Appunti su un incendio non tanto lontano

Appunti su un incendio non tanto lontano

Molte sono le guerre neglette. Una è quella nel Tigrè. Trovo scritto anche Tigré, dai francesi, e Tigray e Tigrai.

Io lo scrivo come ho appreso da Angelo Del Boca, di recente scomparso. In modo esemplare ci ha detto dei profondi legami che quella regione ha con la storia del nostro paese. Nella primavera del 1894, muovendo dall’Eritrea, le truppe coloniali italiane, incitate dal già garibaldino Crispi, pongono presidi nella regione. Ad Amba Alagi è sopraffatto il 7 dicembre del 1895 un importante presidio. Cade, con l’onore delle armi, il 22 gennaio del 1896, il forte di Macallè, dopo oltre un mese di resistenza. Il 1° marzo dello stesso anno la battaglia di Adua pone termine alla carriera di Crispi e, provvisoriamente, all’espansione coloniale nel corno d’Africa. Quaranta anni dopo la ripresa della guerra coloniale ci darà uno sciagurato Impero. Una piccola via di Ferrara il 1° agosto del 1938 è stata denominata Adua. Due anni e un giorno dopo è arrivata via Macallè. Si incontrano in un angolo. Oggi ci passo.

Quello che ora avviene nel Tigrè dovrebbe, per molti motivi, essere all’attenzione dell’Italia e dell’Europa, non solo per motivi storici, anche se avvenimenti ormai lontani hanno riflessi attuali. Penso alla corsa in Africa Orientale tra inglesi, francesi e italiani. Ne dico qualcosa a proposito di Gibuti e altro si potrebbe aggiungere riguardo a Somaliland. Vi è, dominante, un’emergenza umanitaria, come brevemente vedremo, e una questione geopolitica. Vi sarebbe infatti il disegno dell’Etiopia di uno sbocco a mare, d’intesa con l’Eritrea per i porti di Assab e Massaua e la Somalia per il porto di Berbera. Questo richiede un Tigrè pacificato, come oggi non è.

L’importanza di un sistema portuale in quella zona è ben rappresentata dalla piccola repubblica di Gibuti, indipendente dalla Francia solo dalla fine degli anni Settanta. La base militare francese, la più antica e consistente, ospita anche contingenti tedeschi e spagnoli. C’è pure una base Usa, la sola permanente in Africa, con la partecipazione di alleati, soprattutto inglesi. Ci sono basi del Giappone, della Cina e pure dell’Italia. Sta allestendo la propria l’Arabia Saudita. Ci sta pensando anche l’India.

Non mi addentro in questi aspetti geopolitici per ricordare brevemente una guerra, forse, sospesa. Il 3 novembre scorso l’esercito etiope è intervenuto nella regione, ai confini con Eritrea e Sudan, per una rapida azione di polizia. Alle fine del mese, con l’occupazione di Macallè, capoluogo della regione, si è detta conclusa l’operazione, resasi necessaria per il contrapporsi dei tigrini allo stato centrale. Invece la guerra è proseguita in forme sempre più violente. Si sono compiuti crimini di guerra, stupri di gruppo, massacri di civili, violenze di ogni genere. Sono stati uccisi pure tre operatori di Medici Senza Frontiere coraggiosamente presenti, con i loro colleghi, per prestare soccorsi. È un disastro umanitario: due dei sette milioni di tigrini sono fuggiti per cercare rifugio. Un terzo sono bambini. Tutti, chi è fuggito e chi è rimasto, hanno urgente bisogno di aiuto. Si palleggiano la responsabilità i protagonisti: forze armate etiopi, combattenti tigrini, contro i quali sono intervenuti pure i soldati eritrei e le milizie amhara.

Nei giorni scorsi i combattenti tigrini hanno riconquistato Macallè e il primo ministro dell’Etiopia ha proclamato il cessate il fuoco fino a settembre. Il 28 giugno la popolazione ha festeggiato la fuga delle truppe federali, lasciando numerosi prigionieri. Non c’è molto tempo per trovare una soluzione. Nel Tigrè acquista vigore un orientamento indipendentista fino alla secessione seguendo l’esempio dell’Eritrea. Chi sia interessato agli aspetti strategici della vicenda può trovare ampio e aggiornato materiale in rete, ad esempio su Il Post, oltre che su riviste e siti specializzati. Il conflitto potrebbe riprendere investendo più direttamente l’Eritrea e innescare un processo disgregatore dell’Etiopia. Non sono esiti augurabili. Non ho alcuna competenza per affacciare ipotesi, al più un auspicio.

L’auspicio è quello che il presidente d’Etiopia meriti il Nobel per la pace conferitogli a Oslo l’11 ottobre 2019 “per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea”. La sintonia raggiunta tra i due paesi ha avuto però una vittima. Titola Le Monde diplomatique: “Le Tigré, victime de la réconciliation entre l’Éthiopie et l’Érythrée”. L’Etiopia è una repubblica federale, suddivisa in nove stati-regione suddivisi su base etnica. Scontri e spinte separatiste sono all’ordine del giorno. Il premio Nobel del presidente è stato festeggiato con duri scontri tra oromo e amhara. Sono le etnie più numerose, rappresentando il 35% e il 26% della popolazione. Più o meno nell’anniversario della premiazione si è verificata la spedizione nel Tigrè. I tigrini 6%, come i somali, della popolazione, a lungo sono stati l’etnia politicamente dominante nel paese e si è detto del conflitto con gli amhara, anche per uno spazio territoriale conteso. Quanto ai somali si denunciano contatti e complicità con i gruppi terroristici operanti nella vicina Somalia. Un paese complesso, di quasi 100 milioni di abitanti, appartenenti a 80 etnie, differenti per lingua e cultura, deve scegliere tra convivenza e una guerra distruttiva in uno dei luoghi più poveri del mondo. Si apprende di estensione del conflitto anche nella regione degli afar, confinante col Tigrè. È un’altra etnia: io li conoscevo come dàncali. Una targa in piazza Savonarola nella mia città me li ricorda: il ferrarese Gustavo Bianchi, esploratore, a capo di una spedizione, con Cesare Diana e Gherardo Monari, è ucciso nell’ottobre 1884 dalle “Zagaglie Danakile”. Quanto ora si vede non è affatto incoraggiante. Il governo etiope accentua i tratti autoritari e sembra confidare nella forza delle armi, che si sta procurando con molto impegno.

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