dialogica, perché reciproca, al tu non deve esser considerata solo uno strumento per persuadere gli altri di ciò di cui io sono persuaso, cioè uno strumento di proselitismo e, in ultima analisi, solo di propaganda delle proprie buone convinzioni e di diffusione della propria verità, essa deve rischiare che siano gli altri a convincere noi: non avendo altro valore che la scelta dell’atteggiamento metodico programmatico – religioso dell’apertura alla comprensione dell’altro e dei suoi valori.
Quindi deve essere apertura alla possibilità di mutare nell’apertura dialogico-religiosa, per eventuale avvenuta persuasione su un nuovo valore, le proprie precedenti opinioni e i propri valori, anche i più profondi, se il dialogo e l’apertura non devono essere sulla banalità e sull’accidente, ma anche sulla sostanza delle convinzioni più autentiche.
Il presupposto di un’eventuale validità normativa dell’apertura metodica stessa, come cioè valore o verità, sia pur relativa, storica, del tempo, cioè sottoponibile al dubbio in quanto normativa, è il dialogo e la ricerca continua, cioè aperta, di una nuova verità e di un nuovo valore : insomma, l’apertura illimitata, cioè la volontà di dialogo religioso è un dovere non discutibile?
Se è indiscutibile, rischia di diventare un assunto dogmatico che ricade analogamente sotto gli strali della critica alla vecchia religione e il dialogo religioso finisce per ipostatizzarsi e negare il diritto al dubbio sui vecchi valori produttore del nuovo: per cui l’esigenza di dialogo come fondamento non discutibile di apertura religiosa negherebbe la possibilità di produrre nuovi valori diversi dal dovere di dialogo religioso stesso, cioè l’apertura non potrebbe essere illimitata, ma limitata da un assunto non discutibile.
Se, invece, l’apertura religiosa al tu, la volontà di dialogo come norma, come legge morale è discutibile, allora non può essere considerata norma morale certa e universale da perseguire, per attuare il comportamento morale virtuoso.
Ci sembra, in sostanza, che se l’apertura si presenta come valore esclusivo, finisca per esser dogmatica come la vecchia religione, se invece si presenta come valore normativo non indiscutibile, rischi di inficiare l’etica, cioè di non rendere possibile l’azione morale, e il “che fare ?” torna al punto di partenza.
Nel rifiuto di ogni dogmatismo, cioè di ogni presunzione di raggiungimento di una verità e di un valore definitivo, il problema è quello di rendere compatibile una legge morale stabile, intesa come la più fondata, con il permanere del diritto al dubbio, stimolo alla produzione di infiniti altri valori futuri possibili, per la validazione di un’apertura religiosa e filosofica non limitata.
Ma l’apertura al valore come norma, cioè l’enunciazione di una verità per cui l’apertura religiosa, cioè la volontà di intendere, l’altruismo, l’amore per il tu, coincide con il bene morale, mentre la chiusura, l’egoismo rappresentano il male morale da non perseguire, è per Capitini una decisione di fatto, o dipende da un giudizio di valore su un criterio stabile di comportamento virtuoso?
A noi sembra una scelta pratica per un valore religioso che non appare dubitabile e di cui Capitini sembra persuaso come il più fondato possibile, insieme a quelli della nonviolenza, della nonmenzogna e della compresenza. Ma tale apertura deve essere infinita, o non può che essere limitata?
Se per Capitini il corretto comportamento religioso, che si contrappone alla religione tradizionale, deve essere quello di apertura, mentre il “peccato” è chiusura, lo stesso atteggiamento di apertura sembra configurarsi come un dovere processualmente non limitato.
L’etica esiste solo se si può affermare un valore e respingere un disvalore: es. sì alla pace e no alla guerra, e ciò per rendere possibile il perseguimento dell’azione morale. Per cui, come afferma Guido Calogero (Filosofia del Dialogo, pag.36) “Nessun comando etico sarebbe pensabile se non potesse fondarsi su qualcosa di indiscutibile”.
Ma per una normatività morale fondata su un valore es. la nonviolenza, cosa vuol dire essere aperta? L’apertura non potrà che essere limitata alla comprensione delle ragioni e delle motivazioni del disvalore violenza, e sarà sempre limitata dal disvalore, non potrà mai essere illimitata fino ad abbracciare il disvalore stesso, per quanto grandi possano essere mai le ragioni del dubbio metodico e dell’apertura religiosa, critica e antidogmatica. Ad es. l’apertura religiosa potrà arrivare fino a cercar di capire le ragioni motivanti di chi persegue il disvalore violenza, arriverà forse fino a giustificare l’errante, ma non certo l’errore.
Nell’apertura al tu-tutti e alla produzione di valori nuovi, per quanto nuovi essi possano essere, non potranno mai abbracciare il disvalore. In sostanza l’apertura religiosa, come metodologia di approccio tendente a sondare i limiti, storicamente definiti e definibili di volta in volta, dell’azione morale nonviolenta, che elasticamente si avvicini o si allontani, a seconda delle circostanze, dal disvalore violenza, il quale però rimane sempre opposto e irraggiungibile da una qualsiasi giustificazione morale, proprio per questo, non potrà che essere un’apertura limitata e non infinita.
L’apertura religiosa alla produzione di nuovi valori, anche nel senso di una verità laica non data una volta per tutte da una rivelazione, ma da costruire, sembra essere un criterio limitato, non assoluto o illimitato, tale che possa andare fino in fondo nella propria apertura rispetto a ciò che si presenta come diametralmente opposto al valore assunto come tale : alla violenza rispetto alla nonviolenza, alla chiusura dogmatica rispetto all’apertura, all’egoismo rispetto all’altruismo, alla menzogna rispetto alla nonmenzogna, al rifiuto solipsistico rispetto alla volontà di dialogo.
L’accettazione di un valore o il rifiuto di un disvalore non può che partire da un criterio discriminante, che Kant trovava nell’ “a priori”, comune alla ragion pura e alla ragion pratica : “Fa sì che la massima della tua azione possa costituire il principio di una normativa universale”: e il principio della violenza, se generalizzato e assunto a principio morale universale, sarebbe suscettibile di distruggere gli stessi soggetti morali che dovrebbero praticarla fino in fondo (avendolo assunto a principio di azione) e con essi il principio stesso, che diventerebbe improponibile perché contraddittorio in quanto estinguerebbe l’azione morale: ciò è particolarmente vero in un’epoca che ha gli strumenti di autodistruzione totale dell’intera umanità. Mentre il principio della nonviolenza non estingue i soggetti morali e rende possibile l’azione etica.
Per cui ci sembra di non poter considerare l’apertura religiosa illimitata al tu in quanto produttore di valori, un criterio universale, ma un’opzione e un’aggiunta e la stessa in quanto valore morale normativo, quindi illimitato fino ad abbracciare il disvalore, ci appare francamente minata da un’interna contraddizione.

* Insegnante di filosofia, dell’Associazione Nazionale Amici di Aldo Capitini.

A Scanzano abbiamo difeso la nostra terra, abbiamo fatto resistenza;
abbiamo fermato la polizia con la preghiera, e abbiamo vinto

Di Luciano Capitini

Siamo stati – mia moglie ed io – a Scanzano Jonico in una fredda mattinata invernale.
Amici pugliesi ci avevano suggerito di iniziare i contatti andando a cercare chi ancora si trovava presso un presidio tuttora aperto, in località Terzo Cavone (Cavone è il nome di un torrente che passa di lì).
Ci siamo inoltrati in una campagna bellissima, anzi un giardino, con frutteti, orti, casette modeste ma vivaci.
Lungo i pochi muri, e su alcune barriere, restavano i brandelli di striscioni e cartelli lacerati dal forte vento. Sotto gli aranci, per terra, i frutti che non erano stati raccolti per un preciso intento.
Per chiedere indicazioni abbiamo fermato un furgone che ci incrociava: era proprio uno di quelli che cercavamo: ha fatto manovra e ci ha accompagnato al presidio.
Si trattava di un container, un paio di tende, una roulotte ed un altro paio di costruzioni precarie, anche qui si notavano i resti delle scritte e di cartelloni.
Ci siamo presentati ed abbiamo realizzato alcune interviste.

