La lunga paralisi dell’Iraq

La lunga paralisi dell’Iraq

30 anni fa, il 17 gennaio 1991, gli Stati Uniti sferravano un attacco contro l’Iraq, in quella che veniva presentata come la guerra per la liberazione del Kuwait, occupato dalle truppe di Saddam Hussein il 2 agosto 1990. Una guerra che ha portato distruzioni e morti ed ha cambiato le relazioni ed i rapporti di forza in Medio Oriente e nel mondo.

di Adel Jabbar

Dal 2003, anno dell’invasione militare dell’Iraq da parte dell’alleanza anglo americana, il paese ha subito numerose fratture e frammentazioni ed in esso regna ormai un disordine generale, la corruzione è all’ordine del giorno e varie milizie con diverse denominazioni spadroneggiano sull’intero territorio. Queste sono solo alcune delle conseguenze drammatiche dell’invasione di quest’antica terra da parte degli USA e UK, terra già compromessa da anni di governo dispotico del clan di Saddam Hussein, dalla prima guerra con l’Iran (1980-1988) e successivamente la seconda guerra del Golfo dopo l’occupazione del Kuwait da parte dell’esercito iracheno(1991) e in fine da numerosi anni di embargo (1990-2003) da parte degli USA. Un embargo fatale che è costato la vita a più di un milione di iracheni.

Larghe fasce della popolazione estenuate, martoriate ed esasperate di questa situazione, ha deciso infine di rendersi protagonista nello spazio pubblico a partire dal 2011 facendo nascere importanti movimenti di protesta contro lo status quo, che rivendicano i diritti fondamentali per la propria gente, diritti fino ad ora negati da parte dei diversi potentati clinastico-familistico-religiosi.

Dall’ottobre 2019 le coraggiose proteste pacifiche di questi movimenti si sono ulteriormente intensificate, malgrado la feroce repressione da parte degli apparati di “sicurezza” e delle milizie filo iraniane. Esse continuano tuttora instancabilmente in numerose città irachene a denunciare la corruzione e l’assenza dello Stato, in quanto garante dell’ordine pubblico e dei diritti fondamentali per i suoi cittadini. I giovani manifestanti rivolgono forti critiche ai gestori dell’affare pubblico evidenziando l’originaria malformazione dell’assetto politico, nato dall’occupazione statunitense e basato su una visione confessionalizzante e etnicizzante in cui il potere viene esercitato da satrapi locali e dinastie familiari camuffate dietro abiti talari, “turbanti religiosi” e “turbanti tribali”. Il potere di fatto è gestito da combriccole che si sono spartite il paese e le sue ricchezze creando feudi personali.

Il fattore principale, responsabile per questa situazione disastrosa è secondo molti analisti e osservatori dell’area, la stessa costituzione del 2005, basata su una logica di spartizione del potere lungo linee confessionali e tribali. Essa non ha dato al paese altro contributo che la costante instabilità politica e il perpetuarsi della conflittualità tra le diverse congreghe al potere il cui principale operato è fondamentalmente quello di spartirsi il ricavato della vendita del petrolio nel momento in cui questa risorsa è rimasta l’unica fonte d’entrata del paese. Questo quadro non è più né tollerabile, né sostenibile, pertanto, la pratica politica necessita una revisione radicale al fine di cambiare l’assetto istituzionale tenendo presente l’importanza della partecipazione di tutte le forze sociali e politiche che da tempo rivendicano la riforma delle istituzioni e pretendono una nuova Carta Costituzionale che metta al centro la concezione dei diritti di cittadinanza e delle pari opportunità tra tutti gli iracheni, donne e uomini, senza distinzione alcuna.

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