• 2 Marzo 2024 4:19

Daniele, il mago

DiElena Buccoliero

Giu 14, 2023

Caro Daniele,

noi sappiamo che tu sei un Mago. Ce lo hai raccontato ma, se anche non lo avessi fatto, ce ne saremmo accorti.

Certo, i primi a capirlo sono i bambini. Su queste faccende hanno un sesto senso. Chiara piccola, ci raccontavi, un giorno ha avuto la meglio su un’amica in una gara a chi aveva il Miglior Super Papà del Mondo. Siccome l’altra rilanciava continuamente con chissà quali argomenti, ha chiarito come stavano le cose: “Il Mio Papà è un Mago”, e le ha tappato la bocca.

Dopo di lei tua nipote bambina ti ha conosciuto come Mago sapiente – “Il nonno sa tutto” – ma molto prima, per pure ragioni anagrafiche, ci sono arrivati i figli di tanti amici ai quali ti presentavi come collaboratore di Babbo Natale, oppure inventando storie fantastiche.

I bimbi delle scuole dell’infanzia senza saperlo ti consolavano, nei tuoi anni da assessore alla pubblica istruzione. Da loro andavi se ti sentivi appesantito dalle beghe della politica locale e cercavi, ricambiandoli, la gioia e il senso del tuo impegno. Li incantavi con le storie, gli origami, i giochi. Quando tornavi la seconda volta il mormorio di accoglienza non era: “C’è l’assessore”. Era: “È arrivato il Mago”.

Anche gli adulti hanno avuto continue riprove dei tuoi superpoteri.

Hai parlato con la stessa passione a grandi platee come a grandi sale con quattro persone in tutto, senza per questo sentire che l’iniziativa era fallita o pensare di avere buttato il tuo tempo.

Hai reso comprensibili gli argomenti più complessi, e leggeri quelli densi, o polverosi, o inaffrontabili. Hai accorciato le distanze tra cittadini e istituzioni, tra la città e l’Europa, tra la legge e la realtà, tra il valore e la norma. Hai insegnato a sentire vicino ogni angolo del mondo e ogni suo abitante, pur uscendo malvolentieri dall’Italia. Hai fatto scoprire a studenti svogliati quanto la conoscenza sia entusiasmante. Hai regalato un ascolto appassionato e sincero a bambini e ragazzi abituati a sentirsi trasparenti al cospetto degli adulti. Hai creduto nei giovani e hai seminato speranza anche quando, ragionando in disparte, non vedevi niente di buono all’orizzonte. Hai riconosciuto i segni di ciò che si prospettava sulla scena locale, nazionale e internazionale tante e tante volte; per tutte ne cito una cui eri affezionato, la ricordavi spesso. È “La festa”, uno dei testi raccolti nel tuo ultimo libro “Sassolini di Pollicino”. In quell’articolo non c’è proprio niente da festeggiare: con mesi di anticipo preannunciavi cosa sarebbe successo al G8 di Genova e sconsigliavi di andarci, non per codardia ma perché era stata tesa una trappola e non bisognava cascarci, c’era altro di più importante da fare.

Sei stato in mille imprese, sorretto dalla passione ideale per un mondo più umano, e hai portato la tua aggiunta, una parola bellissima che ci hai trasmesso dopo averla raccolta da Aldo Capitini.

In Provincia, come responsabile amministrativo, hai detto “Si può fare” a provvedimenti che concretavano a Ferrara l’apertura dei manicomi prima ancora della Legge Basaglia appoggiando scelte che, volendo restare in tema, per altri erano roba da matti.

Hai partecipato a manifestazioni nazionali, vietate, cinque persone in tutto, per l’obiezione di coscienza quando era un reato solo nominarla, e sei stato assolto in tutti i processi.

Ce l’hai fatta a scegliere i partiti più piccoli e perdenti, e quando rischiavi di vincere ti sei spostato in una costola più piccola e perdente se era necessario per seguire le tue convinzioni. Ma in quei partiti hai fatto comizi in piazze vuote, o nelle case, raddoppiando i voti con la tua persuasione.

Figlio di una generazione che diceva “negro” e non sapeva cosa fossero la schwa o il body shaming, tu che snobbavi la vernice del politically correct hai tenuto in gran conto la dignità di ogni essere umano oltre qualunque distinzione di sesso, colore, abilità, gusti e forme.

In diverse occasioni importanti hai detto no alle scorciatoie che ti venivano offerte per conservare il bene che ti era più caro: la tua libertà interiore. Sei stato per più di trent’anni in una pubblica amministrazione occupandoti, come dirigente, di concorsi e appalti senza sollevare dubbi sulla tua integrità e anche questa, se ci pensi, è una magia.

Dopo la pensione hai partecipato a qualche commissione di una certa importanza e con buoni compensi; non appena ti accorgevi che ne duplicava altre o non era veramente necessaria, con i tuoi poteri magici riuscivi a chiuderla.

