Azione nonviolenta – Ottobre 1999

An ottobre 1999

– Nonviolenza in movimento: tutti a Pisa
– D’Alema e i pacifisti: chiarezza o confusione? di Mao Valpiana
– Per il movimento nonviolento del duemila
– Fuori il nucleare dall’Europa, di Paolo Macina
– Verita’ e riconciliazione, senza vendetta, di Enrico Peyretti
– Servizio civile a Timor Est, di Daniele Aronne
– La nonviolenza e’ stata sconfitta? di Maria Chiara Tropea
– La mediazione nonviolenta per risolvere conflitti interpersonali. Intervista a Luciano Capitini

Rubriche

Ozio …in corso
Fragili e vulnerabili… da questa parte del fiume, di Christoph Baker

Obiezione
Dibattito sull’abolizione della leva

Accordi di pace
E’ sempre la solita musica
di Paolo Predieri

Il fucile spezzato
Una lapide per l’obiettore ignoto
di Pierfelice Bellabarba

L’arte di scrivere
Le mie prigioni di silvio pellico
di Claudio Cardelli

INVITO AL CONGRESSO
Nonviolenza in movimento: tutti a Pisa!

Il Congresso del Movimento Nonviolento si tiene a Pisa dal 29 ottobre al primo novembre. E’ un Congresso che abbiamo pensato particolarmente aperto al contributo di altri movimenti ed associazioni, che si richiamano alla nonviolenza. Ci pare infatti essenziale che il confronto, sui temi indicati nella manifestazione di apertura ed affidati all’approfondimento delle Commissioni, avvenga tra amici della nonviolenza nella sede del nostro Congresso nazionale. E’ un modo anche questo, che ci è parso concreto e significativo, di dar corpo alle nostre, più volte affermate, apertura e volontà di collaborazione.

In particolare rivolgiamo l’invito a partecipare ai lavori congressuali ai lettori e agli abbonati ad Azione nonviolenta, perché a Pisa discuteremo anche del futuro di questa nostra rivista, voluta e fondata da Capitini, che ancor oggi è il principale collante tra gli amici del Movimento e insostituibile veicolo di diffusione di idee e iniziative. Ma molto di più si può e si deve fare…

E’ un Congresso, non solo per la suggestione del volgere del millennio e per noi del centenario della nascita di Aldo Capitini, particolarmente impegnativo. Guerre e violenze non sono cessate nel mondo. Hanno acquistato solo una diversa, spesso difficilmente interpretabile, configurazione. Alimentano incessantemente la violenza strutturale, cioè l’ingiustizia, l’oppressione, l’insostenibilità delle condizioni di vita per la gran parte dell’umanità. E trovano in questa situazione iniqua – nella quale la divaricazione tra ricchi e poveri, tra Stati ed all’interno degli Stati, si va implacabilmente accrescendo – le condizioni più favorevoli per il loro proporsi ed ampliarsi.

Così la violenza è esplosa, anche con la partecipazione del nostro Paese, nelle forme estreme della guerra nel cuore della ricca Europa. La criminalità organizzata controlla parti importanti del territorio e dell’economia nel mondo e nel nostro paese e la criminalità diffusa terrorizza particolarmente le persone più deboli ed esposte. La violenta repressione, pur nella sperimentata illusorietà di tale soluzione, viene invocata come sola risposta possibile. Vi sono risposte migliori, che si collocano nel campo della ricerca e della pratica nonviolenta. Sono sperimentate nei grandi come nei piccoli conflitti. E’ nostro comune impegno approfondirle, sostenerle, ampliarle per offrire un’alternativa credibile alla guerra ed alle scelte unicamente repressive.

Il nostro è un piccolo, tenace Movimento, che si confronta con problemi giganteschi. Gli è essenziale l’apporto di tutti gli amici e i “persuasi” della nonviolenza, perchè la discussione sia comune e vada in profondità. Discutere, ci ricordava Capitini, vuol dire scuotere con forza per saggiare la validità degli argomenti proposti. Da una buona discussione si esce più persuasi e perciò molto più capaci e pronti ad agire. L’invito che rivolgiamo all’esterno ha credibilità e fondamento se è in primo luogo accolto dagli aderenti al Movimento e dagli abbonati che si riconoscono in Azione nonviolenta. Concludiamo con l’appello a fare uno sforzo per partecipare tutti all’ormai prossimo Congresso, estendendo anche l’invito a persone amiche ed interessate.

Daniele Lugli – Segretario del Movimento Nonviolento
Mao Valpiana – Direttore di Azione nonviolenta

DOPO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI
D’Alema e i pacifisti: chiarezza o confusione?

di Mao Valpiana

26 settembre 1999, Marcia della Pace da Perugia ad Assisi: il Presidente del Consiglio, presente tra i marciatori, ricuce lo strappo con i pacifisti. Sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle.

Così il grande equivoco si è consumato fino in fondo: siamo tutti pacifisti, siamo stati costretti a bombardare, ma l’abbiamo fatto per la pace. Ora riprendiamo il cammino, tutti insieme appassionatamente, da Perugia ad Assisi.

Sia chiaro, la critica non è rivolta a D’Alema, che ha solo fatto il proprio mestiere di consumato politico e con tutte le ragioni ha potuto partecipare ad una Marcia la cui convocazione era così generica, con tanti appelli rivolti ai governanti, che anche Clinton avrebbe potuto venire a fare jogging da Perugia ad Assisi. Chi non è per un mondo più giusto?

Il problema di questa Marcia era proprio nella non chiarezza degli obiettivi. La responsabilità è degli organizzatori. Ci si rifà ad Aldo Capitini ma ci si dimentica che lo scopo delle prime Marce da Perugia ad Assisi era proprio quello di offrire degli impegni, di richiamare a delle responsabilità. Questa volta, invece, l’equivoco del pacifismo generico si è consumato fino in fondo, tanto da far camminare fianco e fianco il rappresentante di un governo che ha collaborato attivamente con il bombardamento Nato e chi l’ha denunciato penalmente per violazione della Costituzione.

Se non si vuole correre il rischio di svuotare la Marcia Perugia Assisi di ogni significato e trasformarla in un rituale nostalgico tipo raduno degli alpini, bisogna saper ritrovare lo spirito iniziale. E’ per questo che il Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, propone per il settembre del 2000 una Marcia della Nonviolenza specifica, da Perugia ad Assisi (e diciamo nonviolenza specifica proprio in contrasto con quel pacifismo relativo che può accettare perfino le bombe). Scopo della Marcia sarà di dare evidenza pubblica a quell’area nonviolenta del nostro paese tuttora ignorata (ma senz’altro diffusa) che riteniamo desiderosa di porre in luce dinanzi all’opinione generale la propria posizione di pacifismo assoluto. La nostra Marcia pertanto (a differenza della precedenti edizioni della Perugia–Assisi aperte a tutti) dovrà essere contrassegnata dalla chiara e rigorosa caratterizzazione del pacifismo nonviolento, comportante il rifiuto di qualsiasi guerra fatta da chiunque per qualsiasi ragione, e quindi la conseguente abolizione integrale e immediata del suo strumento essenziale, ossia l’esercito. Marcia intesa pertanto quale iniziativa aperta a tutti i nonviolenti, singoli o associati, della più diversa estrazione o appartenenza, impegnati in distinte iniziative culturali, assistenziali, ambientali.

Ringrazio sinceramente il Presidente D’Alema, che con la sua presenza a Perugia ha messo in evidenza i limiti di un pacifismo generico, nemmeno in grado di porre un minimo punto fermo: no alla guerra e alla sua preparazione. Ora è chiaro che anche chi ha la responsabilità di governo, della continua preparazione bellica, finanche del sostegno all’esercito professionale, può dirsi impunemente pacifista e rivendicare l’uso di mezzi militari “per la pace”. Davvero la confusione è molta. La stessa confusione che il secolo scorso convinse Tolstoj a durissime requisitorie contro un generico pacifismo europeo incapace di contrastare la degenerazione bellica. E poi venne la prima guerra mondiale, e poi anche la seconda. Sempre con i “pacifisti” pronti ad accettare quelle guerre come le ultime, dolorose ma inevitabili per imporre la pace.

Tra il pacifismo piagnone (che si limita a chiedere pace) e il pacifismo realista (che accetta la guerra come male minore) c’è la terza via della nonviolenza, che si impegna direttamente in alternative alla guerra, che propone strumenti efficaci di prevenzione dei conflitti, che rifiuta ogni collaborazione con la preparazione bellica. Lasciamo il pacifismo delle bombe al capo del governo e noi pensiamo fin d’ora a riempire di contenuti e iniziative la Marcia della nonviolenza, con appuntamento a settembre del Duemila.

L’INCIDENTE IN GIAPPONE RIAPRE IL DIBATTITO
Fuori il nucleare dall’Europa

di Paolo Macina

Ormai è solo questione di tempo. Mezza Europa ha deciso di abbandonare il nucleare, mettendo così la parola fine ad un’era costellata di conflitti tra industriali ed ambientalisti. Dopo l’annuncio da parte tedesca di chiudere le 19 centrali attive che forniscono al paese un terzo del fabbisogno di energia, proibire la lavorazione delle scorie e la costruzione di nuove centrali, non dovremmo più assistere alle affascinanti imprese di Greenpeace e dei Grunen, disposti a sdraiarsi su rotaie ed autostrade pur di impedire il traffico di materiale radioattivo.

Esultano anche gli antinuclearisti svizzeri, all’indomani della decisione del Consiglio Federale di chiudere gli stabilimenti di Muhleberg, Gosgen, Leibstadt e i due presenti a Beznau, che garantiscono il 40% del fabbisogno energetico statale. In precedenza, un accordo patrocinato dal ministero competente per l’energia aveva già decretato il tramonto della politica nucleare, introducendo una moratoria che sarebbe scaduta nell’anno 2000.

Infine, anche la grandeur francese ha dovuto fare i conti con il nuovo vento che spira in Europa, ed il ministro dell’Ambiente ha dichiarato il suo impegno per chiudere al più presto i 59 impianti in funzione oltralpe. Svezia, Spagna, Gran Bretagna e Belgio avevano già da tempo abbandonato ogni nuovo progetto di costruzione, mentre l’Italia questa volta aveva anticipato tutti bocciando la politica nucleare con il referendum del 1986 sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl. Onore al merito, la spinta propulsiva a quella che si prefigura come una vera rivoluzione energetica a livello europeo è stata data dai recenti governi di centro-sinistra varati dagli stati interessati, opportunamente sollecitati dai gruppi pacifisti ed ambientalisti. Ma forse l’impegno civile e politico da solo non sarebbe bastato a proporre il tema con questa stringente sollecitudine.