Per primo abbiamo parlato con MARCO LAVEGAS, un giovane (vicino ai 30?) che abita e lavora proprio nella zona in cui era l’epicentro del progetto governativo, ed è stato uno dei primi a mobilitarsi.
Marco, come è cominciato il tutto?
Una mattina ero in un magazzino ortofrutticolo, quando ho finito di lavorare ho appreso la notizia dal telegiornale, e cioè – in contemporanea con la notizia della morte dei carabinieri a Nassirya – che si era scelto il sito unico a Scanzano. Poiché abito a 500 metri in linea d’aria dal luogo scelto ho deciso di prendere una posizione in merito a questa decisione scellerata del governo. Abbiamo deciso, insieme alle altre persone del posto, di occupare i pozzi che sono qui vicino. Questa (dove ci troviamo) è la postazione principale dove dovevano essere costruiti gli ascensori. Infatti, estraendo il sale dagli altri pozzi, da questa parte avrebbero iniziato a costruire le gallerie, per poter scendere, qui si potevano appoggiare provvisoriamente i fusti, e poi, costruiti gli ascensori, si sarebbero trasportati nel sottosuolo.
Se ho ben capito lei ha iniziato individualmente, ma poi, come si è tramutata in una operazione collettiva?
Sì, ho iniziato da solo, ma subito si sono uniti altri ragazzi, ed ognuno prendeva una iniziativa, e si decideva insieme – cosa che il popolo lucano non faceva da cinquant’anni a questa parte , dal tempo delle occupazioni delle terre.
Abbiamo deciso insieme, tutta la popolazione del posto, a prescindere dal colore politico, a prescindere dalle imposizioni che ci sono state da parte di questa maggioranza.
Comunque abbiamo deciso unitariamente di occupare i pozzi, e di prendere una posizione ferrea, rispetto alle nostre decisioni.
Quando mi dice unitariamente, a quante persone allude, quanti eravate, all’inizio?
All’inizio eravamo un centinaio di persone, forse qualcosa di più, ed insieme abbiamo deciso di occupare i pozzi e di bloccare le strade, inoltre sono state attuate altre iniziative spontanee, da altri paesi, dai comuni limitrofi, tranne dal Comune di Scanzano Jonico, intendo da parte della Amm.ne Comunale. C’è stata pochissima solidarietà, quella che abbiamo trovato nei comuni limitrofi, da paesi delle altre regioni, non c’è stata da parte loro che avrebbero dovuto essere i primi.
Lei lamenta quindi che proprio l’Amministrazione di Scanzano non sia stata tra le più sollecite ad appoggiare la mobilitazione.
Questo è chiaro ed evidente, ma c’è stata una trascuratezza, si sono “lasciati andare”, non hanno preso una posizione, ed attualmente la posizione che hanno non è chiara: il ministro Matteoli aveva detto che avrebbe fatto i nomi degli amministratori locali (che sarebbero stati preavvertiti – ndr), ed abbiamo fatto una contestazione, ma ha parlato di tutto – quando è venuto – di elezioni, della sinistra che voleva strumentalizzare questo movimento che si sta creando.
Alla fine lo abbiamo contestato, e gli abbiamo chiesto perché non ci diceva le cose che aveva dichiarato in Parlamento; perché, secondo lui, gli amministratori locali sapevano – e non sappiamo se a livello regionale o comunale – ma a mio modesto parere di cittadino – saranno coinvolti tutti e due i livelli. Comunque un decreto di questa portata non si vota dalla sera alla mattina senza che nessuno ne sappia niente; anche perché sono trent’anni che fanno studi, qua, una volta per l’estrazione del sale, una volta perché c’è il gas, una volta per il petrolio.
Essendo una terra ricca noi ci opponiamo allo sfruttamento e alle cementificazioni delle coste.
Mi diceva che eravate, all’inizio, poco più di cento: come facevate a prendere la decisioni, indicate delle assemblee, c’era un gruppo dirigente?
Si è deciso di stabilire il centro operativo al campo base, che era uno dei pozzi principali e secondo il decreto era il primo ad essere militarizzato, e quindi si è deciso insieme, tramite assemblee, e passando parola – essendo un paese non grande, 8000 abitanti – dicendo una cosa la sanno tutti, si è deciso di occupare i pozzi.
Allora, ricapitolando, si è decisa l’occupazione, si è creato un direttivo, che era qui, al campo base….
……un direttivo popolare, non un direttivo che impartiva degli ordini, anche perché le iniziative, le manifestazioni, sorgevano spontanee, si è deciso di bloccare le strade, di bloccare la Basilicata, e così arrivavano qui le comunicazioni di ciò che si stava facendo: ad esempio il Comune di Lauria aveva deciso di bloccare la statale, i ragazzi di Matera – che fanno parte del movimento – hanno deciso di occupare la statale 99, c’erano le Tavole Palatine che, per tutto il periodo del decreto, hanno tenuto chiusa la strada, chiudendo l’economia in una morsa di cui abbiamo risentito tutti, ma abbiamo deciso di non interrompere perché il blocco aveva effetti positivi.
C’era modo di tenere collegate tutte le iniziative sparse sul territorio?
Nel primo periodo facevamo delle delegazioni per andare a parlare con i blocchi, con i presidi, e ci tenevamo in contatto così, per due giorni abbiamo avuto una radio libera, che si chiama Radio Attiva, che ha messo in contatto tutti i vari presidi.
Da dove trasmetteva la radio?
Dal campo base di Terzo Cavone, ma ha funzionato solo per due giorni per problemi di corrente, telefono, gas, ecc, ecc
Avevate pensato ad alleanze con altri, altri gruppi, movimenti, associazioni, partiti, sindacati…
Abbracciamo tutte le forme di lotta che ci sembrano giuste, sia territorialmente, ma anche nell’intento di creare un movimento più esteso.