Ben supportato da un gruppetto di amici, hai introdotto nel Movimento Nonviolento una linea gaudente nel nome di quel binomio capitiniano, familiarità e tensione, che ti era tanto caro, in tempi in cui altri propugnavano tesi tra la mortificazione personale e la polemica spinta sul possesso di una specie di verità.

Poi vengono prodigi solo apparentemente di poco conto.

Per esempio hai fatto ragionare Pietro Pinna e, come difensore civico regionale, più di qualche consigliere, che con Piero condivideva al più l’ostinazione “ma per ben altre ragioni”, diresti tu.

Ti sei accalorato fino a dire “Noi donne” a una riunione dell’Udi.

Sei riuscito a presentare pubblicamente per quattro volte il libro su Silvano Balboni non dico appena prima di pubblicarlo, che vabbè, ma parecchi anni prima di iniziare a scriverlo.

Hai letto i tarocchi a un’amica, per gioco, molti anni fa, e quando hai estratto la carta degli amanti le hai detto: “Però credo che questa volta ci siano di mezzo dei figli, per caso hai un ragazzo e una ragazza?”, e quell’amica li aveva, e tu non ne sapevi niente.

In tempi più ravvicinati, pendolare tra Ferrara e Bologna negli anni della difesa civica, in stazione hai avvicinato una gentile sconosciuta che quotidianamente incrociavi sul binario e le hai chiesto se aspettava un bambino solo per una luce diversa che aveva negli occhi, e lo aspettava, e ancora non si vedeva niente.

Hai recensito libri prima di leggerli, “per non farmi condizionare” buttavi lì con il tuo gusto per i paradossi, e ogni volta l’autore, che l’ignorava, si riconosceva nelle tue parole.

Negli anni più recenti ti sei scoperto mago in cucina, imbastendo piatti gustosi con ricette essenziali e via via più elaborate, in famiglia o per qualche amico.

Pur presentandoti come “mortivo digitale”, hai navigato nel web con maestria e hai alimentato il tuo profilo social con la scrittura pulita che ti caratterizzava, spaziando nella gamma ampia tra l’insegnamento, il sarcasmo e la tenerezza.

Con me sei riuscito a farmi scoprire che il vino può essere buono, che la politica può non essere sporca e che il diritto amministrativo può avere una logica, quanto bastava per affrontare un concorso pubblico – con il diritto amministrativo, non con il vino e nemmeno con la politica.

Non ce l’hai fatta a farmi piacere la cipolla – e il diritto amministrativo, nel frattempo, l’ho dimenticato, ma perfino la tua magia ha un limite e bisogna accettarlo.

L’ultimo scherzo che ci hai fatto ci riunisce attorno a te. Questa tua idea balorda di uscire di scena senza preavviso, senza che potessimo dirti ancora una volta quanto bene ci hai dato e quanto è grande il nostro bene per te.

Ora, c’è una magia – meravigliosa – che vorrei chiederti. È scoprire che è solo un brutto scherzo gigantesco, tu non sei dentro quella scatola orribile, sei con noi.

È riavvolgere il nastro del tempo al tuo risveglio di sette giorni fa e immaginarti dire: “Non mi va di entrare in acqua oggi, farò due passi sulla riva respirando iodio a pieni polmoni e aggiungerò qualche pagina al mio Iodiario”.

Può darsi che questo non sia possibile, perfino la tua magia ha un limite e bisogna accettarlo.

Allora, se è così, te ne voglio chiedere un’altra che è certamente alla tua portata. Ti chiedo di non lasciarci soli del tutto. Rimani con noi a raccontare storie, ad ascoltarci, a trasmettere ironia e leggerezza, profondità e conoscenza. Rimani con noi a incarnare la storia, a indicare con la tua testimonianza l’apertura affettuosa all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo del vivente come un segno di direzione da dare alla nostra vita.

Guardati intorno e guarda anche noi: ne abbiamo veramente bisogno.

(L’ultima magia dobbiamo chiederla a noi stessi, ma forse tu ci puoi aiutare. È provare a essere degni di quello che ci hai consegnato).

Di Elena Buccoliero

Faccio parte del Movimento Nonviolento dalla fine degli anni Novanta e collaboro con la rivista Azione nonviolenta. La mia formazione sta tra la sociologia e la psicologia. Mi occupo da molti anni di bullismo scolastico, di violenza intrafamiliare e più in generale di diritti e tutela dei minori. Su questi temi svolgo attività di formazione, ricerca, divulgazione. Passione e professione sono strettamente intrecciate nell'ascoltare e raccontare storie. Sui temi che frequento maggiormente preparo racconti, fumetti o video didattici per i ragazzi, laboratori narrativi e letture teatrali per gli adulti. Ho prestato servizio come giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna dal 2008 al 2019, e come direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati dal 2014 al 2021.