Azione nonviolenta – Novembre 1998

Editoriale
10 DICEMBRE A PRISHTINA

L’argomento
LA 22^ TRIENNALE W. R. I. SCEGLIERE INSIEME LA PACE
Angela Dogliotti Marasso

SEMI DI NONVIOLENZA IN TUTTO IL MONDO
Giovanni Scotto

L’attualità
IL KOSOVO PUO’ SPERARE SOLO NELLA GUERRA…O NELLA PACE
Alberto Capannini

Campagna OSM
COSA ABBIAMO REALIZZATO IN 16 ANNI?
Piercarlo Racca

Pianeta India
TAGORE, POETA E FILOSOFO BENGALESE
Claudio Cardelli

Testimoni di pace
GIOCARE CON L’ARTE, PER EDUCARE I BAMBINI A FARE LA PACE
Loretta Viscuso

Obiezione
DOPO LA RIFORMA: LE SFIDE CHE CI ATTENDONO
Roberto Minervino

Galleria delle idee
UN DIFENSORE DEI CONSUMATORI E DEI LAVORATORI
Paolo Macina

Recensioni

MOBILITAZIONE PER I DIRITTI UMANI
Il 10 dicembre a Prishtina

Mai come in questo momento è così evidente il fallimento del ricorso alle armi per la composizione dei conflitti e mai come ora si fanno i conti con i limiti politici della Comunità internazionale nel costruire e mantenere la pace.

Da più di dieci anni in Kosovo è in atto un tentativo di cambiamento culturale della società albanese sulla linea della nonviolenza. Da più di dieci anni i leader politici albanesi bussano invano alle porte della Comunità internazionale per trovare una soluzione equa, secondo le leggi internazionali, al grave conflitto in cui si trovano coinvolti. Ma per la diplomazia degli Stati dieci anni di resistenza nonviolenta sono pochi: la nonviolenza viene interpretata semplicemente come moderatismo politico e situazione non a rischio. Anche in Kosovo, come in tutte le altre parti del mondo, solo le armi sembrano costringere la macchina internazionale a muoversi e così i focolai di guerra divampano avunque.

Per questo è necessaria una decisa e corale azione internazionale di società civile. Urge l’intervento dell’ONU con ampio mandato della Comunità internazionale, per raggiungere nel più breve tempo possibile almeno questi tre obiettivi:

cessazione immediata di qualsiasi azione armata
rientro dei profughi nelle loro case con garanzia di presenza internazionale
ripresa del dialogo con la presenza della mediazione efficace di rappresentanti dell’ONU o della Comunità internazionale.

10 dicembre 1998: 50 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. I diritti umani sono la carne ed il sangue, la vita quotidiana di tante persone. Non possiamo né solo ricordare, né solo celebrare quel giorno, ma mettere insieme il nostro impegno e per tutti.

La guerra è l’espressione più sistematica, più crudele e più istituzionale della violazione dei diritti umani.

Proponiamo una grande mobilitazione per i diritti umani in Kosovo e in tutte le altre situazioni di conflitto armato nel mondo, dandoci appuntamento a Prishtina il 10 dicembre 1998.

La mobilitazione si caratterizzerà e si realizzerà attraverso le attività di singoli e gruppi:

per coinvolgere i mezzi di informazione
per sensibilizzare la società
per valorizzare tutti i gesti e le iniziative delle singole persone e delle istituzioni per contribuire alla pressione politica sugli stati e sugli organismi internazionali.
per coordinare la presenza e la permanenza di gruppi di monitoraggio e di accompagnamento dei profughi in Kosovo.

Siamo coscienti dei tempi strettissimi, ma non possiamo rinunciare al tentativo di rispondere a un’emergenza che in Kosovo è già drammatica. Ci rivolgiamo con fiducia a tutti perché ciascuno dia il contributo che gli è possibile.

INFO: Pax Christi Italia, via Petronelli 6, 70052 Bisceglie (BA), tel. 0803953507 fax 0803953450

e-mail: pxitalia@diana.it

Michel Chossudovsky, La crisi albanese, Edizioni Gruppo Abele, pp. 96, L. 14.000.

Nel febbraio 1997 la crisi albanese scoppia sullo schermo dei principali media occidentali.

Una rivolta spontanea, di piazza, denuncia il crollo dei fondi truffa piramidali che avevano accompagnato negli anni i cosiddetti piani di arricchimento facile sostenuti dal governo albanese e apertamente sponsorizzati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale.

Nell’immaginario collettivo la crisi dell’Albania assume subito i tratti di un estremo tentativo della popolazione civile, attraverso i famosi comitati di salvezza di opporsi alla transizione verso una società caratterizzata da libero mercato.

In realtà le proporzioni della recessione dimostrano di avere confini molto più estesi, che dai legami tra Stato e criminalità organizzata si estendono fino all’Accordo di conferma del 1992, che lo stesso governo albanese aveva firmato con il Fondo Monetario Internazionale, nell’ambito di un ambizioso piano di riforme economiche e finanziarie.

Il saggio di Chossudovsky parte proprio da qui, andando alle radici di una crisi annunciata, ma equivocamente curata con la medicina economica delle istituzioni di Bretton Woods (il FMI e la Banca Mondiale).

Una cronaca lucida e documentata che non assolve le responsabilità delle grandi sovrastrutture internazionali anche se il movimento di protesta politica non ha identificato il ruolo giocato dalle istituzioni finanziarie internazionali e dagli interessi affaristici occidentali nello scatenare il collasso dell’economia albanese.

Ma allora quali sono i veri motivi che hanno portato l’Albania sull’orlo del disastro economico? In che modo i continui sbarchi di profughi sulle nostre coste sono stati manipolati dai media? Perché si è spesso taciuto sul legame tra crimine organizzato italiano e stato albanese? Perchè alcuni paesi stranieri hanno ancora il controllo sulle industrie strategiche albanesi e sulla infrastrutture locali.

WORKSHOP DELLE DONNE W.R.I.
Donne attraverso i confini

Una ventina di donne di diversi paesi (Bosnia, Croazia, Serbia, Gran Bretagna, Cile, Norvegia, USA, Italia) hanno partecipato al gruppo tematico. Questi i principali nodi emersi.

Rifugiati

Molti rifugiati sono donne e bambini, e molte donne, soprattutto nell’ex-Jugoslavia, lavorano con i rifugiati; questo tipo di lavoro è politico, non solo umanitario, anche se spesso si tratta di aiutare le donne nel soddisfacimento di bisogni fondamentali come la casa, la salute, l’istruzione per i bambini.

Dopo un conflitto le donne spesso si ritrovano ad essere una maggioranza, esse assumono perciò un ruolo cruciale nella ricostruzione della società.

Il lavoro con le donne rifugiate ha lo scopo di rafforzare la loro capacità di intervento nella direzione della difesa dei diritti umani e della costruzione della democrazia.

Bambini

Molte donne sono impegnate nella cura dei bambini e nella loro riabilitazione in seguito ai traumi subiti durante la guerra. Per esse è chiaro che i processi di socializzazione influiscono fortemente sul tipo di cultura di una società, in particolare consentono di identificare una società come pacifica o come violenta.

In molti degli attuali conflitti etnici gli adulti hanno ancora buoni ricordi di relazioni pacifiche con vicini, amici, insegnanti di un gruppo diverso, ma la pulizia etnica implica che la prossima generazione non avrà più questa esperienza. Questi bambini, diventati adulti, saranno più vulnerabili alla propaganda nazionalistica che demonizza gli altri gruppi se non si interviene ora in modo adeguato. Così anche l’impegno educativo assume una forte connotazione politica.

Trasformazione dei conflitti

Le donne si trovano in genere in una posizione privilegiata per poter “attraversare i confini”, dialogare con le comunità “nemiche”, costruire ponti. Esse infatti, non avendo grandi responsabilità politiche, essendo ancora in gran parte escluse dai luoghi del potere sono percepite come più affidabili rispetto alla possibilità di trovare soluzioni eque, come più oneste e disinteressate nella loro azione per fermare il conflitto, più aperte all’ascolto.

Questo elemento di forza è però nello stesso tempo anche un elemento di debolezza. Le buone soluzioni ed i progetti che le donne realizzano, spesso infatti non hanno molto sostegno e non possono essere sviluppati, proprio perché esse non hanno accesso alle “stanze dei bottoni”.

Le donne perciò hanno un duplice compito: quello di accrescere il loro peso politiche nello stesso tempo di cambiare le strutture e i processi politici stessi, dai modelli patriarcali a modelli democratici.

Empowerment

Donne uomini devono comprendere che assumere una prospettiva di genere significa riuscire a lavorare in modo più adeguato.

Gli spazi separati delle donne sono importanti per sviluppare il loro potere. Un esempio in tal senso è il programma delle Donne Costruttrici di Pace dell’IFOR.

Il processi di empowerment riguarda aspetti poco visibili ed interconnessi, come i diritti umani delle donne (compresi i diritti riproduttivi), la democrazia e la costruzione di culture di pace.

Genere

La violenza contro le donne e la violenza della guerra sono strettamente collegate; la tolleranza nei confronti della violenza contro le donne genera società in cui la guerra è inevitabile. Il problema è come affrontare questi processi senza che gli uomini si sentano minacciati; come aiutarli a comprendere che la loro liberazione è intrinsecamente connessa con la liberazione delle donne.

Per molte donne il lavoro per la pace è connesso con i problemi della vita quotidiana e della sopravvivenza. Sebbene si possa riconoscere che la guerra è un’attività contrassegnata dal genere maschile e le donne soffrano anche di specifiche forme di violenza sessuale in un contesto di guerra (vedi gli stupri etnici di massa), esse non sono solo vittime. Le esperienze delle donne, le loro capacità e punti di vista sono molto potenti e spesso sotto utilizzati nel prevenire e nel porre fine ad una guerra, così come nel costruire processi di pace. E’ perciò di vitale importanza che le figure di donne che sono state leaders per la pace siano ricordate e trasmesse nella memoria collettiva.

A.D.M.

