’68 nonviolento

’68 nonviolento

Proponiamo la versione integrale dell’articolo “’68 nonviolento” di Sergio Albesano pubblicato, in versione ridotta, sul numero 4 del 2018 della nostra rivista cartacea Azione nonviolenta dedicato al 1968.

Il 1968 è stato uno spartiacque dal punto di vista culturale più che politico. Si parla di “1968” per semplificare, ma alcuni fermenti avevano preso avvio già l’anno precedente e gli effetti proseguirono negli anni seguenti. Quindi parliamo di ’68 come concetto e non come rigida suddivisione temporale dal 1° gennaio al 31 dicembre di quell’anno.

Sotto l’aspetto nonviolento quello fu un anno importante, che ebbe molti momenti cruciali: solo per citarne alcuni, gli assassinii di Martin Luther King e di Robert Kennedy, la primavera di Praga, la morte di Aldo Capitini, le lotte per l’obiezione di coscienza al servizio militare…

Analizziamo questi eventi e le aspettative che suscitarono e, in conclusione, proviamo a capire se questi fermenti lasciarono un’eredità storica e quale.

Politicamente l’anno si aprì con un capodanno, ma non quello della notte fra il 31 dicembre e il 1° gennaio festeggiato in occidente. Parliamo del capodanno vietnamita, celebrato fra il 30 e il 31 gennaio, notte durante il quale l’esercito nord-vietnamita lanciò a sorpresa l’offensiva del Tét, colpendo i maggiori centri del Vietnam del sud e cogliendo impreparate le forze sudvietnamite e l’esercito statunitense. Dal punto di vista militare l’operazione non fu un successo, in quanto nel giro di qualche settimana e dopo furibondi scontri le forze del sud riuscirono a riconquistare le posizioni perdute. Fu però un grande successo dal punto di vista mediatico e risultò un momento decisivo della guerra in corso, diventando una vittoria morale per il nord. Essa provocò una grave crisi politica e psicologica negli Stati Uniti e nel giro di poche settimane il presidente Lyndon Johnson decise di ritirarsi dalla vita politica e di arrestare l’escalation militare, iniziando colloqui di pace. Le immagini delle colonne di fumo nero su Saigon scossero la coscienza collettiva statunitense e furono il preludio per altre immagini, quelle che nel 1975 mostravano il proconsole imperiale che si arrampicava su una scaletta fuggendo con un elicottero, mentre ai cancelli dell’ambasciata statunitense si accalcava una folla di clienti, traditi e disperati. Fu quella forse la prima volta in cui si capì che d’ora in poi le guerre venivano combattute e vinte non solo sui campi di battaglia ma anche, se non soprattutto, attraverso i media, la televisione in primis, e segnò anche l’irrompere sulla scena mondiale di un nuovo protagonista, l’opinione pubblica, che aveva il potere di influenzare le decisioni dei potenti.

Un’altra immagine che con la sua forza colpì gli U.S.A. fu quella scattata il 31 gennaio 1968 dal fotografo Eddie Adams della Ap che fissò il momento in cui il generale Nguyen Ngoc Loan, capo della polizia del Sud Vietnam, sparava alla tempia all’ufficiale Vietcong Nguyen Van Lem. Nell’immagine la vittima non è vestita con la divisa e non viene identificata come un militare. E’ semplicemente un ragazzo con una camicia a quadrettoni. La fotografia fece indignare il mondo e divenne un simbolo della brutalità dei metodi statunitensi e dei loro alleati. Poco importò che la vittima, secondo lo storico Max Hastings, fosse responsabile dell’assassinio di trecento innocenti durante l’occupazione della città di Hue.

La gente comune iniziò allora a capire che trasformandosi in massa aveva la possibilità di dissentire dalle scelte dei potenti e che poteva imporre loro decisioni diverse. Si scoprì una delle principali forze della nonviolenza, vissuta non da pochi profeti isolati ma condivisa da milioni di persone disseminate per il mondo.

