• 15 Agosto 2022 11:31

Azione nonviolenta – Novembre 2000

DiFabio

Feb 6, 2000

Azione nonoviolenta novembre 2000

– Ora la patria non chiamerà più
– Per una finanziaria di pace basta con il boicottaggio degli obiettori
– Abolita la naja, resta da abolire la nato
– Camminando, parlando, ascoltando e pensando insieme da Perugia ad Assisi
– Le due grandi sfide di lilliput: nonviolenza e organizzazione
– La pace che non c’e’: Medio Oriente, Cecenia, Kosovo

Rubriche

– Islam
– Cinema
– Musica
– Libri
– Educazione
– Lettere

…Ora la Patria non chiamerà più…

di Mao Valpiana

Dunque abbiamo vinto! La coscrizione obbligatoria è stata abolita. E’ un importante risultato della lotta degli obiettori di coscienza, iniziata in Italia nel 1948 da Pietro Pinna. Una lotta pagata con anni di carcere militare fino al 1972, poi con la maggior durata del servizio civile, fino al riconoscimento della parità costituzionale fra servizio armato e servizio civile. Ci siamo sempre battuti non solo per il diritto individuale all’obiezione, ma anche per l’abolizione del servizio militare, e soprattutto degli eserciti. Ora una tappa importante è stata raggiunta.
Già sul finire del 1800 Lev Tolstoj aveva scritto delle magnifiche pagine contro la “schiavitù” del militare, un’eredità lasciata all’Europa da Napoleone. Questi secoli di storia ci hanno insegnato che le guerre non si vincono con il numero dei soldati, ma con le tre “esse”: soldi, soldi e soldi. Vince non chi ha più truppe da mandare al macello, ma chi ha più denaro per acquistare armi sempre più micidiali e sofisticate (nucleari, tecnologiche, chimiche, stellari, invisibili, ecc.).
E’ per questo che la nostra lotta non si ferma qui. L’obiettivo raggiunto è insoddisfacente rispetto alle nostre motivazioni di fondo: l’opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione. L’abolizione della leva (ma nei prossimi 5 anni di transizione il servizio sarà ancora obbligatorio e quindi si dovrà ancora obiettare) apre la strada all’esercito professionale e al nuovo modello di difesa, che prevede non più la difesa dei confini, ma la “difesa degli interessi nazionali dove questi siano minacciati” (dunque anche in altre parti del pianeta, magari per garantirsi fonti energetiche, come avvenne per la guerra in Iraq/Kuwait).
I prossimi anni dovranno vederci impegnati su due fronti (…e avanti, con questo linguaggio militare…): la contestazione delle spese militari e la richiesta di un servizio civile volontario finanziato, come strumento alternativo di difesa civile non armata.
Purtroppo anche quest’anno il bilancio del Ministero della Difesa è in aumento, e sfiora i 36.000 miliardi di lire, cui si devono aggiungere oltre 2.000 miliardi per la nuova portaerei a “tecnologia avanzata” che ci dovrà mettere al pari, nell’affidabilità, con gli altri paesi della Nato!
Pur se nei prossimi anni assisteremo ad una riduzione del numero dei militari (dai 230.000 attuali, a circa 160.000) i costi aumenteranno vertiginosamente. Già adesso lo Stato spende per ogni soldato di leva circa 150 milioni, mentre un obiettore costa alla collettività 1 milione e mezzo! Ma da domani i soldati volontari e il loro addestramento costeranno molto di più, ed inoltre goderanno di incentivi e facilitazioni nel successivo inserimento nel mondo del lavoro: un modo per invogliare tanti giovani ad intraprendere il mestiere di soldato (dai lavori socialmente utili, al lavoro socialmente dannoso..!). Noi dovremo chiedere proporzionali incentivi economici e facilitazioni per chi sceglierà il volontariato civile, e strutture organizzative che costeranno molto meno dei nuovi armamenti necessari all’esercito dei mercenari.
Un primo strumento per sperimentare il futuro servizio civile volontario è l’applicazione della Legge 230/98 (la riforma dell’obiezione di coscienza), rimasta in gran parte inattuata per la mancanza di adeguati finanziamenti: nemmeno una lira finora è stata stanziata per l’addestramento e la formazione alla difesa nonviolenta, ed era uno dei punti qualificanti della Legge.
Dopo la soddisfazione per l’abolizione della naja, vogliamo ripartire da lì: un servizio civile che prefiguri i corpi civili di pace.

Per una Finanziaria di pace
Basta con il boicottaggio degli obiettori

A cura di padre Angelo Cavagna

Puntuale come un orologio svizzero, anche la “FINANZIARIA 2000” porta la conferma dell’aumento consistente e continuo delle spese militari rispetto a quelle sociali, anche se quest’anno qualche segnale di attenzione ai più poveri e alle famiglie è doveroso e gioioso riconoscerlo.
La spesa militare dai 26.000 miliardi è balzata nel 1995 a 31.000 miliardi, lo scorso anno a 33.000 miliardi e quest’anno si presenta in Parlamento con la proposta di 34.234 miliardi, escluse le spese per le missioni dell’esercito all’estero, che sono spese alte e godono di finanziamenti
con leggi speciali; quindi vanno aggiunte.
Al contrario, non è nemmeno preso in considerazione il finanziamento per l’istituzione di una difesa popolare nonviolenta, prevista nella nuova legge-obiettori n. 230/98 all’art. 8 e), che fa obbligo di: “predisporre forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile nonarmata e nonviolenta”. Non parliamo del fondo per la cooperazione internazionale, quasi azzerato, e tantomeno dei soldi per gli obiettori, che giustamente si presentano quasi nudi perchè: – senza una lira di vestiario nè di vitto e alloggio, salvo 6000 lire giornaliere per chi mangia e dorme presso l’ente – gli obiettori vanno all’estero “senza oneri per lo Stato” – l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile è a corto di soldi – gli obiettori non prendono paga (c.a L. 180.000) da gennaio 2000.
La Campagna “VENTI DI PACE 2000”, coordinata dall’Assopace, propone, come ogni anno, una serie di emendamenti con «tagli alla spesa militare» e «aumenti alla spesa sociale».
Appaiono assurdi, in particolare, gli stanziamenti di varie migliaia di miliardi per una nuova portaerei e per cacciabombardieri eEFA 2000 e altri.
Appaiono invece modesti, per non dire irrisori, gli stanziamenti previsti per la Cooperazione Internazionale, per l’Ambiente e la Protezione Civile. Si è visto nella recentissima alluvione la differenza tra le zone dove gli interventi sono stati fatti e bene (ad esempio nel Polesine) e le zone dove si h operato male o, addirittura, non si h fatta prevenzione di sorta.
In particolare, per gli obiettori in servizio civile (oltre 100.000 domande nel ’99), gli stanziamenti previsti tra offerta e richiesta vanno da un minimo di 120 a un massimo di 300 miliardi. Ma tutto ciò è una presa in giro. In tal modo, di pari dignità, anche finanziaria, con il servizio militare, come sancito dalla sentenza n. 164/85 della Corte Costituzionale, si continuerà a non vedersi nemmeno l’ombra.
Per un decente stanziamento al servizio civile degli obiettori, in patria e all’estero, occorre parlare almeno di 1000 miliardi in questa «Finanziaria».
Incombe la malaugurata riforma della leva per un esercito puramente professionale, costosissimo, di difficile realizzazione e fondamentalmente incostituzionale, perchè avulso dal “sacro dovere del cittadino di difendere la patria” (art. 52) e dal “ripudio della guerra” (art. 11).
L’escamotage di parlare di «sospensione» anzichè di «eliminazione» dell’obbligo di leva è un bluffare linguistico: si cambia il termine per mantenere la sostanza, come nel caso della guerra del Golfo, quando si è aggirato l’ostacolo dell’art. 11 della Costituzione ribattezzandola come «azione di polizia internazionale». E’ avvilente che il Parlamento tratti in tal modo la Carta fondante della comunità nazionale. L’on. Valdo Spini, ad esempio, l’ha detto esplicitamente: eliminiamo la leva obbligatoria e così ci togliamo dai piedi il problema degli obiettori. Come lui la pensano molti altri, anche se non lo dicono.
E’ per questo che diciamo che è una illusione, quella di alcuni amici, di pensare che una legge sul servizio civile volontario sia il rimedio. E’ meglio di niente; ma è velleitario. Non ci sono i soldi nemmeno per fare l’esercito professionale. Il capo di stato maggiore della Difesa ha chiesto 5.000 miliardi in più nella finanziaria. Se perfino gli inglesi, per rimediare alla mancanza di soldati volontari, benchè strapagati, hanno fatto recentemente una legge che apre le porte della galera per i condannati che accettino di entrare nell’esercito, perchè vi ostinate a percorrere strade simili?
E poi il vero problema è quello di ripensare tutto il sistema della Difesa.
Anche noi pacifisti vogliamo abolire la leva militare, ma per abolire la guerra.
Voi invece abolite la leva per costruire un esercito antidemocratico, rambo, mercenario, incostituzionale, al servizio del NUOVO MODELLO DI DIFESA della NATO, che è essenzialmente la difesa degli interessi vitali, cioè economici dei paesi ricchi. Non siamo noi a dirlo. L’ha detto a chiare lettere il Ministero della Difesa nel documento presentato in Parlamento nell’ottobre 1991 e confermato da atti simili di Francia, Inghilterra ecc. Il Parlamento francese, addirittura, ha approvato una legge che autorizza il suo Governo all’«uso» della “Force de frappe”, ossia dell’atomica francese, per la difesa degli «interessi vitali della nazione»; cosa che il concilio Vaticano II condanna come assolutamente immorale (GS n. 80/1600-1601). Purtroppo tutto cirò si nasconde dietro la parodia delle guerre umanitarie o missioni di pace, compresi i missili all’uranio.
In ogni caso non ci fermeremo. Tale riforma della leva prevede solo la «sospensione» anzichè l’ «abolizione»; quindi, chi non vorrà assolutamente imbracciare le armi per uccidere dovrà continuare a fare la obiezione di coscienza.
Inoltre, si dovrà premere su Parlamento e Governo per attuare la Difesa Popolare Nonviolenta alternativa al militare. In caso di pervicace e crescente organizzazione militare guerrafondaia, sarà giocoforza avviare una campagna in grande stile per l’abolizione pura e semplice dell’esercito e del «sistema militare», come già si cerca di fare in Svizzera. Prima o poi anche i politici capiranno ciò che tante persone del popolo hanno già capito, come dice il proverbio: “batter le noci, spazzar la neve e ammazzar la gente son tutti lavori fatti per niente”.