Due sono soprattutto le considerazioni, tra loro connesse, che emergono da questa vicenda. La prima è che, finalmente, il nucleare non è più considerato economico. Qualcuno deve aver dato una lettura per esempio ai dati relativi alla centrale francese di Creys-Malville (Lione), ai più nota col nome di Superphoenix, e deve aver notato che negli undici anni di funzionamento (dalla fine del 1986 agli inizi del 1998) è costata alla collettività circa 15 mila miliardi di lire, funzionando a pieno regime per soli nove mesi. E praticamente altrettanti l’amministrazione francese dovrà stanziarne per mettere a riposo il mastodontico impianto.

Forse qualche altro intraprendente economista deve aver consultato i piani di smantellamento che l’Enel ha preparato per la centrale di Caorso, per la quale verranno spesi mille miliardi entro la metà del prossimo secolo, perlopiù in opere di stoccaggio delle 220 tonnellate di materiale fissile presenti in esso. Ma ben altri costi la collettività dovrà mettere in conto, se è vero quanto riportato da uno studio commissionato dall’Assessorato all’Ambiente della Regione Piemonte, che stima in circa 360 i piemontesi che perderanno la vita, entro il 2036, a causa della catastrofe di Chernobyl (circa dieci decessi all’anno in più).

Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’estrema facilità con cui le industrie riescono a reindirizzare i loro sforzi economici, agevolate da una sempre più crescente velocità di circolazione dei flussi di denaro. Ormai la riconversione di attività economicamente rilevanti (pensiamo anche all’industria siderurgica, automobilistica o militare) possono essere decise ed attuate, di concerto tra le industrie del settore, con una prontezza di esecuzione fino ad alcuni anni or sono impensabile.

Siemens, General Electric, Fiat e Viag AG hanno individuato in breve tempo sacche di mercato meno impopolari e più remunerative, come era logico aspettarsi (tutti i commerci impopolari diventano, prima o poi, poco remunerativi), e hanno fatto venire meno quelle attività di pressione psicologica con le quali ricattavano i governi europei. Ecco quindi che assumono rilevanza basilare quelle attività di monitoraggio proprie delle associazioni ambientaliste e pacifiste, le quali, in un mondo sempre più globale, con il loro sostegno o la loro condanna potranno determinare la convenienza o meno delle attività che godono delle famose “economie di scala”. Sono numerosi infatti gli economisti di fama mondiale che considerano l’attività delle ONG alla stregua di anticorpi adatti a correggere eventuali storture del mercato capitalistico.

IL NUCLEARE NEL MONDO (DATI AIEA RELATIVI A FINE 1997)

UNITA’ CENTRALI IN % SUL TOTALE

PRODUTTIVE COSTRUZIONE ENERGIA ELETTRICA

USA 107 – 20,14

FRANCIA 59 1 78,17

GIAPPONE 54 1 35,22

GERMANIA 20 – 31,76

RUSSIA 29 4 13,63

REGNO UNITO 35 – 27,45

CANADA 16 – 14,16

UCRAINA 16 4 46,84

SUD COREA 12 6 34,08

SVEZIA 12 – 46,24

SPAGNA 9 – 29,34

BELGIO 7 – 60,05

SVIZZERA 5 – 40,57

FINLANDIA 4 – 30,40

REP. CECA 4 2 19,34

CINA 3 4 0,79

REP. SLOVACCA 4 4 43,99

INDIA 10 4 2,32

FONTE: IL SOLE/24 ORE, 16 ottobre 1998

GIUSTIZIA E NONVIOLENZA IN SUDAFRICA
Verità e riconciliazione, senza vendetta

di Enrico Peyretti

Molte parti del rapporto finale, pubblicato nell’ottobre ’98, della Truth and Reconciliation Commission (TRC) sudafricana, presieduta dal vescovo Desmond Tutu, compaiono, con un’ampia introduzione del curatore Marcello Flores, in un recente volume.1 L’obiettivo, dopo la fine del regime di apartheid, non era la “giustizia dei vincitori”, tipo Norimberga, (anche perchè il conflitto, di cui tutti prevedevano la conclusione in un bagno di sangue, si è chiuso con un saggio compromesso, senza vincitori né vinti), ma la verità dei fatti e la riconciliazione della società. Avevano commesso delle violenze non solo i bianchi nella difesa violenta della violenza sistematica dell’apartheid, ma anche membri dell’African National Congress nella loro lotta, sentita come “guerra giusta”. Ai colpevoli la TRC non chiedeva il pentimento morale, a scanso di facili ipocrisie, ma l’ammissione completa delle loro colpe, e concedeva l’amnista in cambio della verità, restando su di loro solo la sanzione morale della società. Questi obiettivi non vengono sempre raggiunti, ma l’esperimento è molto interessante, proprio nella ricerca di continua riduzione della violenza, anche di quella legittimata. «Non è possibile sconfessare, rifiutare e disarmare gli estremismi senza rimettere in causa le ortodossie che gli forniscono giustificazioni. Per spezzare la logica di violenza degli estremismi dobbiamo cominciare col rompere con tutto ciò che, nella nostra propria cultura, legittima e onora la violenza come la virtù dell’uomo forte»2 e la necessità della giustizia.

Flores inquadra la singolare vicenda sudafricana del superamento dell’apartheid, nella transizione verso la democrazia di molti paesi a regime autoritario o dittatoriale, avvenuta negli anni ’90. Le rivoluzioni nonviolente del 1989 e l’abbattimento del Muro di Berlino sono il simbolo migliore di questa transizione, insieme al processo sudafricano. In tutti questi casi sorge il delicato problema del “fare i conti con il proprio passato”. Ma anche in paesi già democratici si nota la tendenza verso una “lettura giudiziaria” della storia dell’ultimo cinquantennio: processi ai nazisti in Francia e Italia, caso Pinochet, tribunali internazionali per ex-Jugoslavia e Rwanda, fino alla futura più vasta competenza della Corte penale internazionale, avviata a Roma nel luglio 1998. Sintomi, questi, ci pare, di un bisogno positivo nel nostro tempo che è violento, ma è anche, più di altri momenti storici, consapevole e allarmato della propria violenza: il bisogno da un lato di smascherare e perseguire violenze finora per lo più coperte dall’impunità del potere politico, e dall’altro di contenere nei limiti del diritto, con nuovi princìpi e istituzioni, la risposta della giustizia a quelle violenze.

Flores però non cita la lectio magistralis tenuta a Torino da Johan Galtung, laureato honoris causa in sociologia del diritto nel gennaio 1998.3 In quella occasione Galtung per primo rilevava bene gli aspetti di questa esperienza sudafricana fortemente innovatori dello stesso processo penale tradizionale, verso il superamento della sua relativa violenza, innegabile sebbene sottratta ai privati e regolata dalle garanzie processuali. Nella TRC sudafricana, più della punizione l’obiettivo è la restituzione di dignità alle vittime offese (presenti solo marginalmente e non da protagoniste nel processo tradizionale, spesso anche causa per loro di nuove dolorose esperienze), attraverso il pubblico ristabilimento della verità dei fatti, e possibilmente attraverso la ricostruzione del rapporto sociale e umano tra offensore e vittima. La vittima, più della vendetta, ha sete di riconoscimento delle ragioni, che sono la sua dignità, a causa delle quali fu perseguitata e violentata. Il colpevole, confessando, può anche esporre i motivi che, in quel clima e mentalità, lo portavano a compiere quegli atti. Il riconoscimento reciproco delle sofferenze e delle paure, in questo come in altri grandi conflitti, è base solida per poter costruire la riconciliazione e sperare di guarire la società da quella violenza.

La componente morale e religiosa è importante nell’esperienza sudafricana: la sottolinea Desmond Tutu nel presentare il rapporto della TRC; è evidente nel concetto-guida, tratto dalla tradizione africana, di ubuntu, l’idea, cioè, che «ogni persona è persona attraverso le altre persone». Una situazione come quella sudafricana, che era tra le più violente, ha potuto compiere una transizione non così cruenta come si temeva, ed anzi esemplare nella ricerca di riconciliazione. Dunque, uscire dalla violenza a ripetizione è possibile. Le risorse ci sono.

I “conti col passato” fatti dalla TRC si differenziano sia da soluzioni tipo amnistia generale italiana del 1946, oppure tipo “punto final” (data limite per l’accusabilità dei militari della dittatura argentina, poi scagionati in massa per “obbedienza dovuta”), sia dal processo penale tradizionale, che esercita una giustizia quasi solo retributiva, o correttiva. In questo c’è verità (e pena) senza riconciliazione. Nel “punto final” c’è riconciliazione senza verità. L’ambizione e necessità del Sudafrica è la verità con la riconciliazione.

Ma ciò, segnala Galtung, è una proposta di nonviolenza per ogni comune processo penale. In esso, lo Stato che accerta il reato e punisce il reo, si sostituisce alla vittima, espropriandola del diritto di vendetta, e a Dio, esercitando il diritto di castigo. Questa dello Stato è una violenza legittimata, regolata, limitata, razionale e non passionale, ma è pur sempre una violenza. Come l’economia è un “mercato dei beni”, c’è qui un “mercato dei mali”, che non riduce il male complessivo di cui la società soffre. La giustizia retributiva (anche quando non vuole essere vendicativa, ma rieducativa, come prescrive la Costituzione italiana, art. 27) accoppia ad un delitto una pena, cioè una sofferenza; risponde al male col male. Alla violenza dell’autore sulla vittima risponde la violenza dello Stato sull’autore. Nel processo giudiziario, protagonisti sono il criminale e il giudice. La vittima è tagliata fuori, quasi invitata a saziarsi della pena inflitta al condannato (caso estremo: i familiari che assistono all’esecuzione mortale, in Usa!). Soluzione arcaica, forse deterrente (o eccitante? la criminalità è altamente recidiva), ma non risolutiva. La frattura sociale rimane (quando spacca un’intera società è insopportabile: fascisti-antifascisti in Italia dopo il ’45; bianchi-neri in Sudafrica dopo il 1990-94; due fratture affrontate ben diversamente).

La vera guarigione dell’offesa sarebbe la ricostruzione del rapporto violato, spezzato. E’ ciò che propone la vittima al colpevole col perdono morale e religioso, è ciò che cerca il colpevole chiedendo perdono alla vittima. Ma anche la società, col mezzo della legge, potrebbe muoversi in questa direzione, verso la riduzione della “violenza giusta” o “giustizia violenta”, con una giustizia restaurativa o riparatrice dei rapporti interpersonali e della coesione sociale. Galtung propone che nel tradizionale “modello giustizia” si introducano gradualmente elementi del “modello verità e riconciliazione”: potrebbe restare la pena, ma accompagnata dall’obbligo del condannato di riflettere, di scusarsi con la vittima (o la sua famiglia), di fare qualcosa che significhi una restituzione. Il giudice, la vittima, il colpevole possono dialogare tra loro per determinare la forma di questa restituzione-riconciliazione, che, scontata la pena4, chiuderebbe il caso.