Parliamo ora con DONATO NARDIELLO, presidente della associazione “Scansiamo le scorie” .
Come si è diffusa la movimentazione, partita all’inizio a livello strettamente locale?
La notizia del giorno 13 ci ha colto come una mazzata in testa: non ce l’aspettavamo assolutamente, dato che viviamo in una zona prettamente agricola, che ha investito sul turismo, sul biologico: è stato tremendo.
Dal 14 abbiamo capito che la situazione era molto grave, il popolo non ha pensato alle istituzioni, ed ha cominciato ad organizzarsi da sé, i vari gruppi hanno occupato i pozzi del salgemma, soprattutto in questo punto dove la SORIM aveva creato dei muretti per contenere in superficie i contenitori, in uno stoccaggio temporaneo.
Ci siamo preoccupati, abbiamo eretto il campo base, eravamo in 15, ma poi è nato tutto il movimento: da qui si organizzava tutto il da farsi all’esterno , e la protesta, dopo i primi ¾ giorni, si è allargata, abbiamo contattato i vari gruppi dell’entroterra, abbiamo bloccato Melfi, dove c’è la Fiat, abbiamo bloccato il petrolio a Biggiano, abbiamo bloccato la Salerno/Reggio Calabria, la stazione di Metaponto, insomma tutta la Basilicata.
Il campo principale era questo, da qui siamo in contatto con i vari comitati che si sono creati nell’entroterra.
Abbiamo deciso di mantenere aperto il campobase perché il decreto non è per niente chiaro; ma se ci dicessero che il deposito lo vanno a fare – che so.. – in Puglia, non rimarremmo fermi, poiché abbiamo preso una posizione ben precisa: visto che il Governo ha tagliato fuori il mezzogiorno, noi vogliamo far vedere che il mezzogiorno è una forza attiva e costante.
Non è giusto che ci tagliano fuori dalla finanziaria e ci portano le scorie; questo movimento rimarrà negli anni.
Siete intenzionati a mantenere un controllo, una guardia, una attenzione.
Sì, vogliamo sorvegliare costantemente il territorio, dato che la situazione non è per niente chiara.
Può dirmi cosa pensava – in generale – la gente, la gente comune, quelli non coinvolti?
Quello che ci ha colpito di più è stata la fratellanza, perché sono scesi in piazza donne, vecchi, bambini, sentivano che bisognava affrontare sacrifici …..queste terre sono state conquistate dai nostri genitori 50 anni fa, e quante volte dobbiamo conquistarla questa terra? E ci son stati dei morti, per avere la terra, poi abbiamo investito i nostri sacrifici, in questa zona siamo quasi tutti imprenditori agricoli, gente che la mattina non va a chiedere niente a nessuno: si alza e lavora per la propria famiglia, la gente non è ricca, ma ci vive bene, è una zona fertile, esportiamo in tutta Europa, siamo all’avanguardia, a Metaponto abbiamo un centro di ricerca per l’agricoltura.
La gente ha capito subito che c’era da fare la lotta, qui eravamo costretti anche a morire, sarebbe stato assurdo lasciarci “prendere” così.
Non avete avuto bisogno di diffondere notizie, di convincere, perché tutti hanno capito subito.
Non ne abbiamo avuto bisogno, perché chi sa cosa vuol dire nucleare, capisce che il problema non è di Scanzano, è il problema di tutta l’area.
Solo qualche parte politica, quelli del Governo, hanno tentennato un po’, però poi hanno capito e si sono schierati tutti dalla nostra parte, e si è visto come è andata a finire….
Ci sono state discussioni sui modi della lotta: il timore che qualcuno trascendesse? Che si adottassero maniere più dure?
Noi, dal campo base, la notte facevamo delle auto con 3/4 persone che facevano la ronda, andavamo dagli altri gruppi, raccomandavamo la calma, perché lottavamo per una causa giusta e non c’era bisogno di fare violenze, disordini: noi sentivamo di essere dalla parte della ragione e non c’era necessità di altri metodi. Così abbiamo mantenuto un ordine e non si sono avuti fatti spiacevoli: qualcuno dall’alto, magari, aspettava i disordini per attaccarci, ma noi – intelligentemente – vogliamo far capire a chi ci ha sottovalutato che siamo gente che ragiona, che abbiamo capito il problema come andava affrontato, penso che l’abbiamo affrontato nel modo migliore, e da tutto il mondo (qui c’è stata una professoressa americana) c’è stato apprezzamento per come abbiamo gestito la cosa. E questo ha fatto capire ai signori ministri che quando si mettono a tavolino devono riflettere un po’ di più come abbiamo fatto noi.
Lei ha idea del perché hanno scelto questa zona?
Secondo me l’unico motivo sta nel fatto che hanno valutato che la popolazione è poca: 600mila abitanti, ed hanno deciso per questo; forse si sono anche ricordati che la Basilicata è pacifica, poco movimento, ma, il 23 novembre – anche se i giornali e la TV hanno dedicato poco spazio – abbiamo organizzato una manifestazione con 150mila persone, in una regione di 600mila persone, non è da poco! Vuol dire che dappertutto la cosa è stata “sentita”.
Avete avuto sostegni anche da fuori la vostra regione?
Abbiamo avuto sostegno dalla Calabria, dalla Campania, da tutte le zone limitrofe, poiché è stato inteso come un problema del Sud, non di Scanzano.
Leggo molti documenti firmati da cattolici, di grande apprezzamento, qui localmente, con la Chiesa come è andata?
Qui è andata benissimo, il Parroco di Scanzano, Don Filippo, è stato sempre con noi, sui vari presidi, la notte, ha girato, pure lui, si è reso conto che la situazione era pacifica, era ben lieto: da noi la Chiesa ha partecipato molto, è stata molto di sostegno.

Ci troviamo nella parrocchia di Scanzano , con DON FILIPPO LOMBARDI
Una sua impressione su come si sia svolta tutta la movimentazione?
La movimentazione è stata spontanea, la gente ha avvertito subito il pericolo che quel decreto portava sul futuro della popolazione, sul futuro dei ragazzi e dei giovani, e spontaneamente si sono mobilitati occupando strade e rivendicando pacificamente i propri diritti.
Ci sono state difficoltà a far partecipare tante persone, dato che alla fine erano tantissime?
I primissimi giorni, certamente, si sono mobilitati i più sensibili, poi, vedendo quello che stava succedendo, vedendo la determinazione del Governo ad andare avanti nel mettere in atto questo decreto, la gente è stata sensibilizzata attraverso la stampa locale, le televisioni locali, e poi attraverso le iniziative che si andavano organizzando: è quasi “lievitata” la manifestazione, la protesta, partendo dal centinaio dei primi giorni sino ai 150.000 della manifestazione del 23.
Tutti quelli con cui ho parlato mi confermano che la Chiesa è stata al loro fianco…
La Chiesa si confonde, coincide col popolo, quindi non poteva essere che così, a cominciare dai Vescovi che già due giorni dopo hanno fatto un primo comunicato, come Conferenza Episcopale di Basilicata, e poi i parroci del posto, i sacerdoti, ed io, in prima persona, mi sono trovato quasi a dare voce a questo popolo, a dare anima a questa gente che manifestava la propria rabbia; il mio compito è stato quello di invitare la gente a trasformare la rabbia in speranza, e l’invito a vincere il demone della rassegnazione. Addirittura la gente si è riconosciuta subito in una mia espressione: “è peccato mortale rassegnarsi e non prendere coscienza dei propri diritti e della propria capacità di difendere la propria vita, il proprio territorio”.
Vuole dirci qualcosa sul comportamento delle persone, qualcosa di significativo, a questo riguardo?
Il comportamento delle persone è stato sempre ispirato alla calma, alla nonviolenza: c’è da considerare che si sono mobilitate mamme con bambini, anziani, le famiglie al completo, e questo è stato un grande esempio di come il problema non toccava alcune categorie, ma toccava la vita delle persone. C’è da pensare che Scanzano è nata cinquant’anni fa, con la riforma fondiaria e quindi è ancora vivissima, nella pelle, nella carne delle persone, la consapevolezza che la terra che è stata loro assegnata – è così fiorente in questo momento grazie al lavoro, al sacrificio, al sudore, alla fatica dei genitori e delle attuali generazioni.
La testimonianza che è venuta dalla gente è stata quella di una grande civiltà, un esempio: dopo 15 giorni di presidio alla stazione di Metaponto – dove è stato lo snodo che ha mobilitato l’opinione pubblica nazionale – dove si sono alternate scolaresche il giorno, e famiglie intere, la notte, a presidiare – tutto è stato lasciato nella pulizia più totale, tutto è stato ripulito da cartacce e quant’altro era stato usato, e non c’è stata traccia di scritte, di imbrattature dei muri.
E’ stata una testimonianza grandissima di civiltà.
Proprio a Metaponto, il primo giorno, quando la polizia ci ha invitato a lasciare il presidio, con la minaccia di intervenire per mettere in atto le loro direttive, abbiamo protestato con la preghiera, abbiamo scongiurato il pericolo dell’attacco della polizia con la preghiera.
D’altra parte dobbiamo aggiungere che – nei giorni della protesta – la polizia quasi si confondeva con la gente; tanti poliziotti, carabinieri, erano del posto, ed hanno fatta propria questa protesta: mentre dovevano obbedire alle direttive dei loro superiori, dall’altro lato difendevano i loro diritti ed il futuro dei loro figli.
Secondo lei, c’era un colloquio tra i dimostranti e le forze dell’ordine?
Sì, un colloquio fatto di compagnia, per passare insieme le nottate, era una attenzione reciproca.

