Fermare il commercio di armi e di morte è possibile

Fermare il commercio di armi e di morte è possibile

La revoca, da parte del governo italiano, delle autorizzazioni per la vendita di ordigni bellici ad Arabia Saudita ed Emirati, come noto impegnati nella terribile guerra in Yemen, può contribuire ad alleviare le sofferenze della popolazione civile di quel paese, oltre che donare un po’ di soddisfazione e nuova energia ai movimenti pacifisti e disarmisti.

Si tratta di un risultato importante, perché per la prima volta, dal 1990 anno di promulgazione, è stata applicata la legge n. 185 che regola l’export di armi, vietandolo nei confronti di Stati in guerra, o che violino i diritti umani. Si è finalmente creato un precedente, che potrebbe fare da viatico per future nuove rigorose applicazioni: si pensi alla vendita di armi italiane all’Egitto, che potrebbe essere bloccata applicando la stessa 185, in quanto il regime di Al Sisi viola continuativamente i diritti umani (il caso Regeni e quello Zaky, sono solo la punta dell’ iceberg) e risulta fra l’altro, seppur indirettamente, implicato nella guerra in Libia, a sostegno del generale Haftar, padrone della Cirenaica. Naturalmente niente è mai scontato, soprattutto quando si tratta di grossi interessi economici, come per il mercato delle armi da guerra, ma potremmo dire che si è aperta finalmente una breccia nel muro che da sempre protegge il mondo militare e l’industria degli armamenti.

Per quanto riguardo il caso specifico delle bombe d’aereo prodotte in Sardegna dalla multinazionale tedesca RWM, la ricaduta della revoca delle autorizzazioni potrebbe indurre l’azienda a chiudere, delocalizzando altrove la propria produzione, o a rilanciare, individuando altri partner commerciali, ovvero altri Stati pronti a comprare i propri ordigni. Recentemente è arrivato l’annuncio, da parte della stessa azienda, di una nuova commessa di bombe d’aereo verso alcuni paesi europei, che rilancerà la produzione della fabbrica per alcuni mesi.

Ma il volume d’affari con le monarchie arabe garantiva ben altri profitti e la situazione della RWM in Sardegna resta comunque in bilico. Un’ottantina di lavoratori, che diventano circa duecento lavoratori, considerando anche quelli assunti con contratti a termine, rischierebbero il posto. I sindaci dei comuni di Domusnovas e Iglesias hanno accolto la notizia strappandosi i capelli ed invocando aiuto allo Stato e alla Regione. Non tanto diversamente i sindacati che, con l’esclusione di quelli di base, si sono sempre trincerati dietro l’antico proverbio della deresponsabilizzazione: se non le fanno qui, le farebbero là. Ignorando platealmente ogni principio di responsabilità e non considerando che, nel mondo del Ventunesimo Secolo, qualunque cambiamento ha ripercussioni a livello globale. La Sardegna, scelta non a caso dalla RWM come sede di produzione bellica, in quanto isola con scarsa densità di popolazione e già schiacciata dalle servitù militari, si sta dimostrando, al contrario delle loro aspettative, un territorio resistente, grazie alla presenza di una società civile attenta, sfaccettata, ma complessivamente ispirata da valori etici e politici pacifisti e disarmisti.

Parte proprio dalla rete di associazioni e comitati la richiesta di avviamento di un processo di riconversione della fabbrica ad usi civili, anche attraverso l’intervento della Regione Sardegna. Amministrazione regionale che, peraltro, sembra per ora del tutto sorda a queste note. Intanto, con il coinvolgimento dell’Università di Cagliari, si sta cercando di costituire una rete di aziende che adottino il marchio “WARFREE, LIBERU DAE SA GHERRA”, a partire dalle piccole e medie aziende che operano nel Sulcis Iglesiente, contribuendo a creare una nuova imprenditoria che adotti i principi dell’economia circolare e faccia propri valori fondamentali, come la libertà dalle guerre e dalle armi, il rispetto del lavoro e dei lavoratori, la compatibilità ambientale. La rete Warfree avrà il compito di fornire supporto tecnico alle realtà imprenditoriali che ne faranno parte, anche con la partecipazione di Banca Etica del sud Sardegna.

Nel frattempo continua la battaglia legale contro l’ampliamento della stessa fabbrica, iniziato in tutta fretta e senza attendere le autorizzazioni d’impatto ambientale. Perso il ricorso al TAR, si attendono le risultanze delle istanze penali alla Procura di Cagliari e, grazie ad una campagna di sottoscrizioni ben avviata, si pensa di presentare ricorso al Consiglio di Stato.

Resta evidente quanto sia sproporzionato il confronto fra la potente lobby delle armi, ben intrecciata agli alti apparati della Difesa, ed una società civile tanto povera di mezzi, quanto nonviolenta e ostinata. Oggi tuttavia sappiamo che fermare, o almeno frenare, le fabbriche di morte è possibile. La strada è lunga, ma è quella giusta.

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