A questo modello sudafricano non si è pensato per chiudere in modo alto e non liquidatorio l’emergenza del terrorismo in Italia. Ad esso si dovrebbe ora pensare per cercare di sanare le ferite degli odii etnici e della guerra in Kossovo, in tutta la vecchia Jugoslavia, e in ogni simile conflitto. Certo, occorre un’ispirazione morale superiore alla politica corrente, ottusamente forzista.

Tre sono i pilastri del “modello verità e riconciliazione” in Sudafrica: 1) l’autore del delitto, alla vittima chiede perdono, restituisce almeno moralmente, ripara l’offesa per quanto possibile; allo Stato offre la confessione della verità, in cambio dell’amnistia; 2) la vittima offre al colpevole confesso il perdono in cambio delle scuse, dopo essere stato ascoltato pubblicamente sulle proprie ragioni e sofferenze; 3) lo Stato dà al colpevole l’amnistia personale in cambio della verità, e alla vittima il risarcimento morale/materiale in cambio della chiusura del caso. Il funzionamento non è garantito, ha le sue incertezze e difficoltà. Ma il dato positivo è che da un lato la vittima non è sostituita ed esclusa, ma protagonista del processo ricostruttivo della relazione rotta, con la possibilità di affermare pubblicamente la propria dignità negata ed offesa; dall’altro lato, il colpevole non è solo colpito, ma invitato ed aiutato ad uscire dal ruolo negativo. Il Sudafrica, nel cercare la salvezza della propria società, – conclude Galtung – ha aperto nuovi sentieri nella giurisprudenza e nella nonviolenza positiva e concreta, col considerare il crimine sia nella relazione autore-società-Stato-Dio, sia nella relazione autore-vittima, con lo scopo primario di ricostruire entrambe queste relazioni.5

Centro Studi “Domenico Sereno Regis”,

via Garibaldi 13, 10122 Torino, tel 011/53.28.24, fax 011/51.58.000;

E-mail: regis@arpnet.it ; web:http://www.arpnet.it/~regis

1 Marcello Flores (a cura di), Verità senza vendetta. L’esperienza della Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione, manifestolibri, Roma 1999, pp. 243, L. 34.000.

2 Jean-Marie Muller, Le principe de non-violence. Parcours philosophique, Desclée de Brouwer, Paris 1995, p. 14.

3 La lectio, dal titolo After the Violence: Truth and Reconciliation? South Africa, Latin America: Reflections on a New Jurisprudence, è pubblicata in inglese sul Notiziario dell’Università di Torino L’Ateneo, Anno XIV, n. 5, novembre-dicembre 1998, pp. 17-22; testo italiano presso il Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13, 10122 Torino.

4 Una notizia radio (4.8.1999) dice che in Italia otto condanne su dieci non vengono eseguite. Se il fatto è vero, significa una vasta impunità dei reati, certamente negativa e corruttrice. Fuori dal caso di necessità di sopravvivenza della società, come nella vicenda sudafricana, la pena, in funzione positiva, correttiva, rieducativa, incoraggiante, appare necessaria.

5 Sul lavoro della Commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica, vedi anche: Russell Ally (membro della stessa Commissione), Il primo esperimento al mondo, in Donna, supplemento a Il Corriere della Sera, 11-17 marzo 1998, pp. 19-26; Andrew O’Hagan, Sudafrica, la memoria dimezzata, in Internazionale, 12 dicembre 1997, pp. 17-24; Maria Elisabetta Gandolfi, Rivivere il dolore, riconoscere le colpe, in Il Regno Attualità, 15 novembre 1998, pp. 649-652.

Il lavoro della Commissione

La riconciliazione non si raggiunge facilmente, richiede tempo e costanza. La riconciliazione si basa sul rispetto dell’umanità.

La riconciliazione coinvolge una forma di giustizia restaurativa che non vuole vendetta , non dà impunità. Nel restituire l’esecutore alla società è necessario che emerga una condizione sociale al cui interno lo stesso possa contribuire a costruire la democrazia, una cultura dei diritti umani e la stabilità politica. La piena rivelazione della verità e la comprensione del perché sono avvenute le violazioni incoraggia il perdono. Egualmente importante è la disponibilità ad assumersi la responsabilità per le violazioni di diritti umani compiute in passato. La riconciliazione non cancella la memoria del passato. E’ invece motivata da una forma di memoria che sottolinea il bisogno di ricordare senza eccessive sofferenze, amarezze, sete di vendetta, paura o colpa. La riconciliazione comprende l’importanza vitale di imparare dal passato e di affrontare le passate violazioni per il bene del nostro presente e del futuro dei nostri figli. La riconciliazione non comporta necessariamente il perdono. Implica un minimo desiderio di coesistere e lavorare per affrontare in modo pacifico le reciproche differenze. La riconciliazione richiede che tutti i sudafricani accettino la responsabilità morale e politica di nutrire una cultura dei diritti umani e della democrazia nella quale i conflitti politici e socioeconomici siano affrontati in modo serio e non violento. La riconciliazione richiede un impegno, soprattutto da parte di coloro che hanno avuto benefici dalle passate discriminazioni e continuano ad averne, per la trasformazione delle ineguaglianze e della disumanizzante povertà.

OBIETTORI NON IMBOSCATI

Servizio Civile a Timor Est

A tutte le associazioni e i movimenti per la Pace – loro sedi

Al Ministero della Difesa – Roma

Ufficio Nazionale Servizio Civile –

On. Massimo Brutti Presidenza del Consiglio dei Ministri

Il sottoscritto Daniele Aronne, Obiettore di Coscienza presso l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, in servizio dal 22/2/1999 nel Corpo Civile di Pace denominato Operazione Colomba, dichiara sotto la propria responsabilità che prenderà parte all’intervento di Pace organizzato dalla suddetta Associazione a partire dal giorno 18.09.1999 nell’area di Timor Est.

Provocato dalla drammatica situazione di conflitto presente nell’area di Timor Est e dalla conseguente emergenza Umanitaria, mi sento in dovere, come Obiettore di Coscienza, di portare il mio aiuto e la mia solidarietà alle persone colpite dalla brutalità delle milizie filo-indonesiane, convinto di adempiere in questo modo ai miei doveri nei confronti dello Stato come persona, Cristiano, cittadino italiano e del mondo.

Consapevole dei rischi e delle conseguenze che il mio gesto comporta, ritengo sia importante portare una proposta diversa ed alternativa rispetto all’uso della violenza come metodo risolutivo dei conflitti dando il mio totale contributo all’iniziativa nonviolenta proposta dall’Associazione presso la quale svolgo servizio.

Allarmato dalla possibilità che un giorno non esista più uno Stato che impegni i propri cittadini alla formazione della coscienza con uno spirito nonviolento e di Pace, penso di dover andar oltre il mio normale impegno in Italia e di spostare l’attenzione sull’esistenza di leggi e normative che prevedono l’impiego di Obiettori in Servizio in zone di conflitto.

La mia coscienza mi chiede di non rimanere spettatore passivo e quindi direttamente complice delle incoerenze e delle complicità dei governi che prima commerciano e aiutano dittature sanguinarie e poi inviano militari “super – Rambo” e super pagati in missioni di pace che spesso non sono nemmeno adeguatamente preparati come nel caso della Somalia.

Dal momento che la difesa armata e la difesa nonviolenta sono state messe sullo stesso piano giuridico dal nuovo testo della legge sull’OdC votata il 14/4 dalla Camera, ed essendo già stato inviato un contingente militare italiano per partecipare alla missione in Indonesia, mi ritengo autorizzato a partire immediatamente per il Timor Est.

Non sono sicuramente le motivazioni economiche a darmi la forza di agire in questo modo in quanto, anche in missione umanitaria, un OdC continua a ricevere 6000 lire al giorno, a differenza delle somme corrisposte ai militari in missione. C’è sicuramente qualcosa di diverso che mi spinge a partire immediatamente e che mi spinge a interrogarmi sulle reali motivazioni che muovono i militari super pagati verso missioni difficili e delicate come quelle di pace.

A soli 21 anni di età ritengo che la storia mi abbia già dimostrato infinite volte come sia più facile risolvere questioni conflittuali con le armi piuttosto che promuovere il dialogo e credere nella riconciliazione.

La logica della violenza h esclusivamente distruttiva, eppure sempre meno persone al mondo sono disposte a rischiare la propria vita nel nome dell’amore.

Sento di non poter aspettare ancora un giorno in più per gridare il mio NO a tutte le ingiustizie che vedo compiere nel territorio di Timor, sento il dovere di contribuire personalmente alle azioni rivolte a sostenere le persone colpite dalla violenza e che si trovano in pericolo di vita per appoggiare, sostenere e partecipare al processo di pace in quel territorio con un ruolo diverso.

Chiedo a tutti gli obiettori di coscienza italiani, agli enti di servizio civile ed alle associazioni di volontariato oltre che alle forze politiche, di essere solidali con il mio gesto e di sostenere la necessaria sopravvivenza dell’Obiezione di Coscienza in questo paese come risorsa fondamentale per la pace e la democrazia.

Chiedo al Governo l’autorizzazione alla partenza per centinaia di OdC disponibili e pronti a prestare servizio nei 70 paesi nel mondo colpiti attualmente da guerre, e chiedo che si riconosca l’importanza fondamentale di un corpo civile di pace, pronto a spendere le proprie energie con uno stile di vita solidale, povero e nonviolento, che potrebbe nascere dall’esperienza degli OdC in servizio civile.

Chiedo un impegno ufficiale da parte del governo italiano ad appoggiare, promuovere ed incentivare il patrimonio culturale e sociale che rappresenta oggi l’obiezione di coscienza all’uso delle armi attraverso la formazione di corpi civili di pace in missione in zone di guerra.

Ricordando che:

– Il 14 Aprile 1999 la Camera ha votato il nuovo testo della legge sull’OdC che impegna il governo italiano a costituire un contingente nazionale di Caschi Bianchi come “elemento importante sia per il mantenimento che per la costruzione della pace ma anche il monitoraggio del rispetto dei diritti umani nelle aree di crisi” e che “tale contingente potrebbe essere costituito anche da OdC che lo richiedano, ai sensi dell’art. 9, commi 7,8 e 9 della proposta di legge in esame”.