Nella parrocchia di Scanzano, intenta a costruire il presepe troviamo VITTORIA FALCONE.
Signora Vittoria, lei può descriverci con che animo le persone di Scanzano hanno affrontato questo impegno serio e importante?
Con un animo abbastanza “tragico”, perché non ci aspettavamo che succedesse proprio a noi questa brutta cosa, quindi è stato veramente un “colpo” per tutti quanti. Però devo dire che, nella tragicità, abbiamo affrontato il tutto con molta serenità, e ci siamo subito coalizzati e coordinati, e abbiamo attuato una protesta abbastanza ordinata, anche se nel nostro animo c’era tanta tristezza, e tanta rabbia. Eravamo convinti che non poteva succederci una cosa così tragica, qui, che è un paradiso, si vive benissimo, con molta tranquillità, dato che siamo gente tranquilla, non c’è delinquenza. Abbiamo una campagna, un territorio da fare invidia, qualcuno l’ha definito la “California del Sud”. Ci stavamo dando da fare perché prendesse piede il turismo – noi non siamo gente di mare, abbiamo conosciuto il mare da qualche anno – mi ricordo che da bambina quando sono andata al mare era una novità. Ci stavamo dedicando a questi progetti, e sono nate belle iniziative: abbiamo dei villaggi turistici, che stavano prendendo piede abbastanza bene: adesso è tutto rimandato – speriamo che vada a finire bene!
C’erano, quindi, progetti di sviluppo, di occupazione di benessere…..
Sì, sì, si stava avviando tutto questo, anche l’occupazione, abbiamo una bella scuola, l’Alberghiero, nelle vicinanze, e i nostri giovani si iscrivevano, si iscrivono, pensando di poter occupare i posti che si stavano creando nelle nostre zone: adesso è tutto rimasto così…….
campato in aria, speriamo……
L’augurio di tutta l’Italia è perché il vostro sogno si realizzi; mi scusi Signora Vittoria, qual è il suo lavoro?
Sono una insegnante, e durante la manifestazione mi sono occupata dei giovani, dei gruppi degli studenti che arrivavano dalle varie parti della Basilicata, degli studenti della mia Scuola, che sono tantissimi (insegno in una Scuola superiore) e che avevano bisogno di essere seguiti, sensibilizzati – se per noi è stata una novità, immaginatevi per i ragazzi…..avevano bisogno di istruzioni: cosa fare, la notte, il giorno, e via dicendo.

SALVATORE è un giovane di 19 anni, un po’ restio, ma lo intervistiamo lo stesso.
19 anni è una età di passaggio, verso una piena assunzione di responsabilità, hai avuto l’impressione che tutto quello che è successo toccasse proprio te?
Sì, ad esempio io sono un giovane che lavora al villaggio (turistico) di Scanzano, e con questa vicenda mi sono trovato in mezzo ad una strada, perché il turismo è la forza di Scanzano.
Stai già lavorando nel turismo?
Sì, lavoro al villaggio “PortoGreco” di Scanzano, e pensavamo che l’arrivo delle scorie avrebbe fatto chiudere tutto..
Hai avuto l’impressione che stavolta occorreva impegnarsi, anche lottare?
Sì, più lottare …. Per vincere questa battaglia – perché abbiamo vinto una battaglia, non la guerra – bisogna trovare un sistema per allontanare queste scorie dall’Italia, perché sono un pericolo per tutta l’Italia.
Immagino che fosse la prima volta che lottavi insieme ad altra gente….
Sì, è stata la prima volta che ci siamo trovati in migliaia di persone per manifestare e fare tutto questo. Se mi è piaciuto?, sì, è stata una bella esperienza, una esperienza di vita.

L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Troviamo un ponte fra pensiero e azione

Questo mese anziché focalizzare la nostra attenzione su un’azione esemplare, ci occupiamo di una non-azione, cioè di un’azione che non è stata fatta. E vogliamo capire il perché. Pubblichiamo nella rubrica un intervento del nostro Direttore Mao Valpiana (che ha subìto due processi per azioni nonviolente: blocco ferroviario contro un treno militare e blocco dei lavori contro uno scempio ambientale sul Lago di Garda; assolto in entrambi i casi). Sono considerazioni, nate dopo il Convegno sull’Europa neutrale dell’8 dicembre scorso a Venezia, sulla mancata azione nonviolenta che era stata prevista.

Non nascondo di essere rimasto deluso dal fatto che al termine del convegno di Venezia sull’Europa neutrale, non siamo riusciti a realizzare la manifestazione che avevamo immaginato: alcune decine di persone sul Ponte di Rialto con cartelli ed uno striscione sarebbero bastate per rendere visibile il nostro messaggio. Ed invece ci siamo arenati: non erano stati avvisati i giornalisti, non era stata fatta la comunicazione alla Questura, non c’erano i cartelli ne’ lo striscione.

Non voglio colpevolizzare nessuno, ma semplicemente evidenziare una mancanza collettiva. Il pensiero senza l’azione e’ inefficace; l’azione senza pensiero e cieca. Dunque dobbiamo trovare, anche per la campagna “Europa neutrale”, il giusto equilibrio fra pensiero e azione.
Il dibattito seguito alla proposta per l’Europa neutrale è stato ampio e articolato. A mio giudizio l’elaborazione fatta collettivamente ha raggiunto un buon livello di maturità. Ora si tratta di articolare i contenuti per una campagna vera e propria, e di individuare i luoghi e gli strumenti per un’azione volta a raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti.
Si badi bene che parlo semplicemente di azioni nonviolente, ed evito accuratamente il termine “azione diretta nonviolenta”, per non alimentare la confusione che si sta creando attorno a questo concetto. Senza dover scomodare le caricature o le mistificazioni – mi riferisco alle pseudoazioni fatte con caschi, volti coperti, scudi, e condite con insulti alla polizia -, rimango molto perplesso quando una minima, elementare, semplicissima iniziativa viene pomposamente presentata come “azione diretta nonviolenta”. Recentemente persino l’invito ad un volantinaggio per il 4 novembre è stato presentato come “azione diretta”; e si sfiora quasi il ridicolo quando anche una proposta di raccolta fondi per Lilliput viene presentata come “azione diretta di autofinanziamento”! C’e’ il rischio di creare equivoci e di perdersi in una grande confusione di termini.