La guerra in Vietnam ebbe un altro risvolto importante e cioè il sorgere negli Stati Uniti di obiettori di coscienza che si rifiutarono di andare a combattere in un luogo lontano da casa per difendere il corrotto regime sudvietnamita. Era un’obiezione selettiva. In genere questi giovani non rifiutavano l’esistenza dell’esercito e non si opponevano alla guerra tout court, ma erano contro quella guerra, considerata particolarmente assurda. Ci furono alcune obiezioni sensazionali, tra cui quella del pugile Muhammad Alì, che patì non solo il carcere per la sua scelta ma anche la revoca del titolo mondiale, che poi gli fu restituito nel 1971. L’obiezione di Alì avvenne un anno prima, nel 1967, e ciò testimonia che i fermenti di rinnovamento non nacquero d’improvviso dal 1° gennaio 1968 ma avevano un retroterra culturale in cui poterono germogliare.

Nel febbraio 1968 a Memphis i netturbini neri chiedevano il riconoscimento del loro sindacato, nuovi contratti di lavoro e l’istituzione di un ufficio per le conciliazioni. Il sindaco rifiutò le loro richieste. I netturbini allora entrarono in sciopero, ma le autorità comunali lo dichiararono illegale e fecero intervenire la polizia, che li caricò con sostanze chimiche e manganelli. Come reazione furono boicottati i negozi dei bianchi, fu organizzato un sit-in davanti al municipio e le chiese promossero assemblee di protesta. Dopo quattro settimane l’amministrazione cittadina ancora non dava segni di cedimento e allora venne chiamato in aiuto Martin Luther King, la cui presenza doveva essere una motivazione in più per i netturbini in sciopero. Inoltre avrebbe dato rilievo pubblico alla loro lotta. Egli parlò davanti a quindicimila persone, spronando i netturbini a continuare la loro lotta e invitando tutti i neri di Memphis a organizzare uno sciopero generale.

Per giovedì 28 marzo fu indetta una marcia, che si risolse in un fallimento perché il corteo era avanzato di appena tre incroci quando cominciarono a volare sassi, sfondando le vetrine dei negozi. La polizia intervenne, duecentottanta dimostranti furono arrestati e un giovane morì per le ferite di arma da fuoco riportate. In città fu proclamato il coprifuoco notturno.

Il 4 aprile King si stava preparando in albergo prima di recarsi a un comizio indetto per quella sera. Dopo essersi annodato la cravatta uscì sul balcone e scambiò alcune parole con un amico che stava lì sotto. La pallottola di grosso calibro lo fece schiantare di colpo. Colpì King sotto il labbro, gli spappolò il mento, rimase conficcata nelle vertebre cervicali e gli trapassò il midollo spinale. E’ probabile che sia morto all’istante. I ghetti esplosero. Furono arrestate ventisettemila persone, tremilacinquecento rimasero ferite, quarantatré uccise e i danni complessivi ammontarono a cinquantotto milioni di dollari.

King aveva sempre saputo che quella sarebbe stata la sua fine. Nel discorso che aveva tenuto la sera prima aveva detto: “Non so che cosa succederà adesso. Ma non è questo che mi interessa. Sono salito in cima alla montagna. Non sono preoccupato. Come tutti, anch’io desidero vivere a lungo. Ma tutto questo ora non mi preoccupa. Desidero soltanto compiere la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna. Io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò fino là con voi. Ma voglio che voi sappiate, questa notte, che noi insieme, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa. Per questo oggi sono felice. No, non mi preoccupa più niente. Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore.”

Con King morì l’apostolo della nonviolenza, l’uomo che più di altri aveva vissuto la nonviolenza come precetto d’amore di motivazione religiosa, una persona che probabilmente, se il 1° dicembre 1957 Rosa Parks non si fosse rifiutata di lasciare il suo posto sul pullman a un “signore bianco”, sarebbe rimasto uno sconosciuto pastore battista e che invece ebbe il merito di vivere con coraggio e a prezzo della sua vita l’occasione che gli eventi gli avevano posto davanti.

