Dalla reazione alle guerre alla costruzione della pace

Dalla reazione alle guerre alla costruzione della pace

Qualche domanda e alcune risposte sul movimento pacifista, oggi in Italia. Tra Siria, Yemen e interventi militari

Gli sviluppi della nonviolenza si accrescono continuamente. La nonviolenza promuove azioni per la pace sia sotto forma di manifestazioni, sia come rifiuto di cooperare alla preparazione della guerra, costituisce perciò la punta più avanzata del pacifismo. Aldo Capitini (Le tecniche della nonviolenza, 1967)

1. L’attacco missilistico USA-anglo-francese alla Siria dello scorso 14 aprile, tutto sommato privo di effetti pratici all’interno di un conflitto armato che dura ormai da sei anni – se non per il colpo autopromozionale battuto da Trump, probabilmente in funzione interna, e per il rafforzamento del regime di Assad, che non ha subito perdite ma può vantare la persecuzione occidentale – ha avuto invece due effetti collaterali e complementari in Italia. Da un lato l’agitazione di un certo “pacifismo” che reagisce per riflesso condizionato “contro la guerra” solo quando si muovono militarmente gli USA, come se gli anni di martirio del popolo siriano – colpito dal regime, dal terrorismo islamista, ma anche dalle geopolitiche di potenza contrapposte di Russia ed USA – non fossero guerra degna di nota. Dall’altra la ripetizione ossessiva, da parte di media, giornalisti e politici dell’annosa domanda “dove sono i pacifisti”? Incapaci di vedere il salto di qualità in corso nel movimento per la pace che, ispirandosi alla nonviolenza, da reattivo si fa sempre più proattivo.

2. La martoriata Siria – scrivevo giusto un anno fa, in occasione del precedente intervento militare statunitense – è l’epicentro del ritorno del nuovo confronto geo-politico internazionale a causa della guerra nella quale è stata fatta precipitare dalla repressione violenta, da parte del regime, di quella rivoluzione nonviolenta avviata nel 2011 sull’onda delle primavere arabe. E’ da allora che in Siria si muore sia sotto le torture nelle prigioni di Assad, sia sotto le atrocità dei tagliagole di Daesh, entrati nel frattempo nel Paese, sia sotto le bombe russe che sostengono il regime siriano, sia sotto quelle statunitensi che – con una serie di giravolte – hanno considerato Assad prima il male assoluto, poi il baluardo contro il terrorismo, oggi di nuovo un massacratore del popolo. E, in diversi casi, si muore anche sotto le armi chimiche, vietate dalle leggi internazionali.

3. Dunque centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi dopo, è francamente poco credibile certo sedicente “pacifismo” dell’ultim’ora che fa dichiarazioni e chiama alla mobilitazione “contro la guerra” imperialista solo quando rombano i motori dei caccia statunitensi, con una convergenza perversa – in questo caso – con i sostenitori di Assad, numerosi nel fascismo internazionale. Quel “pacifismo” a senso unico, solidale con il governo siriano, per il quale – scrive l’attivista anglo-siriana Leila Al-Shami, autrice di Burning Country: Syrians in Revolution and War (Pluto Press, 2016) – “sembra inconcepibile che i siriani siano così evoluti da esprimere opinioni diverse all’interno della loro società. Gli attivisti della società civile (tra cui molte donne), i citizen journalist e gli operatori umanitari non contano niente. Tutta l’opposizione è ridotta alle componenti più autoritarie o considerata semplicemente l’espressione d’interessi stranieri.” Per cui non rimane che schierarsi per la Siria e la Russia oppure per gli USA e i jihaidisti, anziché con tutte le vittime civili e con le lotte per la democrazia del popolo siriano.