Penso che la nostra campagna per l’Europa neutrale abbia a questo punto urgente bisogno di una iniziativa pubblica nonviolenta. Ancor di più dopo il fallimento del vertice di Bruxelles.
Immagino una esemplare manifestazione nonviolenta, condotta con rigore, chiara nel messaggio e nella simbologia, preparata adeguatamente da un digiuno, silenziosa piuttosto che chiassosa, propositiva piuttosto che contestativa, gioiosa piuttosto che rabbiosa, dialogante piuttosto che escludente.
Essendo una manifestazione pro Europa (disarmata, solidale, nonviolenta) possiamo immaginarla in un luogo simbolico come un confine dove si combattè nella prima guerra mondiale, magari in una di quelle trincee oggi trasformate in sentieri di pace; oppure ad un sit in sul Ponte Europa, fra Italia e Austria, oppure ad una camminata sul “sentiero Langer” nelle dolomiti. Sono tutti luoghi che evocano l’idea di pace, di incontro, e –particolare non insignificante- sono luoghi dove si può gustare la bellezza della natura europea. Se cosi’ fosse potremmo programmare questa azione in un fine settimana fra la primavera e l’estate, prima delle prossime elezioni europee del 13 giugno. Immaginare e realizzare una simile iniziativa è certo poca cosa; ma è già un modo per passare dal pensiero nonviolento sull’Europa, all’azione nonviolenta per l’Europa.
Mao Valpiana

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Monopoli al contrario
Per giocarsi il denaro

Da una decina d’anni aderisco, con la mia famiglia, alla campagna “Bilanci di Giustizia”. L’adesione alla campagna consiste, in poche parole, nel cambiare una parte del proprio bilancio familiare con criteri di giustizia per sé, gli altri, l’ambiente, oltre a sviluppare una grande attenzione alla propria qualità della vita.Detto così sembra un’impresa titanica, ai limiti dell’impossibile, complicata anche per un supereroe dei più determinati. A pensarci bene, sembra anche una cosa seria, serissima. E lo è, effettivamente, ma io trovo che il bilancista sia serio, ma senza essere serioso. Tanto che negli ultimi incontri nazionali, per esempio, abbiamo fatto dei gruppi di lavoro su temi che andavano dalla spiritualità ai saponi fatti in casa, dal rapporto con la politica alla cucina vegetariana passando dall’introduzione al sistema Linux e all’uso quotidiano della bicicletta. Insomma, si può provare a cambiare il mondo cominciando a cambiare noi stessi e il nostro stile di vita.Quest’anno siamo andati oltre. Abbiamo, diciamo così, lasciato il nostro mare “tranquillo” fatto di statistiche, conteggio delle spese, incontri conviviali e di confronto sugli stili di vita per passare le Colonne d’Ercole e accogliere una nuova sfida: giocare e far giocare. Sì, giocare a fare i “bilancisti”, con un vero gioco da tavolo, con tabellone, dadi e tutto il resto. Possiamo giocare con un banale monopoli ed essere costretti a rincorrere la ricchezza che mettiamo in discussione nella vita di tutti i giorni? E come possiamo, noi che siamo attenti ai valori della giustizia, della pace e della solidarietà, parlare di questi temi con i nostri amici senza che questi ci ripetano con aria annoiata “lo sappiamo, ce l’hai già detto.” ?Beh, oggi un altro gioco non solo è possibile, ma c’è già: è il Bila-gioco, che come sottotitolo ha “voglio una vita spericolata”, non come quella di Steve McQueen della famosa canzone, ma come quella di chi si spende ogni giorno nel consumo critico, nell’obiezione alla guerra, nella difesa dell’ambiente e comunque per rendere questo mondo più giusto ed accogliente per tutti. E’ una vita spericolata perché necessariamente, come quella dei salmoni che nuotano controcorrente, va nel verso opposto in cui si muove la massa dell’acqua che scorre senza farsi domande.Sulla scatola del gioco, oltre al titolo c’è anche indicato un commento significativo: “immaginare la nostra quotidianità mettendo al primo posto la qualità della vita e non il denaro: si può cominciare giocando!”. E’ tutto un programma, vero? Il gioco consiste in una specie di monopoli, con una lunga serie di caselle che provocano eventi diversi secondo la casella stessa.
Generalmente questi eventi portano a guadagnare o spendere dei soldi (la moneta ufficiale del gioco è il “bilancino”, tanto per riderci su) oppure a vincere o perdere dei punti in qualità della vita. E’ proprio questa la soluzione direi rivoluzionaria (passatemi l’espressione entusiasta) del gioco: mettere in risalto come comportamenti “virtuosi” comportino un miglioramento della qualità della vita, alla luce dell’esperienza decennale della campagna Bilanci di Giustizia.
Tutti gli eventi e le caselle indicate hanno un nesso logico che viene spiegato, casella per casella, alla fine del libretto delle istruzioni, perché il gioco ha come prima aspirazione quella di essere un mezzo di “formazione”. Nel Bila-gioco tutto ha un perché, tranne il punteggio che si riesce a fare con i dadi. Le caselle riflettono molti dei temi che stanno a cuore a chi aderisce ai Bilanci di Giustizia e a chi ha a cuore le sorti di questa umanità: banche armate, risparmio etico, rifiuti, marcia della pace, commercio equo, pubblicità, Tobin tax, centrale nucleare. Sono solo alcune delle caselle presenti sulla plancia di gioco e che ci ricordano temi su cui dibattiamo ogni giorno. Esagerando un po’, potrei dire che questo gioco è uno spaccato dei sogni e dei desideri di un mondo migliore di questo. e allora cominciamo almeno a godercelo giocando! Alla fine, ci sarà anche un vincitore, anche se non è indispensabile: per riprendere quanto scritto sulle istruzioni “quello che è importante è che ciascuno riporti nella propria vita i temi trattati in modo che la vittoria sia i tutti”: insomma, se finite la partita con un sacco di soldi ma non siete riusciti a vincere, non arrabbiatevi: non è quello che cerchiamo ogni giorno?
Siamo pronti quindi a provare a giocarci? Basta un po’ di pazienza e la voglia di giocare.
Buon divertimento!

Patrizio Suppa
Campagna Bilanci di Giustizia

Info: Campagna Bilanci di Giustizia, via Trieste 82/c 30175 Venezia
Marghera – tel. 041-53.81.479 – fax 041-53.88.190 – email
segreteria@bilancidigiustizia.it  – sito: www.bilancidigiustizia.it

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Traffici di armi e rifiuti hanno ucciso Ilaria Alpi