Anche nel 1968 l’inverno lasciò il posto alla primavera, ma quella del ’68 fu particolare e la storia la ricorda come la primavera di Praga. Così viene definito il periodo di liberalizzazione politica avvenuto in Cecoslovacchia mentre era sottoposta al dominio dell’Unione Sovietica. Iniziò il 5 gennaio 1968, quando il riformista slovacco Alexander Dubček salì al potere, e continuò fino al 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati del Patto di Varsavia, ad eccezione della Romania, invase il Paese. Le riforme introdotte furono un tentativo da parte di Dubček di concedere diritti ai cittadini grazie alla democratizzazione e a un decentramento parziale dell’economia. Inoltre ci fu un allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento. Le riforme, in particolare il decentramento delle autorità amministrative, non furono assecondate dai sovietici. I cechi, e in particolare i praghesi, diedero all’invasione una risposta nonviolenta, che fu gestita con fantasia. Ad esempio eliminarono dalla città le indicazioni stradali e i nomi delle vie, creando problemi alle truppe sovietiche che, non conoscendo il territorio, si trovarono in difficoltà nel muoversi all’interno della città. Inoltre gli abitanti di Praga familiarizzarono con i soldati sovietici quando erano fuori servizio e si dimostrarono invece inflessibili con gli stessi come occupatori, separando quindi l’uomo dal suo ruolo di soldato. Il risultato fu che dopo tre giorni le truppe sovietiche non erano più in grado di occupare la città, poiché l’azione nonviolenta aveva avuto effetto. Le autorità militari sovietiche richiamarono in patria queste truppe e le sostituirono con altri contingenti che non avevano avuto rapporti personali con gli occupati. L’azione nonviolenta durò solo pochissimi giorni. Questo dimostra due cose: che la nonviolenza funziona e che deve essere preparata. Così come le campagne e le azioni militari vengono preparate nei dettagli e i soldati vengono addestrati per anni prima di essere impiegati in zona d’operazioni, così anche la nonviolenza non può essere improvvisata, ma ha bisogno di programmazione e di addestramento. E, se ben organizzata, dà risultati positivi.

Il 28 maggio 1968 si celebrò il processo contro l’obiettore di coscienza Enzo Bellettato, insegnante della scuola media di Rovigo, reo di aver rifiutato, dopo dodici mesi di leva, i gradi di caporale, giudicando l’eventuale accettazione in contrasto con la sua fede cattolica e l’adesione al Movimento nonviolento per la pace. Questa obiezione fu significativa per due motivi: Bellettato era un uomo di cultura ed era cattolico e pertanto il suo gesto non poté essere bollato come un’azione sovversiva attuata da un ignorante. Indicativo dell’interesse popolare che ormai aveva acquistato il problema dell’obiezione di coscienza fu il fatto che proprio per appoggiare il suo gesto una parte del mondo ecclesiastico torinese entrò in campo in maniera attiva e diretta. Infatti davanti al tribunale di Torino un folto gruppo di persone dimostrò solidarietà al giovane e all’interno di questa folla vi erano anche circa centocinquanta sacerdoti, che già il giorno precedente avevano manifestato per le vie del centro cittadino, concludendo la dimostrazione con una discussione tenutasi alla Camera del lavoro, mentre il Gruppo sperimentale di azione nonviolenta osservava un digiuno di ventiquattro ore e, durante la notte, un gruppo di pacifisti sostava silenzioso davanti agli Alti comandi di corso Matteotti. Gli stessi sacerdoti tennero un sit-in in piazza Carlo Felice davanti alla stazione centrale Porta Nuova, intorno a un cartello sul quale, sotto la scritta: “Domani processano un obiettore di coscienza”, era riprodotto il testo conciliare sull’argomento (Gaudium et spes, n° 79) seguito dalla domanda: “Quando in Italia?”. Il processo iniziò alle 9 del mattino di fronte al presidente, gen. Laguzzi, al pubblico ministero, col. Tattoli, e al cancelliere, col. Lignarolo. L’imputato, che dovette presentarsi in divisa e con i gradi, fu difeso dall’avv. Piscopo e dall’avv. Rolleri. Bellettato dichiarò che la sua intenzione non fu mai quella di sottrarsi ai doveri dei cittadini verso la patria, tanto che all’epoca del terremoto in Sicilia chiese di essere inviato quale soccorritore. Vennero quindi ascoltati i testi, sottotenente Colombo e capitano Filippini, i quali illustrarono la personalità dell’imputato che a loro dire mai si rese responsabile di gravi fatti di indisciplina, tanto da essere promosso caporale. La corte riconobbe l’imputato colpevole di disobbedienza, condannandolo a sette mesi di reclusione militare con la sospensione della pena per cinque anni e riconoscendogli le attenuanti generiche e quindi ordinando la sua immediata scarcerazione.