BELGRADO, SERBIA, 1991 – 1998
Donne ancora in piazza dopo sette anni

Il testo del volantino distribuito in Piazza della Repubblica dove ogni settimana, da sette anni, si riuniscono le donne in nero di Belgrado

IO CONFESSO

la mia costante attività contro la guerra
che non ho condiviso i pesanti pestaggi delle persone di diversa etnia e nazionalità, fede, razza, orientamento sessuale
che ero presente all’atto cerimoniale con cui si mettevano i fiori sui carri armati diretti a Vukovar nel 1991 e a Pristina nel 1998
che ho sfamato donne e bambini nei campi profughi, nelle scuole, nelle chiese, nelle moschee
che ho spedito pacchi alle donne ed agli uomini nelle cantine di Sarajevo occupata nel 1993, 1994, 1995
che per l’intero periodo di guerra ho attraversato i muri degli etno-stati dei Balcani, poiché la solidarietà è la politica che interessa a me
che ho imparato la democrazia come sostegno alle sorelle, amiche, attiviste – donne albanesi,. donne croate, donne Rom, donne senza stato
che per prima ho rifiutato i criminali di guerra dello Stato in cui vivo e poi quelli degli altri Stati, perché considero questo un atto politico responsabile e civile
che in ogni stagione dell’anno ho insistito perché si mettesse fine ai massacri, alla distruzione, pulizia etnica, evacuazione forzata della popolazione, allo stupro
che ho avuto cura degli altri mentre i patrioti si curavano di loro stessi

Il 9 ottobre 1998 alle 18.30 in Piazza della Repubblica le donne in nero di Belgrado hanno reso visibile la loro resistenza non violenta alla guerra. Siamo tutte siamo donne in nero!

INTERVISTA AL PRETORE TORINESE RAFFAELE GUARINIELLO
Un difensore dei consumatori e dei lavoratori

Il virtuale Movimento Consumatori Critici persegue, assieme all’Associazione Consumatori Utenti e molti altri compagni di strada, gli obiettivi di dare dignità al lavoro delle persone del sud del mondo e ai consumatori del nostro paese. Abbiamo pensato di sentire il parere del Pretore Raffaele Guariniello perché pensiamo che persegua i medesimi obiettivi: se non nei metodi utilizzati, perlomeno nelle intenzioni e nei fatti.

Pretore del lavoro presso la Pretura Circondariale di Torino, sezione infortuni sul lavoro, Guariniello è salito diverse volte agli onori delle cronache per aver portato in tribunale aziende internazionali come Michelin, Fiat, le aziende petrolifere, la Moulinex e molte altre, colpevoli di non aver tutelato la salute dei propri dipendenti nei luoghi di lavoro, o addirittura di averli sottoposti a controlli vietati dalle più comuni regole lavorative. Per quanto riguarda la tutela dei consumatori invece, la sua opera ha portato all’individuazione di molte truffe nel campo dei medicinali, dei giocattoli e soprattutto in quello alimentare. Sue sono state per esempio le segnalazioni relative alla vendita di carne infetta durante l’esplosione del morbo della “mucca pazza”.

Intervista a cura di Paolo Macina

Partiamo da un dato di fatto. Attualmente, un consumatore che ritiene di aver subìto un’ingiustizia ha tre enti a cui rivolgersi per far valere i suoi diritti: la magistratura, le autorithy e i movimenti dei consumatori. Cosa ne pensa di questi ultimi? Sono un buon complemento ai primi due?
Ci sono anche gli organi di vigilanza preposti: per esempio, nella tutela degli infortuni derivanti da prodotti elettrodomestici ci si può rivolgere al Ministero dell’Industria, anche se si tratta sempre di un ente istituzionale. Il problema delle associazioni di consumatori è che molto spesso sono tagliate fuori dalle informazioni importanti, che permetterebbero loro di fare azioni concrete. Come fanno ad esempio a venire a conoscenza degli infortuni domestici? Bisognerebbe che le persone interessate si rivolgessero di più a loro, ma i più non sanno nemmeno dove si trovano. Sulla carta la funzione delle associazioni di consumatori è fondamentale, però bisogna tradurla in pratica. Il loro lavoro potrebbe essere ancora più importante se le associazioni si inserissero in un contesto che le consentisse di reperire le informazioni.

Il nostro movimento si occupa di problematiche legate al consumo che vanno un po’ oltre il rapporto qualità/prezzo che contraddistingue il lavoro delle altre associazioni di consumatori. Le elencherò alcune delle attività di cui il Movimento Consumatori Critici si occupa: finanza etica, consumo equo e solidale, gruppi di acquisto da produttori locali, campagne di pressione e boicottaggio. Ne conosce qualcuno? Ha qualche opinione in proposito?
Devo confessarle che fino ad ora non le conoscevo. Ma tutte le iniziative sono preziose, in particolare quelle che conducono ad azioni concrete, che non sono solo affermazioni astratte. Ci sono stati dei casi in cui noi abbiamo utilizzato le documentazioni che alcune associazioni possedevano, ma ho constatato che è raro che accada il contrario. Penso che questo atteggiamento sia sbagliato. Sarebbe bene che si rivolgessero a tutte le possibili autorità, per stimolare e combattere l’inerzia che le contraddistingue. Le associazioni inoltre non dovrebbero solo occuparsi di problemi specifici, ma dovrebbero anche porre il problema della politica che si segue nel nostro paese in materia di consumo e nel mondo del lavoro. Purtroppo le leggi attribuiscono la competenza in questo campo al Ministero dell’Industria, il quale a tutt’oggi non ha organizzato una effettiva vigilanza. Su questo bisognerebbe intervenire.

Ma dare le deleghe in questo campo al Ministero dell’Industria, non è un po’ dare al controllato la facoltà di fare il controllore?
Il fatto che la vigilanza sia stata data al Ministero dell’Industria è discutibile. Di fatto le leggi prevedono che sia questo Ministero che se ne occupi, e quindi bisogna che si dia da fare. Penso però che anche attribuendo le competenze ad un altro Ministero ci sarebbe la stessa inerzia, perché i problemi di mancanza di personale li hanno tutti.

Una associazione non governativa molto affine al nostro movimento per ideali e metodi di lotta, Greenpeace, ha deciso un’azione di boicottaggio contro la Chicco, per protestare contro l’uso degli ftalati nei giocattoli. Anche lei si è interessato allo stesso problema. Non pretendo che un uomo di legge sia favorevole a certe forme di protesta, ma lei cosa ne pensa? Le considera almeno legittime?
Noi dobbiamo partire dalla convinzione che ci sono le leggi che ci permettono di risolvere il problema. Bisogna che queste leggi non rimangano solo scritte sulla carta. Per far questo, ognuno ha i suoi strumenti.

Pensa sia probabile che, in un prossimo futuro, una legge come la nostra 626 sulla salute nei posti di lavoro possa essere esportata anche nei paesi del sud del mondo, oppure sarà più facile che venga rivista al ribasso in Italia, a causa degli influssi della globalizzazione?

Molto spesso i Paesi in via di sviluppo hanno le leggi più avanzate sul piano della tutela del lavoro. Il problema quindi non è di estendere le leggi, ma di metterle in pratica. E’ lo stesso problema che abbiamo anche noi in Italia, non occorre andare molto lontano per trovare mancate applicazioni alle normative.

Noi ci siamo proprio trovati di fronte ad una situazione del genere quando la Nike, dopo una campagna di pressione internazionale, ha accettato di seguire un codice di condotta a tutela dei suoi lavoratori, ma ha scelto personalmente l’organizzazione che avrebbe dovuto effettuarne il monitoraggio. Un’ultima domanda: ha scelto lei di occuparsi di diritti dei consumatori e dei lavoratori alla Pretura del Lavoro di Torino o è stato un caso?
No, è stato semplicemente un caso.

MAESTRI DEL PENSIERO INDIANO / 9
Tagore, poeta e filosofo bengalese

di Claudio Cardelli

Dopo la morte del sovrano Aurangzeb (1707), l’impero Moghul si frammentò in una costellazione di piccolo stati musulmani e indù. La loro debolezza diede agli Europei la spinta per tentare l’espansione nel vasto sub continente.

Sconfitti rapidamente i Francesi, la Compagnia inglese delle Indie nel 1757 assunse sul Bengala un controllo effettivo che estese progressivamente sul resto dell’India. Ebbe inizio, in tal modo, la lunga dominazione inglese sulla penisola indiana (1757-1947).

La lingua inglese penetrò tra le classi colte della società indiana, che spesso inviavano i figli a perfezionare gli studi in Inghilterra (si veda l’esempio di Gandhi).

Si sviluppò un vivace scambio tra la cultura inglese e quella indiana: un noto scrittore, Rudyard Kipling (1865-1936), nato a Bombay da genitori inglesi, trasse ispirazione dall’India per le proprie opere. Basti citare il romanzo Kim e i racconti dei due Libri della giungla.
La vita di Tagore

Rabindranath Tagore (Calcutta 1861-1941) apparteneva ad una delle più ricche e influenti famiglie del Bengala. Il nonno fu un attivo partecipante al movimento religioso Brahmo-Samaj (Società di Dio), fondato nel 1828 da Raja Rammohun Roy, che intendeva conciliare la concezione monoteistica di Dio con il panteismo indù, purificando l’induismo dall’idolatria, dall’eccessivo ritualismo e dalle caste.

Il padre di Tagore fu il capo di un ramo, da lui riformato, della Società di Dio e fondò l’eremo di Shanti Niketan (Asilo di Pace). Rabindranath istituì presso tale eremo una Università di tipo nuovo, dove si insegnavano in Sanscrito, il Bengali, l’inglese, le matematiche, le scienze fisiche e naturali, la storia, la geografia, la musica e le belle arti. All’ombra di grandi alberi, gli allievi si esercitavano nell’agricoltura, nel lavoro manuale e nella ginnastica.