Il 24 marzo di dieci anni fa, a Mogadiscio, la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi veniva uccisa assieme al suo collega cameraman Miran Hrovatin da un commando di sette persone. Il somalo Hashi Omar Hassan è attualmente l’unico condannato per aver preso parte all’assassinio, ma chi sono stati i mandanti, e soprattutto il movente del vile gesto, sono interrogativi rimasti finora senza risposta.
Ilaria aveva appena compiuto 32 anni. Parlava correttamente l’arabo e sapeva muoversi tra la gente per raccogliere informazioni di non facile reperibilità. Dal giorno della caduta del dittatore Siad Barre, nel 1991, la Somalia era diventata una terra di nessuno dove i più loschi traffici trovavano accoglienza e riparo. E siccome quel paese aveva storicamente una forte presenza italiana, era inevitabile che qualche nostro connazionale si trovasse invischiato in questioni che definire ripugnanti è ancor poco.
Nel dicembre 1992 l’operazione Restore Hope aveva portato gli USA a sbarcare nel paese per cercare di ristabilire l’ordine pubblico. Successivamente si era accodato il contingente militare italiano Ibis, che tra le altre cose si era patriotticamente messo in evidenza per le torture inflitte ad alcune donne e uomini somali, come poi svelato nell’estate del 1997 dalla rivista Panorama. Forse Ilaria aveva già scoperto cosa combinavano i nostri commilitoni: aggregatasi al contingente, era diventata amica del maresciallo Francesco Aloi, che al settimanale confermò di aver casualmente assistito con lei ad episodi di violenza da parte dei suoi militari.
Ma ben altre erano le piste che Ilaria stava battendo: saputo che a Bosaso, città portuale del Nord, era stata sequestrata la Faarax Omar, una nave facente parte di una flotta di 5 pescherecci regalata dalla Cooperazione Italiana alla Somalia, andò ad intervistare l’equipaggio e venne a sapere che, nonostante ufficialmente le navi si occupassero di pesca e di trasporto del pesce, venivano spesso trasportate armi destinate ai signori della guerra locali. Musa Boqor, uno di questi, laureato in Legge a Padova, le disse inoltre di aver saputo che alcune navi servivano anche per un altro traffico illecito: il più colossale progetto di smaltimento di rifiuti tossico nocivi mai ideato, il “Progetto Urano”. Secondo la deposizione del faccendiere Gianpiero Sebri davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Roma, a sovrintendere le operazioni era un losco italiano, che ritroviamo ad accorrere per primo sul luogo dell’agguato ai due giornalisti italiani nel marzo 1994: Giancarlo Marocchino.
Costui, già espulso dalla Somalia nel ’93 per sospetto traffico di armi, venne descritto dal generale Carmine Fiore, all’epoca comandante del Contingente italiano in Somalia, come un personaggio che disponeva di una forza armata personale di almeno 400 uomini e che aveva reso grandi servizi al corpo di spedizione italiano in Somalia. Coincidenze? Certo che il traffico d’armi in quegli anni rappresentava in quel paese una fonte di guadagno almeno pari a quella della droga, ma forse quello dei rifiuti lo superava per dimensioni. Le aree debitamente attrezzate per “lavorare” questi materiali comportano alti oneri economici. «Smaltire correttamente rifiuti solidi urbani oggi in Italia costa 150 – 400 lire al chilo; smaltire rifiuti pericolosi, a seconda della categoria, può andare dalle 1.000 alle 10.000 lire al chilo», spiega Massimo Scalia, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse.
La criminalità organizzata si dimostra sempre più interessata a gestire questo business, che assicura una buona redditività e comporta pochi rischi, dal momento che le violazioni sono perseguite con scarso rigore. Secondo una stima attendibile, il traffico illecito dei rifiuti frutta – solo per quel che concerne l’Italia – circa 3 miliardi di euro. Cantieri stradali, vecchie cave e miniere, angoli di deserto presidiati da miliziani agli ordini dei warlords: sembra che ogni luogo oscuro disponibile in Africa sia stato analizzato e, spesso, sfruttato in questi anni da faccendieri senza scrupoli in contatto con i servizi segreti di mezza Europa, compresi quelli italiani. In questo scenario, una giornalista poco più che ragazzina con molta voglia di indagare per rispondere al diritto di cronaca non poteva avere vita facile. Venti marzo 1994, dieci anni fa: sembra passato un secolo. I genitori di Ilaria e noi tutti aspettiamo ancora di conoscere la verità.

GILBERTO GIL E I FIGLI DI GANDHI COLORANO IL FORUM SOCIALE A MUMBAI

Il quarto Forum Sociale mondiale a Mumbai in India, si è chiuso con una canzone dedicata a Gandhi. Il ministro-cantante brasiliano Gilberto Gil non era lì come delegato ufficiale, ma è arrivato alla conclusione con tanto di chitarra e, assieme a un gruppo indiano, ha cantato canzoni in quattro lingue per celebrare la diversità delle culture che caratterizza i Forum sociali mondiali. Per ultima ha tenuto la sua “Filhos de Gandhi”, un tributo doveroso al Mahatma, chiamato in causa spesso durante le giornate del Forum, come ispiratore del movimento new-global: Gil immagina di chiamare a raccolta personaggi di antiche religioni per andare a vedere la terra che si colora come un grande carnevale, grazie alla proliferazione dei “figli di Gandhi”… Una visione suggestiva analoga a quella di Harry Belafonte, che non dobbiamo stancarci di ricordare come amico e compagno di lotte di Martin Luther King, fino ad esserne nominato esecutore testamentario.

Omolu Ogum Oxum Oxumaré
Mercador cavaliere di Bagdad
Signore di Bomfim fammi un piacere
Oh mio Dio del cielo sulla terra è carnevale
chiama la tua gente
e digli di venire giù
Per vedere i figli di Gandhi

(da:”Filhos de Gandhi” di Gilberto Gil)

E’ il primo carnevale mondiale
Balli e canti in tutto il mondo sarà una vera rivelazione
Chiudete il Cremlino chiudete il Congresso
Israele e Palestina, Ayatollah e il Papa
Principessa Diana e l’Ira improvvisano
Con un rasta di Tugo Bay
La Cia e il Kgb si scambiano segreti sotto l’albero di mango
Dirai che è pazzia ma è molto meglio della realtà
Impazziamo tutti e mettiamoci a saltare per salvare l’umanità

(Global Carnival da:”Paradise in Gazankulu” di Harry Belafonte)

VOCI PER LA LIBERTA’: CHI E’IL NEMICO?

Daniele Silvestri con la canzone “Il mio nemico” è stato premiato nel 2003 al concorso “Voci per la libertà”di Amnesty International come miglior brano sui diritti umani. “La canzone è nata dopo il G8 di Genova – ha detto l’autore – e l’ho terminata dopo l’11 settembre. Sono due eventi diversi, ma anche affini. “Il mio nemico” è il tentativo di leggere la realtà contemporanea in maniera non scontata. La mia canzone voleva stimolare tutti, al di là degli schieramenti, ad aprire gli occhi: il vero nemico non è di fronte a noi, ma siamo noi stessi quando ci arrendiamo alle ideologie e al business”.

Se vuoi tirare tira ma non sbagliare mira
Probabilmente il bersaglio che vedi
E’ solo l’abbaglio di chi da dietro giura
Che ha la coscienza pura
Ma sotto quella vernice ci sono squallide mura
La dittatura c’è ma non si sa dove sta
Non si vede da qua
Il mio nemico non ha divisa
Ama le armi ma non le usa
Nella fondina tiene le carte Visa
E quando uccide non chiede scusa
E se non hai morale e se non hai passione
Se nessun dubbio ti assale
Perché la sola ragione che ti interessa avere
E’ una ragione sociale
Soprattutto se hai qualche dannata guerra da fare
Non farla nel mio nome
Che non hai domandato la mia autorizzazione
Che non hai domandato la mia opinione

(da “Il mio nemico” di Daniele Silvestri”)

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Quattro registi italiani raccontano una Storia