Sotto l’aspetto legislativo la questione legata al riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare mutò dopo le contestazioni del 1968 e le gerarchie militari si mostrarono meno intransigenti nei confronti di una sua regolamentazione, in quanto, pur continuando ad avere una visione negativa del rifiuto del servizio militare, si resero conto che una legge avrebbe evitato che diversi giovani politicizzati si fossero ritrovati nelle file dell’esercito o che, con i loro soggiorni nelle carceri militari, avessero attirato l’attenzione dell’opinione pubblica sull’argomento. Per i militari iniziava a non diventare sgradita una legge, magari punitiva e restrittiva, che li sbarazzasse di qualche testa calda.

Il 5 giugno Robert Francis Kennedy, senatore degli Stati Uniti e fratello dell’ex presidente John Fitzgerald, ucciso il 23 novembre 1963, fu assassinato poco dopo la mezzanotte a Los Angeles, in California, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Bob fu colpito ripetutamente con un revolver calibro 22 mentre camminava attraverso la cucina dell’hotel Ambassador e morì al Good Samaritan Hospital ventisei ore dopo. L’assassino fu Sirhan Sirhan, un immigrato ventiquattrenne di origine giordano-palestinese, condannato alla pena di morte, poi commutata in ergastolo nel 1972, quando lo Stato della California la abolì. Bob aveva vinto le primarie in California e in Sud Dakota come candidato per il Partito Democratico. Il suo posto fu preso da Hebert Humphrey, che poi perse le elezioni contro il candidato repubblicano Richard Nixon. La salma fu trasportata a New York per i funerali, che si tennero nella chiesa di San Patrick. Quindi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John. Paul Fusco, fotografo della rivista “Look magazine”, era sul quel treno con tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori. Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli e impiegò quasi il triplo del tempo che ci vuole normalmente. Era la velocità giusta per un funerale e quello in effetti fu il vero funerale, quello del popolo degli Stati Uniti, e durò l’intera giornata. Fusco scattò quasi duemila fotografie, realizzando con il suo reportage un emozionante ritratto del popolo statunitense, un documento che commuove. Il fotografo abbassò il finestrino e cominciò a scattare, restando nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Egli ricorda: “La mia immagine preferita è quella in cui si vedono un padre e un figlio su un ponticello di legno che salutano portandosi la mano alla fronte, dietro di loro la madre ha la mano al petto. Il giovane è a torso nudo, hanno i capelli arruffati. Quella è la foto simbolo degli Stati Uniti dopo l’omicidio di Bobby: quella famiglia era povera, combatteva per sopravvivere e vedeva passare via la possibilità di una vita diversa. I Kennedy avevano dato speranza alla gente e ora quella gente vedeva tramontare il sogno. Se ne andava con quel treno, era chiuso in quella bara”. Anche quel saluto collettivo e corale al corpo di colui che aveva suscitato speranze fu un atto di nonviolenza, un gesto spontaneo di cordoglio, di rifiuto della rabbia come reazione, di partecipazione a un dolore che non era di una sola famiglia ma di un’intera nazione.

In Italia il 1968 vide la fondazione della Comunità di Sant’Egidio. Nacque a Roma per iniziativa di Andrea Riccardi che, nel clima di rinnovamento suscitato dal Concilio Vaticano II, cominciò a riunire un gruppo di liceali, com’era lui stesso, per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. Nel giro di pochi anni la loro esperienza si diffuse in diversi ambienti studenteschi e si concretizzò in attività a favore degli emarginati. Nei quartieri popolari della periferia romana iniziò un lavoro di evangelizzazione che portò alla nascita di comunità di adulti. Oggi è diffusa in più di settanta Paesi in diversi continenti e, fra l’altro, è stata promotrice degli accordi di pace di Roma del 1992 che hanno portato alla cessazione della guerra civile in Mozambico. Un’opera di nonviolenza, germinata in quell’anno particolare, che ha saputo utilizzare gli strumenti della diplomazia per opporsi alla guerra.

