Consiglio di lettura n. 26 anno terzo, secondo mese – febbraio: I Cariolanti di Sacha Naspini (e/o)

Consiglio di lettura n. 26 anno terzo, secondo mese – febbraio: I Cariolanti di Sacha Naspini (e/o)

Recensione a cura di Enrico Pompeo

Sì, lo so: è il terzo libro di questo autore che consiglio in questa rubrica. Infatti mi ero detto: leggilo e basta. E poi, invece, eccomi qui. L’avevo già letto, qualche anno fa,  in e-book, perché la versione cartacea, edita da Elliot nel 2009, non si trovava più.

Il 20 Febbraio 2020 – data splendida numericamente parlando – è uscita la nuova pubblicazione, targata e/o. Preso subito. L’ho messo lì, sul comodino. Ho detto, va beh, lo conosco già, mi ricordo che fu folgorante, ma, magari, è passato del tempo…l’ho iniziato e finito in meno di tre giorni.

Sgombriamo subito il campo: per me Naspini è una delle penne migliori in Italia. Punto. Conosco buona parte della sua produzione e ci trovo conferme di grandezza. Ho avuto anche l’impudicizia di contattarlo due anni e mezzo fa e siamo diventati buoni amici. Mi dà anche dritte per migliorare la mia scrittura ed è paziente, visto che sono tardo a comprendere.

Oltre a essere un signor scrittore, è buffo, in senso estremamente positivo. Sa essere di compagnia, soprattutto a tavola e con una bottiglia di buon vino, anzi due, davanti; è generoso e umile. Ho organizzato molti suoi laboratori a Montevaso, l’agriturismo culturale con il quale collaboro, e sono stati fantastici. Ma tutto questo cosa ci combina con una recensione? Forse nulla, ma anche no. Perché quello che ti colpisce di Sacha è la profondità del suo sguardo. Sempre. Sia quando scrive, che quando ti propone un esercizio di scrittura, lui ti scava dentro. Come se avesse un punteruolo, o meglio, un coltellino con il quale ti  porta via gli strati che, ognuno di noi, anche inconsapevolmente, si porta dietro per fare, nella migliore delle ipotesi, solo buona impressione. Ecco: lui, piano piano, ti scortica fino a farti trovare di fronte alla tua parte più autentica, profonda, spesso anche oscura. Ma vera e perciò preziosa.

Qui, per me, lui si supera. Certo: ‘Le Case del Malcontento’ e ‘Ossigeno’, sempre E/o – a proposito: non ne sbagliano una. Per me i numeri uno – sono capolavori.

Per ulteriori notizie su questi altri testi, vedere i precedenti consigli di lettura, se vi va.

Ma in questo libro io mi ci perdo, completamente e sono contento, anche se trovo l’abisso. È il suo massimo, per me. Almeno fino ad oggi.

‘I  Cariolanti’ è la storia di Bastiano, dai nove ai cinquantadue anni. Quasi tutta raccontata da lui stesso, in prima persona, come un fiume in piena, un flusso di coscienza, un magma in eruzione.

Suo padre, Aldo, è un disertore della Prima Guerra Mondiale, che si nasconde, con la moglie e il figlio, sottoterra, in un buco in mezzo ai boschi, nascosto dalle foglie, dove prima veniva ad ammazzare gli animali, come maiali o conigli. Vivono di bacche, di animali selvatici acchiappati di notte, con una lancia che perfora la giugulare, quando si fermano, attratti da bucce di mela o altro, messe lì, sull’unico foro che fa entrare l’aria là sotto. Aldo non sbaglia un colpo. Per non far uscire il bambino e tenerlo zitto e buono,la madre gli ha detto che se si muove o parla, verranno a prenderlo i Cariolanti, gente brutta e cattiva, con le braccia lunghe e magre, le unghie sporche, che si portano via i bambini disobbedienti.

Poi la guerra finisce e Bastiano esce e si trova catapultato nel mondo, senza un alfabeto per comprenderlo e farsi capire. È un lupo in un mondo di bestie.

Trova anche un lavoro, un inizio di amore, si fa una casa, ma  è braccato dalle voci e dalle accuse della gente, lui, lo strano, il selvaggio e quando non trova ascolto, ogni contrasto, anche il più piccolo, diventa una battaglia. E lui sa combattere. Perde la madre e il padre, così, nello scivolare amaro del tempo.

Tanto vale buttarsi nella Seconda Guerra Mondiale, però Bastiano trova solo altra devastazione e la stessa logica del più forte che è l’unica che conosce. Riesce a uscirne vivo, ci prova a costruirsi un destino, ma alla fine il fuori è quasi più atroce del chiuso della sua infanzia.

Romanzo cattivo, che qualcuno ha definito ‘racconto di (de)formazione’, con uno stile asciutto, un ritmo trascinante, pieno di domande, di spazi scuri da riempire.

Ci sono autori rassicuranti, che ti raccontano storie dove trovi risposte e conferme. Però ci sono anche quelli che ti spiazzano, ti minano le certezze, ti stimolano dubbi. Che ti lasciano con la voglia di conoscere, più che con la spiegazione già fatta. Ecco: questi sono gli scrittori che mi piacciono. Non che gli altri non siano validi, ma quelli come Naspini sono necessari, perché smuovono le coscienze, invece di rassicurarle.

Perché, in fin dei conti, raccontare le storie dei perdenti, dei reietti aiuta, serve a sentire, a comprendere che, ‘se li cercherai fino in fondo, anche se non sono gigli, sono pur sempre figli, vittime di questo mondo’ (Fabrizo De André- Via del Campo).

Questo è il mondo che Naspini, spesso, osserva per noi, ce lo racconta e ci lascia con tanti punti interrogativi: chi rinchiude chi? Chi è il mostro? Chi si può salvare? Chi siamo noi? E gli altri?

I grandi compositori dicono che la musica vera è tra le note, non nei suoni. Forse il segreto nella scrittura non è tanto in quello che dici e nel come lo fai, ma negli spazi bianchi tra una riga e l’altra, nel territorio inesplorato del non detto. È qui che pulsa il cuore del narrare.

Naspini lo sa e ti ci porta, lasciandoti con una candela in mezzo al buio.

Così si fa.

Consigliatissimo.

Forza, eh!

Buona lettura.

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