4. Del resto la sporca guerra di Siria è l’ulteriore tragica conferma del fallimento della strategia della violenza, messa in campo ininterrottamente in Medio Oriente dalla “comunità internazionale” da oltre un quarto di secolo, a partire dalla prima guerra nel Golfo nel 1991: dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia alla Libia alla Siria, ovunque ci siano stati interventi militari esterni nessun conflitto è stato risolto, né la democrazia ha avanzato, ma – al contrario – è stata innescata una esclalation senza fine tra il terrorismo della guerra e la guerra del terrorismo, che ne è stata generata. Dilagando perfino nel cuore dell’Europa, con le ondate di profughi, l’insicurezza diffusa e la costruzione di nuovi muri. Se si fosse trattato di un esperimento scientifico, l’ipotesi di portare pace e democrazia con i missili – scaricati direttamente dall’alto dei cieli o venduti a regimi amici – sarebbe stata accantonata da tempo come totalmente fallimentare. Invece – con una folle coazione a ripetere – questo modello continua ad autoalimentarsi, sostenuto dalla crescente corsa globale agli armamenti.

5. Modello di violenza di fronte al quale non si può che dire – come ha fatto recentemente la Rete della Pace – cessate il fuoco! Perché le “guerre producono guerre, le cui vittime sono le popolazioni civili, oppresse e private dei propri diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita. Vanno fermate le armi, bloccate le vendite a chi è in guerra. Ora, subito. Va fatto rispettare il diritto internazionale: è la sola condizione per proteggere la popolazione civile, fermare l’oppressione e l’occupazione, attivare la mediazione tra le parti in conflitto”. Ma già nel 1991, di fronte all’intervento militare nel Golfo Persico da parte delle truppe USA e dei suoi alleati – nel quale per la prima volta fu trascinato il nostro Paese, stracciandone la Costituzione pacifista – accompagnato da grandi manifestazioni in tutto il mondo contro la guerra, Alex Langer con la solita lungimiranza diceva che “i movimenti per la pace devono sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze, ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti”. Tuttavia – salvo i movimenti nonviolenti e disarmisti, che come formiche di pace mettevano in campo campagne continuative di obiezione di coscienza e disobbedienza civile – il più ampio movimento per la pace ha continuato a rispondere esclusivamente in maniera reattiva ed occasionale, nelle piazze. Guerra dopo guerra.

6. L’ultimo imponente tentativo di contrasto di queste avventure belliche con le manifestazioni di massa è stato nel 2003, contro l’attacco all’Iraq, che ha visto oltre cento milioni di persone contemporaneamente in piazza in molte capitali del mondo, facendo titolare il New York Time sulla “Seconda superpotenza mondiale”. Eppure, nel momento della massima manifestazione della sua capacità reattiva il movimento contro la guerra ha anche mostrato tutta la sua fragilità: nessun cacciabombardiere è stato fermato, le masse di manifestanti si sono presto dileguate e guerra e terrore hanno dilagato nello spazio e nel tempo. Per cui è ormai chiaro che chi pensa di fermare le fiamme con dell’altro fuoco è un folle ma, altresì, che chi pensa di contrastare le guerre con le sole manifestazioni di piazza è un ingenuo.

7. Tuttavia, in questi quindici anni, la parte più lungimirante del movimento per la pace, acquisendo pratiche di nonviolenza, ha provato a fare un salto di paradigma, come indicato a suo tempo da Langer – e ancor prima da Aldo Capitini: “se vuoi la pace, prepara la pace” – passando da un inefficace ed estemporaneo movimento contro la guerra, che si mobilita di volta in volta in modo sempre più tenue, alla costruzione di un continuativo movimento per la pace, capace di pianificare campagne di pace e disarmo su più piani. Un movimento competente e reticolare che non si limita a fare al bisogno qualche manifestazione contro la guerra o il terrorismo, ma svolge un impegno per la pace complesso, specifico e continuativo, fondante e prioritario rispetto a qualunque altro compito politico.Capace di fare ricerca, denuncia, attivismo – anche dentro ai conflitti – e proporre le alternative. Un nuovo movimento per la pace fatto da movimenti e associazioni che hanno fatto propria la scelta della nonviolenza e si ritrovano oggi intorno a tre network – Rete Italiana DisarmoRete della Pace e Tavolo Interventi Civili di Pace – che spesso lavorano insieme, come accade per esempio nella campagna Un’altra difesa è possibile.