Abolita la naja, resta da abolire la Nato

di Stefano Guffanti

Dai servizi di giornali e televisioni, sembrerebbe che la sospensione della leva obbligatoria abbia l’obiettivo di “incontrare” il favore dei singoli cittadini, finalmente liberati da un peso gravoso nei confronti della collettività: la naja. Lo “scoop” principale è intervistare i fortunati (i nati dopo l’85) e gli “sfigati” (i nati entro l’85). Sappiamo bene, però, che questa è solo un’opera di disinformazione a tutto vantaggio delle politiche militari della NATO. Evidentemente il problema è convincere l’opinione pubblica che questa riforma è fatta per la “gente” e per la “pace”.
Tante, invece, le cose che non si dicono. Non si parla di costi, di dimensioni, di strumenti per riassorbire i militari posti in congedo. Soprattutto, però, non si spiega il ruolo delle nuove Forze Armate, dimostrando così che il Nuovo Modello di Difesa è basato su un falso ideologico.
All’opinione pubblica si propaganda l’idea di FFAA impegnate per la pace.
Nei documenti del Ministero della Difesa (sconosciuti ai più), si confessa chiaramente (in barba all’art. 11 della Costituzione), che le FFAA dovranno difendere, ovunque nel mondo, gli interessi economici, commerciali, strategici vitali della nazione.
E se così non fosse, perché costruire una portaerei da 4.000 miliardi di lire?
L’Italia ritorna ad essere una potenza imperialista e deve assumere un nuovo protagonismo internazionale, per accaparrarsi materie prime e mercati; acquisire zone di influenza e protettorati (p.e. Albania).
L’esercito di leva, com’era concepito ai tempi della guerra fredda, è pertanto uno strumento obsoleto; servono persone addestrate alla guerra, corpi di élite, facilmente e rapidamente mobilitabili, senza troppi legami “affettivi” con la popolazione civile.
Si pensi alla differenza dell’impatto sull’opinione pubblica se, in un’operazione bellica, dovessero morire soldati di leva o professionisti.
Nel primo caso ci sarebbero subito mobilitazioni e proteste; nel secondo nessuno direbbe nulla perché è un “mestiere che comporta dei rischi” e chi lo “sceglie” sa a cosa va incontro.
Inoltre l’esercito professionista mostrerà, ancora di più, il carattere classista della nostra società: a difendere gli interessi dei ricchi e garantiti del nord, andranno i poveri e precari del sud, quale unico strumento per garantirsi un futuro lavorativo.
Non solo: i volontari in congedo saranno facilitati nell’accedere a certe professioni (Polizia, Carabinieri, Corpo Forestale, etc.), sulla base di quote riservate e, pertanto, per chi volesse svolgere queste professioni, diventerà quasi indispensabile “scegliere” di fare il professionista nelle FFAA (che ne sarà della smilitarizzazione della Polizia? i sindacati che dicono?).
Singolare è il fatto che gli unici spazi di opposizione a questa “riforma” vengono concessi a chi è preoccupato per la scomparsa degli obiettori, non in quanto portatori di una scelta di trasformazione nonviolenta della società, ma in quanto mano d’opera gratuita.
La critica, portata da costoro, non entra nel merito del Nuovo Modello di Difesa, ma si limita a porre il problema della scomparsa del servizio civile (che serve l’hanno capito in molti, ormai), facendo insorgere il dubbio che difendano interessi di bottega.
Sarebbero ancora critici se gli garantissero i giovani con un servizio civile obbligatorio?
Rimane, infine, il problema dell’obiezione di coscienza per i militari professionisti: anche se fosse una questione puramente teorica, dobbiamo garantire il diritto ad evolvere la propria coscienza anche a coloro che scelgono, in una determinata fase della propria vita, di svolgere il “mestiere” di soldato, proprio perché rischiare di uccidere e di essere uccisi non è un lavoro come un altro e, pertanto, deve essere prevista la possibilità di maturare scelte diverse e rifiutarsi, in qualsiasi momento di partecipare ad azioni di morte.
E’ indispensabile che l’analisi di questa “riforma” superi i temi della obbligatorietà della leva e dell’utilità del servizio civile, ripensando un Modello di Difesa che non sia schiavo delle esigenze della NATO e degli interessi economici e finanziari nazionali ed internazionali, ma che sia centrato per affermare libertà, cooperazione, pace, rispetto dei diritti umani, giustizia sociale ed economica.
Camminando, parlando, ascoltando e pensando insieme, da Perugia ad Assisi

Lettere, commenti, pareri e opinioni sulla Marcia nonviolenta del 24 settembre 2000

Carissimi, forse non tutti noi abbiamo partecipato sia al “Giubileo degli oppressi” di Verona che alla “Marcia nonviolenta” a Perugia. Chi, come me, ha avuto l’occasione di partecipare ad entrambi gli appuntamenti, si sarà accorto che Alex Zanotelli ha lanciato a tutti noi un messaggio, un invito, un appello urgente: non c’è tempo da perdere, dobbiamo mobilitarci, riunire tutte le nostre forze, ribellarci. In poche parole: riprendere a fare politica attiva, con fiducia, convinzione e soprattutto con coraggio.
Se con Banca Etica abbiamo avuto il coraggio di entrare in uno dei templi più “sacri” e inattaccabili del nostro tempo, ovvero il denaro, perché non possiamo offrire un’alternativa anche nell’altro campo, quello notoriamente più sporco e corrotto, ovvero la politica?
Come dice Alex non dobbiamo avere il timore di cambiare il corso delle cose se lavoriamo con coraggio. Per questo io ritengo che non sia saggio attendere “tempi migliori” per scendere in politica. Sarebbe come dire: aspettiamo che il malato guarisca per dargli le prime medicine.

Lucio Caiola

Mi trovo qui al sole sul terrazzo della Fondazione Capitini (la sua ex casa) in preparazione della marcia nonviolenta che si svolgerà dopodomani, 24 settembre. Anche nel 1961 fui qui per un periodo, invitato da Aldo Capitini per dargli una mano ad organizzare quella prima marcia per la pace – 24 sett. 1961 – che vide circa 25000 partecipanti. Fu l’avvenimento che diede coraggio e forza a Capitini per lanciare il Movimento nonviolento (per la pace) e, qualche tempo dopo, la rivista “Azione nonviolenta”. Non posso non pensare, oggi, a quei primi anni 60, a quelle giornate trascorse con Aldo, alla sua disponibilità verso di me che non sempre riuscivo ad afferrare il suo pensiero… Aldo era molto paziente e cercava parole ed espressioni facili, magari con l’ausilio di esempi, per farmi capire certi concetti che mi hanno poi aiutato a crescere e a sviluppare il mio impegno per la nonviolenza.
Benchè Capitini avesse praticato la nonviolenza in tutta la sua attività socio-politica, preferì sempre essere considerato amico della nonviolenza, piuttosto che nonviolento. Anch’io ho cercato di seguire quella strada, ma con poco successo. Mi conforta, però, l’idea di Capitini che ciascuno di noi può aggiungere qualcosa – anche se apparentemente insignificante – per far crescere la nonviolenza… ed oggi sono nuovamente qui per questo.
Grazie Aldo ! Sento la tua compresenza in questo posto che fu la tua dimora per tanti anni…

Franco Perna

Ho partecipato, assieme ad alcuni amici, alla marcia, e ne sono rimasto molto contento. E’ stata veramente una marcia necessaria, perché si precisasse un punto ben preciso e cioè che pensare e vivere la nonviolenza significa rifiutare l’uso per le armi e della violenza nella risoluzione dei conflitti. Mi ha colpito molto la sua semplicità, che si è manifestata con un popolo che era semplicemente in movimento, ma verso un obiettivo ben preciso : la nonviolenza. Mi ha fatto piacere anche che non ci fosse molta gente, perché la nonviolenza non ricerca necessariamente il numero, se questo va a discapito del messaggio. A mio avviso, il numero rilevante ma non esagerato dei partecipanti ha rafforzato il messaggio proposto. E’ stata interessante anche la suddivisione della marcia in 5 tappe.
Vi ringrazio per aver organizzato la marcia per la nonviolenza ed aver dato a me, come a tante altre persone, di esprimere e di prendere ulteriore consapevolezza della testimonianza nonviolenta di cui ognuno di noi si sente portatore.

Mauro Marchetti

La marcia per la nonviolenza da Perugia ad Assisi del 24 settembre 2000 è stata una scommessa pascaliana. Decidere di dire una volta per tutte no a tutti gli eserciti e a tutte le guerre, che sembra un gesto ovvio e una frase stantia, è ormai l’unico modo per affermare la nostra residua umanità, ed è l’inizio di una rivoluzione necessaria e non più rinviabile: la rivoluzione nonviolenta.
Ed è stato un tratto commovente che a dire per tutti le ultime necessarie parole giunti alla Porziuncola, vi sia stata una persona come padre Alex Zanotelli, la cui lotta contro il commercio italiano delle armi che menano strage negli sterminati sud del mondo, lotta che lo portò a un rinnovato esilio, è incancellabile e luminosa nella nostra memoria.
Ed è stato un momento straziante quando al termine delle sue parole, Alex ha concluso il franco suo dire dicendoci “Ecco, ora io torno a Korogocho, nei sotterranei della vita e della storia” e chiamandoci a proseguire la lotta qui, come lui la prosegue laggiù, nella bidonville alla periferia di Nairobi in cui vive da tredici anni la disperata vita e la lotta portatrice di speranza degli ultimi.
Io che scrivo queste righe ho sentito il cuore spezzarmisi dentro, e come tutti avrei voluto gridargli tra le lacrime: no, resta con noi. Ma non potevo fermare quell’uomo buono. Quando un uomo buono decide che deve andare, nulla può fermarlo.
Ecco, questa è stata la marcia per la nonviolenza da Perugia ad Assisi del 24 settembre dell’anno 2000: essa non si è conclusa ad Assisi, essa è un’assemblea itinerante che convoca l’umanità intera, essa da Assisi comincia e ti chiama.

Peppe Sini

La marcia si è lasciata alle spalle la consuetudine ambigua delle piattaforme onnicomprensive in cui c’è tutto e il contrario di tutto, cui si può aderire senza impegno e senza travaglio; essa ha invece scelto di enunciare pochi obiettivi ma chiari: anzi, uno solo: la scelta della nonviolenza, di cui l’opposizione integrale a tutti gli eserciti e a tutte le guerre è un’esplicitazione concreta e cogente. Ha chiamato chi era d’accordo con questo impegno: un impegno esigente, un percorso di ricerca, una lotta inesauribile; ed un esodo che è anche riconquista del centro, nel vivo del conflitto.
Un appello non ai mass-media, non ai comitati centrali, non alle eminentissime eccellenze: ma alle singole persone: a te, ovvero a tutti; a tutti, ovvero a te.

Giobbe Santabarbara

Una strana e bella sensazione, io, laico, di una famiglia di mangiapreti in questa marcia laica ma cosi’ mistica, cosi’ piena di credenti in qualcosa di valido, trascendente o concreto, spirituale o sociale. Pochi ma buoni, ha detto qualcuno in vena di critiche; ne’ pochi, ne’ buoni, direi io: al di la’ dei balletti dei numeri e del black-out dei media, quelli che eravamo: coerenti.
Questo pellegrinaggio laico mi fa riflettere sulle potenzialità di coinvolgimento che ha la nonviolenza italiana (e quella mondiale) e sulla necessita’ di portare queste potenzialità al massimo. Il cammino sta, come diceva Capitini, nel capire profondamente che la nonviolenza e’ per tutti, non per un’elite di “utopisti illuminati”; uno stile di vita che configurerà la società del futuro, la società prossima; una profonda necessita’ storica che sta aprendosi il passo. La sua realizzazione dipende da ognuno di noi e dalla nostra forza di organizzarsi insieme, coerentemente, quotidianamente, incessantemente. Per continuare a camminare e cantare insieme.

