Alex Langer a Firenze 25 anni dopo

Alex Langer a Firenze 25 anni dopo

Più di cinquanta persone si sono date appuntamento a Firenze ai piedi della collina di Piazzale Michelangelo per intraprendere un percorso in memoria della figura di Alex Langer e sottolineare l’importanza di questa città nella sua formazione.

di Lorenzo Porta*

Egli vi ha compiuto i suoi studi universitari, ha frequentato in quel periodo la scuola di Barbiana, ha aderito ai gruppi cattolici del dissenso che a Firenze avevano come fulcro la Comunità di base dell’Isolotto di Don Mazzi. Ha conosciuto ed incontrato sua moglie, Valeria Malcontenti, alla quale si è unito in matrimonio fin dalla metà degli anni Ottanta.

Per il giorno dell’anniversario il gruppo “Extintion rebellion”, i ribelli all’estinzione hanno organizzato l’itinerario assieme agli aderenti di “Fridays for future”, due articolazioni italiane di movimenti internazionali in rete, assieme ad altri gruppi locali, come la Piccola scuola di pace dell’Isolotto, Agenzia Pressenza, Ecolobby e Adf. Un’iniziativa che ha visto la presenza della moglie Valeria e di persone giunte appositamente a ricordarlo da altre regioni, come Michele Boato e la moglie Maria, suoi amici, da Venezia. Tra i fiorentini e toscani diverse presenze di persone attive nel movimento ecologista e dell’area della nonviolenza attiva. Presenze istituzionali non ce n’erano, nemmeno a titolo personale. Il corteo si è snodata per i sentieri delle colline di spalle al Piazzale Michelangiolo fino al Pian dei Giullaritra gli ulivi, dove spunta la cupola dell’Osservatorio di Arcetri, sui terreni in declivio. Lì si aprono in più punti gli scorci sulla città: qui è il luogo dove Alex Langer ha scelto di por fine alla sua breve e intensa vita.

Era nato a Sterzing ( Vipiteno) dove ha imparato a convivere con il conflitto etnico del Sud Tirolo, frutto perverso dei nazionalismi culminati nella Prima guerra mondiale, amplificati in modo devastante, rispettivamente, dal regime fascista italiano e dalla dittatura nazista. Lui ha respirato l’intercultura in casa: il babbo Arthur è un medico ebreo viennese, ha vissuto nell’infanzia l’atmosfera della Vienna multiculturale, dove nonostante le difficoltà, emerge una vivacità culturale della minoranza ebraica, laica e cosmopolita che troverà forza rappresentativa nelle figure, per citare alcuni nomi, di Freud, Mahler, Kraus, Joseph Roth, Arthur Schnitzler e Stefan Zweig. Il signor Langer sul piano generazionale è un loro “nipote” come Bruno Bettelheim ed Elias Canetti. Gli sconquassi del nazionalismo e dell’antisemitismo caleranno cupi con l’annessione nazista del ’38, con le leggi razziali italiane dello stesso anno che faranno del padre di Alex un perseguitato del fascismo. Sopravviverà grazie all’aiuto di una famiglia fiorentina.

La madre Elisabeth Kofler è di lingua tedesca, sì! Cattolica, laica e democratica. E già in famiglia Alex fa esperienza di come è possibile vivere in sintonia due origini religiose diverse, quando invece, storicamente, il cattolicesimo ufficiale praticava ancora “l’insegnamento del disprezzo” verso gli ebrei, giungendo ad ammetterlo, con sforzo, solo con il Concilio Vaticano II del 1965 ( Dichiarazione Nostra Aetate).

Alex cresce in alveo cattolico, ma sente e prova rispetto ed ammirazione per chi non lo è, come suo padre, perché la madre, molto laicamente, ci tiene a dirgli che ciò che conta sono le azioni e non i marchi sacramentali. Avrà tempo per sviluppare da questi semi depositati negli affetti familiari tutta la sua creatività nella convivenza tra diversi.

Amare la lingua tedesca, ma opporsi al censimento etnico e alle gabbie etniche è tanto semplice da dichiarare, quanto difficile da praticare: a lui viene tolto il diritto all’insegnamento nel 1981, poi riconosciutogli nel 1984 con sentenza del Consiglio di Stato. Gli viene negato il diritto a candidarsi sindaco di Bolzano nel ’95 perché si rifiuta di dichiarare la sua appartenenza etnica.

