Sulle forme di lotta antimilitariste

Sulle forme di lotta antimilitariste

Con questo testo mi propongo di dare un contributo al dibattito sulle forme di lotta antimilitariste. Anche se mi riferirò soprattutto alle lotte del movimento in Sardegna, penso che le mie riflessioni possano essere d’interesse anche per tante altre situazioni micro e macro-regionali, almeno su scala europea.

L’obiettivo, condiviso dal movimento antimilitarista e pacifista sardo nelle sue varie sfaccettature, è quello della dismissione dei poligoni e delle basi militari, oltre che dello stop alle produzioni belliche della fabbrica RWM a Domusnovas-Iglesias. Ovvero quello di una Sardegna affrancata da un’economia di guerra, libera di sviluppare un’economia di pace, nei confronti della natura e degli esseri viventi. Un’economia che faccia davvero rima con ecologia e che privilegi la cooperazione e il caldo senso di comunità, rispetto al freddo profitto.

Per poter raggiungere un obiettivo di questa portata non si può prescindere da un forte consenso popolare, che sfoci in una partecipazione massiccia alle mobilitazioni. Ne segue che diventa indispensabile portare la problematica nei territori e creare iniziative che possano aprire il dialogo con chi resta tiepido, o si disinteressa.

Contemporaneamente, non ci si può limitare ai discorsi, alle ricerche e alle relazioni, per quanto importanti, ma occorre dare un esempio concreto nella forma stessa che diamo alle manifestazioni, ai sit-in, flash-mob e alle varie forme di mobilitazione politica. Vorrei soffermarmi su questo punto, analizzando alcune forme tipiche di manifestazione già sperimentate in varie situazioni, i loro possibili vantaggi e svantaggi rispetto all’obiettivo.

LA MANIFESTAZIONE PACIFICA CLASSICA

E’ una manifestazione, statica (sit-in) o in movimento (corteo), regolarmente autorizzata, che si prefigge di protestare su un dato tema, o di dare la propria solidarietà a popoli oppressi, gruppi perseguitati o emarginati.

I vantaggi di questa forma di manifestazione sono:

  • Il fatto di essere aperta alla partecipazione di tutta la popolazione, comprese famiglie con bambini e anziani, in quanto potenzialmente sicura e priva di rischi.

  • Il presentarsi come pacifica dà maggiori possibilità di dialogo anche con le parti contrarie alla protesta, o più o meno indifferenti, consentendo un allargamento del movimento, o eventuali alleanze.

  • Il richiedere l’attenzione delle istituzioni (Stato, Regione, Comune), presentando la propria proposta, può dare maggior valore politico e mediatico.

  • La stampa e i media difficilmente potranno riportare notizie negative e saranno maggiormente spinte a parlare delle motivazioni e ad intervistare i partecipanti.

Gli svantaggi di questa forma di manifestazione sono:

  • Il fatto di poter diventare rituale, ripetitiva e, quindi poco dirompente dal punto di vista del raggiungimento dell’obiettivo.

  • Il possibile progressivo allontanamento di quanti finiscono per considerare inutili queste manifestazioni.

  • La prevedibilità dell’evento e, conseguentemente, la facilità con cui i sistemi di dominio possono fagocitarlo e renderlo sostanzialmente innocuo.

LA MANIFESTAZIONE IBRIDA (PACIFICA MA CON AZIONI ILLEGALI E/O VIOLENTE)

Chiarendo subito che c’è differenza tra un’azione illegale (che può non essere violenta) e un’azione violenta, che può causare danni agli altri, i potenziali vantaggi di questa forma di manifestazione sono:

  • La possibilità per i manifestanti di raggiungere obiettivi simbolici forti, che mostrino la determinazione del movimento.

  • La potenzialità di poter incidere concretamente in una lotta, fermando temporaneamente un’esercitazione o un trasporto di armi.

  • L’autostima che viene dal coraggio di violare leggi ritenute ingiuste e violente.

I potenziali svantaggi sono:

  • La risposta delle forze dell’ordine, che può provocare cariche, manganellate e il rischio fisico per i manifestanti, compresi quelli che non hanno partecipato all’azione illegale.

  • La concreta possibilità di denunce e di procedimenti penali a danno di parte dei manifestanti.

  • La stampa e i media parleranno ampiamente dei disordini, dando meno spazio alle motivazioni della protesta, trasmettendo un’immagine negativa del movimento nel suo insieme.

  • La perdita di una parte dei manifestanti che, spaventati dal rischio, o contrari al metodo, potrebbero decidere di non tornare a manifestare in futuro.

Naturalmente la lista dei vantaggi e degli svantaggi potrebbe essere più dettagliata e minuziosa ma, per brevità, ci fermiamo qui.