Dopo l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1913, Tagore fu insignito dal Governo inglese del titolo di Sir ma non esitò a rinunziarvi nel 1919, quando i disordini del Panjab vennero brutalmente domati dalle truppe inglesi con la violenta repressione di Amritsar. Tagore incontrò varie volte Gandhi, ma non appoggiò apertamente il suo programma tendente all’indipendenza dall’Inghilterra. L’Oriente per il poeta ha molto da imparare dall’Occidente: le libertà individuali e sociali, il progresso civile; e l’Occidente dall’Oriente: la serenità, la pace dello spirito, il gusto della meditazione e del silenzio. Su questi temi è uscita in italiano la raccolta di saggi: Tagore, La civiltà occidentale e l’India, Boringhieri, Torino, 1986.
L’opera letteraria

Scrisse in due lingue: il bengalese e l’inglese; di molte sue opere preparò egli stesso le due redazioni. La vasta produzione del poeta e filosofo bengalese comprende romanzi, drammi per il teatro, raccolte di poesie. Compose anche le musiche che accompagnano le poesie: non va dimenticato che le poesie di Tagore sono fatte per essere cantate, non recitate o lette mentalmente. Si trattava di un canto teso a rasserenare, placare le passioni dell’anima.

Le raccolte poetiche più note in Italia sono: Gitanjali (Offerta di Canti, 1912) e Il Giardiniere, 1913. Tagore si ispira ai sentimenti che danno un significato alla vita: l’amore, la fratellanza, la presenza di Dio, il mistero della natura. Spesso, in Gitanjali si rivolge direttamente a Dio, come avviene nei Salmi biblici.

Presentiamo ora alcune liriche nella traduzione dall’inglese di G. Mancuso: Poesie, Newton Compton Editori, Roma, 1975.

Mi hai fatto senza fine
questa è la tua volontà.
Questo fragile vaso
continuamente tu vuoti
continuamente lo riempi
di vita sempre nuova.
Questo piccolo flauto di canna
hai portato per valli e colline
attraverso esso hai soffiato
melodie eternamente nuove.
Quando mi sfiora le tue mani immortali
questo piccolo cuore si perde
in una gioia senza confini
e canta melodie ineffabili.
Su queste piccole mani
scendono i tuoi doni infiniti.
Passano le età, e tu continui a versare,
e ancora c’è spazio da riempire.

(Gitanjali, 1)

Il giorno che la morte busserà
alla tua porta, cosa le offrirai?
Porgerò alla mia ospite la coppa
colma della mia vita, non lascerò
che se ne vada a mani vuote.
Tutta la dolce vendemmia
di tutti i miei giorni d’autunno,
di tutte le notti d’estate,
tutto quello che ho guadagnato,
tutto quello che ho spigolato,
nella mia vita operosa,
lo porgerò a lei,
quando alla fine dei miei giorni
la morte busserà alla mia porta.

(Gitanjali, XC)

Non andartene, amore, senza avvertirmi.
Ho vegliato tutta la notte, e ora
i miei occhi sono pesanti di sonno.
Ho paura di perderti mentre dormo.
Non andartene, amore, senza avvertirmi.
Mi sveglio e stendo la mano per toccarti.
Ti sento e mi domando: “E’ forse un sogno?”
Oh, se potessi stringere i tuoi piedi
con il mio cuore e tenerli stretti al mio petto!
Non andartene, amore, senza avvertirmi.

(Il giardiniere, XXXIV)

WAR RESISTERS’ INTERNATIONAL
Sulla guerra in Kosovo

La Triennale WRI ha discusso sulla guerra e la crisi umanitaria in Kosovo.
La conferenza ha criticato il modo in cui la situazione è stata gestita dai corpi intergovernativi e dai singoli stati:
la loro incapacità a garantire uno spazio per i negoziati durante il prolungato periodo di tempo in cui gli albanesi del Kosovo adottarono una corretta politica di azione nonviolenta.
L’aver considerato Milosevic garante della pace nella regione piuttosto che il maggior responsabile degli atti criminali perpetrati in nome del popolo serbo.
La loro insistenza che il problema dovesse essere dibattuto all’interno della Repubblica Federale Yugoslava.
Il rifiuto di quegli stati che hanno respinto i profughi della FRY (Repubblica Federale Yugoslava) e specialmente l’insensibilità di quegli stati che restituivano i Kosovi alla guerra e consegnavano i disertori nelle mani dell’esercito Yugoslavo.
La trama di menzogne intessuta dal Gruppo di Contatto al tempo in cui si necessitava di una esplicita e chiara spiegazione di che genere di azioni era in grado di prevedere e in quali circostanze – il che escluse una più ampia panoramica delle opzioni di risoluzione pacifica.
La conferenza ha sottolineato le conseguenze catastrofiche della violenta strategia dell’Esercito di Liberazione del Kosovo in risposta ad un regime spietato.
Oggi la necessità prima è fermare lo spargimento di sangue, appoggiare un sicuro e volontario ritorno dei profughi, creare le condizioni ideali per la ricostruzione e mettere in moto un processo per raggiungere una soluzione politica a lungo termine e la smilitarizzazione della regione.
Una soluzione a lungo termine richiede il riconoscimento dei diritti umani e politici di tutto il popolo del Kosovo. Il governo serbo ha reclamato il diritto di mantenere la sovranità sul territorio del Kosovo sulla base dell’integrità territoriale. Ma concordemente con gli standard internazionali un qualsiasi stato che muove guerra contro una parte della popolazione dovrebbe essere privato del sua legittimità e di conseguenza del suo diritto a governarla o a governare il territorio che abitano, e un gruppo etnico ha il diritto alla secessione da uno stato sotto il quale è sistematicamente perseguitato.
Perciò ci siamo rivolti all’UN e all’EU, e ai singoli stati, per far applicare una sanzione politica che hanno così a lungo evitato e che crediamo otterrà un impatto più utile delle sanzioni economiche: finché il governo Yugoslavo non sospenderà i suoi attacchi alle città e ai villaggi del Kosovo e non permetterà un completo controllo della situazione in Kosovo, e finché non aprirà una finestra di dialogo, mediata da organi internazionali, con le rappresentanze degli albanesi del Kosovo, la UN, l’Unione Europea e i singoli stati dovrebbero prontamente ritirare il riconoscimento al diritto dei serbi di reclamare l’integrità territoriale rispetto al Kosovo.
Avviare un procedimento per venire a conoscenza delle richieste di tutta la popolazione del Kosovo sul futuro del territorio.
La conferenza ha preso in considerazione una gamma di proposte per una soluzione nonviolenta in risposta all’attuale situazione.

A decorrere da subito:

ci appelliamo agli affiliati del WRI (War Resisters’ International) e ai gruppi pacifisti in Europa per prendere in considerazione un picchettaggio delle ambasciate o i consolati della FRY, a cominciare dal 21 ottobre allo slogan “Fermate la guerra in Kosovo”.

consigliamo che un ulteriore obiettivo per le azioni di protesta prenda in considerazione occasioni a cui prendano parte gruppi rappresentanti della FRY.

Abbiamo urgentemente bisogno di un miglior sistema per tenere in contatto tutti i NGOs internazionali che si adoperano sul problema del Kosovo.
Dobbiamo urgentemente supportare le iniziative contro la guerra degli antimilitaristi e dei gruppi pacifisti in Serbia e le voci nonviolente in Kosovo, compresi quei serbi e altre minoranze che si oppongono alla politica di Belgrado e desiderano vivere in pace con gli albanesi.
Ci appelliamo a tutti gli stati affinché riconoscano il diritto di asilo politico ai profughi del Kosovo e ai war resisters della Repubblica Federale Yugoslava.

8. A lungo termine

ci appelliamo agli affiliati del WRI e alle associazioni pacifiste per supportare maggiormente l’operato del Team di Pace Balcanico (Balkan Peace Team) per il dialogo interetnico e per incoraggiare una serie di iniziative per una società civile –specialmente per contribuire a raccogliere dei validi volontari, e rafforzare i fondi del BPT.
Chiediamo agli affiliati del WRI di prendere in esame altre iniziative d’intervento internazionale a carattere nonviolento e di supporto ai gruppi locali quando questi poggino su richieste di persone coinvolte nella situazione e organizzate in stretto rapporto con essi.

(Howard Clark, War Resisters’ International,
Trad. di Alberto Corradi)

OBIETTORI PIGNORATI
Libri e quadri per la pace

E’ ormai il nono anno (dall’obiezione del 1982 per la dichiarazione dell’anno precedente) che veniamo pignorati per l’obiezione di coscienza alle spese militari. La nostra obiezione puntava, e punta tuttora, al raggiungimento di tre obiettivi: 1) il riconoscimento dell’importanza, per il nostro e per altri paesi, dell’organizzazione di una difesa nonviolenta; 2) il diritto, per gli obiettori di coscienza in servizio civile, di partecipare a missioni di pace all’estero; 3) il diritto, per il cittadino, di pagare per una difesa nonviolenta invece che per una difesa armata. I primi due di questi obiettivi sono già stati raggiunti con l’approvazione della nuova legge per l’obiezione di coscienza al servizio militare che prevede la ricerca e la sperimentazione di forme di difesa civile non armata e nonviolenta, e la possibilità, per gli o.d.c. in servizio civile di partecipare a missioni di pace all’estero, come ad esempio quelle finalizzate alla prevenzione dell’esplosione di conflitti armati. Per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro atto di disobbedienza civile e da quest’anno nella nostra dichiarazione non figura più la voce “detrazione per O.S.M.”. Ma come stimolo al raggiungimento del terzo obiettivo, per le obiezioni già fatte negli anni precedenti, continuiamo a ricorrere al pignoramento ed alla vendita all’asta anche se questa strada, ci comporta un pagamento, a causa della mora e del fatto di aver già dato quella cifra per progetti di pace, di quasi tre volte superiore a quello che avremmo pagato al momento dovuto. Per cercare di ridurre questa spesa “aggiuntiva” abbiamo deciso di pagare direttamente la metà della cifra che ci viene contestata, ma di cercare di recuperare almeno parte della restante somma attraverso la vendita di libri sulla pace e la nonviolenza, ottenuti con sconti, e di quadri o sculture donateci dagli autori come appoggio alla nostra lotta.
Annaluisa ed Alberto L’Abate

Firenze

DOPO LE 35 ORE…ARRIVANO LE 36
Orario di servizio: una risposta chiara!