Nel 1968 in India nello Stato del Tamil Nadu fu fondata da Mirra Alfassa, nota con il nome di Mère (“la madre”), Auroville, una città sperimentale basata sulla visione di Sri Aurobindo. Auroville fu intesa per essere una città universale, dove uomini e donne di ogni nazione, di ogni credo, di ogni tendenza politica potessero vivere in pace e in armonia. La cosiddetta “città dell’aurora” ancora oggi ha l’ambizione di diventare un punto di riferimento per lo sviluppo ecosostenibile e l’innovazione sociale indiana e del mondo. La città è autosufficiente energeticamente grazie all’energia solare, si fonda sull’agricoltura biologica, il riciclaggio della quasi totalità dei materiali e la costruzione con tecniche di bioedilizia. Vanta un sistema educativo gratuito e senza voti. Si struttura sulla proprietà collettiva, senza leggi o forze dell’ordine e coltiva l’arte spontanea, la quiete e la meditazione. Auroville ospita circa 2.500 residenti permanenti di quarantacinque nazionalità e circa cinquemila visitatori, di cui la maggior parte turisti o volontari stranieri alla ricerca di un’esperienza di vita differente. Il 45% della popolazione è indiana, mentre i 124 italiani presenti fanno del nostro Paese la quarta nazione più rappresentata dopo l’India, la Francia e la Germania. Per divenire residenti permanenti è richiesto ai nuovi arrivati di contribuire attivamente alla comunità per almeno due anni, senza mai allontanarsi da essa. Un comitato ristretto analizza le richieste di residenza e a ogni nuovo cittadino viene richiesto come primo gesto di piantare un albero. Dalla sua fondazione ad oggi Auroville ha dato vita a una foresta in mezzo al deserto. L’intera comunità è finanziata dall’Unesco, dalla Comunità Europea, dal governo indiano e da donazioni private. L’allocazione dei fondi è decisa collettivamente e i profitti delle unità produttive vengono spartiti equamente tra società, casse comunali e progetti specifici proposti dalla cittadinanza a supporto delle imprese locali e il bene comune. Ad oggi vi sono oltre centocinquanta piccole imprese, che sfruttano la base interculturale della città per dar vita a progetti agricoli, artigianali, multimediali, culturali e anche legati all’industria del software e delle traduzioni. Essendo i profitti spartiti col resto della comunità, non si percepisce un salario, bensì una specie di reddito di cittadinanza. Tuttavia, visto il basso costo della vita e la maggioranza di cittadini stranieri, molti preferiscono rinunciarvi, vivendo dei risparmi accumulati attraverso il lavoro nei loro Paesi d’origine. Ai nuovi arrivati viene richiesto di pagarsi le spese per il primo anno e vengono incoraggiati a investire i propri capitali all’interno della città. Anche qui non mancano i problemi e sarebbe ingenuo e mistificatorio non accennarli. Vi sono numerose problematiche legate alla sicurezza sociale e alla gestione delle risorse e delle proprietà, su cui la comunità fatica a prendere adeguati provvedimenti. Le risorse di acqua sono limitate, le proprietà non sono a sufficienza per accogliere l’altissimo numero di richieste e l’economia è insostenibile. Inoltre, come in diverse parti dell’India, è sconsigliato alle ragazze di effettuare lunghi spostamenti se non accompagnate e negli ultimi anni si son verificati casi di molestie, stupro e persino omicidio da parte di gang al di fuori della città. Questo senso di insicurezza danneggia indirettamente il legame tra gli abitanti. Un altro problema riguarda l’amministrazione del denaro pubblico, poiché i cittadini non sono certi dei meccanismi di gestione né sembrano interessati a scoprirlo. Per gli scettici i problemi sono abbastanza per screditare l’esperienza, mentre per altri sono proprio queste problematiche a rendere l’innovazione sociale e culturale promossa da Auroville non più un utopia, ma un sogno divenuto realtà da quasi cinquant’anni ed oggi più vivo che mai.