Possiamo considerare i vantaggi e gli svantaggi di queste due diverse forme di manifestazione, perché questo esercizio può servirci a trovare una correzione ai limiti e agli errori, al fine di utilizzare le forme che più ci avvicinano all’obiettivo.

IDEARE LE FORME ALTERNATIVE

Alcune alternative possibili nella forma in cui si presentano le manifestazioni contestatrici sono già state praticate in passato, come le marce, in cui l’elemento di comunità, festoso e insieme faticoso, che porta a caricarsi insieme lungo il percorso, diventa fondamentale, o le manifestazioni basate sull’espressione artistica, poetica, musicale, che possono approfondire e allargare la platea degli interessati. Sono sicuramente tracce importanti, che possono farci riflettere nella ricerca di nuove forme di lotta più unitarie e più efficaci, perché il bisogno di ricerca parte dalla sostanziale “crisi” delle forme classiche attualmente usate. Consapevole che occorra un approfondimento ulteriore, in queste pagine mi limiterò a proporre alcuni chiarimenti sulla distinzione fra azioni illegali e azioni violente nel corso delle manifestazioni, distinzione prima solo accennata, ma che ritengo fondamentale, in un’ottica nonviolenta.

IL RISCHIO DEL PASSAGGIO DALL’AZIONE ILLEGALE ALL’AZIONE VIOLENTA

Ci sono dei casi in cui può divenire necessario disubbidire ad una legge ingiusta. Ed esistono delle situazioni a tal punto inaccettabili da richiedere la violazione delle norme che le rendono “normali” (ad esempio le esercitazioni belliche nei poligoni militari, le attività di export delle fabbriche di armi verso paesi coinvolti in guerre). In questi casi possono essere attuate tattiche di disobbedienza civile, che sono però sempre rischiose, in quanto possono portare dalla semplice illegalità alla violenza. Se la protesta compie la scelta di oltrepassare il confine con la legalità, è da prevedersi la reazione della polizia, che potrà comportare cariche, manganellate, uso di lacrimogeni, nonché il fermo di alcuni manifestanti. La reazione violenta delle forze dell’ordine rischierà di produrre un’ulteriore reazione da parte dei manifestanti, ad esempio con lancio di sassi e bottiglie, il che probabilmente comporterà un’ulteriore escalation dall’altra parte. In questo modo i manifestanti diventeranno doppiamente perdenti: innanzitutto perché l’apparato repressivo è equipaggiato e addestrato, militarmente molto più forte, e alla fine alcuni oppositori risulteranno feriti, contusi, altri arrestati, altri impauriti, spaesati e dubbiosi; in secondo luogo perché l’immagine che ne daranno le fonti di informazione sarà quella di teppisti facinorosi, se non di potenziali terroristi. Un ulteriore conseguenza potrebbe essere lo scollamento con quanti sono favorevoli all’obiettivo finale, ma non sono disposti ad accettare episodi di violenza.

Ne segue che gestire un’azione di disubbidienza all’interno di una manifestazione di protesta, non è pratica facile e richiede capacità di confronto, di precisione nelle decisioni, di preparazione ed autodisciplina. Solo attraverso un’esercitata forza interiore si può essere in grado di subire una reazione violenta senza reagire in modo violento, o disordinato. Risulta quindi necessaria una profonda condivisione del metodo, una formazione specifica, nonché un’esercitata coesione fra i partecipanti. Senza questi presupposti, l’azione illegale di disubbidienza (ad esempio un’occupazione, un blocco, un auto-incatenamento) rischia fortemente di diventare incontrollabile e finire facilmente coll’ entrare nella spirale della violenza.

Anche la violenza verbale, usata in particolare contro lo schieramento poliziesco, ostacola la possibilità di un’azione nonviolenta, che non può essere improntata all’odio, al disprezzo, allo scherno, bensì alla determinazione per le proprie idee e il collegamento con l’obiettivo di società che si vuole costruire, in positivo.

COLLEGARE MEZZI E FINI, IDEE E PRASSI

I mezzi e gli strumenti dovrebbero essere sempre commisurati ai fini, senza travalicarli e contraddirli. Più che “fare guerra a chi prepara la guerra”, sarebbe utile preparare la pace ostacolando la guerra. La questione semantica nasconde la sostanza: non si può fare la guerra per abolire la guerra, semplicemente la si perpetua. Preparare la pace è un impegno quotidiano, che passa attraverso il rapporto con se stessi e i rapporti con gli altri, per estendersi fino al progetto sociale, culturale, politico: è un macinare talvolta lento, ma anche un’acqua che si spande. Ostacolare la guerra, o provare a farlo, è un obiettivo comune, ma sui mezzi da adottare e sulle forme da dare alle manifestazioni pubbliche occorrerebbe un approfondito confronto all’interno del movimento antimilitarista e pacifista. Il mio scritto vuole essere un contributo in questo senso.

Carlo Bellisai dicembre 2021

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