Olivier Turquet

Alla partenza sappiamo che non saremo molti, non “bucheremo” i media come il Giubileo (dei Giovani, ma pure delle FFAA). Sorpresa: di quanti siamo (3-5000) una buona parte sono proprio giovani, veri, sotto i trenta, sono molti, forse la meta’ o quasi del totale. E’ importante che siano venuti. Mi piacerebbe sapere cosa pensano. La partecipazione più numerosa della previsione mette in crisi la forma “meditativa” e “assembleare” delle tappe. Va bene lo stesso. Scatta il meccanismo del confronto diretto, incontrarsi e parlarsi durante la marcia.
Nella tappa finale metto a fuoco, grazie agli interventi, la bellezza di marciare insieme diversi (nei simboli – scout, gay, antiNATO, alternativi, tatuati, – e nella testa). Peccato per gli assenti.
Parla Zanotelli, emozionante. L’ho sentito a Bologna a giugno, da poco era arrivato in Italia. Voleva utilizzare il viaggio qui per spiegare, spostare, convincere, fare breccia negli apparati che contano, con la sua semplicità. Oggi va giù duro con chi prende in giro la sete di giustizia, e fa bene. Non siamo una marea ma non finisce qui. Abbiamo idee per quando torniamo. Mi viene in mente il commento di Giovanni Agnelli al Giubileo dei Giovani: “Commovente: adesso li aspettiamo alla prova”. Qui alla marcia c’erano anche tre maglie azzurre dei volontari del Giubileo (dove sono tutti gli altri?). Agnelli non ci ha potuto vedere in tv stavolta, ma stia certo che i marciatori non mancheranno alla prova.

Marco Cervino

La marcia ha rappresentato per tutti noi amici della nonviolenza la risposta visibile a tutti quelli che vorrebbero nuovamente legittimare la guerra (bandita dalla nostra Costituzione) come strumento di risoluzione dei conflitti e a quelli che vorrebbero sostituire l’articolo 11 della nostra Costituzione con il trattato N.A.T.O. Dal successo di questa marcia abbiamo tutti ricevuto una grande ventata di ottimismo e di forza interiore.
Il contenuto della marcia era chiarissimo “Mai più eserciti e guerre”; altrettanto chiara e’ stata l’assenza di politici di rilievo. Ma per noi ciò che conta è la coerenza con l’insegnamento di Aldo Capitini e il 24 settembre ci siamo trovati ad essere in migliaia di persone a voler mettere in pratica questo insegnamento.

Piercarlo Racca

Dal mio punto di vista, di camminante ed ascoltatore, la marcia non e’ stata una frattura ma una ricomposizione, non un gesto polemico verso altri settori del movimento ma una proposta di muovere tutti verso una collocazione più elevata (visibile e veggente), depurando il discorso da tante scorie, superando piccinerie e caligini che tutti ci danneggiano. Era necessario essere finalmente chiari: circa vent’anni fa molti si accorsero che la nonviolenza era una “aggiunta” indispensabile alla loro azione politica. In vent’anni quell’acquisto è stato offuscato, denaturato, ed infine dimenticato. Oggi lo si riafferma e lo si ripropone a tutti: a chi ha ormai i capelli inargentati o una lucida calvizie, ed a chi si affaccia adesso alla lotta.
Era necessario essere finalmente chiari: contro tutti gli eserciti e le guerre.
Era necessario essere finalmente chiari: o la nonviolenza, o si è complici. Chi non ha capito che la nonviolenza è la discriminante fondamentale, non ha capito il senso della nostra lotta.
Il movimento impegnato per la pace, contro la globalizzazione neoliberista, per la difesa della biosfera, non può permettersi di essere ambiguo, pena altre catastrofiche sconfitte: esso deve fare un salto di qualità, decidersi per la nonviolenza.
Chi pensa ancora di fare il furbo, chi si impanca a giustiziere, chi predica bene e razzola male, ma anche chi predica male ancorché razzoli bene, non può trovare in noi nè un uditorio nè dei compari. E la marcia queste cose le ha dette. Era ora.

Benito D’Ippolito

Ho partecipato alla marcia… è stata una bellissima esperienza… che non dimenticherò.
Ho partecipato insieme a degli altri giovani e spero che ci dia lo slancio per cominciare a contribuire insieme a costruire un mondo più bello. Oggi ho fatto l’abbonamento alla rivista “Azione nonviolenta”. Se fosse possibile mi piacerebbe avere qualche numero di ottobre per poterlo dare ai miei amici che hanno partecipato alla Marcia.

Francesco Montanari

Le tappe di riflessione guidate mi sono sembrate confacenti al mio modo di intendere la marcia. Per me marciare è sì manifestare riguardo un tema all’indirizzo di tutti, è sì condividere con i partecipanti una esperienza umana, ma è soprattutto un momento di formazione personale attraverso una pratica di meditazione e preghiera. Marciare è mettere ripetutamente un passo avanti all’altro creando un ritmo, una musica nella quale sono coinvolti corpo e anima. Chi va per montagna sa che anche la fatica della salita è maestra: sentendo il proprio fisico reagire si impara a conoscersi e meglio gestirsi. Nel caso della Perugia-Assisi non c’è salita o fatica ma quest’anno abbiamo avuto per maestri gli interventi durante le soste. La dinamica della marcia, con la novità delle tappe provocava un continuo rimescolamento dalla testa alla coda e quindi l’opportunità positiva di incontrare tutti i partecipanti.
Mai come quest’anno ho apprezzato l’incontro con l’altro, il condividere. Sempre toccante e’ fermarsi a parlare cinque minuti con Alex Zanotelli, commovente è il suo “prestarsi” all’incontro con tutti e sorprendente la sua capacita’ di ricordarsi i particolari dell’ultima volta, come fosse ieri.

Aldo Ricci

La Marcia di quest’anno ha avuto meno partecipanti delle ultime edizioni proprio per il riferimento alla guerra (che molti ritengono ancora indispensabile in molte occasioni).
Probabilmente il valore più grosso di una manifestazione del genere è personale, ognuno ne esce più forte. Ma anche la visibilità ha il suo valore, noi ci siamo accorti benissimo dell’assenza di sindaci e politici in genere da questa edizione.
Anche il fatto di aver programmato più tappe è servito per sentire almeno parte degli interventi (spesso non si arrivava a sentire niente). Anche l’idea di aspettare gli ultimi nel finale (cosa forse possibile questa volta per la minor partecipazione) mi è piaciuta. Assisi poi è la terra di un grande pacifista, è quindi una buona scelta. Una volta potremmo andare sulle strade di don Tonino.

Paola Celoni

Sono un vostro vecchissimo abbonato: voglio farvi tutti i miei complimenti per l’ottimo esito della Marcia. Io e mia moglie alzavamo due cartelli quadrati con le scritte : “Nonviolenza: l’utopia che salverà la terra” e “Non esiste la guerra umanitaria”. Purtroppo…la nostra macchina fotografica era guasta! Se qualcuno ha foto dove si vedano distintamente i nostri due cartelloni, è pregato di inviarcele: ci servirebbero anche per fare “propaganda” nel nostro ambiente. Grazie.

Cesare Persiani

Le due grandi sfide di Lilliput: nonviolenza e organizzazione

A cura di Pasquale Pugliese

Impegni e strategie
A circa un mese dall’Incontro di Marina di Massa (assemblea nazionale della Rete di Lilliput), proviamo ad abbozzare un primo bilancio complessivo.
Tre giornate intensissime di lavoro dove un numero assolutamente inaspettato di partecipanti ha lavorato nei 5 “gruppi”(si fa per dire, visto che contenevano tutti dalle 150 alle 200 persone) previsti, provando a mettere a punto l’identità e la strategia di questo esperimento politico che non ha eguali in Europa.

Le sfide
La sfida è molto ambiziosa: si tratta di immaginare e costruire un soggetto politico reticolare dal basso, capace di far collaborare attivamente i gruppi e i movimenti già esistenti sui territori, al fine di condizionare le scelte dei Gulliver della terra per costruire una economia sostenibile e di giustizia. Di resistere cioè alla violenza della globalizzazione e alla globalizzazione della violenza e di costruirne le alternative, attraverso l’intreccio dei nodi che i lillipuziani vogliono allacciare insieme.
Ma questa sfida generale contiene in sé molte altre sfide che l’Incontro nazionale, se pure non ha risolto, ha avuto il merito di porre ed evidenziare:
mettere in rete donne e uomini provenienti da esperienze culturali, politiche e sociali diverse;
trovare obiettivi a breve, medio e lungo termine condivisi da tutti;
darsi una strategia di lotta comune;
sperimentare forme democratiche ed efficaci per prendere le decisioni che riguardano tutti;
stabilire le modalità di nomina del “nodo” nazionale (se ci deve essere) e definire il suo rapporto con i “nodi” locali.
Per prendere le decisioni a Marina di Massa si è utilizzato il “metodo del consenso” con il quale è stabilito il principio che si agisce sulle cose condivise e si cerca ancora sulle altre. Questo metodo di lavoro, se pure non ha dato tutte le risposte possibili, a causa del grandissimo numero di persone coinvolte nella scelta, ha tuttavia consentito una prima verifica sugli elementi di consenso e su quelli di dissenso.

Lo stato dell’arte
Alcuni “gruppi” hanno lavorato su tematiche più largamente condivise ed hanno elaborato obiettivi sui quali già adesso la Rete di Lilliput è chiamata a mobilitarsi, altri su tematiche più delicate per la vita interna, che dovranno essere perciò ancora approfondite.
Tra gli obiettivi condivisi alcuni hanno l’ampio respiro di un vero e proprio “programma costruttivo” volto a modificare in profondità i processi del nostro modello di sviluppo, altre sono campagne di boicottaggio delle multinazionali che opprimono la dignità del lavoro e devastano l’ambiente (per esempio verso McDonald e Benetton, oltre quelle già in atto da tempo nei confronti di Nestlè e Del Monte) ed altre infine sono azioni più specifiche tese a contrastare eventi mediatici come il G8 di Genova.
In particolare, di grande interesse è quanto è emerso dal gruppo di lavoro sul tema “un mondo e un’Italia capaci di futuro”, che ha posto come punto centrale l’impegno per la riduzione dell’ ”impronta ecologica”, che nei paesi dell’Unione Europea è superiore del 70% alla capacità di sopportazione dell’ecosistema, individuando una serie di strumenti di azione specifici. Di altrettanto interesse è quanto è emerso dal gruppo di lavoro sul tema “armi e conflitti, popoli e migranti” che ha posto tra gli obiettivi la riconversione dell’industria bellica e la collaborazione alla campagna verso le “banche armate” (questioni importanti in quanto affrontano il tema fondamentale del legame tra economia e guerra), oltre alla creazione e diffusione di “scuole di pace”.

