• 19 Maggio 2022 17:10

I triangoli viola

Diadmin

Gen 28, 2018
TdGgiornata memoria 1

I testimoni di Geova, uomini e donne, erano identificabili nei lager nazisti da un distintivo cucito sull’uniforme carceraria: un triangolo di stoffa color viola.

Fin dal 1933 conobbero gli arresti, le deportazioni e la ferocia dei campi. Dei 20mila Testimoni in Germania alla salita di Hitler al potere 10mila soffrirono nelle prigioni e nei lager. 2mila vi trovarono la morte, fra i quali oltre 200 fucilati, appesi ad un capestro o decapitati. 860 bambini furono sottratti ai genitori, nel tentativo di “rieducarli” al nazismo. Oltre 2.500 dipendenti o imprenditori persero il lavoro o l’attività; ad oltre 800 pensionati fu revocata la pensione.

Le motivazioni della persecuzione dei Testimoni erano essenzialmente tre: l’obiezione di coscienza, l’attività di proselitismo e il rifiuto del saluto nazista.

Solo ai Testimoni era offerta la possibilità di firmare un’abiura: un documento con il quale il prigioniero dichiarava di rinnegare la propria fede in cambio della libertà. Pochissimi detenuti scelsero la libertà fisica in cambio della morte spirituale.

TdGgiornata memoria 2

Noti personaggi incontrarono i testimoni di Geova nei campi. Fra i deportati italiani ricordiamo Vincenzo Pappalettera, Giovanni Melodia, Lidia Beccaria Rolfi, Primo Levi, Italo Tibaldi che li menzionarono nei loro scritti successivi. Per tutti, una citazione da I sommersi e i salvati che, insieme con altri, ben li rappresenta:

Non solo nei momenti cruciali delle selezioni o dei bombardamenti aerei, ma anche nella macina della vita quotidiana, i credenti vivevano meglio […] Non aveva alcuna importanza quale fosse il loro credo, religioso o politico. Sacerdoti cattolici o riformati, rabbini delle varie ortodossie, sionisti militanti, marxisti ingenui o evoluti, Testimoni di Geova, erano accomunati dalla forza salvifica della loro fede. Il loro universo era più vasto del nostro, più esteso nello spazio e nel tempo, soprattutto più comprensibile: avevano una chiave ed un punto d’appoggio, un domani millenario per cui poteva avere un senso sacrificarsi, un luogo in cielo o in terra in cui la giustizia e la misericordia avevano vinto, o avrebbero vinto in un avvenire forse lontano ma certo”. (Einaudi, Torino, 1993, p. 118)

Alberto Bertone

TESTIMONI DI GEOVA – INFORMAZIONE PUBBLICA DI TORINO (albertobertone@teletu.it)


APPROFONDIMENTO:

I DUE TESTIMONI DI GEOVA ITALIANI DEPORTATI NEI LAGER NAZISTI

Narciso Riet

Narciso Riet nacque nel 1908 in Germania nella regione della Ruhr, dove crebbe. Figlio di emigranti friulani, conservò la nazionalità italiana. Durante la seconda guerra mondiale, collaborò attivamente per organizzare e coordinare l’opera clandestina dei testimoni di Geova in vari territori sotto il dominio nazifascista, percorrendo oltre all’Italia anche Germania, Austria e Cecoslovacchia. Attraversava il confine italo-austriaco con articoli microfilmati della Torre di Guardia, periodico biblico dei testimoni di Geova, che poi venivano battuti a macchina e ciclostilati per la diffusione tra i fedeli.

Rifugiatosi in Italia nel 1943 per sfuggire all’arresto, dalla sua abitazione di Cernobbio si adoperò con altri Testimoni per fornire pubblicazioni bibliche ai Testimoni dell’Italia centro-settentrionale. Scoperto e arrestato dalla Gestapo, fu ricondotto in Germania dove fu detenuto in vari luoghi. Venne processato per le sue attività in “violazione delle leggi sulla sicurezza nazionale”, riconosciuto colpevole per avere avuto una “posizione importante nell’organizzazione internazionale degli studenti biblici” (così si legge nella sentenza della Corte popolare di giustizia, III Senato, ora negli Archivi Federali di Berlino) e condannato a morte il 23 novembre 1944. Altri testimoni di Geova internati riferirono dopo la fine della guerra di averlo incontrato nel carcere berlinese di Plötzensee, da dove passò poi al braccio della morte del carcere di Brandeburgo. Secondo le testimonianze raccolte, alla fine del 1944 o all’inizio del 1945, fu tra i 90 prigionieri trasportati a Gardelegen (distretto di Magdeburgo) per essere fucilati. Da quel momento si perde ogni traccia di Narciso Riet.

Il Comune di Cernobbio ha dedicato una targa a Narciso Riet, che è stata posta nel ‘Luogo della Memoria’, accanto ad altre targhe.