Il 15 febbraio 1966 don Milani era stato assolto dall’accusa di apologia di reato per la pubblicazione della sua Lettera ai cappellani militari toscani che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 febbraio 1965, per concreta mancanza nel suo intervento di idoneità a far sorgere pericolo di turbamento dell’ordine pubblico. Il pubblico ministero, però, presentò ricorso contro l’assoluzione e la corte d’appello, modificando la sentenza di primo grado, condannò il sacerdote il 28 ottobre 1968, quando egli era ormai morto da tempo. Nell’autodifesa che aveva inviato al tribunale, essendo impossibilitato per motivi di salute a presenziare all’udienza, aveva affermato: “E’ necessario avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto. (…) Quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona una obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.”

Nella storia dell’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia spetta un posto d’onore ai testimoni di Geova che, pur avendo motivazioni religiose e non politiche, con la loro massiccia adesione al rifiuto di entrare nelle fila dell’esercito di fatto crearono un caso politico e aiutarono a portare il problema all’attenzione dell’opinione pubblica. Infatti la stragrande maggioranza dei giovani incarcerati per essersi rifiutati di svolgere il servizio militare fu costituito da testimoni di Geova a cui si aggiungevano poche decine di antimilitaristi. Poiché la legge prescriveva che, dopo il periodo di detenzione, i ragazzi avrebbero dovuto riprendere il servizio dal punto in cui lo avevano interrotto, a nuove obiezioni corrispondevano nuove condanne, in teoria fino al compimento del quarantacinquesimo anno d’età, quando si otteneva il congedo illimitato. Si trattava di un dramma silenzioso e sconosciuto. Dietro ognuno di quei giovani c’era un forte ca­rico di sofferenza. Riportiamo, per tutti gli altri, la te­stimonianza umana di Giuseppe Ginestra, mentre in una mattina del novembre 1968 andava a presentarsi al tribunale militare per essere processato per la sesta volta per renitenza alla leva e dopo aver già scontato in tutto trentanove mesi di car­cere: “Per me è un momento particolarmente delicato. Avrei do­vuto sposarmi da tempo, ma la mia fidanzata, Anna Lucchini, considera la situazione che sto affrontando come una prova de­cisiva. Lei è una convinta osservante, dedica la sua vita alla propaganda della nostra fede, girando di casa in casa per spiegare l’autentico significato della Bibbia, i messaggi in essa contenuti. Lei non mi chiede di tener duro o di rinun­ciare, ma soltanto di ubbidire alla mia coscienza. Io so che se venissi vinto dalla stanchezza ed indossassi quella divisa lei forse potrebbe perdonarmi come uomo, non come credente. Che affidamento potrebbe quindi offrirle un uomo che non sa arrivare fino al fondo dei suoi principi? D’altro canto è an­che molto duro vivere in questo modo. Sono tornato a casa ai primi di luglio, ho ripreso a lavorare come autista, ho rico­minciato a fare progetti, ma senza convinzione perché sapevo che un giorno o l’altro i carabinieri sarebbero venuti a cer­carmi ed io avrei dovuto scontare una nuova condanna, senza prospettive, per ventun anni ancora. Vorrei essere condannato ad una pena lunga, anche superiore a quella che mi viene di solito amministrata, ma definitiva. Sarei felice di poter pa­gare in un’unica soluzione il mio debito con lo Stato e poi tornare un uomo qualunque”.

Il 28 luglio 1968, su richiesta degli amici, Aldo Capitini pubblicò Le ragioni della nonviolenza, che è una formulazione sintetica dei suoi concetti di nonviolento e un po’ anche il suo testamento spirituale, visto che due mesi dopo, il 19 ottobre, morì per i postumi di un intervento chirurgico. Sulla sua lapide nel cimitero di Perugia Walter Binni scrisse: “Libero religioso e rivoluzionario nonviolento”.