Cercare ancora
Se questo è, a grandissime linee, l’incompleto “stato dell’arte” per quanto riguarda i temi condivisi (un panorama più esauriente del lavoro dei gruppi si trova sul sito www.retelilliput.it), molto è ancora il lavoro da fare sulle problematiche non condivise.
Due in particolare si sono rivelati i temi di più difficile composizione: l’organizzazione della Rete, in particolare per quanto riguarda la modalità di coordinamento nazionale, e il significato della scelta nonviolenta. Su entrambi i punti la consegna che i partecipanti all’Incontro hanno dato a se stessi è quella di cercare ancora, attraverso l’organizzazione di successivi momenti d’incontro a tema volti ad affrontare a fondo le problematiche aperte.
Per quanto riguarda il primo di questi punti controversi, il gruppo di lavoro sul tema “una vita da Rete” ha espresso una notevole diversità di visioni relative in particolare al rapporto futuro tra il “Tavolo intercampagne” (il coordinamento di associazioni nazionali che ha colto l’appello iniziale di Zanotelli per la costruzione della Rete di Lilliput, curandone la promozione) e la Rete. Attualmente il “Tavolo” opera di fatto come il centro nevralgico nazionale della Rete di Lilliput, ma a Marina di Massa è stata posta sul tappeto l’esigenza di mettere la Rete nella condizione di sperimentare forme di coordinamento autonome ed originali. Nella sintesi finale del lavoro di gruppo su questo tema, le ipotesi emerse sono state efficacemente ricondotte a tre macro-modelli alternativi (che in quanto modelli hanno il difetto di escludere le sfumature ed il pregio di sintetizzare le tendendenze):
a) – struttura a dimensione esclusivamente orizzontale senza alcuna forma di coordinamento e/o di rappresentanza nazionale;
b) – struttura orizzontale-verticale democratica nella quale un coordinamento nazionale leggero è eletto o nominato dai nodi locali o dall’Assemblea di questi;
c) – struttura orizzontale-verticale attuale nella quale il “Tavolo intercampagne” assume in proprio il coordinamento e la rappresentanza nazionale della Rete.

Lilliput e nonviolenza
L’altro importante tema sul quale è stato difficile trovare un linguaggio comune è la nonviolenza. La Rete di Lilliput afferma, fin dal suo manifesto programmatico, che le proprie “strategie d’intervento sono di carattere nonviolento” e l’assemblea di Marina di Massa ha ribadito esplicitamente il carattere vincolante della scelta nonviolenta quale condizione per l’adesione, ma grande è stata la confusione quando dalle affermazioni di principio si è provato a scendere nello specifico. La parola nonviolenza è stata usata nei più svariati significati: da sinonimo di non-vandalismo a termine di giustificazione di azioni di disobbedienza “incivile”, da scelta “filosofica” a pratica opportunistica, il tutto all’interno di un margine di tempo assolutamente insufficiente per abbozzare una riflessione meno superficiale.
Ma questo rimane un tema strategico, sul quale la Rete si è impegnata ad avviare una riflessione approfondita sia al fine di elaborare un alfabeto condiviso ed una visione comune che di affrontare impegni diretti, come le azioni tese a “disturbare” prossimo il vertice dei G8 di Genova.
Su questo tema, a mio avviso, sono chiamati a svolgere un sevizio di analisi e formazione gli amici della nonviolenza che da più lungo tempo si misurano con essa, indirizzando i tantissimi giovani che si accostano alla Rete di Lilliput, come forma nuova e dal basso di impegno politico – e che a Marina di Massa hanno espresso in tanti, seppur confusamente, l’opzione per la nonviolenza – verso una chiarificazione teorica ed una pratica coerente.

Conclusioni
Alex Zanotelli ha aperto e chiuso i lavori dell’Assemblea citando don Tonino Bello: “in piedi costruttori di pace… in piedi lillipuziani” .
La Rete di Lilliput, è uscita da Marina di Massa dallo stato di pura scommessa ed ha avviato i primi passi verso la sperimentazione di una politica che vuole essere inedita e rivoluzionaria tanto nei fini quanto nei mezzi. Di che rivoluzione si tratterà dipenderà da tutti coloro che vi spenderanno tempo ed energie. Zanotelli, per parte sua, ha aperto il suo intervento finale mostrando alla platea, tra gli applausi, l’immagine di Gandhi al filatoio della copertina di un libro sulle campagne gandhiane. E se i simboli hanno un valore…

Israele–Palestina: un piano per la Pace

di Alberto Trevisan

Sono passati quasi 10 anni dal mio primo viaggio in Palestina, in piena Intifada (un movimento dove molte tecniche nonviolente furono scelte dai palestinesi: boicottaggio, disobbedienza civile, obiezione fiscale, etc. E proprio 10 anni fa Marc Heller, israeliano, e Sari Nusseibeh, palestinese, entrambi esperti di problemi Mediorientali ad Harvard, decisero di scrivere a quattro mani un libro sul conflitto israelo-palestinese, con un significativo sottotitolo “Un piano per la pace tra due Stati Sovrani” ( Ed. V. Levi, Roma) .
Ora a distanza di dieci sono ritornato in Israele e Palestina e quel libro ritorna ad avere tutta la sua drammatica attualità e soprattutto ripropone gli stessi grandi problemi da risolvere con l’aggravante di un nuova Intifada molto più aggressiva e una repressione israeliana che ogni giorno lascia sul campo decine di morti e centinaia di feriti.
Mark Heller chiudeva la sua introduzione sperando di contribuire al raggiungimento dell’accordo di pace, pur non illudendosi che la forza della parola scritta possa cambiare la storia, ma almeno, diceva, aveva trovato un grande amico, palestinese con il quale condividere questo grande sogno.
Sari Nusseibeh, dopo il primo disagio scaturito dall’incontro con l’intercolutore ancora un po’ nemico un po’ occupante la sua terra, vinse il suo disagio quando fu certo che la base di partenza per il loro lavoro letterario sarebbe stato il principio del riconoscimento dell’equità e della reciprocità fra i due popoli in conflitto .
Il libro scorre via quasi come un manuale di diplomazia formale e informale, toccando tutti i problemi: dalle misure di sicurezza alla demarcazione dei confini tanto contestati, dal problema del ritorno dei profughi ai continui insediamenti dei coloni israeliani, dalle importanti risorse idriche e persino al ruolo di Gerusalemme e sino alla regionalizzazione di questo significativo crocevia di culture, religioni e fedi qual è il Medio Oriente .
Essi si auguravano che a conflitto terminato questo libro potesse essere considerato come una tappa obbligatoria per il processo di pace: certo ci piange il cuore che loro, ma soprattutto i due popoli debbano ancora oggi attendere questo momento e continuare a scontrarsi in una terra a ferro e fuoco. Una soluzione politica del conflitto potrebbe finalmente, in nome della sicurezza e della cooperazione, portare la pace che da troppo tempo è un diritto negato a questi popoli.
Una volta conquistata libertà e indipendenza, la Palestina potrà associarsi a tutte le nazioni e gli stati che operano per un mondo migliore e più sicuro. Ma perché stenta così tanto a realizzarsi questa condizione?
Abraham B. Yehoshua, scrittore e pacifista israeliano, proprio in questi giorni pone un problema di importanza enorme: si conoscono davvero questi due popoli cugini per comprendersi meglio? Dice Yehosha che se gli arabi imparassero a conoscere Israele e viceversa, forse le armi potrebbero in breve tacere. “Se Arafat sapesse interpretare meglio i codici di questa società (israeliana) capirebbe di poter ottenere molto di più attraverso appelli diretti e continui all’opinione pubblica, tramite conferenze stampa o visite ai ragazzi israeliani delle zone degli insediamenti. Persino l’organizzazione di manifestazioni di protesta imponenti ma tranquille e con la partecipazione delle donne e bambini (come quelle di Gandhi, ad esempio) convincerebbero gran parte della popolazione israeliana a credere in lui (Arafat) e alle sue intenzioni di pace più di quanto facciano gli spari contro il quartiere di Gilò, a Gerusalemme.
La stessa cosa vale per gli israeliani (sostenitori della sinistra compresi) rimasti sconcertati dallo scoppio di rabbia palestinese. Se avessero letto gli articoli di alcuni giornali – che negli ultimi anni hanno in modo approfondito analizzato la situazione e denunciato le offese inflitte alla popolazione araba , forse avrebbero capito il dolore dei palestinesi per gli insediamenti ebraici o per la presenza di poliziotti e di soldati sulla spianata delle moschee. La comprensioni dei codici sociali di entrambi le parti non solo eviterebbe sorprese ma permetterebbe anche di raggiungere risultati ottimali senza errori e illusioni inutili.”
Pensando ai morti di questi giorni, da nonviolento, sento di condividere in pieno questa ipotesi: ma
nel frattempo cessate il fuoco e imparate a conoscervi di più, riaprite i negoziati di pace!
In Cecenia si muore ancora, ma tutto tace

Nonostante in Italia i nostri mezzi di informazione non si interessino molto di cosa stia succedendo nel Caucaso, le notizie che ci arrivano sono allarmanti. In Cecenia la guerra sta continuando con inaudita violenza e con poche speranze di una soluzione a breve termine: l’artiglieria e l’aviazione russe continuano a bombardare pesantemente il sud della regione dove si trovano le basi ribelli, i guerriglieri attaccano le caserme e le colonne militari russe, continuano gli episodi di violenza nei confronti della popolazione civile. Migliaia di persone sono scomparse nel nulla, nessuno ha più notizie. Chiunque, con qualunque pretesto, può essere internato nei famigerati “campi di filtraggio” che i russi hanno allestito in Cecenia, e dove sembra che pestaggi, torture e uccisioni siano la prassi quotidiana.
Da Mosca il governo non si sbilancia, afferma che la soluzione non sarà sicuramente una questione dei prossimi mesi, e continua a mandare nuove truppe e armamenti. Dall’altra parte i ceceni dichiarano di essere pronti a combattere ancora per anni, se fosse necessario, e l’obiettivo è la totale indipendenza.
Gli interessi in gioco sono alti ( il Caucaso è una terra ricca di petrolio e strategicamente importante per il controllo degli oleodotti, per citare i più importanti) e nessuno cederà facilmente.
Il nostro governo non alza un dito, anzi dichiara che “il rispetto dei diritti umani è notevolmente migliorato” e ratifica accordi bilaterali di cooperazione economico-militare.
Con l’Operazione Colomba stiamo cercando di aprire una presenza nella regione, a fianco dei profughi e della popolazione civile.
Le organizzazioni presenti sono molto poche, e in gran parte impegnate nella distribuzione di aiuti. Nei nostri due precedenti viaggi abbiamo invece visto come le persone chiedono che non li si lasci soli in mezzo alla violenza, che si ascolti la loro sofferenza e ce ne si faccia carico.
Stiamo per partire di nuovo, questa volta sperando di riuscire a rimanerci con una presenza stabile.

