La via della riconciliazione nel Paese delle Aquile

La via della riconciliazione nel Paese delle Aquile

“Otto anni fa mio fratello ha ucciso un uomo per un conflitto interpersonale e, per questo, lo Stato lo ha definito un criminale e lo ha messo in carcere, mentre per noi che siamo la sua famiglia, lui non è un criminale, ha dovuto commettere quell’omicidio. . Da quando lo Stato lo ha incarcerato, io sono autorecluso”

di Giulia Zurlini Panza – Coordinatrice del progetto di Operazione Colomba in Albania

Queste sono le parole di Mark, un padre di famiglia albanese originario di una delle regioni montuose più impervie del nord dell’Albania. In questa zona, viene ancora menzionato e rispettato il Kanun di Lek Dukagjini, un antico codice normativo che dal periodo medievale ha avuto il compito di regolare le relazioni sociali tra le popolazioni albanesi residenti nelle montagne del nord del Paese. Il codice era basato sul principio dell’onore. Secondo il codice, quando l’onore di un uomo o del suo clan di appartenenza veniva offeso, l’onta poteva essere compensata attraverso il compimento della vendetta di sangue o concedendo il perdono. Nel primo caso, la parte lesa riscattava il danno vendicandosi, ovvero uccidendo colui che lo aveva commesso o un suo parente maschio adulto. Nel secondo caso, il clan danneggiato perdonava il reo e la sua famiglia attraverso un rito di riconciliazione. Le norme del Kanun sono state osservate e applicate fin verso la prima metà del ‘900. A partire dagli anni ‘90, i principi di questa legge consuetudinaria sono riemersi per colmare il vuoto culturale lasciato dal crollo del regime comunista e dall’assenza di uno Stato democratico. In questo scenario, i valori del passato vengono oggigiorno praticati in forma degenerata e abusando della tradizione da cui derivano: vendicarsi è diventato sinonimo di giustizia privata. Questo modus operandi ha creato una mentalità che considera la vendetta più onorevole del perdono. Alcuni principi del Kanun sono quindi stati stravolti e da questa trasformazione è nato un sistema di giustizia “fai da te” parallelo a quello statale. In questa chiave, è possibile comprendere le parole di Mark.

“Mio fratello è pentito per quello che ha fatto perché, a causa del suo gesto, nostro padre, noi che siamo i suoi fratelli e i miei figli siamo a rischio di subire una vendetta da parte della famiglia lesa” prosegue Mark. La paura di essere uccisi e la volontà di rispettare il dolore della famiglia che ha subito il lutto spinge i parenti maschi di chi ha commesso un omicidio a rinchiudersi in casa. La pratica della vendetta può infatti degenerare in una faida quando l’escalation del conflitto spinge le parti coinvolte a uccidere reciprocamente e alternatamente i membri dei rispettivi clan di appartenenza. A causa della vendetta, gli uomini perdono il lavoro, i giovani crescono in un contesto violento e le donne devono provvedere al sostentamento della famiglia. In un Paese in cui il livello di povertà della popolazione è ancora alto, il fenomeno delle vendette di sangue è una condanna.

Dal 2010, i volontari di Operazione Colomba contrastano questa pratica condividendo la loro vita con le vittime del fenomeno e garantendo la libertà di movimento ai soggetti in vendetta attraverso  accompagnamenti non armati. La frequentazione costante delle famiglie colpite dal problema ha permesso di costruire percorsi di rielaborazione del lutto e processi di mediazione tra i clan in conflitto allo scopo di una riconciliazione tra le parti. Inoltre, l’organizzazione di manifestazioni, incontri pubblici e campagne nazionali di sensibilizzazione sul fenomeno promuove la gestione nonviolenta dei conflitti, l’applicazione delle leggi che disciplinano le questioni relative alle vendette e la tutela dei diritti umani. In questi anni, le istituzioni locali, le organizzazioni internazionali e migliaia di cittadini albanesi sono stati toccati da messaggi di nonviolenza e riconciliazione allo scopo di seminare una cultura di pace e di promuovere un processo generale di superamento del fenomeno. Infine, la collaborazione con altre associazioni, che in loco si occupano del problema della vendetta, garantisce alle vittime del fenomeno l’accesso a opportunità educative, sanitarie e ricreative.

“Voi non potete nemmeno immaginare cosa significhi vivere così per otto anni e non sapere per quanto ancora sarà così, c’è da diventare matti. Grazie perché non ci avete mai lasciati soli e avete condiviso il nostro dolore. Il vostro cuore è puro e nobile. Insieme a voi speriamo nel giorno in cui la nostra faida sarà conclusa e ci saremo riappacificati”. Così dice Mark ai volontari di Operazione Colomba che, giorno dopo giorno, continuano a portare avanti il percorso di riavvicinamento delle parti.

foto: Tropoja, regione originaria del Kanun di Lek Dukagjini (Archivio di Operazione Colomba)

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