• 25 Giugno 2022 4:03

Se il nucleare è green le scorie sono un drink

DiCarlo Bellisai

Feb 8, 2022

Quando, davanti alla catastrofica emergenza ambientale, non si vogliono cambiare davvero le cose, si cambia allora il significato delle parole, col triplo risultato di mischiare le carte, arraffare la torta e depotenziare, banalizzandole, le parole d’ordine dei movimenti ecologisti e pacifisti.

Il termine anglosassone green, che significa appunto verde, è sempre stato suscettibile a sua volta di un triplice significato. Il primo è il solo colore, quello che ci trasmette, il nostro verde, il “verde qué te quiero verde” di Garcia Lorca, “il raggio verde” di Rhomér, tutto il verde dell’arte. Il secondo è il verde normativo, usato come segnale di sicurezza, che ti permette di proseguire, al contrario del rosso che ti intima di fermarti, come nei semafori. Anche la dicitura del certificato vaccinale come “green pass” sembrerebbe corrispondere a questo secondo significato: verde entri, rosso resti fuori.  Il terzo significato è legato ai movimenti ecologisti e alla cultura che si è lentamente creata, durante più di mezzo secolo, basata sul rispetto della natura. In termini più tecnici, per salvarci dall’inquinamento e surriscaldamento globale, oltre che ridurre i consumi, dovremmo usare solo energie rinnovabili, ecosostenibili.

 E’ appunto a quest’ultimo significato che dovrebbe riferirsi la scelta, ancora da ratificare dal parlamento europeo, di includere tra le energie pulite il nucleare e il gas. Mi soffermerò qui soltanto sul nucleare, ma questo certo non salva il gas dall’essere una fonte non rinnovabile ed inquinante: restando all’inglese, potrebbe essere classificata grey, non certo green.

Siamo davanti ad una brusca e prepotente eversione del senso stesso del verde. Come si può avvicinare questo aggettivo ad una centrale nucleare che, solo per esistere ha bisogno di un disboscamento massiccio dell’area? Per la sola costruzione abbisogna di ferro e cemento in enormi quantità, oltre ad altri metalli preziosi, non rinnovabili. Senza ancora pensare al suo nucleo d’uranio, che dovrà essere ospitato e produrre, dentro il suo bunker. Oltre al rischio, definito improbabile ma possibile, di catastrofici incidenti (alcuni dei quali già avvenuti e di cui si continuano fino ad oggi a pagare le conseguenze,) produce sicuramente scorie radioattive, altamente nocive per la salute e la cui durata viene classificata dalle decine alle centina di migliaia di anni, praticamente un’eternità. Come custodire in sicurezza queste scorie che continuano ad aumentare, è un’impresa semplicemente impossibile, in quanto non è realistico prevedere gli eventi storici e perfino geologici futuri, visto l’orizzonte temporale illimitato. La loro esistenza, già oggi, è una mina vagante sulla vita delle generazioni future. Dovremmo lavorare per cercare di disinnescarla, non continuare a produrne altre. Siamo già al troppo, l’orlo sta già tracimando.

Facciamoci sentire, allora. Lottiamo perché il Parlamento dell’Unione Europea non consideri nucleare e gas alla stregua delle energie rinnovabili. Lottiamo perché vengano fatti seri piani territoriali e regionali per le rinnovabili e non venga lasciato tutto al libero mercato. Già, lo si chiama libero, ma libero non è, se non se a quest’aggettivo volessimo dare il significato di fuori controllo. Al contrario, direi che predatorio sarebbe l’attributo più consono.

Ora o mai più: riappropriamoci del nostro senso di verde.

Carlo Bellisai

Carlo Bellisai

Sono nato e vivo in Sardegna. Mi occupo dai primi anni Novanta di nonviolenza, insegno alla scuola primaria, scrivo poesie e racconti per bambini e raccolgo storie d’anziani. Sono fra i promotori delle attività della Casa per la pace di Ghilarza e del Movimento Nonviolento Sardegna.

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