Il dovere di non tremolare

Il dovere di non tremolare

C’è stato un tempo in cui la vita era dura per i pentecostali italiani.

Solo nel 1955 è cessata l’applicazione di una circolare di venti anni prima, la “Buffarini Guidi”, all’epoca sottosegretario del Ministero dell’Interno. Il culto pentecostale era vietato “essendo risultato che esso si estrinseca e si concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza”. Nel dopoguerra, nonostante la Costituzione, i pentecostali – pochi senza mezzi per difendersi – furono perseguitati, minacciati, percossi, arrestati. Ricordo un opuscolo che documentava tutto quanto, “Il diritto di non tremolare. La condizione delle minoranze religiose in Italia”, edizione Avanti! 1956. Mi spiace non rintracciarlo più nel disordine dei miei libri.

Dalla lettura una frase di Salvemini mi è rimasta impressa. Esprime perfettamente quello che allora pensavo e penso tutt’ora: “Io non riesco a capire che cosa si salverebbe della libertà, se si cominciasse col sacrificare proprio quella cosa più cara, che dovrebbe essere il contenuto della libertà. Dico il diritto non solo nostro, ma anche degli altri: ché se si nega ai tremolanti il diritto di tremolare, dove va a finire il mio diritto di non tremolare?”.

Non ci sono più i poveri pentecostali di una volta, verrebbe da dire. Mike Pence, il vice di Trump, pentecostale influente mobilita il voto religioso a sostegno del capo. Bolsonaro, ha goduto del loro determinante appoggio e il giorno dell’elezione si è presentato in televisione tenendo per mano un pastore pentecostale e proclamando la “sua missione per conto di Dio”. Ho già accennato al tema altra volta – C’è Pentecoste e Pentecoste. C’è sogno e sogno. 8 giugno 2020 – e non torno perciò sugli aspetti teologici, economici, politici inquietanti.

L’ultimo numero di “Le monde diplomatique” documenta in modo aggiornato la straordinaria mobilitazione di fedeli uniti nella stessa visione reazionaria, proposta dai neopentecostali, in tutto il mondo. Anche dove proprio non te li aspetteresti. Porta l’attenzione pure sulla situazione in Francia e in Europa, aspetto questo, finora, abbastanza trascurato. Anche in Italia lo sviluppo è notevole. A centinaia di migliaia si contano gli adepti, tra cittadini e immigrati. Promette la guarigione da ogni malattia, ricchezza materiale, in cambio di un decimo dello stipendio e della fiducia completa nelle parole del pastore di turno, nel quale soffia il vento dello Spirito. Paolo Naso, particolarmente attento al tema, ritiene che in Europa “un pentecostalismo politico e politicizzato non sembra entusiasmare che frange ad oggi marginali”. Ad oggi, ma che domani imminente si prepara?

Ci mancherebbero solo i pentecostali, anche in Italia, a sostegno dell’ultradestra! Abbiamo già l’esperienza della strumentalizzazione della religione e dei suoi simboli senza scostarsi dalla tradizione cattolica. Salvini rotea rosari, bacia medagliette e confida nel “Cuore Immacolato di Maria” per il successo elettorale. Abbiamo tutti visto il suo dolore per il rosario rotto dall’aggressione di una negra. Il dono di un sacerdote! E la Meloni “Io sono Giorgia sono una donna (sono una donna) sono una madre (sono una madre) sono cristiana (sono cristiana)…”.

Forse anche in Italia si profilerà la virtuosa alleanza tra fondamentalisti pentecostali e cattolici integralisti, decisiva per la vittoria di Trump. L’ecumenismo dell’odio potrebbe unirli anche qui.

Edito da Emi, con prefazione di Gad Lerner, è in libreria “Dio? In fondo a destra. Perché i populismi sfruttano il cristianesimo”, di Jacopo Scaramuzzi. Il virus ha un attivo focolaio italiano, ma è ben presente in Europa. Usare simboli religiosi e popolari è un segnale di fumo destinato a un elettorato smarrito dalla globalizzazione e dalla crisi economica, una rassicurazione a buon mercato a chi mal sopporta una società secolarizzata, multiculturale e liquida, a quanti per paura di perdere i privilegi conquistati nel secondo dopoguerra cercano un nemico, che sia un immigrato musulmano, una coppia omosessuale che vuole sposarsi o una donna che rivendica la propria autonomia, a coloro che, per timore del futuro, hanno nostalgia di un piccolo mondo antico, voglia di strapaese”.

Il libro ha più meriti, secondo “Civiltà cattolica”. Permette di collegare la storia dei totalitarismi – anni Venti e Trenta – con la più attuale (per)versione dei rapporti tra religione potere. Inserisce le nostre tristi vicende in un quadro nel quale l’America di Trump intercetta “le ansie della destra cristiana”, la Russia di Putin ammicca al cristianesimo ortodosso, l’Ungheria di Orban è una democrazia (cristiana) illiberale, il Brasile ha in Bolsonaro il rappresentante della “volontà divina”, la Gran Bretagna di Jonshon prova “noia” per la democrazia, la Francia della Le Pen non è “a favore del cristianesimo, ma contro l’Islam”.

Emergono tre sfide decisive che la rivista vede poste al cristianesimo e al cattolicesimo in particolare. Io credo riguardino tutti, donne e uomini di buona volontà. È la sfida del nazionalismo: dei suoi ciechi sviluppi conosciamo gli esiti catastrofici. È la scelta tra “essere identità chiusa o aperta, sigillo dei confini o ponte tra culture, difesa di una nazione o difesa degli oppressi di ogni nazione”. È, infine, last but not least, la scelta tra retorica e persuasione.

Sono sfide difficili, ma alle quali non si sfugge. La scelta da fare è chiara. E non bisogna tremare e neppure tremolare.

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