Abbiamo bisogno del vostro aiuto per raccogliere un po’ di soldi, organizzando iniziative, chiamandoci a parlare, facendo conoscere a più gente possibile quello che sta accadendo in Cecenia.

I costi sono alti, e da soli non ce la facciamo; l’aereo (fino al Caucaso e ritorno) costa circa £600.000 a persona, il visto £150-200.000, e in più le spese per il posto da dormire, il cibo, gli accompagnatori locali (non è possibile andare in giro senza).
Siamo disponibili per fornire materiale, informazioni, foto, o per vederci e studiare insieme qualche iniziativa di autofinanziamento e sensibilizzazione.
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CCP 13792478 intestato a:
Ass. Com. Papa giovanni XXIII
Via Mameli 1 – 47900 Rimini
Causale: Operazione Colomba – Progetto Cecenia

Kosovo: le religioni al servizio della pace

di Valentino e Giancarlo Salvoldi

Nessuno degli Albanesi del Kosovo, almeno a livello teorico, si oppone alla presenza dei Serbi, anzi riserva loro, in tutto il Paese, posti anche importanti nella amministrazione comunale e civile.
Non c’è ancora una sicurezza per tutti, ma si spera che presto termini l’anarchia e che si possa arrivare ad una democrazia vera e propria con la presenza a tutti i livelli delle diverse etnie.
Per concretizzare il discorso: negli ultimi mesi sono stati individuati 12.500 morti, uccisi durante la guerra. Si calcola che gli scomparsi albanesi siano 6.000.
Cuschner ha affermato che, secondo i dati dell’ONU, queste 12.500 persone uccise hanno lasciato, come minimo, 25.000 bambini orfani di un genitore e a volte anche di entrambi. Bambini che sono sotto l’età di 10 anni. Il futuro del Kosovo dipenderà in buona parte da questa gente che è da recuperare. Bisogna cercare ad ogni costo di non far crescere questi bambini nell’odio, nella divisione e nella vendetta. Questa è la sfida da sostenere!
I Leaders delle religioni in Kosovo hanno reputato prioritaria la creazione di una cultura mirante a liberare la gente dall’odio. Perché non è degno di un essere umano, di una famiglia, di un popolo vivere sotto il peso dell’odio, che è una dittatura peggiore di quella di Milosevic, di Hitler o di qualsiasi altro. Perché non ti fa vivere. Ti distrugge interiormente. E tu vivi solo per aggredire il diverso etnicamente o ideologicamente.
Molti Kosovari ora vanno dicendo: “Non vogliamo che succeda in nessuna parte del mondo quanto è capitato a noi”, e aggiungono: “Neanche alle donne serbe”. Questa è innegabilmente una grande conquista. La gente comincia a sperimentare una vera pace, una tranquillità interiore, una sicurezza che è davvero qualche cosa di eccezionale. E’ una riprova di quanto abbiamo più volte scritto, soprattutto nel libro Kosovo: un popolo che perdona (EMI, Bologna 2000). Stupenda conferma di quanto ci diceva il Vescovo Prela, leader spirituale riconosciuto anche dai musulmani: “La mia gente non sa odiare. La mia gente perdona”.
Certo, si abbia misericordia con chi è esasperato!
Nell’intento di favorire l’opera di pacificazione, dal mese di marzo, nel centro americano di Pontsin, ci sono stati parecchi incontri tra i rappresentanti delle varie religioni, su proposta di don Lush Gjergji, con l’obiettivo di redigere una dichiarazione comune.
Si è giunti ad un accordo su sette punti ai quali il prete ortodosso (P. Kirillo) ne ha aggiunto un altro in cui si dice che tutti i criminali che prima, durante e dopo la guerra si sono resi responsabili dell’attuale situazione, devono rispondere dei loro atti di fronte al tribunale internazionale e al tribunale nazionale che verrà costituito nel Kosovo.
Questi i punti fondamentali della dichiarazione:
c’è innanzitutto una condanna incondizionata alla violenza da qualsiasi parte provenga. Quindi si afferma che la violenza non può mai essere in nessun modo buona e che la guerra porta sempre distruzione e non può mai risolvere niente.
Nel terzo punto si dice che questa guerra non è stata voluta dai popoli, né albanese, né serbo, ma dalle dirigenze e soprattutto dalla dirigenza serba, quindi esplicitamente si ammette la responsabilità del governo serbo.
Quarto punto: per migliorare la situazione bisogna innanzitutto cercare di sanare le ferite materiali e morali. Quindi si conclude: la religione è un punto di forza per aiutare la gente ad uscire fuori da questa situazione.
Linea comune dei leaders religiosi: aiutare la gente a vincere le paure, a recuperare l’uomo come tale e a capire. Capire che la strategia della nonviolenza, protrattasi per circa dieci anni, ha salvato il popolo kosovaro da un conflitto che poteva essere una guerra civile, la quale avrebbe avuto conseguenze molto più disastrose. Capire che i Serbi sono stati strumentalizzati dalla politica di Milosevic, non hanno agito di propria iniziativa, ma sono stati costretti. Capire sempre di più che non c’è alternativa: o si è in grado di perdonare e di sconfiggere l’odio, oppure non ci sarà un futuro né come popolo, né come religione, né come Chiesa, né come cristiani. La gente è capace di perdonare, se viene assistita e aiutata. Non la si può condizionare. Occorre darle un anticipo di fiducia e allora comprenderà che, se non si sconfigge l’odio, non si sconfigge nulla. Semplicemente si resta sotto un’altra dittatura.
Serbi e Albanesi del Kossovo stanno lavorando per la comune sicurezza e per la convivenza dei popoli. Ciò non si realizza con le dichiarazioni. La gente va aiutata e sostenuta passo per passo attraverso una assistenza culturale, morale, spirituale e finanziaria nei tempi richiesti dalla necessità di colmare gli abissi creati dalla guerra. Solo così, vinti i pregiudizi, si disarmano le mani e il cuore.

ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Le mille e una notte del Re Shahriyàr

Forse il gusto del racconto (novella, favola, mito) è nato con l’uomo: nell’India antica (circa II-VI sec. d.C.) incontriamo il Panciatantra (in sanscrito, “i cinque libri”), settanta storie di animali a scopo didattico. Ne fu fatta una traduzione in pahlavi (medio-persiano), ritradotta a sua volta in arabo da Ibn al – Muqaffa (+ 757) col nuovo titolo Kalìla e Dimna, dal nome dei due sciacalli che compaiono tra i protagonisti. La versione araba ebbe una straordinaria fortuna nel Medio Evo anche nei Paesi occidentali, con traduzioni in ebraico, latino, spagnolo e italiano (nel Cinquecento dal Firenzuola).
Le mille e una notte hanno diverso carattere: le novelle descrivono i più vari ambienti, dalle corti ai bassifondi delle città (Baghdàd in particolare), al solo scopo di avvincere l’ascoltatore e di divertire. Vi sono elementi avventurosi, fiabeschi e magici, a volte fa capolino l’erotismo con descrizioni di scene d’alcova, ma non è l’aspetto dominante.
Come in tante altre opere di origine orientale, il vastissimo materiale narrativo viene inquadrato in una storia – cornice, che cercherò di riassumere brevemente. Il re Shahriyàr, scopertosi tradito dalla moglie e venuto a conoscenza di numerosi altri esempi di astuzia e perfidia femminile, decide di trascorrere ogni notte con una fanciulla diversa, che poi al mattino fa uccidere.
Giunto il turno della figlia maggiore del visir, chiamata Shahrazàd, questa escogita un piano ingegnoso per salvare sé stessa e interrompere la brutta abitudine regale: ogni notte, a letto col re, gli narra racconti così interessanti, innestati l’uno nell’altro, che il re, desideroso di ascoltare il seguito, differisce via via l’esecuzione capitale. La vicenda si protrae per 1001 notti, in capo alle quali il re, che nel frattempo ha avuto tre figli dalla fedele concubina e le si è affezionato, le fa grazia della vita e la sposa, guarito della sua feroce misoginia.
“In questa storia – cornice si è sistemato uno dei più ricchi e multiformi patrimoni narrativi delle letterature orientali. Usiamo intenzionalmente il plurale, poiché il materiale novellistico delle Mille e una notte non è soltanto arabo, ma affonda in parte le sue origini oltre il mondo arabo musulmano e semitico, raggiungendo la Persia e l’India, nelle più antiche fasi della loro produzione spirituale. L’origine della storia – cornice, e di buona parte dei materiali più antichi, è insomma quasi certamente aria, indo – iranica.
A questo fondo se ne è aggiunto un secondo sorto nell’ambiente musulmano dell’alto Medioevo, che ritrae, per quanto già con colori più fantastici che storici, la società islamica sotto gli Abàsidi di Baghdàd. Un terzo e più recente strato sembra doversi riconoscere in parti dell’opera più tipicamente egiziane, raffiguranti con vivacità e immediatezza di contemporanei la vita specialmente delle classi popolari d’Egitto sotto i Mamelucchi (sec. XIV – XV). E attorno al 1400, e in Egitto, si suole localizzare la redazione definitiva della raccolta, quale noi possediamo, conglobante in sé anche interi cicli narrativi originariamente indipendenti” (F. Gabrieli, Diz. Bompiani delle opere, vol. IV, p. 727).