– La Dichiarazione sul Diritto e la Responsabilità degli Individui, dei Gruppi e degli Organi della Società per Promuovere e Proteggere le Libertà Fondamentali e i Diritti Umani Universalmente Riconosciuti (risoluzione 53/144 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite) prevede all’art.1 “Ognuno ha il Diritto, individualmente ed in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei Diritti Umani e delle Libertà fondamentali a livello Nazionale ed Internazionale.”;

All’art. 5 “Al fine di promuovere e proteggere i Diritti Umani e le Libertà Fondamentali, ognuno ha il diritto, individualmente ed in associazione con altri a livello Nazionale ed Internazionale:

a) di riunione e assemblea pacifica;

b) di formare, aderire e partecipare ad organizzazioni non-governative, associazioni e gruppi;

c) di comunicare con organizzazioni non-governative o intergovernative.

All’ art.12 comma 1 “Ognuno ha il Diritto, individualmente ed in associazione con altri di partecipare ad attivit` pacifiche contro le violazioni dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali.”.

Spero che la mia azione non rimanga isolata e che il sostegno alla popolazione di Timor Est arrivi indistintamente da tutti i gruppi, le associazioni e le organizzazioni che in Italia e nel mondo operano per la Pace e la giustizia.

A tale scopo allego una lista dei referenti istituzionali a cui è stato indirizzato questo messaggio, affinché chiunque possa inviare fax di solidarietà verso questa iniziativa e verso tutte le azioni di interposizione nonviolenta.

Daniele Aronne
———————–

Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII –
“Operazione Colomba” – Servizio Obiezione e Pace – Caschi Bianchi Fax 0541-751624

Ministero della Difesa – Roma Fax 06 – 4455268

Ufficio Nazionale Servizio Civile – On. Massimo Brutti Fax 06 – 67795299

Presidenza del consiglio Dei MinistriFax 06 – 6783998

LA CAMPAGNA KOSSOVO CONTINUA
La nonviolenza é stata sconfitta?

Anche se forse non si può più chiamare “campagna per la soluzione nonviolenta del conflitto in Kossovo”, visto il disastro prodotto dall’intervento militare, la ragion d’essere dell’azione nonviolenta in Kossovo sussiste più che mai.

Di Maria Chiara Tropea

Alberto L’Abate, Lisa Clark e Maria Carla Biavati hanno comunicato descrizioni ed impressioni dai viaggi in Kossovo di questo periodo immediatamente “dopo la guerra” (in una riunione della Campagna il 29 agosto a Firenze. NdR): viaggi effettuati anche allo scopo di definire in qual modo la campagna possa continuare ad offrire il contributo della nonviolenza nel momento in cui il conflitto, esploso in guerra, sembra aver annullato ogni possibilità di convivenza. Le loro descrizioni hanno evidenziato come nella realtà del Kossovo oggi persistano ancora, accanto alle atrocità che tutti conosciamo, segni di solidarietà “interetnica” e desideri di riconciliazione, che possono essere l’esile ma indispensabile base di partenza del lavoro futuro: tutti lo hanno sottolineato con grande convinzione, pur nella consapevolezza che si tratta di casi isolati e che la solidarietà è vissuta con rischio e paura.

I progetti, in via di definizione, vedono la collaborazione della Campagna Kossovo con Beati i Costruttori di Pace, con l’Operazione Colomba dell’Ass. Papa Giovanni e con l’Ass. Berretti Bianchi.

Si prevede l’apertura di tre “Centri per l’amicizia tra i popoli”, dislocati a Pristina e probabilmente a Peja e Mitrovica, con la presenza di volontari che operino in stretto contatto con le ONG locali per:

– il monitoraggio del rispetto dei diritti umani e dei comportamenti di pace,

– l’informazione della popolazione sugli accordi di pace,

– l’interposizione a livello di popolazione per creare spazi nonviolenti che possano favorire il dialogo,

– l’intermediazione fra cittadini e istituzioni, con azioni di intercessione e accompagnamento,

– l’apertura di ponti di dialogo fra gruppi di cittadini serbi ed albanesi e fra questi e le realtà di altri paesi per scambi, gemellaggi… in modo da promuovere la comunicazione tra la società civile in Kossovo, in Serbia, in Montenegro, in Macedonia, in Italia…

– il sostegno alla crescita di ONG locali impegnate sui diritti umani, di composizione etnica mista,

– la collaborazione con le istituzioni internazionali responsabili del rientro dei profughi,

– la realizzazione di attività di educazione interculturale alla pace e alla nonviolenza, e in prospettiva la creazione di un gruppo locale di formatori alla soluzione nonviolenta dei conflitti…

I tre Centri lavoreranno in contatto anche con l’Ambasciata di pace a Belgrado, recentemente aperta dai “Berretti bianchi”: quest’iniziativa, per la quale era presente alla riunione di Firenze Silvano Tartarini, è partita con la presenza permanente in Jugoslavia di Riccardo Luccio, che abita a Belgrado, in un piccolissimo alloggio e, in collaborazione con le “Donne in nero”, sta esplorando le possibilità di intervento in tre città della Serbia meridionale, colpite dai bombardamenti o invase da profughi, nelle quali si pensa di lavorare per la ricostruzione e contro la nascente xenofobia.

E’ inoltre in fase di preparazione un progetto per l’adozione a distanza di famiglie Kossovare in difficoltà: sarà proposto a gruppi e famiglie italiane come modo per coinvolgersi, per “creare prossimità” con l’una e l’altra parte ed acquisire credibilità per le proposte di riconciliazione.

Alberto L’Abate ha scritto un interessante saggio dal titolo “Kossovo: verità senza vendetta ma con giustizia?”, nel quale, prendendo spunto dal processo di riconciliazione in Sudafrica, descritto appunto in “Verità senza vendetta” da Marcello Flores1, cerca di avanzare proposte adatte alla realtà Kossovara. Questo testo è già stato diffuso in lingua albanese da un settimanale di Pristina e sarà prossimamente tradotto in inglese, su richiesta di alcuni componenti della forza civile di pace dell’ONU (UNMIK). Lo scopo di tale diffusione è di offrire uno spunto e un’occasione di confronto alle voci finora timide ed isolate che, fra gli intellettuali Kossovari, si pongono il problema della riconciliazione e l’obiettivo dell’interetnicità: dare voce pubblica a pensieri privati di riconciliazione.

La nonviolenza nel Kossovo non è sconfitta, ma ha ancora molte carte da giocare; e sono le uniche carte che alla lunga potranno dimostrarsi “vincenti” giacché la violenza delle armi ha ancora una volta mostrato tutta la sua tragica impotenza nella costruzione della pace. La Campagna Kossovo, proprio perché presente già da anni fra la popolazione kossovara, ha la credibilità necessaria per essere accettata dalle due parti ostili. Ha bisogno in questo momento soprattutto di essere conosciuta e sostenuta in Italia dall’opinione pubblica e di trovare finanziamenti consistenti e il necessario sostegno istituzionale.

Per questo sono in programma nell’immediato futuro incontri a livello istituzionale (Ministero degli esteri) per esplorare le possibilità che il progetto nel suo insieme venga appoggiato e finanziato; in particolare occorre trovare il modo di assicurare alle persone che dovranno stare in Kossovo per periodi lunghi i necessari permessi di assenza dal lavoro. Se questo si potrà ottenere ci sono già diverse persone preparate e disponibili; in luglio è stato realizzato un periodo di formazione apposito.

Quel che può fare ciascuno è di far conoscere il più possibile il progetto e cercare contributi.

Per aderire alla Campagna Kossovo, per organizzare incontri informativi, per contribuire o ricevere documentazione, l’indirizzo è:

CAMPAGNA KOSSOVO presso Casa per la Pace, c.a. 8 – 74023 Grottaglie (TA) tel. e fax 099.5662252 – e.mail casapace@netfor.it conto corrente postale 11570744.

1 Marcello Flores, Verità senza vendetta, Manifestolibri 199

ESPERIENZA PILOTA A PESARO: IL CENTRO PER LA SOLUZIONE DEI CONFLITTI
La mediazione nonviolenta per risolvere conflitti interpersonali

Ne hanno parlato ampiamente giornali e tivù (Il Sole 24 Ore, La Stampa, la rivista Club, Rai Uno con Unomattina, ecc.) a testimonianza del vasto interesse che si è sviluppato attorno al “Centro Comunale per la soluzione dei conflitti”. Un’iniziativa nata a Pesaro da un’idea di Luciano Capitini, esponente del Movimento Nonviolento locale e nazionale.

Nostra intervista a Luciano Capitini

Dunque arriva anche in Italia la figura del mediatore nonviolento…

Il servizio per la soluzione dei conflitti è ormai una consuetudine in paesi come la Svizzera, il Belgio, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, l’Australia. Io ho partecipato ad un corso di formazione come “mediatore” in Francia, dove le statistiche sui casi risolti sono molto incoraggianti: la percentuale di successo è tra il 60 e il 70%. Nella mia città ho trovato interesse e sensibilità nella presidente della circoscrizione, subito entusiasta del progetto. Così, da ottobre dell’anno scorso funziona questo servizio comunale, aperto a tutti i cittadini.

Chi sono gli utenti e come si accede al servizio?

Vengono da noi persone che da lungo tempo, per i motivi più svariati, hanno pessimi rapporti reciproci, desiderano risolverli, ma da sole non ci riescono. In genere si tratta di vicini di casa, liti di condominio, parenti, conoscenti. Telefonano alla circoscrizione e chiedono un appuntamento. Noi li convochiamo alla presenza del “mediatore”.

E poi cosa succede?

In genere la scena è sempre la stessa. I due contendenti arrivano guardandosi male, solitamente non si parlano più da mesi o da anni. Si siedono, ascoltano il mediatore che chiarisce le condizioni dell’incontro e poi, uno alla volta, cominciano a parlare, ognuno espone le proprie ragioni e ascolta quelle dell’altro. Il mediatore favorisce il dialogo, non giudica, non dà né torto né ragione, sottolinea le cose importanti, deve far uscire la soluzione da loro stessi. Se le cose vanno per il verso giusto, in genere dopo due o tre ore qualcosa si sblocca: allora può arrivare il sorriso o la lacrima, quasi sempre le scuse reciproche.

Chi sono i ”mediatori” ?

Quella del mediatore è un’attività che richiede alcune competenze: bisogna saper ascoltare, fare da ponte tra le due parti, occorre conoscere le tecniche nonviolente, saper coinvolgere emotivamente le parti in un ascolto profondo, spingerli a capire il punto di vista dell’altro. Capire è già risolvere. Io ho partecipato ad un corso organizzato dal Mouvement pur l’Alternative Non-violent a Parigi. Con me ora lavorano sei volontarie.