La personalità di Capitini fu senza dubbio polivalente e potrebbe essere studiata sotto diverse prospettive. Per quanto riguarda le finalità di questo articolo ci concentriamo sull’importanza che ebbe Capitini nel diffondere in Italia le tematiche e le tecniche nonviolente e in particolare a sostenere strenuamente la lotta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare. La scelta nonviolenta era senz’altro legata alle sue convinzioni religiose, che egli concepiva come persuasione dell’anima. “La religione è farsi vicino infinitamente ai drammi delle persone, interiorizzare”, scriveva. “Essa è spontanea aggiunta. E’ un darsi dal di dentro e perciò libero incremento e pura offerta, non sostituzione violenta che io voglia fare all’infinita capacità di decidere delle coscienze”. La nonviolenza era per lui soprattutto una scelta rivoluzionaria. “Non si può pretendere di tramutare il vecchio col vecchio, la legge con la legge, la violenza con la violenza, il potere con il potere”. Capitini inoltre rifiutava la realtà sociale negli schemi come si era sclerotizzata fino ad allora. “Non è detto che sia immutabile la realtà dove il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Per Capitini la nonviolenza era anche una tecnica efficace e indispensabile. Egli affermava che la nonviolenza era strettamente congiunta al punto a cui era giunta la guerra. L’esasperazione della ferocia, specialmente dopo Hiroshima, aveva posto il problema di condurre la difesa in modo totalmente diverso. Ma soprattutto la nonviolenza era per lui una scelta etica e di persuasione personale. “Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente nonviolenta. (…) A me importa fondamentalmente l’impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore o di questi pochi giorni; e mettere sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione”.

Bisogna ammettere che l’opera di Capitini, nonostante la sua elevatezza, non ottenne il riconoscimento e la diffusione che avrebbe meritato. Come mai? Probabilmente egli precorreva i tempi e vedeva più lontano dei politici della sua epoca e pertanto non fu capito. Aldo Capitini parlava di nonviolenza quando la lotta armata sembrava essere l’unica via di ribellione, evidenziava i contrasti fra il nord e il sud del mondo quando tutti si fermavano alla contrapposizione fra i blocchi dell’est e dell’ovest e lottava contemporaneamente contro l’assoluto del potere (l’Unione Sovietica) e l’assoluto del benessere (gli Stati Uniti d’America) quando ognuno cercava di assimilarsi alle ideologie dello Stato o del consumo. Il motivo dell’incomprensione nei suoi riguardi fu probabilmente dovuto alle chiusure dell’epoca in cui l’intellettuale umbro si trovò a operare, anni che vedevano l’Italia divisa tra forze che in modo diverso non potevano accettare Capitini: il mondo cattolico di Pio XII e della D.C. dominato dalla logica della guerra fredda e repressivo, intollerante, fazioso; una sinistra condizionata dall’U.R.S.S. staliniana e dai fideismi marxisti; i laici poco forti e spesso arroccati al loro perbenismo. Con il primo il dialogo fu pressoché impossibile, se non nelle frange e nei margini (don Mazzolari, don Milani, Nomadelfia, La Pira); i secondi seppero tatticamente servirsi di Capitini ma nella chiave di un pacifismo che in realtà Capitini non poteva amare (i partigiani della pace); i terzi erano distanti nonostante molte lotte comuni per il loro rifiuto dell’aspetto religioso del suo pensiero. Inoltre non bisogna sottovalutare la posizione di marginalità geografica di Perugia, la città in cui il filosofo si trovò a vivere e ad operare.

E’ interessante confrontare l’opera di Capitini con quella di Gandhi. Al di là delle differenze di personalità, bisogna evidenziare che in Italia non c’era una tradizione nonviolenta religiosa, come invece esisteva in India. Pertanto il Mahatma lavorò su un terreno fertile dal quale, seminando, si potevano raccogliere frutti. Diverso fu il quadro in cui si trovò a vivere Capitini. La religione cattolica non solo non aveva una tradizione nonviolenta, ma addirittura in diverse occasioni aveva ispirato guerre o comunque le aveva avallate. Inoltre l’Italia proveniva da un secolo, l’Ottocento, in cui l’indipendenza e l’unità nazionale erano state ottenute con una lotta violenta. Probabilmente se Capitini avesse ottenuto almeno un appoggio culturale, avrebbe avuto un successo maggiore. Per lui si può parlare di una marginalità che provenne dai suoi stessi amici. Infatti le persone che lo seguirono nelle iniziative del dopoguerra furono diverse da quelle che gli erano state compagne negli anni dell’antifascismo. L’ispirazione religiosa fu la discriminante che segnò la sua differenza dagli antichi compagni. Norberto Bobbio afferma che egli si mosse nella sfera del religioso, che non ebbe contatti con quella del pensiero laico se non in un’occasione: la lotta al fascismo. Sembra comunque che i comunisti si siano resi conto dell’occasione che mancarono non prestando attenzione alle potenzialità di quest’uomo. Emblematiche le parole scritte su “L’Unità” e che valgono quasi come una confessione: “Capitini non aveva la forza e la capacità del nostro partito. Egli lotta solo, non sufficientemente appoggiato neppure da noi. (…) Un uomo che non sapemmo capire abbastanza”.