Le traduzioni
Colui che ha rivelato all’Europa quest’opera, che in Oriente godeva scarsa considerazione essendo giudicata “letteratura popolare”, fu l’orientalista e viaggiatore francese Antoine Galland, che ai primi del Settecento ne fece una garbata traduzione, assai apprezzata alla corte del tramontante Re Sole (Luigi XIV).
Seguirono altre traduzioni nelle principali lingue europee: memorabile quella dell’inglese Richard Burton, famoso viaggiatore ed esploratore d’Arabia e delle sorgenti del Nilo, il quale evidenziò nel commento le parti erotiche con tipico atteggiamento scandalistico di ribelle al puritanesimo vittoriano (si ricordi anche il brillante e caustico anticonformismo di Oscar Wilde).
In Italia, un gruppo di arabisti, guidati dall’illustre prof. Francesco Gabrieli, preparò la traduzione integrale dell’arabo per l’editore Einaudi (1948); questa traduzione viene continuamente ristampata (in quattro volumi, pp. 2600 circa). Nella BUR è uscita recentemente (1992) una nuova traduzione in due volumi. Esistono ovviamente numerose edizioni ridotte e adattate per ragazzi.
Un noto musicista russo, N. Rimski – Korsakov, compose nel 1888 la mirabile suite sinfonica Shéhérazade, che fa rivivere con ricchezza di colori timbrici e di ritmi il magico mondo del fiabesco Oriente.
Numerosi film, per lo più di scarso valore, hanno attinto alle novelle più spettacolari: l’unico forse che abbia un impronta originale è quello diretto da Pasolini nel 1974 dal titolo Il fiore delle mille e una notte.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
I Cento passi di Peppino Impastato

Regia Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura C. Fava, M. Zappelli, M.T. Giordana
Fotografia Roberto Forza
Montaggio R. Missiroli
Scenografia F. Ceraolo
Costumi E. Montaldo
Produzione Titti film srl, Rai cinema spa
Interpreti Luigi Lo Cascio (Peppino Impastato)
Luigi Maria Burruano (Luigi Impastato)
Lucia Sardo (Felicia Impastato)
Paolo Briguglia (Giovanni Impastato)
Tony Sperandeo (Tano Badalamenti)
Origine Italia, 2000
Durata 104’

«Si potrebbe partire proprio dalla fine, dalla didascalia che precede i titoli di coda e che recita più o meno così: “I fatti e i personaggi che avete visto sono puramente inventati e casuali, ma il contesto storico e sociale nel quale questi sono inseriti corrisponde fedelmente alla realtà”».
Questa è la frase che Peppino Impastato pronuncia nella sequenza che racconta l’incipit del dibattito di uno dei tanti cineforum che erano soliti “affollare” la vita culturale dei giovani di sinistra anni ’70.
Il film citato da marco Tullio Giordana e commentato da Peppino è il celebre “Mani sulla città”, di Francesco Rosi, e se i fatti e i personaggi di questo film si autodichiarano come “inventati e casuali”, non altrettanto si può dire riguardo la collocazione della citazione di Rosi all’interno della “miglior sceneggiatura” alla 57ª mostra del cinema di Venezia. Si tratta di una vera e propria scelta di campo, oltre che di una precisa ed immediata dichiarazione di poetica: Giordana è l’ultimo e più dotato artisticamente “seguace” di quel cinema-verità, politico e militante, impegnato nella denuncia di crimini e soprusi del “bel paese” nel boom economico; un cinema di tale spessore da rendere famoso in tutto il mondo il regista de “Il caso Mattei” e “Salvatore Giuliano”. Ma Giordana si spinge ancora più in là del maestro in questo rapporto tra realtà e finzione: non solo il contesto sociale è reale, ma anche il resoconto dei fatti e l’esistenza dei personaggi.
Peppino Impastato, promettente rampollo di famiglia mafiosa, ma soprattutto giovane militante di Democrazia Proletaria che ha osato sfidare, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, Tano “Seduto” Badalamenti nel suo regno di “Cinisi-Mafiopoli” è realmente esistito ed è stato brutalmente assassinato dai sicari del boss il 9 maggio 1978. Ma fin da subito, sulla tragica vicenda di Peppino è calato il velo dell’oblio; il destino vile e beffardo che lo fece morire nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro e la “congiura di Stato” che mascherò la sua uccisione con una morte per suicidio, hanno sottratto alla “devozione” nazional-popolare questo “eroe” dei giorni nostri e la sua vitale e coraggiosa lotta “a muso duro” contro il potere mafioso.
Il film di Giordana sui “Cento Passi” che dividevano la casa della famiglia Impastato dalla “tana” di Tano (Badalamenti) si rivela così come un’operazione culturale drasticamente necessaria; al di là di certe accuse da parte di qualche illustre firma di re-censore cinematografico italiano riguardo presunte “divagazioni” o eccessi di enfasi retorica (la sequenza rallentata finale del funerale-manifestazione a pugni chiusi).
Il film è, a mio giudizio, semplicemente necessario per lo spettatore così come lo sono il pane e l’acqua per ogni essere umano: la sua “esistenza” significa riscatto inoppugnabile e definitivo della figura di Peppino, ma rappresenta, altresì, una scossa simbolica nei confronti di una società incapace ormai di vedere e di discernere la verità dietro la cortina di fumo provocata dai mezzi di comunicazione di massa e ideologicamente intorpidita e raffreddata dall’individualismo imperante. E quando Andare al cinema significa sedersi su una sedia in uno stato di indolente rassegnazione e rialzarsi con l’inaspettato fervore emotivo di chi vuole cambiare il mondo “Hasta la Victoria”, allora vuol dire che l’autore del film si è manifestato totalmente estraneo ad una sempre più frequente logica autoreferenziale, ma soprattutto ha perfettamente compreso quella che si può considerare come la fondamentale ragion d’essere di ogni opera artistica: avere qualcosa di forte, significativo e di insopprimibilmente necessario da comunicare allo spettatore.
Grazie per tutto questo, Giordana.

Gianluca Casadei
Coop. Fuorischermo – cinema & dintorni

MUSICA
A cura di Paolo Predieri

“Non leggete e non cantate le mie canzoni come un libro di testo, ma lasciate che siano una chiave per aprire le vostre gabbie e sciogliere i vostri vecchi blocchi.
I ragazzini mi hanno confermato tutto quello che so o che spero ancora di conoscere. Guardate i ragazzini: fate come loro, gridate come gridano, danzate come li vedete danzare, cantate come cantano, lavorate e riposate come fanno i ragazzini. Sarete più sani, vi sentirete più ricchi, parlerete in modo più saggio, salirete più in alto, farete di meglio e vivrete più a lungo qui, in mezzo a quello che fanno i ragazzini.
Non voglio che i ragazzini crescano. Voglio vedere gli adulti essere ragazzini.” (Woody Guthrie)

La pagina di giugno (“Cantare per crescere e crescere cantando”) ha suscitato nei lettori domande, proposte e idee. Con piacere provo così ad aggiungere qualcosa, in ordine sparso.

Segnalazioni interessanti

“Il Paese dei bambini con la testa” di Daisy Lumini e Beppe Chierici, disco anni 70 con canzoncine istruttive come “La ballata di un pezzo di pane”, “Quattro cavalli e quattro cow-boys”, “Ninna nanna per un bambino del Viet-nam” e “Mandura”. Due canzoni dall’ultimo Zecchino d’Oro (il numero 42): “Gira! Che è un girotondo” (l’interessante non è tutto nel testo, ma nella costruzione molto suggestiva della canzone che si apre con una notte che incombe minacciosa e fa paura, dolcemente allontanata da canti, risa e cori che anticipano l’arrivo del sole e del nuovo giorno, metafora della possibilità di ridisegnare un mondo più desiderabile… e potersi addormentare credendo che i sogni si potranno realizzare) e “Salta balla batti sveglia!” (dal Canada: “questo è il ballo che non serve a far la guerra/ chi lo balla sulla terra alla terra pace dà”).

Ninne nanne

Cantare per i bambini, da che mondo è mondo e in tutto il mondo vuol dire ninna nanna. Tantissimi si sono cimentati con questo genere così legato alla natura profonda dell’umanità, compresa la “mamma” Patti Smith con la dolcissima “The Jackson song”.
Ne propongo due: “Dopo la pioggia” di Virgilio Savona e Lucia Mannucci (testo di Gianni Rodari: “Non sarebbe più conveniente/ il temporale non farlo per niente ?/ Un arcobaleno senza tempesta / questa si che sarebbe una festa/ Sarebbe una festa per tutta la terra/ fare la pace prima della guerra”) e “Pane e ciliegie” di Grazia Di Michele (“Dormi dormi la notte passerà/ Dormi dormi la guerra finirà/ Tutte le guerre si sono fermate/ l’amore mio ha pace/ tutte le vele strappate dai venti/ l’amore mio le cuce/ tutte le terre di spighe d’oro/ domani avranno pane/ pane e ciliegie per il mio amore/ l’amore mio che dorme”).

Grandi e piccoli

I grandi parlano ai piccoli, parlano dei piccoli, attraverso i piccoli a volte rivolgono un discorso ai grandi. Così sono tanti i cantanti e autori “per adulti” che si sono rivolti ai bambini. Non a caso, scorrendo i titoli dello Zecchino d’Oro, troviamo fra gli autori tanti nomi noti. C’è poi chi ha preso spunto da fiabe celebri come Edoardo Bennato (Pinocchio e Peter Pan) o Enrico Ruggeri (ancora Peter Pan), c’è chi cerca di mettersi dal punto di vista dei bambini, ad esempio Fabio Concato che, oltre alla canzone che ha sostenuto il Telefono Azzurro, ha scritto e cantato ancora in quel modo (“Quando sarò grande”: “avrò fiducia in quelli che verranno/ e chi ha distrutto e chi ha rubato/ sarà lontano sarà disarmato/ (…) e farò come mi hai insegnato/ combatti sempre chi ti porta via/ la pace l’aria e la speranza/ vedrai il futuro sarà migliore”). Non sono rari i casi di canzoni nate per i grandi, magari basate su forme che vanno benissimo per i piccoli come “Samarcanda” di Roberto Vecchioni. E non dimentichiamo il classico “Girotondo” di Fabrizio De Andrè (“Se verrà la guerra marcondiro ‘ndera…”).

LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti

AA. VV., L’insegnamento di Gandhi per un futuro equo e sostenibile, Atti del convegno internazionale, Torino 30 gennaio, 1-2 febbraio 1998, a cura di L. Coppo, E. Camino, G. Barbiero, ed. Gruppo Assefa e Centro Studi S. Regis, pp. 140, £ 10.000

Il volume, denso e leggero, si suddivide in tre sezioni. Nella prima, dal titolo ‘Gandhi e il suo programma costruttivo a 50 anni dalla sua morte’, sono raccolti i contributi di numerosi studiosi gandhiani e nonviolenti, intervenuti al convegno internazionale organizzato all’inizio del 1998, a Torino, dal centro ASSEFA e dal Centro Studi S. Regis, in occasione dei cinquanta anni dalla morte del Mahatma Gandhi. Questa parte è articolata a sua volta in tre unità tematiche: 1) ‘I messaggi di Gandhi’, dove G. Pontara, G. Salio, P. Caracchi e A. Pelissero prendono in esame i temi della nonviolenza, dell’economia e della spiritualità gandhiana; 2) ‘L’eredità di Gandhi in India’, in cui M. Vasantha e K. M. Natarajan illustrano rispettivamente programmi educativi e movimenti socio-politici di ispirazione gandhiana, presenti in India; 3) ‘Percorsi di nonviolenza in occidente’, dove A. Drago mette in luce maestri, pensieri e movimenti nonviolenti e S. Kumar ed E. Bianco evidenziano caratteristiche e fonti di una cultura della nonviolenza. Completa questa sezione una bibliografia di scritti su Gandhi e di Gandhi. Filo conduttore delle relazioni è l’attualità, l’applicabilità e l’universalità del messaggio gandhiano, foriero di indicazioni per praticare una vita individuale e collettiva nonviolenta e più equa.
Nella seconda sezione, ‘L’attualità del pensiero di Gandhi’, sono contenute tre riflessioni – ‘Gli aspetti etici’ (L. Coppo), ‘Globalizzazione ed economia’ (L. Cometti) e ‘Riflessioni sull’educazione’ (E. Camino) – che presentano, nell’ambito dell’etica, dell’economia e dell’educazione, alcune idee gandhiane utili a costituire un modello etico, economico, sociale ed educativo che si ponga in alternativa a quello del mondo occidentale.
La terza ed ultima parte consiste, infine, in una selezionata bibliografia, corredata di utili abstracts. Il criterio scelto per segnalare i testi citati risponde all’intenzione di “mettere a confronto voci e opinioni diverse nel tentativo di capire meglio ciò che succede e, di conseguenza, individuare la portata delle responsabilità e delle opportunità di azione di ciascuno” (pag.120). Da qui il titolo ‘Visioni del mondo a confronto’.
Il bello di questo libro, oltre alla qualità delle riflessioni proposte e alla quantità delle piste di ricerca indicate, sta nel fatto che tra le pagine non vi si respira l’aria polverosa e stantia di molte iniziative celebrative, ma piuttosto una viva tensione a porre in relazione il pensiero e la testimonianza gandhiane con il nostro essere al mondo, qui ed ora, e a rintracciare parziali e prospettiche risposte alla domanda ‘in che modo la nonviolenza di Gandhi ci parla e ci interpella, oggi?’. Come recita la breve presentazione del testo (pag. 4) ‘l’individuazione di idee di matrice gandhiana in alcune problematiche di grande attualità e la documentazione e l’esemplificazione di modi di interpretare la realtà sulla base di sistemi di valori diversi possono essere considerati altrettanti strumenti concettuali, utili per arricchire e rielaborare l’interpretazione personale nel contesto sociale, economico e spirituale in cui ci troviamo a vivere’.
Il registro divulgativo e non specialistico attraverso cui si sviluppa il tema dell’eredità gandhiana fa di questo libro una sollecitazione e uno strumento per leggere criticamente il presente, alla luce dell’ispirazione nonviolenta gandhiana, a disposizione di ogni cittadino e cittadina.