Tutto così semplice? Riuscite a risolvere qualsiasi conflitto?

Naturalmente no, il nostro Centro interviene solo ad alcune condizioni: non deve trattarsi di un reato; se sono questioni patrimoniali devono essere secondarie e di lieve entità; dev’esserci una sofferenza da alleviare. Se non c’è questa sofferenza, almeno in una delle due parti, non può scattare la molla della volontà di uscire dalla sofferenza, e quindi la voglia di trovare una soluzione.

Quanti e quali casi avete trattato finora?

Due o tre casi la settimana, e soprattutto liti tra parenti o questioni condominiali: il cane che fa i bisogni nel giardino altrui, la biancheria che sgocciola sui fiori del piani di sotto, la radio del vicino sempre troppo alta. Si inizia da qui, questi sembrano i motivi scatenanti, banali se vuoi, ma poi scavando emergono amicizie perdute, rapporti senza saluti, catene di dispetti per due, tre, dieci anni. Rancori, odi, guerre trentennali, un gran disagio, una gran solitudine, una tremenda incomunicabilità. Persone che non sanno più come incontrarsi, parenti che non sanno più parlarsi.

Un misto tra psicologia e sociologia…

L’idea di base è che la società non si occupa della conflittualità al livello più basso. E invece proprio qui troviamo una conflittualità elevata, spesso causa di forti sofferenze e disagi. Basta parlare con i vigili urbani, i cui centralini sono intasati da chiamate su questioni che esulano le loro competenze, e non hanno gli strumenti per intervenire. Poi, a volte, le liti degenerano e si può arrivare anche al codice penale. Noi vogliamo intervenire prima. Bisogna imparare a vivere con i conflitti, e soprattutto gestirli prima che sfocino in violenza.
Centro Comunale per la gestione dei conflitti : un nuovo servizio

Dal primo di settembre è in funzione un servizio ai cittadini che per, la sua novità, necessita di una descrizione : da anni il Comune di Pesaro è particolarmente attento alla qualità della vita, della convivenza della collettività; in tal senso debbono intendersi i vari progetti nel campo dell’educazione alla Pace.

Fa parte di tale impegno anche una particolare attenzione ai piccoli conflitti che inevitabilmente sono presenti nei rapporti personali dei cittadini.

Tali conflitti spesso non raggiungono la soglia di attenzione, rimanendo ignoti ai più, ma ben presenti nell’anima di alcuni che possono soffrine molto.

Immaginiamo una lite tra vicini, non risolta, un dissidio tra parenti, e la lista potrebbe continuare.

Pensiamo pertanto a tutte quelle situazioni che non necessitano di un ricorso di legge, escludendo pertanto qualsiasi ipotesi di reato, ma che però vengono considerati come focolai di malumore, di astio, sorgenti di ripicche, e in definitiva di ulteriori episodi che possano man mano raggiungere livelli di guardia.

Mentre la società è ben attrezzata per affrontare situazioni macroscopiche di devianza e di disagio, altrettanto non si può dire per quanto concerne questi piccoli “conflitti”.

Da tempo, in vari paesi europei, sono stati istituiti degli uffici di “GESTIONE DEI CONFLITTI”, animati da volontari, a volte da amministrazioni, a volte affiancati alle Preture, a volte in piccoli uffici o addirittura negozi sulla strada.

A tali organismi, col passare degli anni, la collettività ha preso l’abitudine di ricorrere in caso di necessità : in essi trovano le persone competenti ad affrontare (e se possibile risolvere) il conflitto che li coinvolge.

Altrettanto è stato fatto nella città di Pesaro, a cura della IV Circoscrizione, e dal primo di settembre i cittadini che si sentano oppressi da una situazione di disagio nei rapporti con una altra persona potranno telefonare al 07212-281562 in orario 8:00 – 13:00, segnalando il desiderio di ricorrere al servizio di gestione.

Saranno richiamati da un mediatore che ascolterà con attenzione e si incaricherà di contattare la “controparte”, per proporre una riunione di mediazione collettiva.

In tale riunione, che si terrà nei locali della Circoscrizione, tutti avranno modo di esprimersi liberamente, senza la sensazione di essere giudicati, con la certezza di una totale riservatezza, e senza la possibilità di essere costretti ad accordi non desiderati.

Il compito dei gestori è infatti solamente quello di fungere da ponte tra persone che comunicano con difficoltà, di sottolineare situazioni che possono essere state sottovalutate, ed accompagnare i litiganti (se si tratta di litigio) a trovare autonomamente una soluzione che deve essere totalmente gradita ad ambedue le parti e che sarà vincolante per le parti stesse solo in virtù del loro assenso, ma senza nessuna costrizione e nessun vincolo legale.

Questo servizio è tra i primissimi a sorgere. In Italia, ci risulta essere attivo un servizio simile a Torino, gestito anche lì da una circoscrizione.

In Francia esistono invece centinaia di centri di GESTIONE DEI CONFLITTI e così in Svizzera, in Inghilterra e negli U.S.A. .

Dalla loro esperienza risultano statistiche assai incoraggianti, indicando una percentuale di mediazioni andate a buon fine (cioè con una riappacificazione) variabile tra il 62% ed il 73%, a secondo dei paesi.

Anche i cittadini di Pesaro hanno queste possibilità per risolvere situazioni di difficoltà, e con ciò il livello di benessere e di buona convivenza della nostra città potrà migliorare.

DECALOGO MEDITERRANEO / 8
Fragili e vulnerabili…da questa parte del fiume.

Di Christoph Baker

“Mais finalement, finalement,

Il nous fallut bien du talent

pour être vieux sans être adulte”

– Jacques Brel

Prima o poi, bisogna sapere spogliarsi di tutte le (troppe) difese che uno ha imparato a mettere fra sé e gli altri, fra sé e la vita. Andare avanti con la pretesa di non rimettersi in discussione è una forma di suicidio convenzionale, di inganno universale. Perché l’uomo sicuro di sé è solo un povero illuso che sta sprecando i migliori anni della propria vita ad avere ragione, a sentirsi in controllo. La vita sta da un’altra parte. Vive in mezzo a coloro che non hanno trovato risposta alle loro domande esistenziali. In mezzo ai naufraghi dell’amore, ai superstiti del tradimento, agli innocenti delle carneficine. Bagna di dolce luce i feriti della speranza, che cercano di salvare almeno il ricordo dell’emozione che li ha portato fino all’abisso. Riscalda i sopravvissuti del sogno, coccola le vittime del gelo interno, della delusione di quanta, alla fine dei conti, è poca roba la realtà. Accompagna i disperati, gli abbandonati, i dimenticati. La vita sa che trionfalismo, superbia, sicurezza e certezza sono solo ridicoli travestimenti della miseria umana.

Spesso nel cuore della notte, i miei occhi mi strappano al sonno. Si aprono, e mentre mi consegnano al buio infinito della stanza, spalancano le porte e le finestre della mia anima. Mai mi sono sentito così disarmato come in questi momenti, quando tutti i demoni e tutti gli angeli del mio inconscio si liberano e cominciano a sconvolgere le mie più intime convinzioni. All’improvviso non c’è più niente di sicuro. Da un lato la follia, dall’altro la morte. Il labirinto che si apre davanti a me emana fumi tossici e rumori assordanti. Tuttavia, non c’è scelta. E’ inutile procrastinare. Quando la luna e il sole scompaiono e non rimane che il nero più nero, quando l’ultima difesa si è rivelata un miraggio, quando la solitudine si spoglia di tutte le parvenze di normalità, là comincia il vero viaggio alla ricerca di noi stessi. Un viaggio probabilmente senza traguardo. Forse solo con una idea di traguardo.

Possiamo tranquillamente ingannare gli altri. Anzi è un’eternità che l’uomo non fa altro. Ma ingannare se stessi? Fare finta che non si debba pagare prima o poi la menzogna inflitta alla propria essenza? Certo, non è facile essere umani (ma se è per questo, non è neanche facile essere un salice piangente, argilla, un tramonto o un pesce volante…). Non è facile edificare muri, torri, fossati, masti, per poi rendersi conto che non ci proteggeranno mai da noi stessi. Che possiamo anche tentare una corsa sfrenata per sfuggire al nostro destino, ma che non serve a niente. Una mattina ci sveglieremo con accanto la nostra inutilità, la nostra futilità. E un freddo invaderà il nostro corpo e la nostra anima, perché le sconfitte sanno sempre di ghiaccio, di vuoto, di oblio.

Strano quest’andazzo millenario dell’uomo per sfuggire alla propria condizione, che fa sì che oggi ci troviamo ancora solo ad immaginare la possibilità di vivere fragili. Secoli e secoli lanciati lungo la stessa noiosa strada del libero arbitrio, della “forza di volontà”, del determinismo e dell’auto-controllo. Tutte componenti di un approccio alla vita violento, scontroso, fatto di ingiustizie verso gli altri e verso noi stessi. Perché è fin troppo evidente che il portare avanti questo mito dell’uomo forte, dell’uomo blindato, dell’uomo volenteroso non ha fatto altro che gettare le basi dello squilibrio fra l’uomo e i suoi prossimi, fra l’uomo e la natura. Fingere una corazza duratura vuole dire imporre agli altri un rapporto di forza monolitico. Non vi è nulla di più scarso alla fine dei conti che la vittoria di un uomo su un altro. Cosa ha vinto il vincitore? L’illusione di che cosa? Di che cosa si è arricchito? E’ troppo evidente che questa condizione determina in fondo un impoverimento permanente. Un vincitore è un guscio che si svuota in maniera proporzionale alle proprie “vittorie”. La parabola del potere non fa altro che confermare questa condanna. L’uomo che pensa di potere comprare tutto nella vita grazie al potere conquistato si ritrova un bel mattino con solo polvere nelle mani. Potrà anche muovere eserciti attraverso le frontiere o cambiare donna ogni notte, ma davanti allo specchio non è che un misero fallito, un tossicodipendente della propria ingordigia. E se si guarda intorno, non vede l’ombra di uno sguardo compassionevole. La solitudine che lo ha invaso lo spinge inesorabilmente verso il baratro. Un giorno o l’altro, l’uomo potente punta la pistola alla propria tempia…

Invece sarebbe il caso di invertire rotta. Di lasciare gli scenari eroici delle cavalcate vittoriose e dirigersi verso il mare immenso e infinito della nostra fragilità e della nostra vulnerabilità. Accettare di essere ben poca cosa ci apre l’orizzonte ad un ricco viaggio all’interno di noi stessi e – quando abbiamo fortuna – anche all’interno degli altri. Riconoscere la propria fragilità e accettarla vuole dire spogliarsi lentamente di tutte le bugie, i miraggi e gli inganni che abbiamo accumulato nel tentativo di sfuggire alla nostra condizione. Piano piano, ci si rende conto che lontano da creare più paure, l’avvicinamento alla fragilità ci regala una tranquillità interiore raramente sperimentata prima. Accettare la propria fragilità, non nasconderla, non allontanarla, ci apre le porte del mondo troppo spesso represso delle emozioni.