A guardare i palinsesti dei festival internazionali del 2003, si direbbe che il cinema italiano ha riacquistato un forte interesse per la storia recente, che sembrava decisamente sopito nelle ultime stagioni.
Di fronte ad un dispiegamento di pagine di storia così massiccio, colpisce però la prospettiva eminentemente privata ed intimista.
Particolarmente illuminante è il prologo di “Buongiorno notte”, in cui la vicenda del rapimento Moro, con tutte le sue oscurità, i suoi misteri, le polemiche, le complessità del momento storico, viene ri(con)dotta al punto di vista di una giovane brigatista che – più che altro nel chiuso del covo/prigione – vede messe in crisi le proprie certezze: all’inizio del film vediamo una coppia di sposini cercare un appartamento, l’agente immobiliare descriverne le caratteristiche, l’uomo prendere le misure per la stanza del bambino – e il bambino arriva, in effetti, lasciato nel giorno fatidico alla giovane donna da una vicina in difficoltà – ma la natività attesa (nel libro compare a più riprese un unico testo marxiano: “La sacra famiglia”) è un’altra. Al posto di un bambino che esce dal ventre materno, c’è un padre rinchiuso in una prigione-utero; al posto dell’amore c’è l’odio, al posto della generosità di chi dà la vita c’è la ribellione, e l’atto estremo di chi la vita la toglie. La prigionia di Moro è vista come uno psicodramma famigliare, dove i brigatisti vengono rappresentati a tavola mentre mangiano la minestra e guardano la televisione.
La Storia si riduce ad un nocciolo duro umanistico, chiudendo al di fuori il contesto, astraendo la vicenda in un racconto che adotta volentieri cadenze oniriche: operazione interessante, che lascia però il dubbio che la Storia, in questo modo, non la si racconti ma la si neghi.
In un ambiente altrettanto claustrofobico e intimo si muovono i dreamers di Bertolucci. Il tanto annunciato film “sul ‘68” chiude i tre giovani protagonisti, subito dopo un prologo protestario e cinefilo, in un appartamento impermeabile a qualsiasi intrusione esterna (che non sia, ancora una volta, il sogno del cinema) e non li lascia più uscire fino alla fine. Il ’68 diventa una privata scoperta del sesso e una soffice ribellione verso i padri, ma regressiva ed implosiva, fino alle soglie dell’autodistruzione. Per molti aspetti tematici affine ad un film di ormai un trentennio fa, “Ultimo tango a Parigi”, “The Dreamers” risulta un film affatto giovanile, dove la Storia, chiusa fuori dalla porta, rientra dalla finestra quando ormai, forse, è troppo tardi (non tanto per i personaggi quanto per il film stesso).
Anche in “The Dreamers”, dunque, al centro della narrazione e della simbologia del film si pone una famiglia immaginaria: qui i legami del sangue (i protagonisti sono addirittura fratelli siamesi disgiunti) si mescolano a quelli anche incestuosi del sesso in una comunione, stavolta panica e pagana, tra individui “eletti” dalla comunanza del sogno.
E una terza famiglia guida l’escursione di Giordana attraverso la Storia italiana ne “La meglio gioventù”: ai due fratelli protagonisti si affiancano genitori, sorelle, mogli, figli, cognati, nipoti, amici, che popolano un affresco che si estende per sei ore di film e per una quarantina d’anni di racconto (dal 1966 al 2003).
Al contrario dei film di Bellocchio e Bertolucci, il film di Giordana “esce” e respira di una dialettica tra vicende private/storia pubblica, interni/esterni che negli altri film si risolveva in una segregazione fisica e simbolica all’interno della quale i protagonisti cercavano la propria verità. Significativa è l’affollamento, in un elenco quasi foucaultiano, delle istituzioni sociali che circondano il nucleo famigliare: l’ospedale, la caserma, il carcere, la scuola, la polizia, guardate ogni volta con una puntualissima ambivalenza problematica.
Non ci sono famiglie invece in “Segreti di Stato”: la ricostruzione della strage di Portella della Ginestra e l’individuazione dei mandanti del bandito Giuliano (il comune movente anticomunista fa salire sul banco degli imputati del film i governanti italiani e quelli americani, la Chiesa e la mafia) si basa su documenti e materiali storici, dove poco o nessuno spazio è concesso alle vicende private e ai caratteri dei protagonisti. Il tentativo di Benvenuti è rigoroso ed utile alla discussione su una vicenda mai completamente chiarita, ma l’intento documentario lascia sul terreno come vittima il cinema: tra le reiterate ricostruzioni su plastici o con l’ausilio di figurine, alla fine l’unico vero momento cinematografico rischia di essere il colpo di vento che scompiglia le carte e manda all’aria la minuziosa ricostruzione.

Mauro Caron

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Storie di Resistenza con occhi di donna

“Siamo convinte…che compito primario della storia sia salvare dall’oblio, e indagare e ragionare sui motivi dell’occultato e del taciuto, contribuendo a produrre le modificazioni di mentalità e comportamenti indispensabili per imboccare seriamente i percorsi, utili a tutti, della democrazia paritaria”

Questo sintetico cenno al compito della storia, che ne illumina efficacemente l’intrinseca funzione formativa, è contenuto nell’introduzione al libro La resistenza taciuta, di Anna Maria Buzzone e Rachele Farina uscito per la prima volta nel 1976, più volte ristampato , recentemente aggiornato e riedito da Bollati Boringhieri.1
Perché parlare di questo testo nella rubrica Educazione? Perché, oltre ad essere ormai un classico sulla storia della Resistenza, si presta molto bene ad essere utilizzato nelle scuole in una prospettiva di educazione alla pace e di rilettura della storia da un’ottica della nonviolenza.
A suo tempo fu, infatti, un’opera pionieristica, perché racchiudeva in sé diversi primati:
Era il primo libro in cui si parlava dell’esperienza delle donne partigiane come soggetti protagonisti della lotta di liberazione e non semplicemente come attori secondari che ad essa avevano “contribuito”;
Faceva “debuttare la memoria orale negli studi sulla resistenza”, come scrive la storica Anna Bravo nella prefazione, perché era interamente fondato su interviste a dodici partigiane piemontesi che raccontavano la loro vita e la loro esperienza prima, durante e dopo la resistenza;
Mostrava in atto, prima ancora che nascesse il concetto di Resistenza Civile, forme di lotta disarmata, essenziali e indispensabili per contrastare l’occupazione tedesca e salvaguardare la vita in una società brutalizzata dal nazi-fascismo.
Su dodici donne intervistate, solo due avevano infatti usato le armi; le altre si erano occupate di tenere i collegamenti, di diffondere la stampa clandestina, di far circolare le informazioni, di organizzare reti di assistenza per i feriti, i perseguitati, i militari italiani sbandati dopo l’8 settembre 1943 che cercavano di sottrarsi alla cattura e all’internamento in Germania da parte dei tedeschi; si erano impegnate negli scioperi, nelle manifestazioni contro il carovita, negli assalti ai magazzini di viveri, avevano curato le onoranze funebri, come quelle, memorabili, delle sorelle Arduino, che si trasformarono in una manifestazione spontanea di protesta e di resistenza.
Nelle storie di vita raccolte ci sono anche episodi di difesa civile avvenuti in momenti precedenti della storia, come quello, esemplare, raccontato da Albina Caviglione Lusso, di “disarmo morale” della Brigata Sassari, mandata a reprimere lo sciopero operaio del 1920 a Torino:
“Attraverso una compagna che aveva un’edicola lì vicino, Gina Barbero,ci siamo rese conto che il 70 per cento di questi soldati era analfabeta…Vedendo che i ragazzi non sapevano neppure leggere
Gina si è offerta di scrivere a casa per loro; ha chiesto poi se avevano bisogno di qualcuno che cucisse o lavasse i loro indumenti. Sono stati felici di quest’offerta, ma noi mettevamo nei pacchi di biancheria in restituzione dei bigliettini con su scritto: “Non sparate: sono anche loro vostri fratelli!” Oppure: “Non sparate: combattono anche per voi!” Andavano naturalmente a farseli leggere all’edicola; e noi ci trovavamo lì e incominciavamo un discorso politico. Si è fraternizzato davvero, e alcune di noi hanno accettato anche l’invito di una passeggiata romantica. Nel borgo molti ci chiamavano, con rimprovero, le morose dei soldà. Ma la Brigata Sassari si è poi rifiutata di sparare contro i lavoratori e per questo è stata allontanata da Torino e smembrata. Ricordo la gioia che ha avuto, per questo successo, Rita Montagnana: “Non hanno sparato!” Era proprio entusiasta.”2
E’ proprio la valorizzazione di simili episodi che può contribuire non solo ad ampliare l’ottica storiografica facendo emergere il non detto, ma anche a produrre quei cambiamenti di “mentalità e comportamenti” necessari per poter pensare concrete e reali alternative di lotta, per un futuro liberato dalla guerra.