Quale peso allora ha avuto nella storia italiana la presenza di Aldo Capitini? Egli fu consapevole che si era assunto un compito difficile, poiché doveva realizzare la speranza in mezzo all’indifferenza generale e sapeva che non doveva limitarsi ad essere un utopista, cioè colui che disegna una stupenda struttura di società ideale e ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, ma doveva essere un profeta, cioè colui che comincia subito, qui ed ora. Capitini è un personaggio marginale nella storia e nella cultura nazionale, ma è una personalità fondamentale per quanto riguarda la storia e la cultura della nonviolenza in Italia. Egli ebbe un compito innegabile nella diffusione nel nostro Paese della teoria e della pratica del metodo gandhiano e dobbiamo a lui se oggi la nonviolenza ha una certa maturità e credibilità in Italia. Inoltre è certamente merito suo se nel nostro Paese abbiamo ancora oggi una visione della nonviolenza come scelta etica di vita e non solo come metodo efficace di lotta. In tal senso l’obiezione di coscienza venne inquadrata non soltanto come mero rifiuto di svolgere il servizio militare, ma come gesto che invitava a smilitarizzare la società.

Il ruolo di profeta fu il suo merito e contemporaneamente il suo limite. Merito per aver additato, con la sua vita e con le sue parole, una strada possibile da percorrere. Limite perché il profeta parla senza essere ascoltato, viene ammirato ma non seguito, i suoi insegnamenti vengono compresi solo dopo diverse generazioni e guardando lontano non riesce a incidere sulla realtà che vive. Più che una sua scelta il profetismo fu una gabbia in cui lo rinchiuse la sua epoca.

Il 1968 dunque fece germinare molti semi di nonviolenza. Questi fruttificarono negli anni a venire? Solo parzialmente. Una parte della contestazione si rivolse verso la lotta armata e chi non appoggiò questa scelta ebbe comunque riluttanza a sposare le tesi della nonviolenza, ritenute utopistiche. I sindacati si chiusero nelle rivendicazioni salariali e contrattuali, proteggendo anzitutto i posti di lavoro anche se erano in fabbriche di armi e non riuscirono ad avere uno sguardo più aperto, comprendendo che un posto di lavoro in un mondo distrutto da una guerra termonucleare o anche da una guerra civile non rappresentava una posizione di sicurezza per il lavoratore. Solo a distanza di decenni i sindacati e una parte più illuminata della sinistra hanno avuto la forza di attuare lotte contro le guerre che anche l’Italia combatteva nel mondo. La nonviolenza si sta facendo strada con difficoltà e la crisi economica non le ha agevolato il percorso. L’Autore ricorda un giovane ingegnere sui trent’anni, occupato in una fabbrica di armi, che una sera degli anni Ottanta a cena gli disse: “Speriamo che scoppi qualche altra guerra in medio oriente, perché ho il mutuo da pagare.” La sua preoccupazione era quindi che la casa non gli venisse pignorata, non il mondo in cui avrebbe fatto vivere suo figlio di tre anni. Una miopia che si rivolgeva anche alla protezione dell’ambiente: terribili le parole di quella donna che affermava: “Odio l’ACNA di Cengio che ha ucciso mio marito e che ora non assume mio figlio”.

Sarebbe stata migliore la storia d’Italia e quindi di tutti noi se invece le istanze nonviolente fossero state prese in considerazione? Domanda futile, perché esiste solo una Storia, quella che è accaduta e che ogni giorno anche attraverso le nostre scelte contribuiamo a costruire.

Sergio Albesano

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