E’ per me molto triste vedere come in questo fine millennio dell’era cristiana, in mezzo al trionfo della modernità, del razionalismo onnipotente, le emozioni siano una roba in via di estinzione. La colonizzazione del nostro immaginario da parte dei venditori di fumo ci ha intrappolati in una visione del mondo sempre più grigia, prevedibile, monolitica. Un mondo dove il calcolo, le strategie, i programmi regnano sovrani sul resto dei nostri slanci. Ma come è blando e noioso il paesaggio che ne viene fuori. E vai a cercare la poesia in mezzo ai chips, bits, cellulari, satelliti, carte di credito, flussi finanziari e bombe intelligenti. Sarebbe urgente cominciare a recuperare il diritto alle proprie emozioni. Rimettere al centro della vita gli sbandamenti lirici dei nostri sentimenti. Riconquistare le condizioni per essere stravolti da un gesto d’amore. Camminare di nuovo in mezzo alle praterie della propria anima, laddove crescono i fiori della curiosità, del mistero, dello stupore. Perdersi nei dedali del nostro cuore, contenti di naufragare magari nelle braccia di un essere amato.

Essere vulnerabile è la nostra condizione umana. Lo sappiamo tutti com’è facile sentirsi feriti da una parola sbagliata, da un silenzio pesante, da un gesto sferzante. Ma bisogna anche ammettere che solo la nostra vulnerabilità ci permette di assaporare i veri profumi dell’amore, che solo spogliandoci delle nostre difese ci consente di costruire una passerella verso il cuore di un altro uomo. E di ricevere lo stesso. E allora dobbiamo chiederci come mai risulta tanto difficile vivere questa condizione? Come mai ci viene quasi automatico chiudere le porte del nostro cuore e della nostra anima ancora prima di capire cosa cerca l’altro che ci viene incontro? Il punto allora non è se essere vulnerabile o no, ma se siamo capace di rischiare questa nostra vulnerabilità nei rapporti con gli altri e con la vita.

Ho imparato che gli schiaffi li ho presi allo stesso modo se mi armavo dalla testa ai piedi o se invece mi lasciavo investire senza difese. La differenza sta nell’intensità del colpo, che fa certo più male immediatamente quando viene incassato senza tanti muri di mezzo. Ma ho scoperto che i pugni allo stomaco mi hanno dato molto di più che le sconfitte razionalizzate come “lezioni di vita” o passaggi obbligatori per maturare! L’ho già detto: non voglio diventare adulto. Essere adulti significa essersi definitivamente allontanati dalla propria fragilità. Vuole dire non sapere più come tornare indietro a recuperare le emozioni ed i sentimenti. Ma sapere invecchiare mantenendo in se l’innocenza del bambino ci permette di commuoverci anche sul punto di morire.

Ammetto di essere romantico. Non ho trovato sulla sponda della ragione risposte convincenti ai miei interrogativi esistenziali. Piano piano ho maturato l’idea che gli interrogativi più profondi rimangono probabilmente per sempre senza risposta. Se questo è il caso, me ne sto sull’altra sponda, laddove accanto ai quesiti irrisolti e alle paure quotidiane, ho trovato anche la generosità dell’anima, l’immensità delle emozioni, la sontuosa complessità della vita. Mi sono ubriacato dell’intensità dell’amore, del calore dell’amicizia, dello spavento dei sogni, della grandezza delle illusioni perdute. Ho trovato al tavolo della vita l’esuberanza e la tristezza, la bellezza e l’amarezza, l’assurdo e la dolcezza. Sono stato sconvolto dalla pochezza dei mezzi di fronte all’immensità del viaggio. Dall’inutilità delle certezze di fronte al richiamo della morte. Dalla fatica incommensurabile di non tradire se stesso. E di come è duro resistere alla tentazione di ritornare sull’altra sponda…

Ma so’ che da questa parte del fiume, ci sono ancora spazi per sognare. Qui ci si può lasciare trasportare dalla nostalgia. La fragilità e la vulnerabilità permettono all’uomo di fare viaggi lenti e pigri tra un ricordo e l’altro. Tornano in mente momenti di felicità, tappe sulla via dell’amore, gli occhi di una persona cara, suo modo di ridere, due corpi che si fondono l’uno nell’altro. Si scopre l’importanza delle ferite, di quanto ancora possa fare male il ricordo di un treno che partiva e sul quale non siamo saliti, del momento in cui si capisce che due cammini si separano di nuovo e per sempre. Lo spleen vissuto magari in una giornata di sole accecante, con gli altri intorno ignari di tanta malinconia, di tanto strazio per una storia impossibile, per avere scoperto l’incommensurabile distanza tra quello che volevamo dare e quello che l’altro ha preso.

C’è di più. Accettare di essere ben poca cosa è il punto di partenza fondamentale per un nuovo rapporto con la natura. Se vogliamo parlare di una visione ecologica della vita (che possa – finalmente! – sostituire quella economica), il senso della propria fragilità e vulnerabilità ci avvicina a tutte le altre forme di vita. Noi come un insetto, come una foglia, una onda, una nuvola, un granello di sabbia, un ciuffo d’erba. Animale fra gli animali. Lentamente recuperare il senso della propria parte nel grande teatro della natura, del proprio posto nell’affresco rigoglioso della vita. E con questo imparare di nuovo il rispetto delle altre forme di vita. Lasciare perdere velleità di superiorità sugli altri esseri. Così da potere accarezzare il muschio sulla pietra, e fissare negli occhi un gatto selvaggio. Farsi trasportare dallo spettacolo di un tramonto sul mare, immobile fino al crepuscolo. Come si può mai imparare la contemplazione se uno porta in se ancora qualche aspettativa, qualche pretesa di capire o di dare spiegazioni?

Riconosco che l’approccio è intimista. Non è facile vivere la propria fragilità, perché richiede di accettare una volta per tutta la profonda solitudine che è la condizione di ogni essere umano. Tuttavia, non vedo la fragilità e la vulnerabilità come traguardo di vita, ma come punto di partenza. In effetti, questa condizione ci permette di spazzare via l’equivoco dell’individualismo e dell’egoismo. Queste due tendenze si basano su di una errata idea di se stessi. Su di un idea trionfalista. Il mito del super ego, dell’uomo fortezza, di colui che costruisce la propria verità e parte per imporla agli altri. Essere fragili e vulnerabili invece ci toglie per sempre questa pretesa pericolosa. Ci fa progredire sulla punta dei piedi, con la massima attenzione, con il rispetto dell’altro. Sapere di essere fragili è sapere che gli altri sono altrettanto fragili. Si entra così nella vera comunità degli umani, aldilà dei codici che ogni civiltà ha costruito nel tentativo di soffocare la paura di morire, la paura di non essere gran cosa. Ma una volta raggiunta l’accettazione della fragilità, si scopre che le gabbie le avevamo costruite noi, o almeno che eravamo d’accordo di portare delle catene. Si scopre allora che la libertà è a portata di mano e che la libertà è il frutto della fragilità e della vulnerabilità.

E così, in nome di chi non ce la fa a stare sul carro dei vincenti, in nome di chi sa quanto sarà lunga la notte, di chi ride amaro ma piange dentro. In nome di uno come noi che si è rifugiato in un bicchiere di troppo, e hai voglia a dirgli che fa male al fegato: lo sa lui che gli è successo al fegato. In nome dell’urlo disperato nel buio, dello sguardo vuoto gelido, delle mani che non si aprono più. In nome della cosa troppo grande accaduta ad uno troppo piccolo, dell’inadeguatezza dell’essere quando contava apparire. Del rimorso che ormai non serve più a niente, e del gesto riparatore ignorato. Di queste parole che non sono mai quelle giuste e di quei silenzi che fanno capire che è finita. In nome dell’amore che non era all’appuntamento e della speranza che era una presa in giro. Di questi sogni infangati da esseri cari, slanci gratuiti presi in derisione, emozioni vere oggetti di scherno. In nome del perché di tanta sofferenza e del come si può far finta di niente.

In nome di una nave che non si è potuto più prendere. Di una lettera che non è arrivata. Di un canto abbandonato al vento e una idea sfuggita per distrazione. In nome del ricordo dell’innocenza, del gusto selvatico dell’ingenuità, del rimpianto della spontaneità. Di tutto questo camino e a volte sembra di essere rimasto in dietro, o di quel correre per niente tanto il traguardo non era che un miraggio. In nome delle nostre illusioni più dolci e del ricordo di avere provato ad aggrapparci. E in nome di ogni foglia morta, ogni pioggia sul canale, ogni relitto sulla spiaggia. Per tutte le carcasse nel deserto, tutti i scheletri di alberi bruciati, ogni collina sventrata. Per quello che potevamo essere e per quello che siamo diventati. Per ogni volta che abbiamo detto va bene e non andava bene. In nome della confusione di essere solo uomini.

Ma in nome anche del sapore di una goccia di brina. In nome del silenzio rotto da un usignolo. In nome del primo timido sorriso di un bambino. In nome del passo felpato di un gatto sul tetto. In nome di un porcospino che attraversa la strada e ce la fa. Di una pallottola che rimane dentro il fucile e una volpe che sembra ringraziare. In nome di un leggero sorriso che dice di più di un discorso. Di una decisione presa solo per non tradire. In nome del momento che precede la partenza, e di quello subito dopo. Per come è complicata la vita per poi scoprire quant’è enorme. Per ogni passo che ci è andato bene e ricordare quelli che invece no. In nome di tutto l’affetto che a volte non riusciamo ad accettare…

E in nome dei quattro elementi che saranno sempre più forti dell’uomo, rimettiamoci in cammino e andiamo dolcemente incontro a tutte le sorprese che la vita ci riserva ancora.

IL MINISTRO CON L’ELEMETTO
Dibattito sull’abolizione della leva

Come più volte sottolineato e denunciato da questa pagine, i vari governi, succedutisi dal 90 in poi, hanno lavorato, nell’ombra, per ristrutturare le FFAA italiane al fine di potenziarne le capacità di proiezione offensiva per difendere gli interessi vitali (economici, strategici e politici) nazionali.