8. “Oggi i pacifisti possono mettere in atto capacità di studio, elaborazione ed analisi” – hanno scritto in un importante documento congiunto Rete Italiana Disarmo e Tavolo Interventi Civili di Pace, sottoscritto da molte associazioni – “dal controllo dell’export di armi alle denunce sulle falle del progetto F35, fino alla capacità di scoperchiare il caso della fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto nello Yemen, che stanno provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Sulla Siria, sui venti di guerra nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, sui disastri delle politiche belliche delle potenze militari, i pacifisti fanno analisi approfondite e proposte concrete per un cambio di rotta necessario (…) I pacifisti nonviolenti hanno lavorato decenni ed ora hanno formato e inviato all’estero oltre un centinaio giovani del servizio civile come Corpi Civili di Pace in aree di conflitto o a rischio, vere missioni di pace, non militari. (…) Il pacifismo italiano attua anche una politica di relazioni e solidarietà internazionale. Volontari e cooperanti italiani partecipano a progetti di riconciliazione e gestione nonviolenta dei conflitti in luoghi difficili. E’ un modo per aiutare la nascita e lo sviluppo dei movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra. Si potrebbe poi fare un lungo elenco delle Campagne messe in atto e risultate vincenti, come quella contro le bombe a grappolo, contro le mine antiuomo, il trattato sul commercio delle armi, e da ultimo il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, per cui ICAN e le organizzazioni italiane partner hanno ottenuto il Nobel per la pace 2017.”

9. Di fronte a questo cambiamento di paradigma di un movimento che non è più solo reattivo contro la guerra ma soprattutto proattivoe continuativo per la pace (“oggi il movimento pacifista e nonviolento non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale” – continua il documento citato – “ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali, pur scontrandosi con l’indifferenza o l’ostilità della politica e la grande difficoltà a trovare interlocutori nelle istituzioni”), il pigro giornalismo italiano, seppur con qualche lodevole eccezione, è disorientato e – vedendo le piazze vuote di fronte alle bombe USA – continua a farsi l’annosa e retorica domanda: dove sono finiti i pacifisti? Domanda alla quale si associano molti esponenti della politica, anche di sinistra, mentre solo qualche settimana fa i temi delle campagne pacifiste in atto – il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, la difesa civile non armata e nonviolenta, l’approvazione del Trattato per la messa al bando delle armi nucleari – rimanevano esclusi dal dibattito pubblico pubblico della campagna elettorale. Nella quale, anzi, esponenti pacifisti non sono stati candidati o, se – in qualche caso – lo sono stati, non sono stati eletti in Parlamento.

10. Tra le campagne pacifiste in corso, una è giunta in questi giorni ad un importante momento di svolta con la denuncia alla Procura di Roma da parte di Rete Italiana Disarmo – in collaborazione con l’European Center for Constitutional and Human Rights e il Mwatana Organization for Human Rights con sede nello Yemen – per “accertare responsabilità penali e istituzionali dell’UAMA-Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento della Farnesina e degli amministratori di RWM Italia Spa” in merito all’autorizzazione all’esportazione e all’esportazione di armamenti verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, avvenute dopo l’ingresso della coalizione nel conflitto armato in Yemen nel marzo del 2015. E’ una denuncia penale, circostanziata e documentata, sulle bombe della ditta tedesca, prodotte in Sardegna e vendute all’Arabia Saudita, che mietono vittime civili in Yemen. Denuncia pubblicata anche su The Guardian, che riconosce e cita la nostra Rete Italiana Disarmo, mentre la maggior parte della stampa italiana continua ancora a chiedersi: “dove sono i pacifisti?”.

Ossia a porsi la domanda sbagliata, quando è ormai evidente che la domanda giusta è “perché le proposte del movimento per la pace, il suo punto di vista e i suoi attivisti sono sistematicamente esclusi dalla comunicazione pubblica più diffusa e dal discorso politico generale?” Ma forse la risposta è fin troppo semplice: per continuare a non prendere in considerazione le politiche attive di pace. E poter porsi ancora, retoricamente, la domanda sbagliata, ad ogni rombo di motori di guerra: “dove sono finiti i pacifisti?”

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