Consiglio di lettura n. 47: La voce di Robert Wright

Consiglio di lettura n. 47: La voce di Robert Wright

Di: Sacha Naspini
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Quando si tiene una rubrica di Consigli di Lettura e si fanno recensioni, è essenziale precisare quali sono i criteri che vengono utilizzati per stabilire la qualità di un testo narrativo, cercando di evidenziare alcuni parametri il più possibile oggettivi, chiarendo fin dall’inizio il punto di vista dal quale si emette il parere.

Per me ci sono degli aspetti che devono essere rispettati: una linea narrativa solida, che non significa univoca, ma determinata, come una nave con la bussola rispetto a una senza; lo spessore dei personaggi, la loro complessità e contraddittorietà; un ritmo di scrittura che coinvolge; un linguaggio chiaro ed efficace, con venature anche poetiche, se si riesce a inserirle senza appesantire lo stile narrativo; la capacità di lasciare aperta la porta al lettore, senza spiegargli troppo, ma incuriosendolo, portandolo a emozionarsi, a interrogarsi sul non detto, su ciò che non è espresso dalle parole scritte sulla pagina; la forza espressiva, una voce che risulta interessante; un finale che sorprende e non esaurisce; il riuscire a trasmettere un’intenzione, un’urgenza. E l’elemento determinante: lasciare il lettore con una ferita aperta. Ci sono romanzi scritti bene, ma che confermano la visione del mondo che un lettore può avere. Altri, invece, ti costringono a porti domande, a fare i conti con le tue zone oscure; sono libri che fanno male perché ti espongono a dubbi, domande, ti portano dentro te stesso, lì dove non avevi ancora avuto la forza di andare.

È molto raro, per me, trovare uno scrittore, una scrittrice capace di trasferire nelle sue opere tutti questi elementi, risultando, perciò riconoscibile, pur rinnovandosi, cambiando pelle a ogni sua opera. Uno, però, c’è: Sacha Naspini, a mio modesto parere il miglior autore sotto i cinquant’anni che abbiamo in Italia oggi.

Questa sua ultimo libro, uscito a Ottobre del 2021, è molto diverso dai precedenti, eppure mantiene quelle peculiarità tipiche del suo modo di scrivere e di raccontare. Il parallelo principale che mi è venuto è quello con il disco ‘Le Nuvole’ di Fabrizio De André, album molto significativo dell’eccelsa produzione artistica del cantautore genovese, che spiazzò gli ascoltatori all’inizio, per diventare poi uno dei lavori più apprezzati della sua intera, meravigliosa carriera.

Anche qui l’impatto è particolare: a partire dalla scelta di utilizzare come voce una seconda persona, una narrazione al tu; scelta originale, coraggiosa, disturbante, come fu, per De André iniziare quell’album con un testo poetico recitato da due donne con un sottofondo di musica classica. Nel dipanarsi della storia, come nel disco, ogni elemento trova una sua collocazione, come tessere di un mosaico da incastrare.

In questo libro si racconta la storia di Carlo Serafini, il doppiatore del più grande attore cinematografico a livello mondiale, appunto il Robert Wright del titolo. Questa icona famosissima, all’apice del successo, si suicida. Nessun’indicazione sui possibili motivi, niente di niente, perché quello che interessa all’autore è la crisi di identità di Serafini che, da un giorno all’altro, diventa la voce di un morto e perciò decide di smettere di parlare con chiunque. Questa sua decisione porta a sconquassare la sua famiglia, i rapporti di lavoro, ogni aspetto, le amicizie, le parentele. Ogni aspetto del reale è messo in discussione e Carlo Serafini inizia un viaggio dentro se stesso, nel buio del silenzio in cui ora è inserito, incontrando paure, nevrosi, dolori, alla ricerca di una diversa relazione con sé e con gli altri.

Libro claustrofobico, quasi tutto ambientato dentro una casa di Roma, dove ogni personaggio è intrappolato tra ciò che è e quello che vorrebbe essere, nell’eterno oscillare tra autenticità e maschera.

Romanzo potente, capace di lanciare onde, echi che rimangono anche dopo la sua conclusione, ancora una volta, come è tipico dello scrittore, segnata da uno slittamento, una messa a fuoco che stimola a riguardare il tutto con una diversa consapevolezza.

Per me, nell’opera intera dello scrittore pubblicata fino a ora, questo va sicuramente sul podio. Naspini si conferma narratore di altissimo livello, mantenendo quell’abilità già mostrata prima, di sapersi muovere in quei territori che sono di confine tra i generi, qui vicino al romanzo psicologico, giallo, ma senza le connotazioni precise di quelle forme narrative.

Un libro da non perdere assolutamente.

Buona lettura.

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