Tassello mancante, alla completa definizione di ciò che viene chiamato Nuovo Modello di Difesa (NMD), è il passaggio da un reclutamento obbligatorio a quello su base volontaria.

La guerra in Kosovo e le recenti polemiche sul “nonnismo”, causate dalla morte del Parà al CAR della Folgore, hanno contribuito non poco a creare, nell’opinione pubblica, il terreno fertile sul quale, il Ministro Scognamiglio, ha seminato la sua proposta di abolire la leva e passare ad un esercito professionale.

I mass-media, come spesso accade, stanno trattando l’argomento in modo superficiale e fuorviante, concentrando tutta l’attenzione su due temi: libertà di scelta e donne nell’esercito.

Sebbene la leva obbligatoria, soprattutto questa leva obbligatoria, sia indifendibile, il problema posto dal NMD va ben oltre alle questioni della libertà individuale e delle “pari opportunità”, infatti:

le finalità di questa riforma delle FFAA prefigurano una struttura militare che, preparata ed attrezzata per interventi fuori dai confini nazionali, si pone in contrasto con lo spirito della Costituzione (ripudio della guerra; esercito di difesa del territorio nazionale); il NMD si configura, perciò, come lo strumento necessario per ridare, all’Italia, nuovo “protagonismo” nel panorama militare internazionale;

i costi della professionalizzazione vengono sottaciuti e minimizzati; oltre agli stipendi, infatti, i soldati professionisti dovranno essere armati ed addestrati con gli ultimi ritrovati tecnologici i cui costi sono elevatissimi, soprattutto se si considera che le FFAA italiane dispongono di strutture d’arma in larga parte obsolete; vi sarà, perciò un costante e inevitabile aumento della spesa militare complessiva, proprio in una fase in cui, dopo i tagli pesantissimi degli scorsi anni, si continua a chiedere una politica di rigore e di tagli alla spesa pubblica;

nella situazione attuale non sembra esserci un numero sufficiente di giovani disposti ad arruolarsi come volontari a ferma prolungata (3-5 anni) e, pertanto, il governo si troverà costretto a trovare degli incentivi occupazionali che scatteranno al congedo del volontario; questa eventualità avrà due conseguenze non indifferenti: da un lato si gonfierà la pubblica amministrazione, con l’assunzione dei militari in congedo; dall’altro si costringeranno i giovani disoccupati a percorrere la carriera militare per aspirare a diventare poliziotti, carabinieri, guardie forestali, ecc.;

il ricatto occupazionale penalizzerà le fasce sociali più deboli e, in modo particolare, i giovani del meridione; saranno i figli dei poveri che metteranno a disposizione la loro vita per salvaguardare gli interessi dei figli dei ricchi i quali, tranne qualche raro caso, approfitteranno dell’abolizione del servizio di leva per inserirsi più rapidamente nel mondo del lavoro;

non dobbiamo, infine, trascurare lo scollamento che si verrà a creare tra paese e FFAA, con il rischio che, in futuro, nessuno si preoccuperà più di tanto se i “… nostri bravi ragazzi” bombardano, uccidono e, magari, muoiono; l’hanno “scelto” loro e sono pagati per questo! La collettività si sentirà con la coscienza più tranquilla e penserà che è un affare privato tra soldati.

come se tutto questo non bastasse, la fine “teorica” (vedremo poi quella reale) della leva non sarà immediata (almeno5-6 anni) e, nel frattempo, avremo almeno 400.000 giovani che si dichiareranno obiettori; dal luglio 98 esiste la nuova legge 230 che, però, non riesce a decollare nei suoi aspetti pratici, sia per mancanza di fondi disponibili (i 51 miliardi con i quali il Governo ha integrato il finanziamento dell’esercizio 99, non sono sufficienti nemmeno a far partire tutti gli obiettori in attesa), sia per la mancata attivazione dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, il quale dovrebbe sostituire, speriamo in meglio, il Ministero della difesa nella gestione del servizio civile.

Cosa proporre, allora?

Fin che dura la leva obbligatoria è indispensabile che la legge sull’obiezione di coscienza venga finanziata in maniera adeguata, non solo per permettere di far partire tutti gli obiettori, ma anche e soprattutto per garantire la smilitarizzazione del servizio civile e la formazione degli obiettori, principali aspetti positivi della legge e finora per nulla attuati.

Un lavoro serio e costante di informazione sulle implicazioni militari, economiche, politiche e democratiche conseguenti alla completa realizzazione del NMD;

Un’azione sul Parlamento affinché si creino le premesse per la riduzione delle spese militari; l’approvazione di una legge che permetta l’opzione fiscale a favore di forme di difesa alternative e non armate; il divieto ad impiegare le FFAA al di fuori del territorio nazionale; la smilitarizzazione del territorio e la riconversione dei terreni e degli stabili militari ad usi civili e, finalmente, pubblici.

L’attivazione di una campagna per l’inserimento del diritto all’obiezione di coscienza all’interno del dettato costituzionale; abolendo la leva obbligatoria si elimina, di fatto, anche il diritto all’obiezione di coscienza per quanti, seppur arruolati in modo volontario, dovessero avere evoluzioni della coscienza in qualsiasi momento.

Cosa ne sarà del servizio civile?

Lo stesso disinteresse per i problemi legati all’evoluzione del ruolo delle FFAA lo ritroviamo in molte dichiarazioni di alcuni dei nostri storici alleati: gli enti di servizio civile.

Fino a quando l’obiezione di coscienza era la serratura attraverso la quale i giovani erano costretti a passare per accedere al servizio civile, molti enti si dichiaravano sostenitori dell’obiezione quale scelta di pace.

Oggi che, con l’abolizione della leva, si prospetta la possibilità di perdere il supporto degli obiettori in servizio civile, scopriamo che quegli stessi enti si dichiarano indifferenti rispetto a ciò che faranno i militari e spostano le loro richieste solo sul mantenimento della forza lavoro gratuita rappresentata dagli obiettori, chiedendo a gran voce che venga istituito un servizio civile obbligatorio.

Altri, invece, sostengono la necessità di istituire un servizio civile volontario che, come incentivi, offra un salario minimo e bonus sociali.

Sebbene il dibattito sia ancora in una fase iniziale, non possiamo fare a meno di ribadire che non potremo appoggiare scelte che vadano nel senso di utilizzare i giovani (e le giovani) di leva, al solo scopo di coprire le carenze dello stato sociale, acuendo, in questo modo, il problema della disoccupazione e della dequalificazione dei servizi, offerti agli strati più deboli della popolazione.

Il dibattito è interessante ed aperto e offre un ventaglio di possibilità ancora tutte da esplorare ed è nostro auspicio che, in questo percorso, sia possibile discutere ed aggregare, su proposte serie, anche nuovi soggetti, fino ad ora assai distanti dalle problematiche del servizio di leva.

SONO SOLO CANZONETTE ? / 3
E’ sempre la solita musica…

Di Paolo Predieri

“Give peace a chance” di John Lennon e “Il disertore” di Boris Vian sono le canzoni che riemergono come inni pacifisti nei momenti di punta del movimento contro la guerra, anche in Italia, dove sembra difficile riuscire a fare musica esplicitamente ispirata ai valori della pace. C’è chi sostiene che il mercato discografico, vorace e standardizzato, abbia disperso e isolato energie che pure avevano espresso una vera e propria cultura musicale antimilitarista. I Cantacronache, gruppo della canzone alternativa torinese, che contava sugli apporti di Calvino, Amodei, Fortini, alla fine degli anni cinquanta cominciò proprio con canzoni contro la guerra, come “dove vola l’avvoltoio” o “lasciatemi stare”. Negli anni sessanta il Nuovo Canzoniere Italiano con gli spettacoli “Le canzoni di bella ciao” e “Le canzoni del no” e Dario Fo con lo spettacolo “Ci ragiono e ci canto” raccoglievano denunce per vilipendio delle forze armate. C’era una capacità di risposta immediata agli avvenimenti, esistevano i “comizi in musica”, nascevano subito le canzoni giuste che raggiungevano un’enorme diffusione popolare prima ancora di essere incise su disco, come “Per i morti di Reggio Emilia” o “Contessa”. Fra i musicisti colti contemporanei vanno almeno citati Luigi Nono con “Canti di vita e d’amore: sul ponte di Hiroshima” del 1962 e Giacomo Manzoni con l’opera “Atomtod” del 1965. La musica dei diversi generi, accomunati dallo stesso bisogno di cambiamento ha prodotto cultura contro la guerra.

Non è un caso che, alla fine degli anni sessanta, il mercato commerciale della canzone sia stato costretto a dare spazio alle istanze pacifiste, con canzoni di discreta qualità e, in alcun casi, di notevole successo. Per fare tre esempi indicativi sui tanti possibli: “Mille chitarre contro la guerra” (chi ricorda Umberto Napolitano, presentato dalla casa discografica come scelta coraggiosa e controcorrente ?), “Proposta”(= mettete dei fiori nei vostri cannoni) dei Giganti che arriva al 4° posto a S.Remo nel ’67 e “C’era un ragazzo…” di M.Lusini e G.Morandi che, quando raggiunge il n°1 a Hit Parade, viene sostituita in trasmissione col retro del disco. Sempre di quel periodo sono la “linea verde”, aggregazione musical-ecologista guidata da Mogol, Celentano e Battisti con canzoni come “Mondo in mi 7”, “Uno in più”, “E’ la pioggia che va” e la forse meno conosciuta “linea gialla”, promossa da Tenco e Dalla con intenti più marcatamente politici e canzoni come “E se ci diranno” e “Io non ci sarò”.

Perché allora oggi, nei giorni di guerra, la musica in Italia si muove poco e ricorre ancora ai soliti Lennon e Vian ?

Così provava a rispondere Luigi Pestalozza su Avvenimenti: “ Credo che gli organizzatori della guerra, i grandi interessi che da almeno dieci anni trasformano l’Italia in stato asociale utile al capitale finanziario alle logiche di rendita, abbiano ottenuto dei risultati anche sul fronte musicale. Penso all’offensiva di privatizzazione delle attività di musica, agli effetti di smarrimento, di isolamento, che questa politica ha avuto sui musicisti finiti dispersi, disgregati, autosegregati in logiche perfino di egoismo, entrati in una fase di perdita del senso delle cose. Anche per i musicisti colti, chiamati a comporre e suonare più volte per la pace, il Cile, contro la guerra, vale il caso delle feste dell’Unità, l’immensa organizzazione entrata nelle logiche della privatizzazione. Che non li chiama più. Non si canta, non si suona più, in esse, in tempo reale, sulle cronache antagoniste, in maniera comunque antagonista. Perciò cantiamo Lennon”.

