• 21 Aprile 2024 1:45

Di corsa verso l’abisso, guidati da folli apprendisti stregoni sordi alle voci che gridano nel deserto

DiPasquale Pugliese

Mar 13, 2024

Negli oltre tre decenni, aihmè!, di personale impegno per la pace, non ho mai avvertito una situazione così pericolosa per l’umanità nel suo insieme, nella quale il lume della ragione dei decisori internazionali, che si muovono come sonnambuli sull’orlo dell’abisso, sembra tragicamente oscurato.

Mentre continua senza sosta il massacro dei palestinesi a Gaza, in faccia ad una inerte comunità internazionale – che anzi, invece di rimuovere le cause invia navi da guerra, contro gli effetti della destabilizzazione nel Mar Rosso – anche nello scenario globale di quella che Limes chiama la “guerra grande”, continua l’escalation armata, anziché la ricerca dl negoziato. Nelle scorse settimane Rob Bauer, presidente del Comitato militare della NATO, aveva perentoriamente dichiarato che “i civili devono prepararsi ad una guerra totale contro la Russia entro i prossimi venti anni” ed a stretto giro Jeans Stoltenberg, segretario generale della NATO, in una conferenza stampa congiunta con Ursula Von der Leyen alla Conferenza di Monaco sulla “sicurezza”, aveva dato concretezza a questa prospettiva, incitando i paesi membri a passare da un sistema di produzione di armamenti da tempo di pace ad uno da tempi di guerra: una vera e propria riconversione dell’economia, ma esattamente contraria a quella proposta dai pacifisti.

Nei giorni scorsi – in un incredibile crescendo – prima il presidente francese Emmanuel Macron ha paventato l’invio di truppe di terra a sostegno dell’Ucraina, con un conseguente ingresso diretto in guerra della Nato, poi Von der Leyen ha lanciato l’acquisto straordinario di armamenti per i paesi Unione Europea come accaduto per i vaccini – con l’incongruenza logica ed etica che i vaccini servivano a fermare il virus della pandemia da covid mentre le armi servono a propagare il “virus” della guerra; ossia i primi a preservare la vita, le seconde a provocare la morte – ed a ruota il Parlamento europeo ha votato un documento, con la schiacciante maggioranza di 451 voti favorevoli, 46 contrari e 49 astensioni, dove, invece di promuovere negoziati e conferenze di pace, “l‘obiettivo principale” – si legge testualmente – “è che l’Ucraina vinca la guerra contro la Russia, il che comporta l’allontanamento di tutte le forze russe e i loro associati e alleati dal territorio ucraino riconosciuto a livello internazionale. Si ritiene che tale obiettivo possa essere conseguito solo attraverso la fornitura continua, sostenuta e in costante aumento di tutti i tipi di armi convenzionali all’Ucraina”. E se questo non bastasse – mentre Vladimir Putin ricordava che le armi nucleari russe sono in stato di “massima allerta” – Lloyd J. Austin III, segretario alla difesa degli USA, ha dichiarato che se l’Ucraina dovesse perdere, la NATO entrerà in guerra direttamente contro la Russia.

Nel pieno della precedente corsa agli armamenti, quella degli anni ‘80 del secolo scorso, perfino il calcolatore elettronico Joshua nel film cult War games (1983) aveva capito che la guerra tra potenze nucleari è un gioco da non giocare, perché nessuno potrebbe vincerla. Invece gli inconsapevoli “apprendisti stregoni” – come Günther Anders definisce i decisori politici nell’epoca atomica, nel secondo volume de L’uomo è antiquato (Bollati Boringhieri, 1992) – che governano il pianeta non riescono a resistere alla tentazione della distruzione reciproca e totale.

Eppure i punti di riferimento – storici e contemporanei – che indicano chiaramente e saggiamente l’altra strada da percorrere non mancano, per quanto ossequiati formalmente, ma ignorati concretamente. Per esempio, un’autorevole delegazione del Partito socialista europeo, impegnato nel recente Congresso romano, esattamente dopo aver approvato al parlamento di Strasburgo l’irrazionale mozione sull’invio crescente di armi al governo ucraino fino alla “vittoria”, ha fatto visita al monumento dedicato a Giacomo Matteotti, nell’anno del centenario dell’omicidio fascista, dimenticando o ignorando l’essenza dell’impegno antimilitarista del martire del socialismo. “Noi dobbiamo essere contro la guerra, ma abbiamo altresì il dovere di opporci continuamente al suo strumento creatore, il militarismo. – scriveva su Critica Sociale nel febbraio del 1915, contro l’ingresso dell’Italia nella “grande guerra” – “Resta fissato in generale che il partito socialista di ogni paese ha il dovere di opporsi continuamente alla guerra, e al suo strumento creatore, il militarismo. Ogni partito socialista vota contro le spese militari del proprio paese, per significare le aspirazioni internazionaliste dei lavoratori”.

E se il pensiero di Matteotti, ad alcuni che pure ne hanno fatto un innocuo santino, sembrasse superato, c’è papa Francesco che tuona instancabilmente contro le “inutili stragi” di oggi e la nuova guerra mondiale che si va saldando, un pezzo per volta. “Quante risorse vengono sprecate per le spese militari che, a causa della situazione attuale, continuano tristemente ad aumentare!” – ha ribadito per l’ennesima volta, con voce sempre più flebile, il 3 marzo dalla finestra di piazza San Pietro – “Auspico vivamente che la comunità internazionale comprenda che il disarmo è innanzitutto un dovere: il disarmo è un dovere morale. Mettiamo questo in testa. Questo richiede il coraggio da parte di tutti i membri della grande famiglia delle Nazioni di passare dall’equilibrio della paura all’equilibrio della fiducia”. Voce di uno che grida nel deserto, ma unico sano di mente in un mondo governato da folli.

[Fin qui il pezzo pubblicato su I blog del Fatto Quotidianodopodiché sono stati resi noti i contenuti dell’intervista di papa Francesco alla Radiotelevisione svizzera, per cui è opportuno fare la seguente aggiunta]

Come ha dimostrato, papa Francesco, ancora una volta nell’intervista alla Radiotelevisione svizzera, i cui contenuti sono stati resi pubblici il 9 marzo: “E’ più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. La parola negoziare è una parola coraggiosa. Il negoziato non è mai una resa. È il coraggio per non portare il Paese al suicidio. (…). Può essere una guerra che sembra giusta per motivi pratici. Ma dietro una guerra c’è l’industria delle armi, e questo significa soldi”. Solo chi è prigioniero del bellicismo del pensiero binario, che prevede solo vittoria o disfatta – o è asservito all’industria bellica – può identificare il negoziato con la resa. La continuazione della guerra è la sconfitta per tutti, la sua fine è l’inizio della pace.

Di Pasquale Pugliese

Pasquale Pugliese, nato a Tropea, vive e lavora a Reggio Emilia. Di formazione filosofica, si occupa di educazione, formazione e politiche giovanili. Impegnato per il disarmo, militare e culturale, è stato segretario nazionale del Movimento Nonviolento fino al 2019. Cura diversi blog ed è autore di “Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini” e "Disarmare il virus della violenza" (entrambi per le edizioni goWare, ordinabili in libreria oppure acquistabili sulle piattaforme on line).