Il Ministro Andreatta, in risposta all’interrogazione parlamentare n 4-15764, del 14.09.98, presentata dagli On. Chiavacci e Ruzzante, dichiara, tra l’altro, che ” … per nessun lavoratore dipendente è previsto un orario di servizio superiore alle 36 ore settimanali, la Difesa provvede costantemente a sensibilizzare gli Enti convenzionati affinché si attengano anche per gli obiettori a tale orario di servizio. Tuttavia, per particolari esigenze d’impiego, l’orario potrà essere protratto fini ad un massimo di 40 ore settimanali. Il superamento del predetto monte ore non consentirebbe, tra l’altro, agli obiettori di coscienza la fruizione di un periodo sufficiente di ore libere dal servizio.”

Finalmente il Ministro fa chiarezza e conferma ciò che noi andiamo sostenendo da anni.

A questo punto la parola passa agli obiettori in servizio, i quali, finalmente supportati da una dichiarazione ufficiale, potranno aprire contenziosi in tutti quegli enti che richiedessero orari di servizio superiori, di norma, alle 36 ore e, in casi eccezionali, alle 40.

Attendiamo segnalazioni in merito.
BRUNO MUNARI (1907-1998) ARTISTA E DESIGNER, E’ MORTO A MILANO IL 30 SETTEMBRE
Giocare con l’arte, per educare i bambini a fare la pace
di Loretta Viscuso

Quando ho saputo della scomparsa di Bruno Munari, ero a Faenza, al Museo Internazionale della ceramica e stavo frequentando uno dei laboratori ideati da lui: “Giocare con le parole”.

Mi piacerebbe, giocando con le parole, riuscire a dare l’idea di cosa succeda nei laboratori che usano il metodo ‘giocare con l’arte’, da lui ideato, e mettere a fuoco il legame esistente tra questo metodo e l’educazione alla pace.

In molte scuole materne ed elementari per le attività artistiche, si mettono in mano ai bambini un insieme di strumenti e tecniche molto limitato: pennarelli e plastilina. Per la pittura solo tempera. Molti bambini, che magari non sentono questi mezzi adatti alla loro sensibilità, stancamente elaborano qualcosa.

Qualche volta la scuola si incarica di “educare” la loro fantasia costringendola a rispettare gli schemi dell’insegnante.

Il problema è dare a ciascuno la possibilità di usare il “suo” mezzo espressivo, che non può essere uno per tutti.

E’ indubbio che una persona creativa possieda una propria particolare elasticità mentale e prontezza nel capire i problemi. Già in età prescolare si può quindi cercare di stimolare la creatività preparando per le prossime generazioni uomini e donne più liberi, più pronti a capire, e ad adattarsi a qualunque situazione.

“E’ quasi impossibile” dice Munari “modificare il pensiero di un adulto, allora dobbiamo occuparci dei bambini. Gli uomini e le donne che formeranno la società futura sono già qui ed hanno 3 anni, 5, 7… Se noi ci occupiamo di cambiare la società in meglio, dobbiamo occuparci di questi individui che sono già qui con noi.”

Queste idee, e molte altre ancora, portarono alla realizzazione, nel 1977, del primo laboratorio di gioco con l’arte alla Pinacoteca di Brera a Milano.

Da allora di laboratori di questo tipo ne sono sorti molti in tutto il mondo. In Italia: Faenza, Prato, Milano, Verona, Trieste…

Cosa succede dentro queste stanze?

Proviamo ad aprire la porta, vediamo una insegnante con un pennarello in mano.

Sta facendo vedere quanti tipi di segni diversi si possono fare se si cambia il modo di impugnare il pennarello, la velocità, la pressione o il materiale su cui si fanno i segni. Fare arte non significa procedere a caso, non avere regole, esiste, come in tutte le cose che si imparano, anche qui una grammatica: dell’educazione visiva. E’ partendo proprio dalla conoscenza di questa grammatica, e quindi accettando queste regole, non come dei limiti, ma come dei punti di partenza, che i bambini procedono nella loro sperimentazione.

Subito diventa un gioco, e i bambini iniziano a tracciare segni senza complessi, senza paura di sbagliare. Vogliono provare tutto, sperimentare quello che c’è. L’insegnante ha avuto l’attenzione di fare vedere loro con cura ogni possibilità nell’uso dello strumento. Dopo una prima fase di effetti casuali, alcuni bambini cominciano a volere fare qualcosa di preciso, usando quello che hanno appena provato a fare.

L’insegnante non ha suggerito temi particolari ed ognuno fa qualcosa di diverso. Due piccoli guardano per un po’ i più grandi. Marta, 7 anni, scopre che il pennarello si può tenere con due mani e che lo si può fare rotolare sul foglio. Tutti si fermano, guardano, vogliono provare anche loro. La scoperta di uno diventa ricchezza di tutti.

Qualcuno è più lento, chi ha già finito, si avvicina disponibile ad aiutare.

Sui disegni finiti non ci sono giudizi di valore: sono diversi.

Qualcuno vuole forse dire qualcosa sul suo lavoro?

Ognuno torna a casa con qualcosa in più, leggero.

Qualche volta i laboratori sono condotti con bambini di età diverse, proprio per favorire un clima di cooperazione. Oppure qualche volta genitori e figli giocano insieme a creare qualcosa.

Ogni volta un esperimento diverso: un giorno si può giocare con gli acquerelli, a fare pittura delicatissima, un’altra volta giochiamo con i pigmenti e le uova e facciamo la tempera all’uovo. Si possono usare le spugne, le riviste per fare dei collage, tante cose per fare delle piccole sculture (sassi, paglia, rami, polistirolo, …). Si può giocare con la propria foto e le carte trasparenti, oppure con la luce del proiettore…

SI E’ SVOLTA IN CROAZIA A SETTEMBRE
La XX° Triennale W.R.I.
Scegliere insieme la pace
di Angela Dogliotti Marasso

Lo scorso settembre, dal 19 al 24, si è svolta a Parenzo, in Croazia, la XX° Conferenza Triennale della War Resisters’ International, l’associazione internazionale di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana, fondata da gruppi di obiettori di coscienza e antimilitaristi di diversi paesi europei nel 1921 in Olanda.

E’ stato un appuntamento importante per riallacciare collegamenti a livello internazionale e stabilirne dei nuovi, per confrontarsi su alcune questioni all’ordine del giorno nella lotta per la pace oggi e definire gli impegni prioritari di una movimento che ha nella nonviolenza il suo fondamento e la sua ragione d’essere.

Circa 300 partecipanti da ogni parte del mondo, tra cui una folta rappresentanza di persone provenienti da Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia, Slovenia, Voivodina, e in sessioni plenaria, gruppi tematici di approfondimento e workshops. Si è discusso di democratizzazione delle aree colpite dalla guerra, di identità e conflitto di nuovi sviluppi del servizio militare, di movimenti dal basso e processi di pace, di azioni delle donne per la pace attraverso i confini…

Una giornata, è stata dedicata a mettere a fuoco il lavoro per la pace da una prospettiva di genere: tutti i gruppi tematici si sono concentrati sugli aspetti relativi alle diverse esperienze di donne e uomini in relazione all’argomento trattato, ed i workshop della giornata avevano come temi “mascolinità e femminilità”, violenza e genere, mascolinità e militarismo, genere e linguaggio del corpo…

I gruppi di lavoro avevano un carattere più specifico e orientato all’azione: il piano strategico della WRI, le reti telematiche, il programma delle donne peacemakers dell’IFOR, il servizio civile come satrumento di intervento nonviolento, il training nonviolento e l’educazione. Alcuni di essi avevano carattere regionale, per analizzare la situazione in alcune aree; i gruppi di lavoro sull’Africa, su Timor Est, sull’Indonesia, sul Kossovo, sul BalKan Peace Team…

La questione del Kossovo è stata discussa in diversi momenti ed è stato oggetto di un documento votato dal Consiglio della WRI (vedi a pag. 6).

Al termine delle 5 giornate si è aperta la fase organizzativa interna, con la prima riunione del nuovo Consiglio, eletto durante il Congresso.

Negli ultimi anni abbiamo seguito meno la vita interna della WRI, dovremmo riprendere un impegno più assiduo, come ci chiedono, sia per dare alla ricca esperienza italiana una dimensione più ampia, sia per ricevere dal contatto internazionale, stimoli e contributi per un sempre più adeguato impegno nella prospettiva della lotta pere la pace e della rivoluzione nonviolenta.

PROSEGUE IL DIBATTITO SULLA NUOVA LEGGE 230/98
Dopo la riforma: le sfide che ci attendono

di Roberto Minervino

La riforma della Legge 772 ha richiesto, al movimento degli obiettori e delle associazioni nonviolente ed antimilitariste, più di un quarto di secolo di lotte e iniziative ma, il nuovo quadro legislativo, presenta ancora aspetti fortemente contraddittori; infatti, la legge 230/98:

è una brutta legge dal punto di vista dei principi e delle intenzioni;

è una buona legge perché riconosce, finalmente, la pari dignità tra difesa armata e non armata ed impegna gli organismi istituzionali ad avviare ricerca e sperimentazione su questa strada.

E’ necessario, quindi, riconoscere nuovi terreni di intervento e, contemporaneamente, identificare possibili alleati, tra i soggetti coinvolti da questo “nuovo” servizio civile; diventa perciò indispensabile:

confrontarci con i profondi cambiamenti culturali e politici che hanno attraversato, dagli anni 70 ad oggi, il mondo giovanile e con esso la storia del servizio civile; cambiamenti di cui Legge 230/98 è il prodotto;

salvaguardare, dentro questo servizio civile, spazi per l’educazione alla nonviolenza e la costruzione della pace, consci che, al di là del giudizio sulla 230/98, sarà questo il servizio civile con il quale avremo a che fare almeno per i prossimi 10-15 anni;

non sottovalutarne le conseguenze per la formazione e l’educazione di intere generazioni.

