Celebrare la memoria senza sfuggire al presente

Celebrare la memoria senza sfuggire al presente

“Quando celebriamo la Giornata della Memoria ci indigniamo con chi allora si è girato dall’altra parte per non vedere i lager nazisti, ma ho paura che tra trenta o quarant’anni diranno la stessa cosa di noi, pensando alle condizioni dei migranti”.

È un pensiero che ritorna in diverse conversazioni. Lo condivido. È il segno che già ci stiamo rimproverando un’indifferenza che reputiamo indegna.

Scrivo queste righe che, so, verranno pubblicate proprio il 27 gennaio, il giorno in cui nel 1945 vennero aperti i cancelli di Auschwitz. Sul tema si trovano facilmente saggi e testimonianze adatti a tutte le età e gli scopi, oltre a film e documentari di qualità molti dei quali recuperabili facilmente su RaiPlay, e webinar che valgono la pena. Segnalo, tra questi, le proposte dell’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati) cui il Movimento Nonviolento è legato per amicizia e collaborazioni. Ma intanto torno a interrogarmi su quello che non ci piace guardare.

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente nata nel 2016 che riunisce ONG e associazioni impegnate principalmente nei Balcani e in Grecia. Monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell’Unione Europea e svolge una funzione di advocacy per fermare le violenze verso i migranti. Il 18 dicembre scorso ha pubblicato un rapporto in due volumi intitolato “The Black Book of Pushbacks”, il libro nero dei respingimenti. Include: 892 testimonianze di gruppo che dettagliano quanto è accaduto a 12.654 persone; le violenze perpetrate in Italia, Grecia, Croazia, Slovenia e Ungheria lungo la cosiddetta “rotta dei Balcani” con mappe, fotografie, dati e altre informazioni chiave; il tipo di sofferenze e violenze inferte dalle guardie di frontiera, dalle forze di polizia e dagli eserciti – anche dai loro cani. Molti dei fatti descritti possono essere classificati come sadici, impietosi, umilianti e degradanti.

Li chiamano pushback. Respingimenti. E sono illegali anche quando vengono eseguiti senza fare ricorso alla violenza, perché negano il diritto d’asilo”, scrive Niccolò Zancan sulla Stampa del 20 gennaio. “Anche l’Italia partecipa a questa catena di respingimenti. Secondo il rapporto che sta per essere pubblicato dal collettivo Rete RiVolti, fra il 1° gennaio e il 15 novembre 2020, la polizia italiana ha riammesso in Slovenia 1.240 persone. La quale Slovenia, a sua volta, ha scaricato quegli esseri umani in Croazia. Ciò che succede in Croazia è noto”. Il Libro nero lo spiega dettagliatamente in inglese. Una prima idea in italiano possiamo farcela con l’articolo di Zancan, Pestati a morte dai croati.

Per i minorenni dovrebbe andare meglio. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ribadito anche di recente, con una sentenza importante, che non si possono rimpatriare persone minorenni se non si è certi che troveranno condizioni di accoglienza rispettose dei loro diritti. Giusto per ricordarci che il celebrato “preminente interesse del minore” di cui tutto il mondo parla, in ossequio alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (0-18, maschi e femmine), deve essere ricercato in concreto. Fa bene la Corte a ricordarcelo, perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e anche il mare, come il bosco, non è un posto sicuro. Soprattutto per i migranti.

Il 2 settembre 2015 il piccolo Alan Kurdi, un bambino di tre anni, ha perso la vita sulle coste della Turchia. La sua immagine è diventata un tragico simbolo della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, quando oltre 1 milione di rifugiati e migranti, un terzo dei quali minorenni, entrarono in Europa. Ci si aspettava che la sua morte ispirasse nuove misure di protezione per i bambini migranti e rifugiati. Al contrario, come mostra questo report, cinque anni dopo le condizioni sono ancora peggiori”. Sono le prime righe del report di Save the Children “Protection beyond reach” pubblicato nell’anniversario, il 2 settembre 2020. Un altro modo per fare memoria. Lo studio si focalizza su 5 temi chiave: la protezione dei minorenni ai confini dell’Europa; la detenzione dei bambini migranti; l’accesso all’asilo e alla residenza; il ricongiungimento familiare; la tutela. Fatta eccezione per quest’ultima, su tutto si registrano dei peggioramenti.

L’acuto incremento di sentimenti anti-migranti e il populismo della destra radicale ha avuto un profondo effetto sulle normative e sulle politiche, portando a misure di controllo e securitarie che colpiscono in modo sproporzionato i bambini, sia che viaggino soli o con le loro famiglie. Allo stesso tempo, la situazione nei Paesi d’origine, dove Save the Children anche lavora, continua ad essere precaria. Poiché il conflitto in Siria entra nel suo decimo anno, la metà degli 8 milioni di minorenni siriani ha conosciuto soltanto la guerra. Il conflitto in Afghanistan – da cui proviene la maggioranza dei minorenni non accompagnati in Europa – rimane uno dei più pericolosi per i bambini, che rappresentano il 31% delle vittime”.

Qualcosa possiamo fare. Ognuno di noi sa darsi una risposta a seconda di ciò che lo impegna, per lavoro, come volontario e semplicemente come cittadino, e nelle settimane a venire qualche esperienza verrà presentata anche su queste pagine. Il primo passo è decidere di non girarci dall’altra parte.

(vigna di Mauro Biani)

 

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