Per ordinare il volume:
Gruppo Assefa
Centro Studi S. Regis
Via Garibaldi 13, 10122 TORINO
Tel 011/532824, fax 011/5158000
E-mail < regis@arpnet.it
Indirizzo web: http//www.arpnet/~regis

Proposte per diffondere la cultura nonviolenta
Libri in offerta speciale

Nel corso degli anni abbiamo acquistato da case editrici o stampato in proprio vari testi. Di alcuni titoli siamo ancora in possesso di alcune centinaia di copie: anche se risalgono ad alcuni anni or sono, risultano tutt’ora validi e sempre utili per approfondire un discorso nonviolento.
Per aiutarci nella diffusione, questo mese vi proponiamo di acquistare al costo complessivo di 10.000 lire:
Italia Nonviolenta, di A.Capitini
Una nonviolenza politica, a cura del M.A.N.
Strategia della nonviolenza, di J.M.Muller
I libri si possono ordinare versando l’importo (£. 10.000) sul CCP 10250363 intestato ad Azione Nonviolenta – Via Spagna 8 – 37123 Verona specificando nella causale “Offerta speciale libri – Novembre”, oppure inviando un fax al n. 045 8009212.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Educare e formare alla nonviolenza

Con la partecipazione alla marcia Perugia–Assisi del 24 settembre scorso si chiedeva a tutti i partecipanti di sottoscrivere, come segno di concreta e personale assunzione di responsabilità, il “Manifesto 2000”, elaborato dai Premi Nobel per la Pace, con l’intento di promuovere un Movimento Internazionale per la diffusione di una cultura della Pace e della Nonviolenza.
Come sappiamo, nel 1997 un gruppo di Premi Nobel per la Pace indirizzò un Appello a tutti i capi di stato e di governo dei paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affinchè il decennio dal 2000 al 2010 fosse dichiarato “Decennio per l’affermazione di una cultura della nonviolenza” per contrastare quella cultura di violenza che , nelle sue diverse forme, fisica, psicologica, socio-economica o politica, è tuttora causa di sofferenza, esclusione e morte in ogni parte del mondo.
In seguito a ciò, l’Assemblea generale dell’ONU, nel settembre 1999, ha adottato una “Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace” che presenta alcune rilevanti affermazioni:

la pace “non è semplicemente l’assenza del conflitto, ma un processo positivo, dinamico, partecipativo che favorisce il dialogo e il regolamento dei conflitti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione”;
per illustrare le condizioni che caratterizzano la pace e i mezzi per raggiungerla, viene introdotto il concetto di nonviolenza; la cultura della pace viene definita , infatti, come l’insieme dei valori, delle attitudini, delle tradizioni, dei comportamenti e dei modi di vita fondati “sul rispetto della vita, il rifiuto della violenza e la promozione e la pratica della nonviolenza attraverso l’educazione, il dialogo e la cooperazione…l’impegno a regolare pacificamente i conflitti…”
per quanto riguarda i mezzi, l’Assemblea propone “La formazione, a tutti i livelli di responsabilità, di persone che sappiano favorire il dialogo, la mediazione, la ricerca del consenso e la gestione pacifica delle differenze”;
l’articolo 4, infine, sottolinea che “L’educazione, a tutti i livelli, è il principale strumento per costruire una cultura di pace…”

Questa proposta accoglie ed istituzionalizza una pratica di Educazione alla Pace diffusa ormai da alcuni decenni in tutto il mondo da Centri , Associazioni e Movimenti come i nostri.
Sembrano dunque maturi i tempi perché la pratica della nonviolenza sia insegnata nelle scuole, dal momento che, come sostiene anche l’autorevole Manifesto di Siviglia, la violenza non è una condizione ineluttabile ed irreversibile, ma piuttosto un processo che può essere contrastato, bloccato, trasformato.
Perciò è importante che su una rivista come Azione Nonviolenta si riapra una specifica rubrica sui temi dell’educazione e della formazione alla nonviolenza, che si proponga di raccogliere esperienze, riflessioni, segnalazioni di quanto si muove in questo campo a tutti i livelli, con particolare attenzione a questi tre filoni:
1-una finestra sul mondo: presentazione di articoli e materiali tratti dalle principali pubblicazioni di educazione alla pace a livello internazionale;
2-esperienze: sintesi di lavori svolti in ogni livello di scuola per promuovere una cultura della pace e una pratica della nonviolenza; esperienze di ricerca di un modello educativo orientato alla nonviolenza ; esperienze di formazione alla nonviolenza per l’organizzazione di azioni dirette …
3-materiali e strumenti: suggerimenti, schede di lavoro, proposte concrete da far circolare, iniziative da far conoscere, indicazioni bibliografiche ….
Invitiamo perciò i lettori a segnalarci o a inviarci materiali pubblicabili in questa rubrica, scrivendo ad Azione nonviolenta o direttamente a me, al seguente indirizzo e-mail: angelaebeppe@libero.it
E’ anche questo un modo per assolvere l’impegno che ci siamo presi con la Marcia per la Nonviolenza.

Il forte di Exilles
Onore agli offesi

Esiste il delitto di sfruttamento militare, nella realtà, se non nei codici. Oggi si denuncia l’uso dei bambini soldati, in Africa. Quello degli adulti c’è sempre stato. Tra i grandi pensatori, lo denunciò chiaramente Kant. I soldati di tutte le guerre, sovrani e governi li hanno usati, costretti, violentati, resi omicidi e fatti morire. Se andarono volontari, è ancora peggio, perchè furono persuasi dalle propagande dell’uccidere. Ben di rado hanno veramente difeso diritti delle persone e dei popoli. Così offesi, usati per offendere, sono stati poi ipocritamente onorati nei vari monumenti ai “caduti” (in realtà, ammazzati), eretti fin sulle piazzette dei più piccoli paesi. Il colmo è la sepoltura del Milite Ignoto, uno dei tanti massacrati, dentro quella orrenda dentiera che a Roma vuole onorare, più di lui, il re che cavalca sulla sua tomba. La retorica delle patrie matrigne ha chiamato caduti – come se fossero liberi alpinisti – ed eroi – come se avessero salvato qualcuno – i figliastri mandati ad uccidere e morire.
Una bella eccezione è il monumento ai morti in guerra di Termignon, bel villaggio nella Haute Maurienne, in Savoia, a circa 100 km da Torino: una madre piangente, col capo chino e il volto nascosto tra le mani. La famosa “Pleureuse”, il più onesto dei monumenti, dice che le patrie fanno piangere le madri.
Ora, anche il forte militare di Exilles, restaurato e curato da Regione Piemonte e Museo Nazionale della Montagna, nel mezzo della Val di Susa, è un’occasione preziosa di meditazione. Il grande complesso militare, la cui origine ha quasi 900 anni, si presenta oggi più completo e reintegrato di tutti gli altri forti alpini, sui due versanti italiano e francese. Si può visitare l’architettura ingegnosa, ai fini bellici puramente difensivi (un forte non è una portaerei che va a portare offesa), ma la parte veramente importante è l’area museale “Truppe alpine”.
Quì, dopo una rassegna storica di manichini in divisa, comincia l’onore vero degli offesi. Con una tecnica museale avanzata, che fino a pochi anni fa trovavamo solo in Francia, si presenta la vita reale dei soldati che abitarono questo forte, come combattenti o come prigionieri, e di tutti gli altri. Il ferro, la pietra, la neve, il ghiaccio, la nebbia, la notte: sono quadri animati in cui vediamo le loro sofferenze, nostalgie, terrori, sogni, sfinitezze, pianti, solidarietà. Quei sentimenti strazianti, una volta affidati alle canzoni del dolore composte dai soldati e proibite dagli stati maggiori, ora qui immagini e suoni li suscitano nel visitatore commosso.
Quelle figure di pietra, della pietra di cui è costruito il forte, erano uomini. Usati, offesi. Qui finalmente compianti, rispettati, ascoltati, onorati, liberati dalla falsità della retorica. La storia farà un passo umano quando la guerra sarà tutta soltanto in simili musei, abolita dalla politica e dalle menti, affidata alla meditazione e alla pietà delle coscienze attente.

