Agitu Ideo Gudeta, la pastora delle capri felici

Agitu Ideo Gudeta, la pastora delle capri felici

Volevo dedicare il post settimanale ad Agitu. Sono felice che per me lo abbia scritto Massimiliano Pilati, che l’ha ben conosciuta sia professionalmente che nell’impegno per i diritti umani, e ce la restituisce come io non avrei saputo fare.
Grazie Massi che ci fai vedere da vicino questa amica in più. Grazie Agitu per il tuo esempio di fierezza e di pace. (E. B.)


Agitu Ideo Gudeta, la pastora del Trentino conosciuta in tutta Italia, è stata trovata senza vita nel suo maso a Frassilongo in Valle dei Mocheni il 29 dicembre scorso.

Un terribile omicidio per il quale, al momento, un suo dipendente risulta reo confesso.

Ma chi era Agitu Ideo Gudeta?

Io l’ho conosciuta per il mio lavoro nel mondo del biologico: allevatrice di capre e produttrice di formaggi e per questo, periodicamente, frequentavo la sua azienda certificata biologica. Nel suo lavoro era molto brava tanto da aver rappresentato il Trentino in alcune importanti fiere di settore. Inizialmente sapevo poco di questa ragazza etiope con due grandi occhi e uno splendido sorriso, se non che aveva scelto di vivere come pastora allevando una razza di capre, le mochene, in via di estinzione in terreni demaniali di valli secondarie abbandonati da tempo da altri contadini, valorizzando il tutto con una gestione ecocompatibile, biologica e producendo nel suo piccolo caseificio saporiti formaggi. L’ultima volta che vidi Agitu mi raccontò felice dei suoi intenti di aprire un agriturismo con una piccola attività di ristorazione e di ospitalità e il progetto stava lentamente diventando realtà, solo rallentato dalla pandemia. Era un piacere ascoltarla, vederla con le sue capre “felici” (così aveva chiamato l’azienda) e alle prese con i suoi formaggi.

Poi, anche grazie al mio ruolo nel Forum Trentino per la pace e i diritti umani, imparai a conoscerla e ad apprezzarla non solo per il suo lavoro. Agitu, che precedentemente aveva studiato Sociologia in Trentino, era stata costretta a ritornarci fuggendo dal suo paese (l’Etiopia) a causa del suo impegno contro l’accaparramento dei terreni da parte delle multinazionali. In numerose situazioni pubbliche Agitu ha raccontato la storia della sua terra e la sua vicenda personale: “Ero impegnata con un gruppo di studenti contro il land grabbing, denunciavamo l’illegalità degli espropri forzati dei terreni agricoli, voluti dal governo a spese dei contadini locali per favorire le multinazionali che li usano per coltivare cereali e monocolture destinate all’esportazione” (cit. l’internazionale).

Agitu era ancora molto legata al suo paese e spesso si faceva testimone delle sue sofferenze e ne denunciava i conflitti, soprattutto ultimamente raccontando della sua Etiopia in fiamme e degli scontri in atto nel nord del paese. Nel nostro “Mondo” dell’impegno per la pace e i diritti umani Agitu era molto conosciuta e apprezzata ma non solo tra di noi; il suo impegno era anche concretamente applicato nel quotidiano, dando lavoro a rifugiati, cercando di lavorare in un solco di Economia solidale, più attenta e più gentile e dimostrando con la sua caparbietà come fosse importante lottare per i propri sogni e diritti. Il Trentino rurale è capace di fantastica apertura e solidarietà reciproca ma sa anche essere molto chiuso, geloso e ostile verso chi, straniera e donna, arriva in una valle laterale cercando di vivere di agricoltura facendosi amare dai propri clienti e diventando punto di riferimento fondamentale nei mercati di zona tanto da aprire un primo punto vendita a Trento città. Agitu divenne famosa in tutta Italia proprio per l’aver denunciato chi l’osteggiava con atteggiamenti razzisti e violenti. In quella situazione ricevette molta solidarietà ma, purtroppo, altrettanto odio, rancore e minacce per la sua attività. In queste situazioni fu veramente una lezione vedere la caparbietà, la tenacia, la tempra e la determinazione di questa donna. Alle minacce e richieste di andarsene dal Trentino rispose con un sorriso testardo e tenace ma anche molto, molto dolce che quella era casa sua.

Ora lei non c’è più e tutti ci sentiamo più poveri, una dimostrazione della nostra povertà sta in molti articoli che hanno raccontato la sua storia come “esempio di integrazione” andando ad alimentare la solita retorica dell’eccezione alla regola. Agitu non si sentiva un’eccezione e cercava invece di far capire la normalità del suo agire quotidiano e lottava perché ognuno di noi, indipendentemente dall’origine geografica, potesse ambire a vivere una vita felice.

Ore lei non c’è più e nello stesso giorno in cui tutto il Trentino piangeva “il simbolo dell’integrazione”, “l’immigrata che ce l’aveva fatta”, quasi nessuno di noi ha mosso un dito nell’apprendere che ben 13 persone (richiedenti protezione internazionale) venivano cacciate da una residenza in piena notte durante una delle nevicate più forti degli ultimi anni.

Se veramente vogliamo ricordare Agitu dovremo cercare di fare in modo che la nostra società aiuti e valorizzi persone come lei, mentre purtroppo, come ha scritto bene recentemente Wired, “in Italia valgono le eccezioni, perché di regole virtuose all’orizzonte non se ne vedono”.

Massimiliano Pilati

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