Abbiamo scelto di non stare alla finestra e identificato tre momenti possibili di intervento.

L’opposizione al Nuovo Modello di Difesa.

Stiamo assistendo alla delega della gestione della difesa (armata o meno che sia) ai soli militari professionisti e, nel contempo alla rinuncia dell’esercizio di uno dei più importanti principi costituzionali: la partecipazione democratica e responsabile delle/i cittadine/i, ragione fondante dell’obiezione di coscienza.

Non si tratta di difendere il servizio di leva obbligatorio, bensì di rifiutare il concetto di delega su cui si basa la professionalizzazione della FFAA.

Un’occasione storica, unica e irripetibile, per incrinare parzialmente il monopolio militare della difesa, ci è offerta dalla legge 230/98, quando,

all’art. 8 comma 2 lettera e), dice che l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile avrà, tra gli altri compiti, anche quello di studiare, ricercare e sperimentare forme di difesa non armata e nonviolenta;

all’art. 9 prevede che gli obiettori possano chiedere di essere impiegati all’estero, in zone di conflitto, in missioni umanitarie ONU, ecc.

Il nostro impegno sarà quindi rivolto verso le istituzioni e gli enti, affinché questi punti qualificanti della legge siano di stimolo agli obiettori, per riflettere ed impegnarsi sui problemi della difesa e, al contempo, contribuiscano alla diffusione della cultura di pace.

La riflessione sull’intervento nonviolento per la risoluzione dei conflitti, sulle forze alternative di pace, sulla protezione civile, deve trovare, nel servizio civile, un terreno di studio e di sperimentazione.

2. Il rispetto dei diritti del cittadino obiettore e la piena realizzazione del diritto soggettivo.

Con le condizioni ostative, i limiti temporali per la presentazione della domanda, la poca chiarezza di molte sue parti, la legge 230/98 prefigura la possibilità che a molti, troppi giovani, venga negato il diritto all’obiezione di coscienza.

Aspettiamo di vedere se le rassicurazioni del Governo, tese a fugare queste nostre preoccupazioni, corrispondano effettivamente a verità e, nei rapporti con la futura Consulta Nazionale e l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, svolgeremo un’attività di controllo, non mancando di denunciare con forza eventuali storture.

Insisteremo e lavoreremo affinché l’informazione su Obiezione di Coscienza e servizio civile sia fatta in maniera corretta e capillare (così come previsto dalla legge), consci che una buona informazione è il primo passo per la realizzazione del diritto soggettivo.

3. La riqualificazione del servizio civile.

Sebbene il servizio civile abbia assunto connotati che poco hanno a che spartire con la cultura e la prassi nonviolenta ed antimilitarista, la sua riqualificazione è per noi un punto centrale.

Non intendiamo limitarci a denunciare l’uso improprio degli obiettori, perché l’esperienza di questi anni ci insegna che, molto spesso, l’uso improprio fa comodo a tutti: enti, obiettori, distretti militari, famiglie.

Il problema è capire se vogliamo, effettivamente, un nuovo servizio civile o se ci accontentiamo di un semplice adattamento del vecchio: qualche ente che, grazie a progetti e formazione, rende efficace il proprio servizio; alcuni, delinquenti, che sfruttano biecamente la situazione; un’infinità di piccoli abusi, grandi opportunismi, tanta noia e, alla fine, efficacia quasi nulla.

La nostra speranza è che il dialogo tra associazioni e Ufficio Nazionale possa finalmente eliminare gli episodi di malcostume, perché comunque non fanno bene a nessuno, ma ciò non basta: è necessario smascherare le operazioni di facciata; il dolce far niente in cui molti obiettori stanno comodi; impedire l’eccessiva frammentazione degli enti e la loro totale mancanza di progettualità; monitorare il territorio e le sue esigenze e da lì partire per costruire progetti efficaci e realmente utili; ricercare possibili sinergie tra enti pubblici e privati; forzare le Regioni ad avere un ruolo di coordinamento, di promozione e di vigilanza.

Bisogna evitare che il servizio civile diventi una sorta di periodo di transizione, tra scuola e mondo del lavoro, un vero e proprio apprendistato forzato, dalle regole confuse.

Il servizio civile deve essere scuola di cittadinanza (tra le cui materie deve avere priorità la cultura della pace, della solidarietà e della cooperazione), che non si esaurisca però negli interventi all’estero dei soli obiettori pacifisti: bisogna lavorare contro le violenze dell’emarginazione, del razzismo, della mafia e dell’intolleranza, a partire dal nostro paese, dalla nostra città.

Attraverso questo servizio civile, la risoluzione nonviolenta dei conflitti potrebbe diventare facilmente metodologia di uso comune, uscendo per sempre dal misero orticello degli addetti ai lavori.

Chiusa un’epoca, si tratta di costruire nuove e inedite alleanze, partendo da un progetto comune che conquisti le nuove giovani generazioni alla partecipazione, alla cooperazione, alla solidarietà, alla pace, alla cittadinanza.

Altrimenti, finiremo per trasformare il rifiuto della cultura militare, che i giovani esprimono attraverso le 54.000 domande di obiezione di coscienza, in un analogo rifiuto della cittadinanza, della solidarietà e della pace stessa.

Se non riusciremo a impedire questo, avremo perso tutti quanti: pacifisti, politici, istituzioni.

I vincitori sarebbero gli alfieri della non cultura della violenza, del disinteresse sociale, della sopraffazione e della guerra

Per e contro tutto questo, speriamo nei prossimi mesi di poter lavorare insieme

CAMPAGNA DI OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI E PER LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA
Da “non paghiamo per la guerra” a “paghiamo per la pace”

I rappresentanti di Associazione per la Pace, Lega per il Disarmo Unilaterale, Lega Obiettori di Coscienza, Movimento Nonviolento, Movimento Internazionale per la Riconciliazione e Pax Christi, riunitisi a Bologna il 6 settembre 1998 per discutere del futuro della Campagna OSM DPN dopo l’approvazione della Legge 230/98 “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza”

considerato

che l’approvazione della Legge 230/98, rende possibile muovere i primi passi verso la realizzazione di prime forme di sperimentazione e di ricerca di difesa non armata e nonviolenta;

che in assenza di un impegno continuativo ed efficace dei movimenti di base pacifisti e nonviolenti tale possibilità rischia concretamente di restare lettera morta, enunciato legislativo privo di seguito;

ritenendo importante perciò impegnarsi affinché si dia seguito a quanto previsto dalla Legge e dalle raccomandazioni approvate durante il dibattito sulla legge alle due camere;

ritengono necessario dichiarare CHIUSA

la Campagna di Obiezione alle Spese Militari nella sua forma di campagna di massa di disobbedienza civile, come conseguenza positiva dell’approvazione della Legge 230/98;

si impegnano conseguentemente per portare all’approvazione dell’assemblea OSM nazionale 1999 una proposta unitaria e organica che tracci i percorsi possibili per proseguire il lavoro svolto fino ad oggi, allo scopo di non chiudere insieme alla Campagna importanti terreni di lavoro politico che sono solo alla fase della sperimentazione.

Per proseguire le attività avviate in questi anni si impegnano a dare vita ad un Coordinamento tra Associazioni che presumibilmente diventerà riconoscibile nello slogan e nel logo:

PAGA LA PACE – LA PACE PAGA.

Campagna nazionale per un’alternativa nonviolenta allo strumento militare

Tale coordinamento estenderà le sue attività in due ambiti e direzioni:

A. Riconoscimento della democrazia (opzione) fiscale in materia di difesa.

In questo senso si promuoverà la costituzione di un osservatorio scientifico che verifichi sul piano della proposta politica e legislativa la possibilità di introdurre strumenti che consentano al contribuente di sostenere il modello di difesa militare o quello Nonviolento, le missioni di pace non armate all’estero, ecc…

Si promuoveranno inoltre, tutte le forme di fiscalità alternativa, attualmente già riconosciute, che consentono di finanziare le missioni di pace all’estero

B. Interventi di pace all’estero

Si chiederà l’introduzione del riconoscimento delle forme di diplomazia popolare nel progetto di riforma della legge sulla Cooperazione Internazionale

Si contribuirà alla formazione degli obiettori di coscienza disposti a prestare servizio in missioni di pace

Si stimolerà la formazione e organizzazione dei Corpi Civili di Pace, dei Caschi Bianchi, dei Volontari di pace e di tutto ciò che si possa configurare come elemento innovativo teso alla realizzazione di forze di pace alternative alle attuali forze militari.

C. Iniziative per il superamento delle spese militari e per sottrarre lo strumento difesa al monopolio militare

Si sosterrà con maggiore convinzione la Campagna Venti di Pace e tutte le Campagne politiche nazionali che lavorano alla riduzione effettiva delle spese militari, alla riconversione dell’industria bellica, contro il Nuovo Modello di Difesa e la presenza di basi militari straniere sul nostro territorio, per la diffusione dei diritti umani e la democratizzazione dell’ONU

Per denunciare puntualmente in tutt’Italia con iniziative pubbliche lo stato delle spese e dello strumento militare, si realizzerà un apposito Centro di Documentazione. Sforzi particolari andranno fatti in sede di discussione della legge finanziaria

Ritengono importante che nella nuova Campagna trovino spazio coloro che vorranno proseguire l’obiezione fiscale nella sua forma di atto di disobbedienza civile, e si impegnano a trasformare questi atti in momenti efficaci di propaganda e mobilitazione.

