Consiglio di lettura n.33: Grande Karma – Vite di Carlo Coccioli

Consiglio di lettura n.33: Grande Karma – Vite di Carlo Coccioli

di Alessandro Raveggi, Ed. Bompiani

La prima volta che sentii nominare Carlo Coccioli fu più di cinque anni fa, dalla voce di un amico, grande video artista, scrittore e poeta, con il quale passeggiavamo sul lungomare di Livorno.

Io, ignorante, ne conoscevo a malapena l’esistenza, come di uno scrittore della nostra città, pressoché ignoto.

Dopo pochi mesi bighellonavo dentro una fiera dell’usato e a un banchetto di libri trovai un suo libro ‘Fabrizio Lupo’ con la prefazione di Walter Siti. Lo presi come un segno e lo comprai. Fu una folgorazione: pensando a quando fu scritto, nei primi anni’50, trattava di un tema tabù per la letteratura dell’epoca, l’omosessualità, in un modo così vero, autentico da lasciare senza fiato.

Da quel momento ho cominciato a spulciare su Internet, nelle biblioteche e ho trovato un mondo.

Quando ho saputo che a Luglio di quest’anno sarebbe uscito un libro su di lui a firma di Alessandro Raveggi, fondatore e direttore della splendida rivista letteraria ‘The FLR’, di cui ho tutti i numeri, sono andato in brodo di giuggiole.

Ho iniziato a leggerlo carico di aspettative e questo non è mai l’atteggiamento ideale per avvicinarsi a un testo. Eppure non ho avuto nessuna delusione. Anzi.

Partiamo dal titolo che ricorda quello del libro che Coccioli avrebbe scritto e che nessuno ha mai trovato, anche se in tanti giurano che esiste e prima o poi verrà fuori. E già questo intriga parecchio.

Ma il sottotitolo è ancora più geniale: vite di Carlo Coccioli. Giusto, perché è proprio così: questo autore è nato in Italia, ha vissuto in Francia e soprattutto in Messico, dove ha deciso di rimanere dopo la morte. Ha scritto in Italiano, francese e spagnolo. Ha scritto romanzi, racconti, saggi, articoli di giornale, diari, memoriali, testi spirituali. Insomma, un caleidoscopio infinito.

Adorato all’estero, bistrattato da noi. Omosessuale ante litteram, critico delle ideologie, religioso, ma mai dogmatico, refrattario ai giochi di potere tipici del mondo letterario nostrano, doveva, per forza, diventare un reietto, un escluso. Almeno da noi.

Eppure, per la varietà, per la profondità delle sue storie, per la completa contaminazione tra vita e finzione, è uno dei più importanti scrittori del dopoguerra.

Alessandro Raveggi ci conduce alla scoperta di questo immenso autore e sceglie una strada difficile, ostica. Non scrive una biografia, ma un romanzo, in cui il protagonista, mio omonimo – altra coincidenza che farebbe sorridere Coccioli – ricercatore universitario, viene spedito dal suo professore in Messico, alla ricerca di informazioni su questo scrittore livornese, così sfuggente, ma altrettanto magnetico.

Il ragazzo, recalcitrante, si fa convincere appena l’accademico non fa balenare l’ipotesi di un posto all’Università, nel caso in cui questo viaggio dovesse fare nuova luce su un autore tanto enigmatico.

E noi, attraverso le vicissitudini di Enrico, ripercorriamo la vita di Coccioli, i suoi incontri, l’amicizia crudele con Malaparte, le frequentazioni con Cocteau e l’ambiente artistico parigino degli anni’20 del secolo scorso, l’arrivo in Messico, con il suo tempo assente, e i cani, veri animali guida per lo scrittore livornese.

Ed è un susseguirsi di avventure, colpi di scena, alla ricerca di qualcuno che non lascia tracce, ma solo piccoli segnali e questa inafferrabilità dell’autore e delle sue opere si trasferisce dentro la vita di Enrico che, quasi senza accorgersene, comincia a mettere in discussione tutte le sue scelte, da quelle lavorative legate al percorso di studi, a quelle sentimentali, con la fidanzata Dina, che lo aspetta in Italia, vicino a Firenze, altra città dove Coccioli ha vissuto e tenuto un piccolo appartamento praticamente fino alla morte.

Un viaggio che spazia dal deserto con i cactus al frastuono di Città del Messico, dagli eleganti caffè francesi alle osterie notturne dove stazionano i balordi assettati di vino senza mai potersi saziare. E tutto questo riuscendo a mantenere un difficile equilibrio, tra la parte inventata e quella biografica, non soffocando l’una a vantaggio dell’altra, con un percorso da equilibrista di alto profilo.

E il racconto è condotto attraverso una prosa misurata, leggera, che, come ci insegna il Gran Maestro Calvino, sono qualità estremamente positive, perché danno respiro, lasciano spazi dove il lettore può incunearsi e trovare i propri ritmi di riflessione.

Che, con uno come Coccioli, sono molteplici e stimolanti.

Bravo Raveggi, non c’è che dire: il rischio di farsi trascinare dalla grandiosità dell’opera/vita, anzi vite di Coccioli c’era, ma lui si è districato con sapiente maestria, regalandoci una storia adatta a chi già conosce lo scrittore livornese ma, e forse soprattutto, a chi non ne ha mai sentito parlare, se non di sfuggita e può entrare in un mondo evanescente, ma magico.

E poi il finale! Non anticipo nulla, è chiaro. Solo voglio sottolineare la capacità dell’autore di sorprendere appena lo leggi e subito dopo di concordare sull’opportunità e quasi necessità di una conclusione di questo genere.

Spettacolo!

Buona lettura.

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