Questa feconda intersezione tra storia e storie di vita ( Minima personalia) apriranno la strada al multiforme impegno competente nelle diverse prove di convivenza che attraverserà l’Europa, da quelle a lui prossime dell’Alto Adige, al conflitto israelo- palestinese e alla più vasta questione medio-orientale, alla questione cipriota, fino alla sua vicinanza alle iniziative più costruttive all’interno del movimento antinucleare per la pace scoppiato all’inizio degli anni ’80 nell’Europa occidentale.

Mi ricordo la sua premurosa vicinanza quando, dopo la mia lunga stagione comisana presso la Verde Vigna di Comiso nell’88, fuori da un convegno del Movimento dei Verdi al Palazzo dei congressi a Firenze si soffermò a chiedermi come stavo perché aveva colto nel mio sguardo uno smarrimento stanco e se ne sentiva partecipe. Lui si era speso per redigere un piano di riconversione civile della base militare di Comiso che giunse ad attuazione. Forse quella stessa attenzione premurosa doveva essere a lui rivolta con efficacia dai diversi compagni di strada per riconoscergli le umane debolezze e farlo uscire da un ruolo troppo cristallizzato di militante sempre disponibile, dentro e fuori dalle istituzioni. La sua vita ci richiamerà sempre la relazione tra la dimensione privata e quella pubblica e i suoi forti sbilanciamenti!

Vive la speranza sorta con il crollo del Muro di Berlino. Me lo ricordo nei giorni dell’Assemblea dei Cittadini di Helsinki, nel ’90 a Praga, l’atmosfera era veramente entusiasmante: c’era il poeta e drammaturgo Vaclav Havel, neo presidente della Cecoslovacchia come invitato speciale dell’Assemblea con il suo gruppo di Cartha ’77 che aveva assunto finalmente responsabilità governative. Lì aveva luogo finalmente l’incontro tra gli ecologisti e i pacifisti dell’Ovest assieme con i dissidenti e gli ex dissidenti dell’Est che cominciavano a vedere i riconoscimenti dei diritti umani e la caduta delle dittature. Le parole di Edgar Morin ci davano la forza di guardare al futuro.

Era un’oasi di speranza che l’incombente dramma della Yugoslavia e l’involuzione della Perestroika e della Glasnost infransero poi in più punti. E qui è noto l’impegno precoce di Alex fin dal 1991 per la sensibilizzazione sul conflitto yugoslavo a partire dalla questione del Kosovo.

Il corteo fiorentino si è caratterizzato per le coreografie attuate dai giovani partecipanti di Extintion rebellion in diversi punti del percorso per sensibilizzare sull’emergenza climatica.

L’itinerario si è concluso con le testimonianze di singole persone e gruppi. Anche una coppia di kosovari ha preso la parola rivolgendo a Valeria parole di riconoscenza in memoria del lavoro svolto da Alex in Kosovo.

*Articolo scritto da Lorenzo Porta, docente a Firenze, membro del Movimento nonviolento, animatore del Centro di documentazione sociale ( CEDAS).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

RUBRICHE

"Si scrive Scuola Pubblica, si legge Democrazia"

Mauro Presini di Mauro Presini


Bisogna vedere nella testa dell'altro »

Prima le donne e i bambini

Elena Buccoliero di Elena Buccoliero


Essere oggetto di parole d’odio »

PASSI : dalla Sardegna e oltre...

Carlo Bellisai di Carlo Bellisai


Cosa vogliamo curare »

c’era una volta… e ora?

Daniele Lugli di Daniele Lugli


Gli occhi di capitan Toni »

Diritto di Critica

https://twitter.com/CanestriniLex

Nicola Canestrini di Nicola Canestrini


SLAPP, ceffoni (giudiziali) a chi osa criticare: quali rimedi? »

Specchio riflesso

Roberto Rossi di Roberto Rossi


La scuola come desiderio »

La domenica della nonviolenza

Peppe Sini di Peppe Sini


Sollevare un ginocchio di qualche centimetro »

"Nonviolenza: la via della Pace"

Enrico Peyretti di Enrico Peyretti


Recensione: Un cristianesimo non innocente »

Sforzi di Pace

Fabrizio Bettini di Fabrizio Bettini


Pazzi e bugiardi »