Per favorire il passaggio dalla Campagna OSM alla nuova iniziativa, propongono di affidare all’attuale Coordinamento Politico della Campagna, i seguenti compiti da svolgere nel corso del 1999:

il proseguimento del lavoro avviato negli ultimi due anni in relazione alla Rete nazionale Caschi Bianchi, Progetti di formazione OdC, progetto volontari di pace, campagna Venti di Pace e Centro di Documentazione su Strumento militare e spese militare ecc…;

la predisposizione per il 1999 di materiale informativo che illustri e propagandi la trasformazione in atto chiedendo da subito una prima forma di adesione contributiva;

la predisposizione di un progetto che contempli strumento, organismi e quanto altro necessario al lancio della nuova campagna da realizzare nell’anno 2.000

Un documento unitario che riassuma le seguenti proposte verrà presentato per l’approvazione all’assemblea OSM del gennaio 1999
Bologna, 6 settembre 1998

IL TESTAMENTO SPIRITUALE PER I SUOI LABORATORI
Educare i bambini a non fare i furbi

di Bruno Munari

Non mi piace l’idea di immaginare una anno nuovo ideale, un tempo ideale per i bambini come per i grandi, o di esprimere un augurio, un auspicio. Così come non mi piace quando chiedono ai bambini “tu la città come la vorresti?”. Finisce che si esprimono solo desideri, sogni. Occupiamoci invece della realtà. E la realtà è che il nostro paese non cambierà se non imparerà a educare le nuove generazioni. Bisogna che le persone si mettano insieme, facciano. Sono cambiamenti sul lungo termine, non si può pretendere che tutto si trasformi subito. E’ un lavoro difficile ma necessario. La nostra popolazione ha un grossissimo difetto: non ha il senso della collettività. Siamo un paese di furbi che cercano sempre di approfittare degli altri. E se noi non cambiamo la mentalità dei bambini, se non gli insegniamo che essere furbi è una scelta arida, non riusciremo ad aprire una via verso la civiltà.

Perché il nostro modo di vivere non si può certo dire civile: siamo nella barbarie, le recenti vicende del governo lo dimostrano. Allora, un certo signor Piaget ci ha insegnato che è impossibile cambiare la mentalità degli adulti, mentre sui bambini si può lavorare. E se si lavorasse bene, per dieci, vent’anni, ci si troverebbe quel famoso mondo civile bell’e fatto. Certo è difficile. Perché la scuola può fare tantissimo, ma se un bambini torna a casa e i genitori lo esortano a comportarsi da furbo, a imbrogliare per ottenere qualcosa, allora tutto finisce lì. Io posso fare un confronto tra i bambini giapponesi -sono stato in Giappone per i miei laboratori- e quelli italiani: i primi sono educati, puliti, attenti, sanno lavorare con le mani fin da piccoli perché fanno l’origami fin dalla scuola materna. Gli italiani sono superficiali, violenti, possessivi. Se trovano un oggetto, se ne impossessano subito, dicono “è mio, e guai a chi lo tocca”. Per un bambino giapponese se un oggetto è abbandonato, vuol dire che è di tutti, non di nessuno. Una bella differenza.

Una delle vie per crescere bambini nuovi è certo quella dei laboratori di creatività. Si prepara la mente a inventare invece che a procedere in modo ripetitivo, si escludono le soluzioni già fatte a favore di quelle trovate sul momento. E’ bello vedere l’entusiasmo dei bambini che si misurano con materiali sconosciuti, li scoprono, ci lavorano. Lo scopo è di abituare ciascuno di loro a risolvere da soli i problemi che gli si pongono. Senza bisogno di spiegar loro nulla. Non serve dirgli “fai questo, fai quello”. Se i bambini vedono qualcuno armeggiare con la carta, si incuriosiscono, vogliono provare anche loro. Funziona, basta vere pazienza. Ci sono i miei seguaci che hanno cresciuto passo passo i bambini dalle scuole materne alle media secondo queste indicazioni. E i risultati si vedono. E’ bello e importante che laboratori di questo tipo crescano in tutto il mondo, da Gerusalemme a New York, ai quartieri più disagiati di Rio dei Janeiro: così piano piano, si lavora sul futuro. In Italia ce ne sono parecchi. E’ un progetto da costruire senza fretta: si dice alla gente venite a vedere, guardate come si fa. E così le persone si convincono da sole, senza bisogno di tanti discorsi. A volte mi capita di rivedere i miei allievi di dieci, quindi anni fa, gli ex bambini diventati grandi: e sì, vedo che sono diversi. Più aperti, pronti, capaci di rispondere con originalità ai problemi che gli si pone.

Per avere tanti bambini così, tanti uomini così, bisogna farli provare a fare tante cose, tante strade, finché ciascuno non trova la sua. Da solo, senza spiegargli niente.

MENTRE MILOSEVIC PARLA DI ACCORDI (E LA NATO PREPARA LE BOMBE)
Il Kossovo può sperare solo nella guerra…o nella pace

Noi speriamo nella guerra. – ci dice Baskim, nostro amico di Pristina. Da quando ci ha conosciuto siamo “obbligati” a mangiare nella sua trattoria: quando un albanese ti fa un regalo, non si può rifiutare. Quando gli chiediamo chi sono i guerriglieri dell’UCK, l’esercito di liberazione del Kossovo, ride e indica gli altri avventori: tutti siamo l’UCK, tutti siamo pronti ad arruolarci.

Questa è l’aria che si respira a Pristina, città principale del Kossovo, provincia della Serbia, a maggioranza albanese; dal febbraio scorso l’esercito federale jugoslavo ha attaccato alcuni villaggi al confine con l’Albania, massacrando la popolazione civile accusandoli di essere terroristi, da allora l’UCK, l’esercito di liberazione del Kossovo, è uscito allo scoperto, arruolando volontari tra tutti coloro, e sono molti, che credono che non si possa più vivere sotto i serbi. Oggi il paese, grande come una regione italiana, è in guerra.

Con l’Operazione Colomba siamo qui, a Pristina per non lasciare da sole queste persone e per vedere se dalla condivisione può nascere una strada inaspettata di pace.

Viviamo in una famiglia albanese, ospiti insieme ad una decina di studenti: tutte le sere, insieme a loro e a qualche centinaio di giovani della città, ci ritroviamo nel parco in cima alla collina di Dragodan, sembra di partecipare ad un concerto, ma non c’è musica, c’è il desiderio di ritrovarsi per questo che è il popolo più giovane d’Europa, i ragazzi giocano, scherzano, cantano, con la guerra vicina. Da questa collina si vedono le zone già in mano all’UCK, comprese le centrali elettriche che forniscono energia a tutta la Serbia ed a Belgrado.

Fino al 1990 il Kossovo aveva una sua autonomia, all’interno della federazione: con l’avvento al potere di Milosevic il processo di “serbizzazione” è stato violentissimo, licenziati tutti gli albanesi, chiuse tutte le scuole in lingua albanese, intimidazioni e violenze sui civili per convincerli ad andarsene; dopo la guerra in Bosnia e Croazia Belgrado ha completato l’opera obbligando i profughi serbi a stabilirsi qui: così si preparano le guerre, pare che la chiamino “ingegneria etnica”.

In questi 8 anni, ci racconta Femi Agani, numero due del principale partito (clandestino) albanese, noi abbiamo creato una società parallela, scuole in albanese nei garage e nei sottoscala, elezioni e partiti clandestini ed una strategia che ha fatto del dialogo e della riconciliazione un obiettivo. Almeno fino ad oggi.

Otto anni di dialogo non hanno portato a niente- sostiene Eroina, 16 anni- forse è una idea sua, forse l’ha sentito dalla agguerritissima televisione satellitare del Kossovo: due ore di trasmissione al giorno, tutta la città, o meglio la parte albanese, si ferma dalle 18 alle 20 ed accende la TV : reportage dal fronte, canti patriottici, poesie e filmati sulla storia degli albanesi del Kossovo.

In città vivono anche alcune migliaia di profughi serbi scappati dalla Croazia: ci raccontano che al momento della fuga il governo di Belgrado ha chiesto loro di scegliere tra combattere in Bosnia o finire profughi in Kossovo, ora vivono qui da due anni nelle baracche e lavorano nelle miniere di carbone al posto degli albanesi licenziati. Tutti ci chiedono che cosa pensa “il mondo” di loro: non pensa niente, neanche sa che esistete.

Abbiamo incontrato il vescovo cattolico e quello ortodosso, chiedendo loro quale fosse l’impegno delle loro chiese rispetto al conflitto: entrambi sono concordi sul fatto che si può solo aspettare che la guerra finisca, abitano a 200 metri l’uno dall’altro, ma non si sono mai né incontrati né cercati: in Bosnia e Croazia, dice Artemjie, il vescovo ortodosso, ci sono state mille dichiarazioni congiunte delle diverse chiese contro la guerra, ma la guerra c’è stata comunque, quindi…

Da parte nostra pensiamo ad una presenza qui tra le persone che aspettano la guerra ed ad una campagna di pressione sul governo italiano che sta allegramente commerciando con la Serbia di Milosevic: la gente di qui racconta che la campagna di repressione in Kossovo è stata finanziata con i soldi dell’accordo Telecom, con pagamento preteso ed ottenuto da Milosevic in contante. Quando si dice che una telefonata allunga la vita…

Alberto Capannini – Operazione Colomba

PETIZIONE POPOLARE
A NORMA DELL’ART. 50 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

Al Presidente del Senato della Repubblica

Al Presidente della Camera dei Deputati

Oggetto: richiesta di una legge che istituisca un’Autorità Garante della qualità sociale dei prodotti e che obblighi le imprese a fornire informazioni su prezzi e fornitori come misure contro il lavoro infantile e la violazione dei fondamentali diritti dei lavoratori

Come cittadini e come consumatori siamo indignati per le continue denunce provenienti dall’Italia e dall’estero relative allo sfruttamento del lavoro dei bambini e al disumano trattamento dei lavoratori adulti.

Ci rivolgiamo al Parlamento affinché adotti un provvedimento legislativo che obblighi le imprese a fornire informazioni complete sul loro ciclo produttivo e distributivo e che istituisca degli strumenti che mettano i consumatori in grado di scegliere i prodotti in base alla loro qualità sociale.