Salvatore Doria

Salvatore Doria era un Testimone di Cerignola. Prima di unirsi ai Testimoni a 17 anni, aveva fatto parte di una chiesa valdese della zona. Pur vivendo in una parte del paese in cui poteva avere contatti solo sporadici con altri testimoni di Geova, Doria si distinse per la sua attività di evangelizzatore, in seguito alla quale alcuni parenti, amici o ex correligionari divennero testimoni di Geova.

Salvatore Doria fu arrestato e condannato nel 1940 a 11 anni di reclusione dal Tribunale Speciale fascista. Mentre era detenuto nel carcere di Sulmona, fu deportato in Germania, prima a Dachau e poi nel campo di Mauthausen, da dove fu liberato nel 1945 all’arrivo degli americani. La sua salute, soprattutto psichica, fu gravemente compromessa dalla terribile esperienza dei campi. Morì nel 1951, a soli 43 anni.

LETTURE DI APPROFONDIMENTO:

RUDOLF HÖSS, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino, 1985, pp. 69-72.

GIORGIO ROCHAT, Regime fascista e chiese evangeliche. Direttive e articolazioni del controllo e della repressione, Claudiana, Torino, 1990, pp. 275-301.

M.BUBER-NEUMANN, Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino, Bologna, 1994, pp. 184-346.

SILVIE GRAFFARD, LÉO TRISTAN, I Bibelforscher e il nazismo (1933-1945). I dimenticati dalla storia, Editions Tiresias Michel Reynaud, Parigi, 1994.

AA.VV., Federico Cereja (a cura di), Religiosi nei lager. Dachau e l’esperienza italiana, Consiglio regionale del Piemonte, Aned, FrancoAngeli, Milano, 1999, pp. 19, 204-208).

AA.VV., Minoranze coscienza e dovere della memoria, Jovene, Napoli, 2001, pp. 181-185.

MASSIMO INTROVIGNE, I Testimoni di Geova: già e non ancora, ELLEDICI, Torino, 2002, pp. 56-62.

CLAUDIO VERCELLI, Le persecuzioni e la deportazione dei testimoni di Geova nei Lager nazisti, Carocci editore S,p.A., Roma 2011.

TESTI VARI DI DEPORTATI ITALIANI: V.PAPPALETTERA, Tu passerai per il camino, CDE, Milano, 1985, pp. 201, 282. G.MELODIA, Dilà da quel cancello. I vivi e i morti nel lager di Dachau, Mursia, 1988, pp. 26, 124, 147. L.BECCARIA ROLFI, A.M.BRUZZONE, Le donne di Ravensbrüch. Testimonianze di deportate politiche italiane, Einaudi, Torino, 1978, pp. XI, 14-17, 66. P.LEVI, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1993, p. 118. I.TIBALDI, in AA.VV, Minoranze coscienza e dovere della memoria. Il dovere della memoria, op. cit., pp 181-185 e Calendario della deportazione politica e razziale italiana nei campi di eliminazione e sterminio nazisti, Aned 2003 (Un viaggio nella memoria).

1 commento su “I triangoli viola”
  1. MEMORIALE MUSEO AUSCHWITZ-BIRKENAU

    Quel crine di un capo rasato
    Che adornava il bel volto di donna
    Per macabre cose venne lavorato
    Da menti di un sistema turbato

    Ordito e Tramato per Corda e Tessuto,
    Vien guardato da madri, studenti e prelati,
    Che si chiedon come sia accaduto
    Fra un popolo che si credeva evoluto

    Montagne di scarpe li esposte
    Che portaron quell’etnie in quel campo
    Dove li attendeva la fame e la morte
    E domande che non han più risposte

    E fra quei mucchi di protesi e denti,
    Tolti a quel volgo che venne gasato
    Son in mostra gli Occhiali e le Lenti
    Non usati dai quegli orbi aguzzini dementi

    E con pelli umane esiccate e tatuate
    Han fatto paralumi da usar come arredi (1)
    Per far luce a quelle menti deviate,
    Che da odio raziale eran sospinte e guidate

    Prima di recider la vita a quelle genti,
    A quei martiri fu negato il pensiero,
    Orbato da ciò che partorivan quelle menti
    Ripiene di filosofici escrementi

    Quest’Arte Nazista rimanga nel Crono,
    Poiché “Museo”, deriva da pagane Muse,
    Figlie di Memoria e di quel Giove in trono
    Che di violenze e stupri era il Patrono

    Or c’è chi nega ciò che accadde all’Ebreo,
    Col rischio che una tal cosa si ripeta
    Per questo è saggio che ci sia un Museo
    Per ricordare questa storia anche al Babbeo

    Mettete quegli occhiali su quegli occhi blu
    E con quelle scarpe marcino a piedi fin qui
    Mostrategli quello che per lor non fu,
    Affinché quell’orrore non si ripeta più.

    Vitaliano Vagnini (27 Gennaio 2019)

    (1) Famosa per questo fu ILDE KOCK, detta “La Strega di Buchenwald”,
    che scuoiava i tatuaggi dalla pelle degli internati per farne paralumi.

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