Ricordo di Graziano Zoni

Ricordo di Graziano Zoni

Il Movimento Nonviolento partecipa al cordoglio dei familiari, degli amici, della comunità di Emmaus e di tutti coloro che l’hanno conosciuto e stimato, per l’improvvisa e prematura morte di Graziano Zoni, amico della nonviolenza, persona mite e testimone concreto di solidarietà.

E’ morto sulla strada, camminando.

La sua è stata una lunga strada, vissuta sempre intensamente, nell’intimo della coscienza e nel sociale, di grande apertura verso il prossimo, da Mani Tese ad Emmaus. Ora il suo cammino prosegue in quel Regno di giustizia e pace che ha sempre ricercato anche qui sulla terra.

Lo celebriamo pubblicando un suo articolo scritto nel 2005 per Azione nonviolenta.

“La fiducia negli altri” era una della caratteristiche della personalità nonviolenta che più spiccava in Graziano. Ci piace ricordarlo così.

La fiducia negli altri

di Graziano Zoni*

Tra i tanti motivi che ho di ringraziare il Signore per i privilegi che mi ha riservato, assolutamente senza alcun merito da parte mia!, quello di avermi fatto incontrare, ormai quasi 35 anni fa, l’Abbé Pierre e con lui il Movimento Emmaus, è sicuramente quello a cui tengo maggiormente.

Ebbene, tutta la storia di Emmaus è fondata sulla fiducia.

Vale la pena riandare alle origini. Novembre 1949. L’Abbé Pierre, all’epoca deputato alla Assemblea nazionale, viene chiamato al capezzale di Georges. Un assassino che aveva ucciso vent’anni prima suo padre in un momento di disperazione. Condannato ai lavori forzati a vita, viene liberato per aver salvato qualcuno durante un incendio del carcere, alla Guiana francese. Rientra a Parigi, ritrova sua moglie che convive con un altro, con bambini che portano il suo nome ma che non sono suoi, l’unica figlia ventenne che mai aveva conosciuto, si rifiuta di accettarlo come padre, tutti lo cacciano. Georges tenta il suicidio, senza riuscirvi. E quando l’Abbé Pierre arriva di fronte a quest’uomo distrutto, disperato, umiliato, gli dice: “Georges, tu sei disperato, ed io non ho nulla da darti. La mia famiglia è ricca, ma ho lasciato tutto quando mi son fatto Cappuccino. Ma tu, prima di ritentare di suicidarti (visto che vuoi morire), non potresti venire a darmi una mano per costruire case illegali per i senza tetto di Parigi?”

A questa proposta, di per sé oltre ogni livello di follia, Georges fece cenno di acconsentire. E quindici anni dopo, prima di morire, confidò all’Abbé Pierre che, quel giorno, qualunque cosa gli avesse potuto dare, lui avrebbe ricominciato a suicidarsi, perché “non mi mancava di che vivere; mi mancavano valide ragioni per vivere”. La fiducia riposta in lui dall’Abbé Pierre, contro ogni normale previsione, aveva provocato il “miracolo”: Georges, nonostante tutto, aveva ripreso ad aver fiducia in se stesso e negli altri.

Da questo incontro, nacque la prima Comunità Emmaus. La prima delle quasi 400 sparse, oggi, in 42 paesi del mondo.

E tutto cominciò da un atto di “fiducia” al di là di ogni logica umana, o forse, proprio all’interno della vera ed autentica logica umana: quella della fiducia negli altri. Anche se questi altri, sono degli assassini, suicidi maldestri, o alcolisti o dimessi dal carcere o persone in qualsiasi ambito, svantaggiate, come vengono chiamate oggi, ufficialmente, dalla fredda alchimia del gergo ufficiale dell’esclusione sociale.

Emmaus è quindi, anche, il luogo della fiducia. Fiducia data e ricevuta, indipendentemente dal colore della pelle, dalla responsabilità ricoperta nel Movimento, dal ceto sociale, dalla religione praticata, dal conto in banca o dal peso politico esercitato.

Non sempre è facile. Le riserve o le ragioni per esserne dispensati sono facili e numerose a trovarsi.

Le eccezioni abbastanza frequenti, perché siamo più portati per un eccesso ipotetico di buon senso, a preferire la fiducia in noi stessi, piuttosto che concederla agli altri.

Certo, viene forse più spontaneo non fidarsi degli altri, piuttosto che correre il rischio di fidarsi. Ma, almeno per quanto mi riguarda, ho sperimentato che alla fine conviene correre il rischio della fiducia. Perché la fiducia genera fiducia, mentre la sfiducia non porta da nessuna parte, non costruisce nulla di buono.

Personalmente mi viene più spontaneo fidarmi degli altri, di tutti, a prima vista senza prova e senza controllo. Forse perché normalmente gli altri si sono comportati così con me e mai da parte mia ci fu alcun tentativo né pensiero anche vago di profittarne.

Solo una volta, ed accadde in Africa, purtroppo, nonostante abbia una grande stima e fiducia negli Africani. Ma in quella occasione, il mio interlocutore, un amico peraltro, capì che c’era qualcosa in me che lo feriva… E con evidente disagio e sofferenza, mi disse: “Amico mio! Quand’è che voi occidentali sarete capaci di correre il rischio della fiducia anche con noi Africani?”

Non dimenticai più quel gentile rimprovero e da allora mi fu sempre di grande lezione nel mio modo di comportarmi con gli altri, tutti!

Recentemente, un cappellano delle carceri di una città del nord, ricordando il suo primo incontro con l’Abbé Pierre, mi raccontò che quando seppe il servizio che svolgeva nelle carceri, gli disse: “Amico! Più l’hanno fatta grossa, più devi amarli, più devi dar loro fiducia…”

Penso proprio che non ci siano alternative se vogliamo che anche chi sbaglia, possa riacquistare fiducia in se stesso. Determinante, sarà il grado di fiducia con cui riusciremo a dargli coraggio. E solo così potremo sperare, senza doverne arrossire, di ricevere fiducia dagli altri, perché non è bello vivere, penso, sapendo che gli altri non si fidano di noi. E’ più facile essere imbrogliati o presi in giro da coloro cui non diamo fiducia.

Non abbiamo paura, allora, di correre il rischio della fiducia!

In Azione nonviolenta, giugno 2005

* Presidente Emmaus Italia

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