• 3 Luglio 2022 5:07

Repressione e falsificazione del dissenso

DiCarlo Bellisai

Dic 4, 2021

Quello che sta accadendo in questi giorni al confine fra Bielorussia e Polonia è disumano, ma nessuno sembra potervi porre rimedio.

La polizia e la magistratura normalmente non fanno che dare esecuzione al volere di quei regimi che hanno dettato e che dettano le regole in modo autoritario. Così in Egitto continua a soffrire Patric Zhaky, per presunti reati connessi alla propaganda del terrorismo, come dall’altra parte del mondo il nativo americano Leonard Peltier, da decenni prigioniero negli Stati Uniti, come Ocalan in Turchia, come i tanti attivisti sparsi per il mondo a cui è stata chiusa la bocca e la penna. Siamo di fronte a quel linguaggio orwelliano per cui ogni parola può essere il contrario di se stessa: missione di pace è in realtà una missione di guerra, così come innovazione industriale può significare distruzione e morte, come riconversione ecologica può diventare sfruttamento di altre risorse e nuove distruzioni, qualche meridiano più a est, qualche parallelo più a sud, o proprio qui dove siamo.

Anche la parola terrorismo, nata per descrivere azioni che vogliono spargere il terrore fra la popolazione, come omicidi e stragi, ha cambiato connotazione e si è estesa a tutte le attività in qualche modo ostili agli apparati, siano questi governativi, legislativi, giudiziari, o militari. Non dobbiamo guardare solo in Turchia, in Egitto, in Israele, in Tibet, in Birmania, in Kurdistan, dove i diritti umani vengono violati ogni giorno, o in Russia e in Cina, ma naturalmente anche nella casa degli esportatori di democrazia, gli Stati Uniti d’America. L’uso strumentale della parola terrorismo si diffonde nel mondo globale più in fretta di un virus, fino ad arrivare alla culla della democrazia, nei paesi dell’Unione Europea.

Così eccolo emergere perfino in Sardegna, l’isola ridente delle bellezze naturalistiche, ma anche quella più oscura delle basi militari, dei poligoni e dell’industria delle bombe. Che qui possano esserci tensioni è abbastanza palese, perché mai i sardi hanno accettato queste presenze ingombranti e c’è stata sempre un’opposizione. Partiamo fin dal 1968 a Pratobello, nei pressi di Orgosolo, dove l’occupazione nonviolenta da parte della popolazione impedì il progetto di una nuova base militare, passando dalle mobilitazioni contro la base nucleare USA alla Maddalena negli anni Ottanta dello scorso secolo, dalle numerose marce per la pace Gesturi-Laconi, promosse dalla Tavola Sarda della Pace, dell’incessante lavoro di controinformazione dell’associazione Gettiamo le Basi, l’emergere dei giovani contro le basi, che prenderanno poi forma in A Foras. Così arriviamo al 2014 davanti alla base di Capo Frasca, con una presenza di quasi quindicimila manifestanti, l’ultima grande espressione collettiva di un popolo che vuole cambiare lo sviluppo da un’economia di guerra ad un’economia di pace e di equivalenza sociale.

Da allora il movimento antimilitarista in Sardegna non ha espresso lo stesso livello di mobilitazione, ma continua ad essere presente, per quanto con istanze e metodologie diversificate.

Accade ora che, in questa fase di difficoltà e dopo due anni di pandemia, ben quarantacinque militanti antimilitaristi siano stati rinviati a giudizio dai magistrati di Cagliari, per presunti reati commessi durante manifestazioni contro le basi militari svoltesi fra il 2014 e il 2017. Le imputazioni sono varie: dalla partecipazione a manifestazione non autorizzata, alla resistenza a pubblico ufficiale, al furto e al danneggiamento. Quindi apparentemente di modesto rilievo, se non fosse che per cinque attivisti è stato aggiunto il reato di associazione sovversiva con finalità terroristiche. Ed ecco qui riemergere alla grande questo utilizzo improprio del termine terrorismo. Perché in quelle manifestazioni c’eravamo anche noi nonviolenti e più che una recinzione danneggiata o qualche lancio di sassi sinceramente non abbiamo visto, anche perché tutti questi cortei e sit-in sono stati sostanzialmente pacifici e, solo occasionalmente, c’è stato qualche incidente ai margini. Come si può parlare di terrorismo allora? Solo attraverso l’ennesimo ribaltamento semantico. Il terrore, quello vero, lo causano le armi e le bombe, le esercitazioni alla guerra, preludio alle guerre reali. Al contrario di terrorismo si accusa chi prova a lottare contro questo terrore.

Come nonviolenti usiamo e propaghiamo l’uso di mezzi di lotta che non prevedono l’uso di alcun tipo di violenza, neppure verbale. Ma comprendiamo che non tutti condividano questi principi e questa prassi. Non vogliamo dividere, ma dialogare e trovare quel che ci unisce, pur nelle diversità. Sappiamo che ci unisce l’idea di un mondo senza guerre, senza ricchi finché ci sono poveri, senza garantiti finché ci sono emarginati e che la cosa più importante è che si possa esistere e resistere, respingendo ogni ipotesi di criminalizzazione al mittente. Per questo in vista del 6 dicembre, in occasione dell’inizio del procedimento penale, esprimiamo la nostra solidarietà agli indagati.

Carlo Bellisai

Movimento Nonviolento Sardegna

Carlo Bellisai

Sono nato e vivo in Sardegna. Mi occupo dai primi anni Novanta di nonviolenza, insegno alla scuola primaria, scrivo poesie e racconti per bambini e raccolgo storie d’anziani. Sono fra i promotori delle attività della Casa per la pace di Ghilarza e del Movimento Nonviolento Sardegna.

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