Chiediamo che il provvedimento legislativo preveda:

1 – L’istituzione di un’Autorità Garante della qualità sociale dei prodotti con il compito di verificare se i prodotti distribuiti in Italia sono stati ottenuti, in ogni fase della lavorazione, nel rispetto dei fondamentali diritti umani, economici, sociali e sindacali, indicati nelle Convenzioni sottoscritte dall’Italia. L’Autorità avrà pieni poteri di indagine in Italia, mentre all’estero si avvarrà dell’ azione investigativa di Istituzioni Internazionali competenti, di sindacati, di organizzazioni non governative, di enti di controllo indipendenti.

2 – L’obbligo per le imprese produttrici e commerciali di redigere e fornire all’Autorità Garante un rapporto annuale sui loro fornitori e sulle aziende appaltate e sub-appaltate in Italia e all’estero.

3 – L’obbligo per le imprese produttrici e commerciali di segnalare all’Autorità Garante la composizione del prezzo dei loro prodotti, distinta per luoghi d’origine e componenti.

4 – L’obbligo per le imprese commerciali di indicare su tutti i prodotti il paese di origine. Nel caso di prodotti che incorporano componenti o fasi di lavoro avvenute in più paesi, si indicherà quello che, in ore di lavoro, ha contribuito maggiormente alla manifattura del prodotto.

5 – Il diritto dei cittadini ad accedere a tutte le informazioni raccolte dall’Autorità Garante.

6 – La creazione di particolari etichette, assegnate dall’Autorità Garante, per segnalare ai consumatori il livello di qualità sociale dei singoli prodotti sulla base delle condizioni suindicate.

7 – L’applicazione di sanzioni nei confronti delle imprese che non forniscono le informazioni richieste e l’obbligo di pubblicare, a proprie spese, i risultati dell’indagine dell’Autorità Garante qualora abbia accertato la violazione di una o più Convenzioni in una qualsiasi fase produttiva e distributiva.

NOME e COGNOME INDIRIZZO FIRMA

____________________________________________________________________________

INFO: Centro Nuovo Modello di Sviluppo, via della Barra 32, 56019 Vecchiano (PI)
Tel. 050/826354, Fax 050/827165, e-mail: coord@cnms.it
contributi sul c/c postale 1482564

GUERRA DEL GOLFO A FIRENZE
Non hai pagato? E io ti pignoro.
di Giovanni Comoretto

A Firenze gli obiettori pignorabili relativi all’anno della guerra del Golfo sono una trentina. Un pignoramento c’è stato a maggio, e ora sono in corso 5 pignoramenti e relative aste.

Alberto l’Abate ha una cartella di 3.800.000 lire circa. Si e’ fatto pignorare 180 copie del suo ultimo libro, e varie opere d’arte. Spera di trovare sottoscrizioni per circa 1.900.000 lire all’asta, l’altra meta’ della cifra la sborserà lui. L’asta è fissata per il 20/10 alle 12.

Cecilia Fallaci si e’ procurata libri sulla nonviolenza, consumo critico, finanza solidale, per 480.000 lire, che ricomprera’ per la bottega equa “Il Villaggio dei Popoli”, per cui lavora, dove andranno a contribuire ad una biblioteca per gli utenti del negozio.

Lorenzo Porta, con una cartella di 450.000 lire, e Sandro Targetti, con circa 350.000 lire, devono ancora essere pignorati. Anche loro cercheranno di farsi pignorare materiale che abbia un valore simbolico pacifista. In passato Lorenzo si e’ fatto pignorare un calcolatore che e’ stato regalato, dopo il riscatto, al CEDAS, una associazione nata dall’esperienza della Tenda per la Pace e che dovrà raccogliere e rendere accessibile libri e documentazione su nonviolenza, tolleranza e temi collegati. Sandro si e’ fatto pignorare materiale destinato ad attività di solidarietà in ex-jugoslavia, e materiale di cancelleria che ha poi donato alla comunità Saharawi, in vista del referendum sull’autodeterminazione.

Cecilia Cambi, con una cartella di 140.000 lire, non ha fatto in tempo ad organizzare un’iniziativa diversa da un pignoramento “classico” Gli anni prossimi vorrebbe comunque farsi pignorare materiale sanitario, da destinare ad enti di pubblica assistenza.

Il coordinamento fiorentino sta seguendo i pignoramenti in due modi: si sta cercando di coinvolgere direttamente il Comune di Firenze, che in passato ha già acquistato libri ad aste degli obiettori. Si vorrebbe fare in modo che fosse il Comune stesso ad indicarci cosa pignorare, ovviamente per iniziative coerenti con la Campagna, e poi ricomprasse questi beni all’asta. Inoltre abbiamo un piccolo fondo (750.000 lire, attualmente), per sostenere gli obiettori pignorati, almeno psicologicamente, visto che non è che si riesca a fare più di un aiuto simbolico.

VERSO LA CHIUSURA DELLA CAMPAGNA
Cos’abbiamo realizzato in sedici anni?

di Piercarlo Racca

Con l’approvazione della Legge di riforma dell’obiezione di coscienza al servizio militare, la Campagna OSM vede premiata la costanza con cui si è perseguito l’obiettivo di vedere riconosciuta per Legge la Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), infatti all’articolo 8 è sancita la possibilità per gli obiettori di svolgere il servizio civile in forme di “difesa civile non armata e nonviolenta”. Con l’approvazione, inoltre, di tre ordini del giorno che impegnano il Governo alla formazione degli obiettori alla difesa nonviolenta, al riconoscimento del diritto di obiezione alle spese militari, all’istituzione di forze nonviolente di pace; si può affermare di aver raggiunto, anche se in forma parziale, gli obiettivi che la Campagna OSM si era posta come termine per una sua conclusione.

Certamente occorrerà verificare se i tre ordini del giorno avranno un seguito legislativo e sicuramente questa concretizzazione non sarà cosa facile, però comunque una piccola breccia è stata aperta.

Occorre inoltre fare una valutazione complessiva su questi 16 anni di Campagna nata come forma di resistenza e disobbedienza civile in una situazione politica che ci vedeva come ostaggi di una possibile guerra atomica fra blocchi militari contrapposti (Nato e Patto di Varsavia).

Infatti la Campagna era stata avviata anche per dare una risposta concreta e visibile alla corsa agli armamenti che aveva trasformato il nostro paese in una base per missili nucleari Cruise a Comiso.

Oggi possiamo affermare:

La base militare di Comiso è stata chiusa;

Uno dei due blocchi militari si è sciolto;

L’obiezione di coscienza al servizio militare è stata riconosciuta come diritto soggettivo;

Si è legiferato in materia di difesa civile non armata e nonviolenta;

Si è riconosciuto un ruolo agli obiettori di coscienza sia nel nostro paese che in missioni di pace all’estero in zone di conflitto.

In questa situazione è opportuno dichiarare conclusa la Campagna OSM avviata nel 1982 in quanto almeno parzialmente alcuni obiettivi sono stati raggiunti. Inoltre poter dichiarare conclusa la Campagna OSM unitamente al raggiungimento di obiettivi ci permette di portare dignitosamente a conclusione una Campagna che negli ultimi anni ha continuato a perdere consensi con il rischio reale di una sua estinzione. Questa scelta non necessariamente significa una liquidazione dei residui finanziari e una chiusura delle attività in corso, ma potrebbe essere la base di partenza per avviare una seconda fase di questa esperienza in cui si deve mirare non solo all’attuazione dei contenuti dei tre ordini del giorno votati dal Parlamento, ma nel contempo essere anche un’iniziativa aggregante di chi si oppone all’istituzione militare.

Queste argomentazioni saranno oggetto di discussione alla prossima Assemblea Nazionale OSM (gennaio 1999, luogo da definire). E’ importante che fin d’ora ognuno esprima la propria opinione e che l’Assemblea sia un momento di grande partecipazione.

“Da Rifiuti a Risorse – Manuale per la riduzione e il recupero dei rifiuti”, a cura di Attilio Tornavacca e Michele Boato, Edizioni Forum Risorse Rifiuti, 240 pagine – Lire 15.000

Gli ultimi mesi del 1998 e i primi del ‘99 saranno decisivi per una svolta radicale sulla questione rifiuti in Italia, che riguarda 26 milioni di tonnellate all’anno di materiali che vengono riciclati solo per il 7%; il Decreto Ronchi (n° 22 del ‘97), infatti, obbliga tutti i Comuni e i loro Consorzi ad affrontare di petto il problema per:

a) raggiungere almeno le percentuali minime di raccolta differenziata indicate (15% entro il 5 febbraio 1999, il 25% entro il 5 febbraio 2001, e il 35% entro il 5 febbraio 2003);

b) passare dalla tassa (TARSU) basata sul mq , alla tariffa, proporzionale alla quantità (o volume) effettivamente prodotta di rifiuti da ogni famiglia, in modo da applicare il principio “chi (meno) inquina, (meno) paga;

c) ottenere dal Consorzio Nazionale Imballaggi (CoNaI) , il contributo finanziario che la legge impone di pagare ai produttori/utilizzatori industriali e commeriali di imballaggi ai Comuni per coprire i costi della raccolta differenziata degli imballaggi di cartone, plastica, vetro, metalli (alluminio e ferrosi) e legno, questo spingerà, come già accaduto in Germania e Austria, alla riduzione degli imballaggi a perdere;

d) pagare nella misura più ridotta possibile la eco-tassa sui rifiuti che vanno in discarica, riservando questo tipo di smaltimento solo ad inerti non riciclabili ;

e) prevedere nel Regolamento comunale una tariffa ridotta, del 20-30%, per le famiglie che trattengono la frazione umida dei loro rifiuti (scarti di cucina e di giardino) per fare il compostaggio domestico, come già succede in centinaia di comuni di Veneto, Lombardia e altre regioni;

f) dar vita a degli appalti per i servizi di raccolta, riciclo e smaltimento che prevedano lo sviluppo delle raccolte differenziate con tutta la funzionalità possibile, come scelta di fondo e non marginale “fiore all’occhiello”.

Per rispondere a questi problemi in maniera chiara, aggiornata e soprattutto operativa, Attilio Tornavacca e Michele Boato del Forum Risorse Rifiuti, in collaborazione con l’Eco-Istituto del Veneto, Legambiente Piemonte e la Scuola Agraria del Parco di Monza, tre centri di ricerca che lavorano da anni assieme a decine di Amministrazioni locali, hanno pubblicato questo volume.

