• 21 Giugno 2024 2:08

Dissenso, interventi di polizia, violenza

DiDaniele Lugli

Mag 6, 2024

L’intervento delle forze di polizia per quietare il dissenso è più che mai all’ordine del giorno. Da molti anni il Movimento Nonviolento s’interroga sulla violenza della polizia, che per un verso è legittima a protezione dei cittadini, per l’altro conosce limiti previsti dalla legge e non sempre osservati. Un interesse che forse ha inizio sin da subito, da quando Pietro Pinna commentava gli interventi dei poliziotti durante le mitissime manifestazioni del GAN. Al tema Azione nonviolenta ha dedicato due numeri, curati il primo da Daniele Lugli ed Elena Buccoliero, il secondo da Rocco Pompeo a documentazione del suo convegno livornese.

Nelle righe che seguono ne parliamo con Daniele Lugli. L’intervista è del 2015 ma non è invecchiata. È stata raccolta da Elena Buccoliero per Azione nonviolenta.

 Mi ripeti spesso che la nostra Costituzione indica un solo reato: cominciamo da qui?

Appena completato l’elenco dei principi fondamentali, la nostra Costituzione dice della punizione di ogni violenza fisica o morale nei confronti di persone private della libertà. È l’unico articolo nel quale si parla di un reato e della sua necessaria punizione. Dunque la punizione è prevista proprio per chi può usare la forza nei confronti di cittadini a difesa di un interesse pubblico e della sicurezza della generalità. Riguarda quindi in primo luogo le cosiddette forze dell’ordine. Un’osservazione che si può fare, e che anzi la Corte Europea non ha mancato di fare, è che in Italia rare sono le condanne di chi porta una divisa anche se si rende responsabile di questi comportamenti.

L’articolo è interessante perché assegna alle forze dell’ordine l’uso della forza in limitate circostanze, ma l’uso stesso deve trovare un limite.

Prima ancora del necessario controllo del giudice, è la traduzione costituzionale dell’habeas corpus, molto risalente nel tempo. Ci dice che negli stretti casi di urgenza, e per l’interesse generale, vi sono persone incaricate della pubblica sicurezza che possono intervenire con la forza nei confronti di altre persone senza che ciò giunga mai agli estremi per i quali è prevista, come si è detto, la punizione.

Come è percepito l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine?

Molto diversa è la percezione secondo che se ne sia coinvolti perché si sia colpiti personalmente, o come familiari, di quella che è ritenuta una violenza della polizia, o se invece ci si senta meglio tutelati da una polizia capace di usare maniere forti. Qui nasce un primo problema che ci riguarda come amici della nonviolenza. Noi diciamo che “un’altra difesa è possibile” parlando degli eserciti e pensiamo che un’altra sicurezza sia possibile pensando a migliori comportamenti della polizia, eppure tra le istituzioni del nostro paese le uniche che godono di un generale consenso sono le forze armate e le forze dell’ordine, tra tutte la Benemerita, non casualmente così chiamata, che assieme è forza armata e dell’ordine.

Come dire che la richiesta di trasformare l’intervento delle forze di polizia, o arricchirlo con gli strumenti della nonviolenza, è una richiesta molto minoritaria? E per quali motivi?

È una richiesta minoritaria trattandosi di una richiesta ragionata e motivata, e motivare e ragionare è, in Italia, un dato di sempre più ristrette minoranze. A una percezione di crescente insicurezza che non ha fondamento nell’andamento dei reati più gravi, e che quindi ha origine ben diversa e più generale, è più semplice rispondere invocando misure draconiane nei confronti dei soggetti più facilmente individuabili come pericolosi e colpibili come deboli.

Cioè, affidare alla polizia, che ne ha legittimità, la violenza verso soggetti da scartare?

C’è anche questo. Diventa importante il ruolo di rassicurazione dopo che, attraverso i media, si è bombardati dalla rappresentazione di un’insicurezza crescente. Ma è un compito che le forze dell’ordine, quali che siano i mezzi messi a disposizione (e in Italia sono certamente insufficienti), non possono neppure lontanamente affrontare da sole. “Sicuro” etimologicamente significa “senza preoccupazione”, e si può essere senza preoccupazione se la cura della situazione in cui si vive è collettiva e usando tutte le risorse e l’intelligenza disponibili, e non enfatizzando un aspetto che non può essere risolutivo.

Se capisco bene, tu dici che c’è meno bisogno di un controllo violento se vi è più partecipazione, o quella che oggi viene chiamato “cittadinanza attiva”?

Questo è certamente vero, e sono molti i dati che corroborano questa affermazione a scala locale, nazionale, europea ed internazionale. Resta certo il problema della criminalità organizzata, ma che richiede strategie e interventi che hanno poco o nulla a che fare con il nostro tema.

 

Di Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941, Lido di Spina 2923), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà nella segreteria dal 1997 per divenirne presidente, con l’adozione del nuovo Statuto, come Associazione di promozione sociale, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali - argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni - e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948