Secondo Paolo Pietrangeli, autore di “Contessa” e di tante altre canzoni politiche, “ nessuno si è più posto il problema di ricreare delle canzoni per questo movimento. Probabilmente la straordinaria presa che ha avuto il rock ha sostituito questo tipo di cose. Però non puoi portare il rock in una manifestazione, ecco perché restano quelle vecchie canzoni. Ogni cosa deve restare nel suo contesto. Gli stessi che cantano “Contessa” a una manifestazione, sbufferebbero se la sentissero suonata ad un concerto rock”.

C’è da ribaltare una situazione o magari da far emergere aspetti e situazioni che ci sfuggono. Con “Il mio nome è mai più” di Ligabue-Jovanotti-Pelù, l’attitudine pacifista diffusa fra la gente ha immediatamente trovato un’occasione per manifestarsi, esprimendo una chiara opposizione alla guerra, unita a un’azione concreta di sostegno alle campagne di Emergency. Il tempo ci dirà se si tratta di un episodio isolato o se esistono prospettive di impegno musicale per la pace in grado di crescere e raccogliere nuove energie.

L’augurio è di ritrovarci in una nuova e più consapevole stagione di musica nuovamente inserita nel movimento… magari nonviolento!

DUE LODEVOLI INIZIATIVE
Una lapide per l’obiettore ignoto

Lungo la statale marchigiana 77 che va da Macerata a Colfiorito, vicino Tolentino in un luogo poco visibile e poco accessibile c’è la “chiesa della cisterna”; è un’ex chiesetta molto modesta, sempre chiusa e sulla facciata c’è una lapide con la seguente epigrafe:

“Nel maggio 1815 – quando sembrò cadere – con la fortuna di Murat – il sogno dell’indipendenza italiana – fu passato per le armi un italiano – colonnello dell’esercito austriaco – reo di aver reso inoffensive le munizioni di un reggimento – perché vite fraterne fossero risparmiate.

Nel primo centenario dell’unità nazionale – Tolentino – ricorda il luogo dove fu sepolto da mani pietose – l’italiano ignoto – che sotto divisa austriaca – nascondeva un cuore docile alla voce della Patria.”

Il tragico episodio a cui fa riferimento la lapide è la fucilazione di un italiano ignoto che militava nell’esercito austriaco con il grado di colonnello e fu passato per le armi perché “aveva reso inoffensive le munizioni con il preciso scopo di risparmiare vite fraterne” nella battaglia di Tolentino il 2 e 3 maggio 1815 che si combatté fra Napoletani guidati dal re Gioacchino Murat, maresciallo barone Federico Bianchi. Sul campo di battaglia, che alcuni considerano una guerra d’indipendenza dell’Italia, si scontrarono e si uccisero su fronti avversi, alcuni decenni prima dell’unità d’Italia, degli Italiani, delle “vite fraterne”, infatti degli Italiani erano schierati con Napoleone e la Francia altri contro.

Nel libretto “Tolentino 815. Rievocazione storica della battaglia di Tolentino” è scritto che questo “luogo è importante per il ricordo di quello che può essere considerato il primo sacrificio italiano dell’indipendenza”. A noi sembra più giustamente che questo colonnello sabotatore di munizioni sia il primo obiettore di coscienza dell’Italia preunitaria. Ignoto forse perché fucilato alla schiena con ignominia, come un traditore, come un vile, che non solo non ha diritto alla gloria imperitura degli eroi, ma neppure e giammai alla memoria dei posteri. Noi invece lo ricordiamo come l’obiettore ignoto e rendiamo così giustizia, onore e gloria imperitura a quest’uomo veramente coraggioso e condannato ad essere ignorato.

In un momento in cui gli obiettori di coscienza, i disertori e i renitenti alla leva della prima e seconda guerra mondiale in Italia, Francia e Germania sono considerati in maniera meno militarista, meno isterica e nazionalista e meno disfattista emerge dall’ignoto e dal passato la figura grandiosa e ammonitrice di questo antieroe che rifiuta la guerra.

A lui vanno il ricordo, il riconoscimento e l’ammirazione dal più profondo delle nostre coscienze e dei nostri cuori.

Pierfelice Bellabarba

(Macerata)

A Roma, nei giardini del Centro Culturale FIDIA ( Associazione, Scultori, Ingegneri, Architetti – via del Frantoio, 44/a), è stato inaugurato un “cippo” all’obiettore, composto da blocchi di tufo che sorreggono una lastra di marmo con un bassorilievo in bronzo, opera della scultore Alfiero Nena. Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, l’on. Fabrizio Panecaldo, obiettore della prima ora, Edy Vaccaro, del MIR, Lidia Sconciaforni di Pax Christi, il pastore evangelico Alberto Mugnai, i soci fondatori della Fidia e lo stesso Maestro Nena. La manifestazione, patrocinata dal Comune di Roma, ha concluso una serie di conferenze e dibattiti, concerti, improntati al dialogo interreligioso, all’ecumenismo e ai diritti umani.
All’Obiettore

In memoria di Franz Jagerstatter, Josef Mayr Nusser e dei 15.000 obiettori di coscienza

Che si rifiutarono di entrare nell’esercito di Hitler, e morirono nei campi di sterminio.

Questa targa, insieme con il bassorilievo in bronzo dello scultore Nena,

con a fianco un ulivo, fu posta qui in segno di pace.

Roma, 27 marzo 1999

Associazione Fidia

LA NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 8
Le mie prigioni di Silvio Pellico

Di Claudio Cardelli

Dopo il congresso di Vienna (1815), che assegnò all’Austria il Lombardo-Veneto, nel giugno 1818 alcuni intellettuali diedero vita a Milano a un periodico liberale, “Il Conciliatore”, che dopo aver subìto vari interventi dalla censura austriaca dovette cessare le pubblicazioni nel dicembre del 1819 .

A questo periodico collaborò intensamente il saluzzese Silvio Pellico (1789-1854), già famoso come autore della tragedia in endecasillabi Francesca da Rimini (1815) . Diventato amico del musicista e cospiratore Piero Maroncelli, Pellico aderì alla Carboneria e ne divenne propagandista; compromesso da una lettera scritta al fratello dal Maroncelli, fu arrestato il 13 ottobre 1820 e condotto al carcere di S.Margherita in Milano .

Fu poi trasferito ai Piombi di Venezia, dove subì un pesante processo, che si concluse con la condanna a morte, commutata in 15 anni di carcere duro .

Il dì seguente 21 febbraio 1822, il custode viene a prendermi: erano le dieci antimeridiane . Mi conduce nella sala della Commissione, e si ritira . Stavano seduti, e si alzarono, il presidente, l’inquisitore e i due giudici assistenti .

Il presidente, con atto di nobile commiserazione, mi disse che la loro sentenza era venuta, e che il giudizio era stato terribile, ma già l’Imperatore l’aveva mitigato .

L’inquisitore mi lesse la sentenza:

– Condannato a morte . – Poi lesse il rescritto imperiale: – La pena è commutata in 15 anni di carcere duro, da scontarsi nella fortezza di Spielberg .

Risposi: – Sia fatta la volontà di Dio!

(Le mie prigioni, BUR Rizzoli, Milano, 1984, cap.51)

Giunto alla fortezza di Spielberg (Moravia, vicino a Brno) il 10 aprile 1822, scontò la pena fino all’agosto del 1830, quando venne graziato e potè rientrare a Torino, dove si era stabilita la sua famiglia.

La riscoperta della fede

Dopo l’uscita dal carcere, il Pellico compose il libro di memorie, Le mie prigioni (1832), nel quale rievocò minutamente la detenzione e diede testimonianza della riscoperta, attraverso il dolore, dei valori autentici del cristianesimo: la mitezza, lo spirito di sopportazione, l’amore fraterno per le persone . E’ giustamente celebre il rapporto umano che si stabilì tra il prigioniero e il burbero carceriere Schiller .

Entratomi alquanto in grazia il vecchio Schiller, lo guardai più attentamente di prima, e non mi dispiacque più . A dir il vero, nel suo favellare, in mezzo a certa rozzezza, eranvi anche tratti d’anima gentile.

– Caporale qual sono, – diceva egli – m’è toccato per luogo di riposo il tristo ufficio di carceriere: e Dio sa se non mi costa assai più rincrescimento che il rischiare la vita in battaglia .

Mi pentii d’avergli testé domandato con alterigia da bere .

Mio caro Schiller, – gli dissi, stringendogli la mano – voi lo negate invano, io conosco che siete buono, e poiché sono caduto in questa avversità, ringrazio il Cielo di avermi dato voi per guardiano . (cap.59).

La non-collaborazione

Nel 1837 Pellico scrisse i dodici Capitoli aggiunti (pubblicati in francese nel 1843), nei quali volle difendersi dall’accusa di aver abbandonato gli ideali rivoluzionari . E’ interessante notare come egli, affidandosi ai princìpi del Vangelo, fosse giunto alla scoperta della non-collaborazione coi Governi iniqui .

Fra i motivi che mi facevano condannare le ultime rivoluzioni compiute o tentate, certamente è necessario annoverare la mia piena adesione ai principi dell’Evangelo, il quale non permette siffatte imprese della violenza . Non già che fossi divenuto fautore della servitù, e nemico dei lumi; ma io ero convinto che i lumi non debbano diffondersi se non con mezzi legittimi e giusti, mai coll’abbattere un potere costituito, e coll’innalzare la bandiera della guerra civile .

Dal punto in cui cessarono i miei dubbi intorno alla religione, credetti fermamente alla verità della fede cattolica, non potei più ammettere che l’amor della patria possa derivare altronde le sue ispirazioni che dal Cristianesimo, che vuol dire odio profondo contro l’ingiustizia congiunto all’amore del bene pubblico, ma colla ferma risoluzione di non commettere il male per la speranza di un bene . Un governo è cattivo? Non v’è altro compenso che l’andarsene, o restare soggetto alle sue leggi senza aver parte nei suoi errori, e perseverare nella pratica d’ogni virtù, non escluso il sacrificio della vita se occorra, anziché rendersi complice di qualsiasi iniquità .

Del resto, se nella mia gioventù i miei principi politici erano più esaltati, io non li avevo mai spinti fino alla demagogia e al disprezzo di tutte le antiche leggi . Gli adepti del giacobinismo mi erano odiosi .

L’ardente amore della mia patria non eccedeva in me il desiderio di un governo nazionale e della cacciata dello straniero che vi fa da padrone . (cap.IV)

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