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Il servizio civile fatto a pezzi

Con la decisione n° 1276 pubblicata il 3 dicembre 1996, il Consiglio di Stato cambiò rotta rispetto a precedenti sentenze emesse sul problema dell’esistenza o meno di un’incompatibilità fra tossicodipendenza e diritto a svolgere il servizio sostitutivo civile come obiettore di coscienza. Con la suddetta decisione fu accolto un ricorso presentato dal ministero della Difesa e dal competente distretto militare, che chiedeva l’annullamento di una precedente pronuncia del Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.), favorevole invece a un aspirante obiettore. Il Consiglio sottolineava come sia noto che “sul piano sociologico e medico-legale esista un inevitabile nesso tra uso della droga e criminalità, sia per l’effetto disinibitorio della droga, sia per il continuo bisogno delle sostanze che facilita l’induzione al crimine”. Il fatto che il tossicodipendente sia “la prima vittima della propria scelta” sembra a questo punto “irrilevante”, perché la sua condizione è da considerare incompatibile “con la pretesa non violenza e con un servizio umanitario e alternativo”. Si tocca poi il fondo quando l’assunto di base è quello di aver frequentato persone dedite all’uso di sostanze stupefacenti, alla faccia dello Stato di diritto.” “Più che una sentenza, mi pare che ci troviamo di fronte a un giudizio politico”, affermò il presidente della commissione per la lotta alla criminalità e i problemi di droga della Regione Lazio, Angelo Bonelli. Egli osservava che “chi chiede di svolgere il servizio civile ha il diritto, indipendentemente dall’uso di droghe o no, di veder rispettata la propria coscienza” (1).
Il 16 dicembre la Direzione Generale della Leva inviò alla C.N.E.S.C. una lettera nella quale si autorizzava gli enti convenzionati a servirsi di obiettori senza l’obbligo di fornir loro vitto e alloggio, a patto che tali enti avessero finalità sociali, fornissero vitto e alloggio a un parte dei propri obiettori, assicurassero una presenza sul territorio nazionale e avessero un’esperienza gestionale di almeno tre anni senza aver mai dato adito a rilievi di sorta. Un Comune o un grosso ente poteva utilizzare il lavoro di giovani in servizio civile senza dover fornir loro vitto e alloggio, mentre tale privilegio era negato a enti di più ridotte dimensioni. La presa di posizione di Levadife sembrava dimostrare che l’obbligo residenziale per gli obiettori rientrava non in precise esigenze logistiche o in una parità di condizioni con quelle del cittadino militare, ma in una logica punitiva e deterrente nei riguardi di chi rifiutava di entrare a far parte dell’esercito (2).
Il 19 dicembre il ministro della Difesa Beniamino Andreatta dichiarò risolutamente che un esercito interamente professionale non era un obiettivo perseguibile, mentre si poteva introdurre una forma mista, che si sarebbe prestata “meglio alle esigenze del nostro Paese, per una pluralità di motivi strategici, politici e sociali”. Perciò il ministro dichiarò che con i suoi collaboratori stava “perfezionando un disegno di legge inteso a creare un servizio nazionale, civile e militare, ritenendo che vi possano essere vari piani sui quali si esercita il servizio alla Patria” (3).
Come promesso, la mattina del 22 gennaio 1997 giunse al Consiglio dei ministri un disegno di legge sul servizio civile, che fu approvato dal Governo. Le novità principali erano date dalla libertà di scelta fra servizio militare e servizio civile e dalla possibilità per le donne di accedere come volontarie a entrambi i tipi di servizio. Al servizio civile avrebbero potuto partecipare anche i cittadini stranieri residenti in Italia da almeno tre anni. Pertanto, secondo il disegno di legge, ogni ragazzo in età di leva avrebbe potuto scegliere se prestare il servizio civile o quello militare. Però non tutti coloro che sceglievano il servizio civile avrebbero potuto effettivamente svolgerlo, poiché le Forze armate avrebbero comunque avuto bisogno di un certo contingente; pertanto alcuni fra coloro che avessero scelto il servizio civile sarebbero poi stati chiamati a svolgere invece quello militare. “E’ facile comprendere come, in tale situazione”, ammoniva l’A.O.N. “saranno ben pochi gli arruolati che sceglieranno il solo servizio civile, senza dichiararsi obiettori (…). Nei fatti quindi questa legge sarebbe inapplicata e inutile, salvo la possibilità per i militari stessi di avviare al servizio civile chi non ritengano utile o ‘ideologicamente affine’ alle forze armate” (4). L’art. 6 precisava che entro sessanta giorni dalla data di arruolamento i giovani avessero la facoltà di indicare se intendevano semplicemente optare per il servizio civile oppure se volevano richiedere l’esonero dal servizio militare in quanto obiettori di coscienza. Questi ultimi sarebbero stati obbligati a svolgere il servizio civile, così come coloro che, pur essendo già stati arruolati, fossero finiti nella categorie degli esuberi (5).

MOVIMENTO
L’obiezione alle spese militari dell’Internazionale dei nonviolenti

War Resisters’ International, la rete internazionale pacifista di cui fanno parte organizzazioni di oltre 40 nazioni, e di cui il Movimento Nonviolento è sezione italiana, è stata chiamata in giudizio dall’Ufficio delle Imposte di Londra per essersi rifiutata di pagare le tasse per le spese militari. Il caso in questione fa riferimento alle tasse del 2002/2003. Dopo l’11 settembre e la conseguente “guerra al terrorismo” WRI ha iniziato questa forma di obiezione alle spese militari che consiste nel trattenere una quota dell’imposta sul reddito del proprio personale corrispondente alla percentuale del budget britannico impiegato per sostenere la guerra. Il Consiglio di WRI, tenutosi in Turchia nel 2001, aveva lanciato un appello a favore dell’obiezione di coscienza alla guerra e ai preparativi bellici, che comprendeva anche il rifiuto di contribuire alle spese militari attraverso le tasse. Questa posizione è stata motivata da WRI rifacendosi alla sua dichiarazione che risale al 1921, data della sua costituzione: “La guerra è un crimine contro l’umanità. Sono pertanto determinato a non sostenere alcun tipo di guerra e ad adoperarmi per l’eliminazione di tutto ciò che è causa di guerre”. Basandosi su questa dichiarazione l’esecutivo di WRI ha dato inizio a questa forma di resistenza a partire dal dicembre 2001.
“La nostra obiezione di coscienza, sotto forma di rifiuto di contribuire alle spese militari, è una logica conseguenza del nostro lavoro contro la guerra” spiega Andreas Speck, che si occupa delle campagne di obiezione di coscienza di WRI. “WRI si è sempre impegnata a sostegno dell’obiezione di coscienza, fin dal 1921, quando fu fondata. Noi che lottiamo così tenacemente contro la guerra – e non solo contro la guerra all’Iraq ma contro la guerra come principio – perché dovremmo contribuire con le nostre tasse agli oltre tre miliardi di sterline che il governo britannico ha speso per uccidere migliaia di iracheni? In questo caso la nostra coscienza ci impedisce di obbedire alla legge.”
WRI è dell’avviso che l’obiezione di coscienza alle spese militari debba essere interpretata come espressione dell’Articolo 9 della Convenzione Europea sui Diritti Umani – Libertà di pensiero, di coscienza e di religione, che peraltro fu incorporato dalla legge inglese attraverso il Decreto sui Diritti Umani del 1998.
Di fronte alla corte, il 9 febbraio 2004, WRI ha sostenuto questa posizione ma, sebbene il delegato (rappresentante) dell’Ufficio delle Imposte – Recupero Crediti abbia concesso di non essere preparato in materia di legislazione sui diritti umani, ha dichiarato che la legge in materia di tasse non concede alcuna forma di obiezione di coscienza e che, pertanto, la percentuale di tasse non versate da WRI avrebbe dovuto essere considerata dalla corte come un debito da assolvere e avrebbe dovuto ordinare a WRI di pagarlo.
I magistrati di Londra (City of London Magistrates Court) non hanno tenuto in considerazione nessuno degli argomenti presentati da WRI. Hanno respinto la richiesta della difesa di aggiornare il caso per ottenere un’udienza completa che potesse comprendere anche un discussione sui diritti umani e hanno emesso un’ordinanza di pagamento nei confronti di WRI.
WRI deve ora decidere se ricorrere o meno in appello.

(Traduzione di Flavia Rizzi)