• 19 Aprile 2024 14:47

Palestinesi e israeliani, uniti dalla forza del dolore, per la nonviolenza e la riconciliazione. Intervista a Robi Damelin, portavoce dei Parents Circle Family Forum

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Mar 8, 2024

Reggio Emilia, 25/02/2024

Insieme a Robi Damelin, israeliana, portavoce dei Parents Circle Family Forum, avremmo dovuto intervistare anche Laila Alsheik, palestinese, componente attiva dell’organizzazione mista composta da familiari di vittime del fuoco “nemico”. La prima ha perso il figlio David, ufficiale dell’esercito israeliano ucciso da un cecchino di Hamas ad un posto di blocco, la seconda ha perso il figlio Qussay, perché ad un altro posto di blocco i soldati israeliani impedirono di portarlo in ospedale, nonostante fosse gravemente ammalato. Entrambe erano state invitate dal Comune di Reggio Emilia a partecipare alle iniziative per la pace organizzate con la rete Europe for peace territoriale per il “cessate il fuoco” in Palestina e i due anni di guerra in Ucraina. Eppure solo Robi Damelin ha potuto raggiungere la città emiliana. A Laila Alsheik è stato impedito di lasciare la Cisgiordania, ma ha potuto fare solo alcuni collegamenti a distanza per incontrare le associazioni e gli studenti reggiani.

La prima domanda che rivolgiamo a Robi Damelin, con cui abbiamo appuntamento nella sede della Fondazione E35 di Reggio Emilia, è sulla storia dell’organizzazione PCFF. Come e quando si è formata?

I Parents Circle Family Forum  hanno avuto inizio dall’impegno di un israeliano religioso che, nel 1995 dopo che suo figlio è stato rapito e ucciso da Hamas, ha fatto una cosa inaspettata: ha deciso di intraprendere la strada della riconciliazione, il suo nome era Yitzhak Frankenthal. Per questa scelta, quando si recava in sinagoga, la comunità ebraica non voleva più pregare con lui. Era un periodo di grandi manifestazioni fondamentaliste contro Rabin e Frankenthal ha accompagnato Rabin ad Oslo quando ha vinto il premio per la pace, prima di essere ucciso. Inizialmente Frankenthal andava negli archivi per cercare i nomi delle altre famiglie delle vittime israeliane: 40 persone hanno risposto al suo appello per una scelta di riconciliazione, ma presto hanno compreso che questa scelta era incompleta finché mancavano i parenti delle vittime palestinesi. Il primo componente palestinese dell’associazione veniva da Gaza, ma lo scoppio della seconda Intifada ha reso difficile proseguire il lavoro nella Striscia, per cui le attività si sono spostate in Cisgiordania. In quel periodo i Parents Circle facevano azioni di protesta anche negli USA, dove hanno inviato mille bare di cartone, accompagnate da dodici famiglie, per shoccare l’opinione pubblica.

Com’è arrivata Robi Damelin ai Parents Circle?

Sono nata in Sudafrica e da giovanissima facevo parte del movimento anti-apartheid, finché ho scelto di trasferirmi in Israele. Nel 2002, quando mio figlio David è stato ucciso da un cecchino palestinese, ho capito che dovevo fare qualcosa per evitare che altri subissero lo stesso dolore, non sapevo esattamente come ma non volevo che nessuno fosse ucciso nel nome di mio figlio. Tre mesi dopo la morte di David sono andata ad una manifestazione contro l’occupazione israeliana a Tel Aviv, dove ho voluto parlare davanti 60 mila persone: ho trovato il coraggio di farlo, utilizzando la forza del dolore di quando si perde un figlio. I Parents Circle mi hanno sentita e mi hanno invitata a parlare sia con i familiari palestinesi che israeliani. Qui ho guardato negli occhi una madre palestinese, ho capito che condividevano lo stesso dolore e insieme potevamo essere una forza potentissima: avremmo potuto salire entrambe su un palco e parlare di riconciliazione e nonviolenza, diventando un esempio per il mondo. Una notte tre soldati hanno bussato alla mia porta per dirmi che avevano preso l’uomo che aveva ucciso suo figlio: per me è stato un periodo molto difficile, poiché dovevo realmente mettere in atto ciò di cui parlavo. Ho inviato una lettera di riconciliazione alla madre di quel ragazzo, dicendole che entrambe abbiamo perso un figlio. Mi ha risposto tre anni dopo. Nel frattempo ho iniziato anche a viaggiare per il mondo, perché il messaggio che voglio portare non è locale, ma internazionale. Ho parlato anche alle Nazioni Unite, accusando i presenti di non conoscere i nomi dei bambini che sono stati uccisi.