Enrico Peyretti
Torino

Un cacciabombardiere
contro un contadino

Giovedì 5 ottobre un F-104 dell’aviazione militare italiana è precipitato nelle campagne di Castelvetrano (Trapani)*. Due persone sono state colpite dai rottami incandescenti. Uno di loro, Angelo Calderono un contadino di 72 anni, è rimasto ucciso. L’ennesimo omicidio annunciato. Dal 1963 ad oggi quasi la metà dei 360 F-104 utilizzati dall’aviazione militare sono precipitati al suolo, mietendo numerose vittime.
L’esercito italiano non riesce nemmeno a scongiurare il massacro dei propri cittadini e dei propri piloti. Gli F-104 non solo sono strumenti per uccidere il “nemico”, ma, per la loro ben nota insicurezza, sono anche strumenti per uccidere l’”amico” e il “neutrale”. Non a caso, sono detti “bare volanti”. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…” recita la Costituzione. Nella realtà, l’Aviazione militare dimostra, con i fatti, di non essere capace nemmeno di ripudiare la guerra contro il suo stesso popolo. Un contadino siciliano va ad aggiungersi alla macabra lista di uomini la cui vita è stata falciata dalla testardaggine irresponsabile dei vertici militari, prima ancora che dall’aereo precipitato. E il futuro cosa ci prospetta ? Per il momento, pare, il solito, aumento delle spese militari.
Già la finanziaria 2000 aveva portato il bilancio della “Difesa” a 32839 miliardi, con una crescita del 5% (2000 miliardi) rispetto al ’99. Ora è in cantiere l’acquisto di una portaerei da 4000 miliardi. Del resto, proprio oggi, passando davanti a piazza S. Zeno ho spalancato gli occhi per lo stupore : di fronte alla chiesa, in bella mostra, un carro armato dell’Esercito. Uno strumento di morte esposto, con raro senso del macabro, di fronte ad un tempio che dovrebbe testimoniare la pace di Dio. A pensarci bene, però, nonostante le testimonianze controcorrente di Alex Zanotelli, di mons. Luigi Bettazzi, di Pax Christi e di tanti altri, la Chiesa ufficiale di Roma quest’anno ha beatificato il ghigliottinatore Pio IX, ed ha annunciato, per il 19 novembre, un raduno giubilare dei Cappellani militari. Nessun cardinale ha sentito l’esigenza di organizzare un Giubileo che festeggi gli obiettori di coscienza e i movimenti pacifisti, pur esistenti nella Chiesa.
Vergognamoci per loro, poiché è dubbio che i responsabili di queste miserevoli iniziative siano capaci di provare vergogna.
Ci sono disoccupati, sottopagati, emigranti, in attesa di giustizia ? Non importa, si aumentino i miliardi investiti in macchine di morte, si festeggino i preti con i gradi e le stellette.
Perlomeno, sono felice di avere dato il mio 8%o alla Chiesa Valdese, che, mi risulta, difende l’obiezione di coscienza e gli investimenti per aiuti sociali. Il giubileo dei preti militari non si farà con i miei soldi.

Vincenzo Zamboni
Verona

All’obiettore ignoto

Con dolore vorrei far partecipe tutta la famiglia di quelli che credono nei valori della nonviolenza, della morte di un uomo che, per sua personale scelta, ha voluto vivere nell’ombra il suo coraggioso impegno di uomo di pace. Alla fine di agosto è venuto meno Enrico Fra, in arte Arfa. Arrivò dal Piemonte a Firenze per svolgere il servizio di leva in una caserma di artiglieria nel 1949. Maturò sotto le armi la decisione coraggiosa e coerente di bandire ogni arma e ogni violenza dalla sua vita. Lasciò l’esercito con una lettera in cui motivava le sue scelte e fu per questo considerato disertore. Visse più di venti anni in clandestinità non potendo avere né un lavoro fisso, né una vita normale. In quegli anni difficili, ma, secondo la sua testimonianza che ho più volte udito, entusiasmanti maturò il suo impegno religioso e prese coscienza anche delle sue capacità di ottimo artista, brillando soprattutto come scultore ritrattista e, in più tarda età, come pittore che sarebbe riduttivo chiamare surrealista; volle tenere sempre queste sue capacità come patrimonio personale allargandolo solo a pochi amici. Visse fondendo per altri scultori divenendo un maestro nella tecnica della cera persa. Quando decise di sposarsi fu rintracciato dai carabinieri, arrestato per diserzione; subì un processo, aiutato dall’avvocato Ramadori, in cui fu riconosciuto pienamente che la sua non fu diserzione, ma obiezione di coscienza. Rimasto vedovo decise di vivere appartato da tutti fino al triste momento della sua morte.
Credo che il suo nome dica poco a molti che non lo conobbero. I pochi come me che hanno avuto il piacere di essergli amici non possono non ricordarlo con commozione e profondissima stima per la sua intelligenza e il suo umile e cristallino esempio di vita.

Cardosi Tiziano
Firenze

La violenza commerciale ed ideologica degli USA

Gli Stati Uniti d’America stanno dettando legge sulla scena mondiale, il dollaro in forte ascesa, il governatore della Virginia impassibile sulla pena di morte, le manipolazioni genetiche nelle coltivazioni, negli animali ed anche sulle persone, noncuranti delle proteste degli ambientalisti, dei nonviolenti, del Papa, dei governi europei. Il dollaro si appresta a diventare la moneta globale, basta averne in tasca per avere le porte aperte nei mercati, anche quelli dell’ex Unione Sovietica e dell’est asiatico. Il governatore della Virginia, come dire il presidente degli Stati Uniti d’America che continua a praticare la pena di morte come segno di potenza del governo verso chi ha ucciso, anche se non ci sono prove schiaccianti, anche se i giudici stentano a far luce sulla verità dei fatti. Il giudice William J. Brennan Jr. degli Stati Uniti affermava qualche anno fa : “forse il lato più spaventoso della pena di morte è che viene imposta non solo in maniera discriminatoria e arbitraria, ma anche in alcuni casi nei confronti di persone innocenti”. Il famoso caso della pena di morte contro Sacco e Vanzetti del 1927 lascia riflettere.
Il governo americano deve continuare a mostrare la forza specie contro i deboli ed indifesi, contro chi turba il suo dominio internazionale economico ed ideologico sia esso Gheddafi, Saddam, Milosevic o semplicemente Barnabei.
In merito agli organismi modificati geneticamente c’è da dire che negli USA il 44% del mais ed il 50% della soia sono transgenici e c’è da dire che risulta da una ricerca statunitense che la larva della farfalla “Monarch” se si nutre di mais geneticamente modificato muore.
Ci auguriamo di non fare la fine della farfalla “Monarch” come non avere a che fare con la giustizia statunitense perché la nostra civiltà ha tanti valori che il dollaro non può comprare, che la scienza non può manipolare e che la sedia elettrica non può mettere a tacere.

Michele Ferrante
Tortoreto (TE)

Banca etica contro la corrente

Come socio di Banca Etica, nel corso di una riunione ho potuto apprendere notizie assai interessanti sullo sviluppo di questa “utopia” della finanza, divenuta ormai realtà.
Una Banca che ha aperto altri punti, che riesce a “contaminare” 200 Comuni, 7 Regioni, 30 Province e migliaia di soci, che crede di muoversi nel difficile mondo della finanza attraverso strumenti etici quali il bilancio sociale, la trasparenza degli investimenti, un Comitato Etico e un Certificato Etico, non è cosa da poco. Una banca che nel corso di un anno, nel suo piccolo, ha creato più di 2000 posti di lavoro, che offre finanziamenti a cooperative che operano in territori ad alto rischio mafioso, dove le altre banche non osano neppure mettere il naso.
In Italia abbiamo ormai 7 milioni di poveri (gente che vive con meno di 600 mila lire al mese), nel mondo 1 miliardo e 300 milioni di uomini vivono con un dollaro al giorno; ci sono circa 2 miliardi di uomini che sono esclusi dal credito, il che significa rimanere sempre più poveri: e allora che fare ? La Banca Etica è una giusta risposta. E che dire di Don Luigi Ciotti, che sta riunendo la società civile siciliana per riappropriarsi degli 800 ettari di terra confiscati a Totò Riina (si consideri che non è facile trovare persone a coltivare campi ad alto “rischio mafioso”)?
Alex Zanotelli, uno dei precursori nel chiedere ai risparmiatori di controllare l’uso del denaro, ha recentemente rifiutato una donazione di 500 miliardi (!!) per la sua baraccopoli di Korococio a Nairobi. Molti si chiederanno come mai abbia rifiutato una somma così alta. Lui, come estremo testimone, sostiene che non sono queste cifre che risolvono i grandi problemi, ma le diverse politiche dei Paesi ricchi e degli organismi monetari mondiali.
Ultima breve informazione locale: i nostri amministratori regionali, tra quelli in buona uscita e i nuovi, con i loro stipendi ci costeranno circa 11 miliardi (fonte Il Mattino di Padova): il solo movimento di tutto questo denaro in Banca Etica avrebbe costituito un evento significativo.
Anche la Chiesa ha capitali da sistemare; non tutti, ma qualcosa in Banca Etica non stonerebbe!

Alberto Trevisan
Rubano PD

Ozio istituzionale ordinaria burocrazia

Il lavoro in carcere nella sua eccezione più ampia, svolge una duplice funzione: una personale, perché serve alla realizzazione umana e al sostentamento materiale del detenuto, e una sociale, poiché facilita l’inserimento di un cittadino che ha sbagliato e che sta pagando il debito alla società.
Dal lavoro in carcere devono scaturire vantaggi anche d’ordine psicologico e sociale e il detenuto deve essere avviato al lavoro non tanto per essere sottratto all’ozio avvilente, quanto perché il lavoro è un dovere sociale, è un diritto costituzionale, perché è un essenziale strumento di rieducazione e di reinserimento sociale.
La direzione del Carcere di Voghera dovrebbe “favorire la destinazione al lavoro dei detenuti”, sensibilizzare, organizzare, promuovere e non certo impedire come sta facendo nel mio caso senza nessuna ragione e buon senso.
L’ozio forzato non fa parte della pena a cui sono stato condannato ma è un’afflizione aggiuntiva che nessun tribunale mi ha elargito. A mio parere si usa l’ozio per distruggere la mente ed il corpo dei prigionieri.
Ultimamente mi è stato data la possibilità di acquistare un computer per motivi di studio e di lavoro (scrivo poesie e brevi racconti), con cui passo buona parte della giornata per uscire dall’umana miseria quotidiana di prigioniero. La mia famiglia per quest’acquisto ha fatto enormi sacrifici; l’Associazione Pantagruel venuta a conoscenza di ciò mi propone di battere al computer del materiale per loro, ovviamente pagandomi regolarmente a norma di legge. Non nascondo la gioia di essere occupato in qualcosa di serio, di guadagnare del denaro (sarebbe la prima volta onestamente), di non pesare sulla mia famiglia e di sentirmi utile e vivo.
Il Presidente dell’Associazione Pantagruel informa e fa regolare richiesta d’assunzione alla direzione del carcere di Voghera. Incredibilmente questa risponde negativamente senza una seria motivazione. Non capisco, non comprendo ! Mi è stata data al possibilità di acquistare un PC, ho l’accesso giornaliero al computer quindi perché mi viene impedito di lavorare con questo mezzo? Per favore qualcuno mi faccia capire perché francamente non capisco, perché mi si deve complicare la vita, limitando la voglia di creatività, di lavoro, e formazione umana ? Quale disturbo reco se lavoro al computer… ?
Considerando che la ragione, il buonsenso e la legge sono dalla mia parte, mi vedo costretto a reagire con delle proteste ed iniziative pacifiche anche a rischio di essere ulteriormente punito pur di ottenere di poter lavorare e di non perdere quest’opportunità che la gentile Associazione mi ha proposto.
Alla direzione di questo carcere dico che IO non sono un animale, un oggetto cui si dice no senza una seria motivazione. Qualcuno mi faccia capire, ed io m’inchinerò al suo operato se questo è dettato dalla ragione, dalla legge, dalla sicurezza, dal buonsenso.
Grazie.

Carmelo Musumeci
Carcere di Voghera