Sono 240 pagine formato A4 composte da una parte generale e quattro allegati, uno più utile dell’altro, per aiutare gli amici dell’ambiente e soprattutto i Comuni per permettere loro di affrontare le questioni concrete, come Regolamento appalti o progettazione di una Ricicleria, senza dover sborsare decine di milioni in consulenze, che probabilmente non fornirebbero materiali più utili e dettagliati: basta vedere l’allegato di 40 pagine sul “Regolamento-tipo RSU”, quello sulle norme europee, italiane e regionali o quello che, sulla base di otto esempi concreti, insegna a realizzare una Ricicleria di piccola, media o grande dimensione, possibile fonte di lavoro per migliaia di giovani di buona volontà.

L’ordine va fatto versando il prezzo del libro sul conto corrente postale n. 11169307 intestato a Smog e dintorni – rivista mensile, viale Venezia, 7 – 30171 Mestre, precisando nella causale il titolo del libro richiesto.

WAR RESISTERS’ INTERNATIONAL: SCEGLIERE LA PACE INSIEME
Semi di nonviolenza in tutto il mondo
di Gianni Scotto

Uno dei più importanti appuntamenti internazionali per il movimento dei nonviolenti si è tenuto quest’anno a Porec/ Parenzo, nell’Istria croata. E saltato subito all’occhio il professionismo e l’alta qualità (oltre che la simpatia) del movimento organizzatore, che quest’anno era la Antiratna Kampanja (ARK, Campagna contro la guerra) di Zagabria.

Poche settimane dopo l’assemblea Vesna Terselic, coordinatrice di ARK, e Katarina Kurhon, presidente del Centro per la pace, la nonviolenza e i diritti umani di Osijek hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento del Right Livelihood Award, il “premio Nobel alternativo” per il 1998: segno che l’impressione di maturità ed efficienza destata da ARK a Parenzo corrispondeva pienamente al valore effettivo delle persone coinvolte.

L’assemblea triennale aveva come tema “scegliere la pace insieme”. Il calendario di lavoro è stato fittissimo, e ha visto – oltre ai momenti di dibattito e di confronto – anche l’elezione del Consiglio e della presidenza della WRI, e una discussione sulle scelte strategiche dell’organizzazione nel prossimo futuro.

La discussione si è strutturata nelle sessioni plenarie ma soprattutto nei gruppi tematici: nonviolenza e capacitazione sociale, ricostruzione e democratizzazione, identità e conflitto, azione per la pace e modernizzazione dell’istituzione militare; le donne attraversano le linee del fronte; movimenti di base e processi di pace; disobbedienza civile ed azione per l’ambiente. Inoltre, quasi ogni momento libero è stato riempito da workshop, incontri e discussioni collaterali.

Naturalmente non è possibile dare una descrizione dettagliata del lavoro e della discussione di tutti questi gruppi. Qui vorrei fare alcune considerazioni generali.

Il pacifismo dalla protesta all’azione costruttiva

Anzitutto, è apparso evidente che sempre più i movimenti per la pace e la nonviolenza si orientano ad intervenire direttamente nelle situazioni di guerra e nei processi di ricostruzione e riconciliazione. In questo senso le esperienze maturate nello spazio post-jugoslavo negli ultimi anni sono di importanza fondamentale.

Si tratta di una novità di grande rilievo, e si accompagna ad una enfasi sempre maggiore sul potenziale degli attori non governativi nei processi di pace. Allo stesso tempo questo impegno sembra assumere una nuova professionalità ed esperienza: in molti casi con una chiara valutazione di ciò che è possibile fare nell’ambito delle proprie forze. Questo nuovo professionismo mi sembra almeno in parte in tensione con un atteggiamento più ideale-movimentista, che tende a mettere l’accento sull’azione individuale, sull’appello etico e l’azione per la pace attraverso la creazione di rapporti amicali tra persone.

Un incontro tra culture della pace: dall’ex Jugoslavia…

In particolare mi è sembrato che il movimento internazionale per la pace e la nonviolenza presenti spiccate differenze a seconda dell’area geografica in cui agisce – e quindi della particolare situazione politica e storica. L’organizzazione ospite e i partecipanti dallo spazio post-jugoslavo devono fare i confronti con una situazione di guerra aperta in Kosovo, con la guerra fredda e la disgregazione sociale in Bosnia, con una società che presenta diversi tratti autoritari e fascisti, come in Croazia e in Serbia. Le guerre di Jugoslavia hanno posto i movimenti per la pace negli stati successori della federazione di fronte a problemi enormi. Allo stesso tempo queste vicende hanno favorito la crescita esponenziale e la maturazione velocissima di chi contro la guerra si è battuto. Per fare l’esempio della Croazia: la campagna contro la guerra, da associazione di cittadini fondata nel 1991 è diventata una rete di 20 organizzazioni e progetti indipendenti attivi in diversi campi: ricostruzione e riconciliazione, diritti umani, crescita della società civile, formazione alla nonviolenza, emancipazione delle donne, assistenza ai rifugiati, obiezione di coscienza. ARKzin, il periodico del movimento, è una delle voci più coraggiose e innovative nel panorama piuttosto grigio della stampa croata. L’istituto di ricerca per la pace (Mirami da), fondato da alcuni attivisti con interessi e competenze scientifiche, h stato incaricato di valutare l’efficacia dell’azione di una importante agenzia dell’ONU nello spazio post-jugoslavo. E così via.

I movimenti pacifisti e nonviolenti occidentali, oltre ad essere impegnati nelle attività tradizionali (lotta per il disarmo, antimilitarismo, obiezione di coscienza), hanno compiuto grandi passi in direzione dell’intervento diretto nelle guerre e nei conflitti acuti. Un esempio importante, che ha attirato molta attenzione, l’attività del Balkan Peace Team in Croazia e nella Federazione jugoslava (Serbia e Kossovo). Si tratta di un gruppo di volontari a medio-lungo termine, il cui invio è promosso da diverse organizzazioni pacifiste e nonviolente internazionali (tra cui la stessa WRI).

Il Balkan Peace Team lavora alla costruzione della pace negli stati successori della Jugoslavia seguendo tre direzioni di lavoro: aiutare lo sviluppo di una società civile critica e aperta, osservare il rispetto dei diritti umani fondamentali da parte delle autorità e incoraggiare il dialogo tra le parti in conflitto.

L’esempio del Balkan Peace Team rimanda a una tendenza più generale: i movimenti occidentali sembrano infatti sempre più orientati ad un approccio di risoluzione/trasformazione dei conflitti. Da questo punto di vista, il problema della pace si concretizza nel come intervenire in conflitti e guerre in cui il nostro stato e la nostra società non sono direttamente coinvolti, ma dove il ruolo dei nonviolenti è quello di “terza parte”, o parte esterna al conflitto.

La risoluzione dei conflitti è morta?
La discussione con il titolo provocatorio “Morte della risoluzione dei conflitti?” ha cercato di mettere in luce alcuni punti critici dell’approccio di risoluzione/ trasformazione: parlare di “conflitti” rischia di edulcorare le atrocità della guerra, e cercare a ogni costo una “risoluzione” pur significare perdere di vista i valori della solidarietà con le vittime, della giustizia e della soddisfazione dei bisogni di tutte le parti coinvolte nel conflitto. L’esito della discussione non è stato netto: è sembrato comunque prevalere un interesse per gli approcci di risoluzione/trasformazione dei conflitti, a patto che questi non offuschino la ricerca di soluzioni di giustizia, requisito irrinunciabile per un agire politico nonviolento.

Pace e giustizia in America Latina
La terza grande area geografica presente all’assemblea di Porec, l’America Latina, mi è sembrata rappresentare un approccio diverso ai valori e alla politica della nonviolenza: per i latinoamericani è la questione della giustizia ad essere al centro dell’azione politica. Si tratta da un lato della giustizia sociale e della lotta alla povertà e all’emarginazione; dall’altro anche dei problemi posti dai processi di democratizzazione in paesi dove le dittature di sono macchiate di crimini di ogni genere. Molto spesso la transizione alla democrazia è stata ottenuta al prezzo dell’impunità per chi ha commesso violazioni dei diritti umani. La tensione tra pacificazione e giustizia pone problemi di non facile soluzione, che i latinoamericani presenti hanno avuto il merito di illustrare chiaramente. Si è sottolineato che il rispetto per i diritti umani costituisce una condizione minima e non negoziabile per la pace.

Gli uomini, le donne e la pace: le questioni di genere
Un altro capitolo di grande rilevanza durante l’assemblea triennale è stato la discussione sui rapporto tra genere e pace/guerra. Gli organizzatori hanno quindi previsto un “gender day”, durante il quale i diversi gruppi tematici erano invitati a discutere del proprio tema alla luce del rapporto tra i sessi. La mia impressione h stata che questa decisione ha dato i suoi frutti, anche se la scelta organizzativa ha dato l’impressione che la discussione fosse un po’ meccanica. Tuttavia è stato importante ad esempio discutere i vantaggi (e i limiti) dei gruppi di sole donne, nel processo di emancipazione sociale “dell’altra metà del cielo”. Il tema dei rapporti di genere sembra comunque diventare sempre più importante anche tra i pacifisti/nonviolenti.

Verso una tradizione mondiale di pace
Quanto sia importante la trasmissione delle esperienze del movimento è emerso forse dalla testimonianza di Greg Payton, soldato di leva nella guerra del Vietnam, che ha raccontato la sua storia, dal trauma della violenza bellica, alla crisi personale e al processo di (auto)guarigione e di ritorno alla vita. Da molti anni Greg Payton è attivo nella WRI e negli ultimi tempi ha lavorato in Croazia con i veterani della guerra. Così il dolore e l’esperienza di una generazione e di un paese possono contribuire allo sviluppo e alla pace per una nuova generazione, in un altro angolo del pianeta.

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