Come prosegue il vostro impegno dopo il sette ottobre 2023, ossia dopo la strage di Hamas e il conseguente massacro continuato dei palestinesi?

E’ un miracolo che stiamo ancora lavorando insieme tra israeliani e palestinesi. Nei media delle due parti, Al Jazeera e i media israeliani (e la CNN), vanno in onda due narrazioni differenti sulla realtà. In questo contesto, la cosa più importante è avere reciprocamente fiducia nei partner, ascoltando con empatia anche se non si è d’accordo. Un esempio di come lavoriamo è il campo estivo con ragazzi israeliani e palestinesi, dai 14 ai 16 anni, di famiglie in lutto. Lo scorso settembre, durante la giornata internazionale della pace, il 21 settembre, i ragazzi sono andati alle Nazioni Unite dove hanno firmato un documento per la nonviolenza e la riconciliazione. Tre settimane dopo è iniziata la guerra, questo ha compromesso anche le relazioni tra i ragazzi che sono reciprocamente arrabbiati: non volevano più parlarsi tra di loro e si sono mandati orribili messaggi sui social, quindi abbiamo iniziato a lavorare separatamente, con ciascuno dei due gruppi, sulla rispettiva rabbia: è il nostro lavoro più importante. Adesso i ragazzi si vogliono reincontrare, ma la situazione è molto delicata. Serve molto tempo elaborare il trauma e il lutto, mentre la guerra continua a mietere vittime.

E gli adulti?

È importante sottolineare che per i palestinesi il sette ottobre è stata la prima volta che sono riusciti a rispondere davvero alla violenza subìta ed a vincere. Mentre in Israele ogni mattina l’esercito annuncia i nomi dei soldati uccisi e ne diffondo le foto, i palestinesi che vivono in Cisgordania ogni giorno contano i parenti uccisi a Gaza, dove molte famiglie vivono nello stesso edificio, quindi nel momento in cui un palazzo viene colpito può essere uccisa un’intera famiglia. Un palestinese della Cisgiordania, entrato nei Parents Circle perché aveva perso un fratello a Gaza, oggi ha perso tutta la famiglia sotto le bombe: è rimasta solo una ragazza e lui vuole continuare per lei e per il suo futuro.

Al congresso nazionale del Movimento Nonviolento di Roma sono arrivati i videomessaggi di giovanissimi refusenik, gli obiettori di coscienza israeliani…

È una storia complicata non andare nell’esercito, perché se cresci in uno stato come Israele ti dicono fin da piccolo che devi fare il soldato per proteggere la tua comunità: sviluppi il DNA della paura. Mio figlio David, che era stato ufficiale, aveva firmato una lettera con altri ufficiali affermando che non avrebbe prestato servizio nei territori occupati, ma alla fine è stato chiamato come riservista e lui non sapeva come fare, soprattutto rispetto ai suoi soldati: se non fosse andato lui, avrebbe lasciato i soldati nelle mani di qualcun altro che avrebbe chiesto loro di fare cose peggiori, quindi decise che sarebbe andato e avrebbe trattato i palestinesi con dignità. Gli è stato fatale. Tempo dopo la morte di David, mentre facevo un discorso all’ambasciata americana a Tel Aviv ho notato tra il pubblico una persona palestinese che mi guardava intensamente. Gli ho chiesto come mai mi stesse guardando e lui mi raccontò che il giorno prima della morte di David, era stato al check-point e David doveva controllargli i documenti, che è una forma di controllo lungo e punitivo, ma lui gli disse gentilmente che l’avrebbe fatto più velocemente possibile. Questo palestinese mi disse che quando aveva sentito della morte di David gli era dispiaciuto moltissimo. Ecco, questa è l’essenza dei Parents Circle, vedere l’umanità nell’altro.

Vuoi lasciare un messaggio ai nonviolenti italiani?

Siate parte della soluzione e non del problema, non bisogna importare il nostro conflitto in Italia perché questo non aiuta nessuno. E’ necessario vedere l’umanità di ciascuno, raccontare le storie delle vittime palestinesi e israeliane, e magari anche degli ostaggi, per umanizzare il conflitto e far terminare la guerra. E’ il primo passo per la pace e la riconciliazione.

Intervista a cura di Martina e Pasquale Pugliese

 

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