• 30 Settembre 2022 19:01

Quelli della domenica…

DiGiorgio Gatta

Dic 4, 2021

Domenica vado a messa da un amico prete, uno dei pochi sacerdoti che coniuga il Cielo con la Terra.

Credo che sia impossibile annoiarsi alle sue prediche perché fa continui riferimenti all’attualità e se anche fa una catechesi biblica un po’ elevata, si segue bene.

Sono fra i primi banchi del Duomo e mentre nell’omelia parla dell’aumento esagerato del numero delle armi nel mondo e di questo business stramiliardario, inneggiando al disarmo, sento un bisbiglìo proveniente da una panca sulla mia destra.

Mi giro istintivamente, quasi di scatto, in quanto mi torna alla memoria mia madre (nata nel 1919) che diceva le preghiere in continuazione durante le messe e sinceramente provavo un po’ di fastidio perché si estraniava da qualsiasi cosa facesse il prete in quel momento.

Era il suo modo di “assistere” alla messa quando era in latino…

Una donna che mi sta a fianco fa la stessa cosa – si distingue solo dal sibilo del bisbiglio che mia madre faceva in maniera inconfondibile – e leggendo il suo libretto, ogni tanto si discosta dal suo torpore rispondendo a voce alta o anticipando addirittura le parole del prete.

Accanto a lei un signore si sta riposando, dormendo da seduto e si riprende solo quando la messa riprende il suo rituale…

Questo aneddoto ci introduce a un tema attuale molto serio per un credente: il distacco fra la realtà e la fede.

In una frase l’amico Gilberto Borghi sintetizza un’opinione che purtroppo è scarsamente diffusa fra i cattolici: “Una pastorale sana non può prescindere dall’attenzione alle condizioni dell’umanità delle persone, perché ne va dell’efficacia e dello sviluppo della fede stessa, che rischia di diventare una specie di magia miracolistica.”

L’uomo e la donna integrale (mente+pancia+cuore) nella società della frammentazione

Ricordo che negli anni ‘70 alcuni ragazzi della mia città con una roulotte raccoglievano le offerte in piazza di fronte al Duomo e poi andavano direttamente ad aiutare le popolazioni terremotate del Friuli e dell’Irpinia.

La Caritas Diocesana era stata appena fondata eppure l’aiuto era fatto alle persone dalle persone: la carità come formazione pedagogica.

In quegli anni, Eugenio Melandri, nativo di Brisighella, con la rivista e l’associazione Senza Confine, insieme a un gruppo di persone aiutava a Roma i poveri e i migranti.

Rimpiango quei momenti nei quali ci siamo formati con l’esempio di questi pionieri che mettevano in gioco la propria vita, fra lo studio dei fenomeni critici della società e lo sporcarsi le mani nella concretezza di tutti i giorni.

Il fare del bene agli altri oggi non è più un tutt’uno con la propria vita ma ne è solo una parte e si è evidenziato una sorta di Progettificio, per cui i Progetti generano soldi e quindi procurano posti di lavoro.

Finito un progetto se ne fa un altro, interrompendo relazioni e impegni presi fino a quel dato momento, in un corto circuito che non ha mai fine.

Nulla di sbagliato nel pagare le persone che ci lavorano, ma lo spirito che animava i giovani degli anni ‘60 e ‘70 quando è iniziato tutto si è perso.

Il paradosso dell’efficientismo contro il modello dell’uomo e la donna integrale

Una domenica di fine estate vado a vedere un film la cui trama mi intriga ma non so cosa aspettarmi: si chiama “Le invisibili”.

È la storia di un centro di accoglienza femminile che chiude per decisione del comune ma le quattro assistenti sociali che ci lavorano decidono di mantenere aperta la struttura illegalmente.

Il loro scopo è cercare di aiutare il gruppo di senza tetto a trovare un lavoro. Su questa trama si snoda il film che si basa su storie in parte vere, con alcune attrici non professioniste che documentano la loro vita per la strada: fra profonde crisi personali, enormi difficoltà di inserimento, tradimenti e amori, le donne cercano in ogni modo di inserirsi nel mondo del lavoro.

Malgrado il tema sia di forte impegno sociale molto attuale, il film è divertente e leggero fin dalle prime battute e produce in me una forte empatia e gioiosità.

In un perfetto, anche se alquanto difficoltoso, gioco di squadra tutte insieme riusciranno infine, in una forma di disobbedienza civile, a dimostrare che la solidarietà al femminile può fare miracoli.

Alla fine della proiezione mi fermo a parlare con un gestore della rassegna estiva e mi dice che dovunque l’hanno proposto nei paesi romagnoli ha avuto uno scarso consenso di pubblico al botteghino mentre chi vi ha partecipato è rimasto molto contento.

È chiaro che quando hanno inserito “Le invisibili” nei cartelloni estivi, l’azienda promotrice non ha pensato solo che è un bel film, ma anche che in Francia è stato campione di incassi nel 2018.

Sono due le cose che mi ha insegnato questa esperienza.

La prima è che se vuoi porre attenzione alle persone, devi rompere gli schemi, andare oltre e non accontentarti delle soluzioni preconfezionate: non si possono istituzionalizzare le relazioni.

La seconda proviene dalla recente esperienza del dialogo interreligioso a Faenza.

Un musulmano responsabile di una moschea di Lecco e un prete cattolico che vive nel suo centro di accoglienza dei minori, proprio di fronte alla moschea, raccontano il loro vissuto emozionale che passa dalla semplice conoscenza all’amicizia vera.

Pochi giorni dopo assisto alla proiezione e presentazione di un film-documentario di un gruppo di ricercatori universitari su tutte le esperienze religiose presenti a Bologna.

È facile farvi capire che in uno di questi avvenimenti c’erano pochissime persone mentre nell’altro il bilancio di pubblico è stato alquanto soddisfacente.

Ma solo uno mi ha trasmesso un’esperienza integrale come persone, vissuta per questo con grande profondità sia di contenuti che di spiritualità tale da lasciarmi una traccia indelebile.

Giorgio Gatta

Giorgio Gatta ha maturato una lunga esperienza nell’associazionismo e nel volontariato per la promozione della cultura della pace. In questo ambito, ha esercitato professionalmente l’attività di formatore per la gestione e la trasformazione dei conflitti con le tecniche della nonviolenza, giungendo a sviluppare progetti nell’ambito dell’Economia Civile. Dal 2004 al 2009, è stato tra gli organizzatori del “Corso per Mediatori Internazionali di Pace” a Bertinoro, facendo parte del suo comitato scientifico. L’iniziativa è stata realizzata nel 2010 nella sede di Santa Sofia (FC) del Centro Residenziale Universitario. Dalla seconda metà degli anni '80 ha sviluppato una lunga serie di esperienze di studio e di relazioni, fino ai giorni nostri, in ambito interculturale e verso la metà degli anni '90 inizia a intraprendere delle esperienze di dialogo interreligioso sia come dialogo ecumenico con le altre confessioni cristiane che dagli anni 2000 come dialogo cristiano-islamico. Attualmente è presidente dell’Associazione T-ERRE Turismo Responsabile di Faenza www.t-erre.org che nasce all’inizio del 2007, con lo scopo di sviluppare iniziative e progetti promozionali, di viaggio, culturali e formativi nel campo del turismo responsabile.

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